L'ELEZIONE

By Giuseppe Giusti

Suonava la campana a deputato,

svegliando il cittadino e il contadino

all'alto ufficio dell'elettorato.

Se si tratti di greco o di latino,

se la faccenda è intesa o non è intesa,

lo dice il fatto visto da vicino.

Per me direi che il popolo l'ha presa

come la prende appunto la campana,

che chiama gli altri e che non entra in chiesa!

Dall'altare di Dio poco lontana

si distende una mensa lunga e stretta,

che d'un vecchio tappeto ha la sottana.

Al destro lato vedi una cassetta

che fa le veci d'urna, e de' votanti

ogni boccone ingolla per saetta.

Seggono alla gran tavola davanti

in giubba nera i tre squittinatori,

a guisa di Minossi e Radamanti.

Ex officio presiede a quei lavori

il Pater Patriae, e fa, secondo l'uso,

nome per nome appello agli elettori.

così procede la gente foresta,

la gente a cui la libertà rifatta

non ha per anco rifatta la testa.

Dopo una reverenza disadatta,

senza tanto vagliar dal grano il loglio,

o detta il nome o da se stessa imbratta.

E qui, Vannucci mio, non è un imbroglio

di chi siede per altri alla scrittura,

se spesso a modo suo cucina il foglio?

Sai che in liberi tempi è cosa dura

a una libera penna esser tarpata,

e star lì servilmente a dettatura.

Battezzata la scheda e ripiegata,

dell'aureo nome nel povero scrigno

scende il tesoro in carta monetata.

A questo monetata, un muso arcigno

che compra i voti, per un arrembato

m'accenna... coll'occhio maligno;

e ridendo d'un riso stralunato:

«Costui è un burbero mezzano»,

ammicca di rimando il sullodato.

Cittadini ruffiani, andate piano

colle risa scambievoli, ché in questo

siete fratelli, e datevi la mano.

Chi non compra e non vende è l'uomo onesto.

Ma tiro avanti a dirti la commedia,

ché qui colla morale è buio pesto.

Inchiodato tre giorni sulla sedia

rimane il seggio, e aspetta chi non viene,

dall'uggia sbadigliando e dall'inedia.

Di secento elettori, anderà bene

se degnano la chiesa un cencinquanta:

e perché ciò? Chi è che gli trattiene?

Se con tanta libidine e con tanta

fame fu chiesto lo Statuto, quale

nausea ci svoglia d'assaggiar la pianta?

Per quanto, o bene bene, o male male

venir ne possa, anch'io darò la volta

al dado del suffragio universale.

E ciò, perché giustizia, a chi l'ascolta,

tutti... ai diritti dello Stato,

non ch'io ne speri già miglior raccolta:

temo il collare, il ricco, il titolato,

temo i raggiri di tutte le tinte,

per cui vagella il volgo abbindolato.

Vinca il voto per tutti: avrai tu vinte

viltà, bassezza, inerzia e noncuranza?

Pochi sono e non vanno, o vanno a spinte.

Non sai che mentre la città dinanza,

la campagna rincula? O ignori forse

che i molti d'un rovescio hanno speranza?

Guarda e vedrai se libera risorse

la folla, e s'argomenta del Padrone

frenar la zanna che sì cheta morse.

Vadano le gazzette a processione,

urli chi vuole e s'arroventi in piazza

in un branco di bestie e di persone:

finché sventura non ruoti la mazza

percotendo a castigo e a medicina,

servi saremo e d'abito e di razza.

Come Dio vuole, la terza mattina

posti a correre il palio i soli due

che favorì la sorte o la cucina;

debbe ogni scheda le larghezze sue

stringere in essi, e per modo di dire,

bisogna arar coll'asino e col bue.

Che, se dell'urna stitica sortire

vedi la palma, o nobile intelletto,

o virtù che nessun rompe a servire;

di' pur che il mondo è arcanamente retto

da quella Mente che l'ha destinato

a girar fino in fondo a suo dispetto.

A mala pena sboccia il neonato,

quasi sbrogliati d'una gran fatica,

il seggio e gli altri che l'hanno ponzato

lo mandano, che Iddio lo benedica,

spargendogli, secondo il consueto,

gelsomini davanti e dietro ortica.

Ed ecco rintostare il diavoleto,

ecco la frusta che spietata batte,

e leva il pelo alle mammane e al feto.

Se viene a galla, immagina, un Maratte,

gridano spasimando i paurosi,

che gli elettori eleggono in ciabatte.

Se poi galleggia invece un di quei così

impastoiati come sare' io,

ovvero un ferma là de' più famosi;

apriti cielo al fiotto, al trepestio

di cent'altri che strillano; smettete

di dare il voto, per amor di Dio!

Sull'eletto, o lì sì che d'inquiete

vespe il ronzio stizzoso e l'ira cresce,

e si sbizzisce del forar la sete.

Per te riesce, per me non riesce,

per lui non leva un ragnolo d'un buco,

per quelli là non è carne né pesce;

questi lo chiama grullo, e quegli eunuco,

ghiotto d'onori, ingordo di denari;

uno lo bolla a birba, un altro a ciuco.

E questi colpi di venti contrari

sullo stangone e sul repubblicano

feriscono e imperversano alla pari.

E chi t'ha detto, o popolo sovrano,

di mandare alla Camera Tommaso

in luogo di Michele o di Bastiano?

Chi t'ha sforzato di votare a caso,

di stare a letto, di beccare un tanto,

o di lasciarti menar per il naso?

Un'altra volta lascialo in un canto,

e più lento di lui piglia o più desto,

o non gridare se scegli altrettanto.

Dirai che adesso a giudicare è presto,

che questo pollo, duro attualmente,

nutrirà poi quando sarà digesto.

Ed io rispondo: — O allor perché la gente

è tanto ingorda d'affollarsi al piatto?

perché non pensa prima a farci il dente? —

Ma no: mene, lamenti, ozio, baratto,

e cani e gatti e cetera animalia,

e disfare e rifar quel che fu fatto.

Viva la libertà, viva l'Italia.