L'ELISIR DI LE-ROY PER LE DAME

By Antonio Guadagnoli

Benché ognun dica mal di questo mondo,

Per me so che ci campo molto bene!

E lo star sano m'è così giocondo,

Che sempre dico, ogniqualvolta avviene

Che qualcun se ne vada ai regni bui4,

Salute a me finché non torna lui.

È la salute infatti un dono tale,

Di cui non può comprendersi il valore

Altro che quando ci sentiamo male,

E paghiamo le visite al dottore;

Però, Donne, bisogna conservarsela,

Né bisogna cercar di strapazzarsela.

E far come la cauta genitrice,

Che se vede il figliuol magro d'aspetto,

Non studiar tanto, figlio mio, gli dice;

Il troppo studio ti rovina il petto:

Tu sei ricco abbastanza, e sai, mio caro,

Che un uom ch'è ricco non è mai somaro. -

Che sia la Medicina un'impostura

Io nol dirò, benché qualcun lo dica;

Anzi dirò che vien dalla natura,

E ch'è dell'uomo consolatrice, amica;

Si medicano e vacche e asini e buoi,

Medicar ci dobbiamo ancora noi.

Quantunque, se miriam le contadine,

Che non si fan tastar mai dal dottore

Il polso, e mai non prendon medicine,

Le troviam piene zeppe di vigore,

Grasse, e con certi visi vivaddio!

Che posson far vergogna al vostro e al mio.

E voi? ma Donne, che miseria è questa?

Quando vi si domanda: come va?

Or rispondete che vi duol la testa,

Ora che vi duol qui, che vi duol qua,

In guisa tal che argomentare io posso

Che abbiate il vaso di Pandora addosso.

E possibil sarà dunque, o mie care,

Che questo ciel balsamico e sereno

Che su quei d'oltremonte e d'oltremare

Ch'egri si recan dell'Italia in seno,

benefici sparge influssi suoi,

Serbi solo i malefici per voi?

Non vi so dir quanto a pietà mi muovano

Tante e tante ragazze fresche e belle

Che arrabbian di marito, e non lo trovano;

Me ne va proprio il sangue a catinelle!

Ma se niun rende pago il lor desìo,

Chi ci ha che far? ci ho forse che far io?

E chi volete mai, Donne adorate,

Che ispirato si senta a prender moglie,

Se appena che vi siete maritate,

Siete piene di cancheri e di doglie?

O che almeno, facendolo, a tal peso

Della dote non ponga il contrappeso?

Chi esige dote assai va compatito;

Poiché in oggi dividerla conviene

Fra lo speziale, il medico e il marito:

E così essendo, voi vedete bene

Ch'oltre all'aver sempre un cerotto accanto,

Quel pover uomo ci rimette un tanto.

Deh! Voi che siete l'anima del mondo,

E delizia degli uomini e conforto,

Se Voi languite, in un orror profondo

Geme natura, e l'universo è morto:

Ma se vi ride la salute in viso,

Voi ci schiudete in terra un paradiso.

Per me, stupisco! È scritto negli annali,

Che prima, senza guai, senza malanni,

Quando non v'eran medici e speziali,

Si campava perfin novecent'anni;

Ed or che di tal gente ce n'è tanta,

È grassa se si toccano i sessanta!

E sì che vedo che più d'una Dama

Ogni anno alle salùbri acque s'invia;

E non già perché il gioco ve la chiama,

O la moda, o la cara compagnia

Di qualche nuovo pretendente scaltro,

No: vi va per salute, e non per altro!

E se la tale esce di casa un poco,

Del Lungarno perché non si diletta,

Che sceglie sempre solitario loco?

Ci è forse qualcheduno che l'aspetta?

No: ma il puzzo di pipa la molesta,

Né vuol che l'entrin fumi per la testa.

O voi, che tutto giorno vi lagnate

Di veder musi orribili al passeggio,

Ditemi: e perché in pubblico fumate?

Meritereste di veder di peggio;

Con qual cor venir debbono le belle

A farsi affumicar tutta la pelle?

Risponderete, che il fumar costuma:

E se costuma, sarà cosa bella?

Sta scritto pei caffè « Qui non si fuma »;

Proibisce di fumar la sentinella;

E veder dèssi un Cavaliere, un Conte,

Fumar come un facchino in piè-di-Ponte?

Del resto, io so che tutto il mal non viene

Dal medico, ne vien dallo speziale.

Per esempio: qualcuna starà bene,

E dirà nonostante d'aver male;

E dirà d'aver mal, perché ha provato

Che bel comodo è l'essere ammalato.

Non si pensa che a starsene con pace

Sul letto, o sul sofà; non si lavora;

Si fa passare in camera chi piace;

Si prende il miglior brodo; si divora

La roba più gustosa e più squisita;

L'esser malati è una gran bella vita!

Ma qui di protestarmi è necessario,

Che intendo d'un mal finto, e non d'un vero,

Perché allora direi tutto il contrario. -

Qualch'altra poi si mette nel pensiero

D'avere un'incurabil malattia;

E in sostanza non è che ipocondria.

Sta in camera rinchiusa come in gabbia,

Distesa tutto dì sul canapè;

Non si rammenta mal ch'ella non abbia;

Parla ognor de' suoi incomodi, di sé:

Se s'alza, badi ben chi le dà mano,

Che sta scritto in quel corpo: posa piano.

Non dorme mai! non ha punto appetito!

Prende a stento alle nove una tazzina

Di cordiàl; poi più tardi un pan bollito;

Poi a pranzo, un fritto, un'ala di tacchina.

E un po' d'arrosto per poterci bere;

E dorme appena dodici ore intere.

Già questo non mi reca meraviglia;

Quella continua vita sedentaria,

Quell'occuparsi ognor della famiglia,

Non divertirsi mai, non prender aria,

Star troppo del marito in compagnia,

Può sicuro produr l'ipocondria.

Dunque allegre! che serve, O Donne mie,

Il parlar di miserie tutto giorno,

Stare a letto, vuotar le spezierie,

E tener tanti medici d'intorno?

Se i molti cuochi guastan la cucina,

O pensate i dottor di medicina!

Io, io vi guarirò. Come! ridete?

Perché non son dottor di medicina,

Inabile a guarirvi mi credete?

Oh se la Laurea desse la dottrina

A tutti quei che laürear si fanno,

Quanti dotti vedremmo in capo all'anno!

Non dubitate: a porre a voi davanti

Il mio rimedio, umanità m'invita;

Non saran senapismi, vessicanti,

Mignatte, aco-puntura, e un'infinita

Schiera di salutiferi tormenti,

Che per lo più non giovano ai pazienti;

Ma un Elisir, che a beverlo consola! -

Pur se a caso a qualcuna un tal liquore

Facesse un poco pizzicar la gola,

Né resister potesse al pizzicore,

Di zucchero una palla mandi giù,

Né se la sentirà pizzicar più.

Ha di purgar la qualità specifica;

Ma come gli altri non pensate già

Che indebolisca; eh giusto! anzi fortifica.

Alle corte: si chiama Le-Roà!

Né gli avrien dato questo nome, se

Non fosse infatti dei purganti il re.

Bocce, vasi, barattoli giù, a terra:

Addio mercurio, tamarindo addio!

Te rabarbaro e te sal d'Inghilterra

Veggo dannati a sempiterno oblio;

Che può la cassia? che il calomelano?

Le pillole a che servon del Piovano?

Rancidi nomi! L'italo Paese

Sempre avvezzo a calcar gli altrui vestigi,

Che parla, e mangia, e veste alla francese,

( Ché nulla si fa ben fuorché a Parigi )

Che tutto insomma è intento a infrancesarsi,

Debb'anche alla francese medicarsi.

Mi burlate! Se prima un si ammalava,

Perdinci bacco si spendean tesori!

Fra ricette che il medico firmava,

Fra visita e consulti di dottori,

Fra quei che custodisser l'ammalato,

Un pover uomo divenìa spiantato.

Almen, secondo la moderna scuola,

Per una donna che malata sia,

Basta una medicina sola, sola;

E per far sul dottor l'economia,

Glie la può dare il cavalier-servente,

E il marito star lì come assistente. -

È sentenza di celebri scrittori

Ch'entri, né so di dove, un baco in noi,

E ci guasti la massa degli umori,

D'onde nasce ogni mal; sicché co' suoi

Drastici purgativi Le-Roà

Combatte il baco, e il baco se ne va.

Ché trovandosi insiem lì riuniti

Turbiti, scammonèa, sena, e sciarappa,

Queste han paura, e fuggono i turbiti;

I turbiti rincorrono chi scappa;

E il baco in mezzo a tanta confusione

Segue il rumores fuge di Catone.

Che? non credete al baco di cui parlo?

O bella! la tignuola entra nel panno;

Entra nel legno stagionato il tarlo,

Le tarme ai libri dei Signor fan danno;

Entra il baco nel fiore, entra nel frutto,

Non può entrare anche in noi s'entra per tutto?

Dunque se ognor la Marchesina smania;

Se d'isterici nodi la Contessa

Soffre, o di convulsioni, o d'emicrania;

Se sviene ogni tantin la Baronessa,

E il viso le divien pallido e opaco,

E che credete che sia stato? il baco! -

Un tal rimedio avuti ha dei contrasti,

Io non lo negherò; ma e che per questo?

Dite: chi loda mai tanto che basti

Della vaccina il salutare innesto?

E pur quanto si scrisse contra, e pro,

Se adottar si dovesse sì, o no!

Ché dicea più d'un padre: al mio figliòlo

Scorre sangue patrizio entro le vene;

Or, se di bue s'inocula il vajolo,

Corrotto allora il sangue suo diviene,

E più non si saprà fra questi due,

Se mio figlio è più nobile che bue.

Due valigie il Tonante all'uomo diede;

Quella ch'è piena de' difetti sui

Gli sta dietro le spalle, e non la vede;

Dinanzi ha l'altra, o scorge i vizj altrui;

Però non vede mai medico scaltro

I morti suoi, ma quei che ammazza un altro.

Ragazze, vedovelle, maritate,

Siate giovani o vecchie, o belle o brutte,

Non abbiate timor, se lo pigliate,

Il mio rimedio farà bene a tutte;

Ma pigliatelo! stando bene voi,

Almen fate star bene ancora noi!

Non fa morire, no, non fa morire;

Anche il vostro giudizio! ma vi pare

Che se fosse un mortifero elisire

Di propria man ve lo volessi dare?

Fu sempre uno de' miei piaceri estremi

Che s'accresca la gente, e non che scemi.

Non dirà che bevuto a crepa-pancia

Non possa far morire il Le-Roa,

Anzi leggiamo che in Semur di Francia

Molti son iti nel mondo di là.

Ma, Donne mie, ci detta la ragione,

Che pigliarlo convien con discrezione!

Pur, giacché dall'abuso, e dal disordine

Nascon le leggi, è stato convenuto

Che, se il medico prima non fa l'ordine,

Questo elisir non possa esser venduto;

E mi piace: così campa chi ha male,

Campa il medico, e campa lo speziale.

Direte: fa smagrir - Questo è il mio gusto!

Qualche zerbino, e più d'un militare,

Potrà in tal guisa risparmiarsi il busto!

Circa voi, che v'importa, o Donne care?

Forse, la sarta, o la modista Franca

Non ha finor supplito a quel che manca?

Ma se buono lo spaccia a tutti i guai,

Credo per altro Le-Roà lontano

Dal pensar, che non s'abbia a morir mai;

Le-Roà non è mica un ciarlatano!

Non vi fu ch'Esculapio, ei sol vi fu

Ch'ebbe di guarir tutti la virtù.

Sì, quel grande che visse in Epidauro,

Quell'esemplar di medica dottrina,

Che fu istruito da Chiron centauro

Pubblico professor di medicina;

Ché allora i professor, senza molestia,

Potean esser mezz'uomo, e mezza bestia.

Ma appunto perché tutti risanava

Poveri e ricchi senza distinzione,

Ed i morti perfin resuscitava,

( Cosa contraria a questa professione ),

E lo facea per vero sentimento,

E non tratto dall'oro, e dall'argento.

Giove lo fulminò, per farla breve;

Dicendo in tuono minaccioso e forte:

Un che scortichi gli altri esser ci deve!

Medico ardito! se ritorre a morte

Osasti quei ch'eran di vita privi,

Quei che verranno ammazzeranno i vivi.

Ma siccome la Scuola boreale,

Onde frenar la classica licenza

A cui non basta il bello naturale,

Ha data inappellabile sentenza

Che un sogno son tutti gli Dei d'Omero,

Speriam che Giove non dicesse il vero.

E infatti, il mio Francese, come costa

Da un tomo pien di lettere stampate

Speditegli a Parigi per la posta

Da persone sanate e liberate

Con l'elisir, da mali d'ogni razza,

Prova che c'è qualcun che non ammazza.

Era al tal Cavalier venuto un fignolo?

Al tal Marchese una protuberanza?

Al tal Conte gonfiato il dito mignolo?

Avea una bolla Madama Costanza?

S'era la Duchessina Margherita

Strappata malamente una pipita?

E ben? tutti ha sanali Le-Roà!

Sentir bisogna, bisogna sentire

Cotesto amico dell'umanità

Con quel suo taumaturgico elisire

I portenti incredibili che ha fatti;

Fin gli asini ha guarito, fino i gatti!

Salve, o Genio immortal, che il nome oscuri

D'Ippocrate e Galen; pe' tuoi gran meriti

Passerai glorioso ai dì futuri,

Come finor passasti pei preteriti;

Ah se vivevi ai tempi di Tiberio

Il pover uomo non perdea l'Imperio!

Scuopre il Gioja la bussola, e al piloto

Del mar l'incerta via rende sicura;

Le leggi il Galileo trova del moto;

Altri il vindice telo a Giove fura;

E dopo lunga via Colombo ardito

Giunge all'estremo americano lito.

Ma serbato ne' secoli avvenire

Era all'ingegno tuo sagace e fino

Il ritrovare un semplice elisire

Che guarisce ogni mal grosso, o piccino;

E se ciò è ver, come par cosa certa,

La scoperta è maggior d'ogni scoperta.

Deh! la modestia del tuo cor gentile

Non si turbi se l'offro il carme mio;

Né lo spregiar qual dono abietto e vile,

Perché ti do quanto mai dar poss'io;

Ben'è che il nostro ufficio si riparta:

Tu l'elisir dispensi, ed io la carta.

Donne, che dite d'essere ammalate,

E sarà ver, perché sincere siete,

Chiedendovi talvolta: come state?

Quanto godrò se mi risponderete:

Si è riso molto, e c'è ogni mal passato

In grazia del rimedio che ci hai dato.

Ma quando ancora questo mio libretto

Non vi offrisse, o mie care, altra risorsa,

Dell'oppio almen vi produrrà l'effetto.

Per me, se di quattrin m'empie la borsa,

Specifico al mio mal, no, non si dà

Miglior dell'elisir di Le-Roà!