L'ENDIMIONE
Non lungi al bel Meandro,
Che in cristallina tomba
Ne la canora morte i cigni accoglie,
E con ben mille rote, e mille giri,
Spesso parte, e ritorna, e pugna, e nega,
Quasi geloso avaro,
De' liquefatti suoi lubrichi argenti
Porger l'ampio tributo al mar tiranno,
Lamio, Lamio frondoso
Con vago, e nobil fasto
L'orgogliosetta fronte in aria estolle:
E qual pavon superbo,
O bel notturno ciel, dimostra e spiega
Di mille fiori e mille
L'occhiuta testa, e la stellata pompa.
Monte, ne la cui veste
Larga il verde tesor natura sparse,
E i bei fregi reali emula vinse;
Veste, che il sol riccamator trapunse
Di tenerette, e colorite gemme
Con gli aghi d'or de' suoi temprati raggi.
Par tra 'l popol de' monti
Bel giovanetto amante,
Sparso di mille odor la chioma e 'l volto,
O re leggiadro e donno,
Cui tesson rose e gigli
D'odorati rubini,
E di molli diamanti
Al fresco erboso capo alto diadema.
Fan di liquide perle
Umidetti lavori
A le feconde, e verdeggianti falde
Gl'intrecciati ruscei garruli e vaghi,
Che sul fiorito letto,
Quasi amoretti ignudi,
Or annodati, or lascivetti errando,
Or con limpidi baci
De la liquida bocca,
Scherzan vezzosi, e leggiadretti a gara;
E nel corrente scherzo,
Rotta fra denti di minute pietre
La stridula favella, in bel concerto
Lor cristalline lingue allettan dolci,
Con lubrica armonia, l'erbette e i fiori.
A le correnti note
Qui fur visti accordarsi
I dipinti augelletti, e a stuolo a stuolo
Spiegar la voce al canto, e l'ale al volo:
Qui con faccia odorata,
E Primavera, e Flora,
Quasi in pomposo trono assise stanno:
Qui fu veduto Amore
Ne' coloriti sassi
Aguzzar l'aureo strale,
E vezzoso infiorarsi il crine e l'ale.
Quivi alor che le stelle,
Lontano il sol nemico,
Qual di vergini stuol lungi l'amante,
Sfavillanti di gioia,
Scintillanti di riso,
Mostravansi tra lor scherzando a gara;
Quando l'antica madre
Da l'atro opaco seno
Partoriva la notte
Sua nera e dolce figlia, e l'avvolgea
Intorno di stellate eterne fascie;
Sovra la fertil cima in grembo a l'erbe
Endimion leggiadro,
Con vezzi e scherzi alterni,
Il suon al canto, e 'l canto al suono univa,
Il più vago, il più dolce, il più vezzoso
Fior de la verde età, de' fiori rosa,
Di bellezza fenice,
Pastorello d'Amor, d'Amor imago:
Anzi sbendato Amore
Parea, che fatto avesse
L'arco di saettar arco canoro,
E lira la faretra, e corde i dardi.
Ondeggiavan commosse
L'auree da l'aure, e inanellate chiome,
Ed in scherzanti rote,
Ed in rotanti scherzi eran vedute
A quel canto, a quel suono
Trar nel campo de l'aria aurati balli;
Volgevansi i begli occhi
In lascivetti, e sfavillanti giri,
Ed a gara piovean vaghe faville,
Che danzavan per l'aria a mille a mille;
Liete parean baciarsi
Nei melati concenti
Le tumidette labra, e uscian tra' baci
Gravide d'armonia l'aure vezzose:
L'aure, che per passare
Per l'odorato varco
De' teneri coralli,
Chiedeano esser accolte
Da la bocca gentile, e poscia accolte,
Vaghe di ripassare
Bramavano l'uscita,
Ed invaghiti amanti
De la dolce incostanza
Di partir, di tornare,
Di tornar, di partir, godean felici.
Gentilmente n'uscia
Da quell'uscio di rose
Il dolce canto, e da la cetra il suono,
E ne l'aerio agone il suono e 'l canto
Fean, lottanti d'Amor, d'amor certame:
Si sfidavan leggiadri,
Si percotean soavi,
S'annodavan tenaci,
Scherzavan lusinghieri:
Or seguito dal suon fuggiva il canto
Ed or dal canto il suono,
Or davan colpi alterni,
E talor si vedea
Che sospirava l'un, l'altro ridea.
A la canora lotta,
Dolcemente ammirato,
Tutto alor si converse il popol verde:
Tacquero i venti a prova,
Fermarsi i rivi, anzi parea d'intorno
Or ergersi or calar guidando il canto
Tutta in un la frondosa ampia famiglia.
E di splendenti ed auree note pieno
Parea libro al concento il ciel sereno.
"Sorgete, egli dicea,
Sorgete pecorelle,
Ch'or bifolca Diana
Guida armenti stellati,
Nettar pascendo in sui celesti prati.
Esci bel capro omai,
Che pien d'invidia, e d'onorato zelo
Già t'ha sfidato al cozzo il Capro in cielo.
Vieni bel Toro, e un altro
Fa' di vergini furto industre e scaltro.
Ergiti cane, e mira,
Che da Lupo vicin là su più accorto
Custodisce quel Cane
Lucidi armenti di splendenti lane.
Sorgete pecorelle,
E lascivette e belle,
Leggiadri scherzi e salti
Meschiate in vaga guisa, or bassi or alti,
E con le mandre a prova
Gareggeranno in questo ombroso velo,
Col ciel la terra, e con la terra il cielo".
Così cantava, ed imitar le note
Volevano le Sfere
Dolce oltraggiate, e gentilmente offese,
Ma vinte al fin cedendo
Al vezzoso maestro
Di quell'arte canora,
Si fermaro ad udir, per apprenderla.
Tu da l'eterne rote
Gli t'inchinasti, o Cigno,
E tu, celeste Cetra, esser trattata
Da quelle man di nevi
Invida e ambiziosa alor volevi.
Mirollo alor Diana,
Ma il mirar, l'ammirar, l'andare a volo,
Dal piacer, nel desir, fu un punto solo.
Arde l'algente Dea,
Né spegner può favilla
La signora de l'acque a un tanto foco,
Né d'onestade il giel temprar l'arsura,
Ma, mentre avido e chino
Fissa nel divo aspetto il guardo immoto,
Par del polo d'Amor indica pietra:
Oblia già il Sol, e dal bel viso pende,
E dal sol di beltà la luce attende.
Pronto e lieve dal cielo un sogno intanto,
Ch'alato, ignudo, e cieco, Amor parea,
Precipitossi a vuol di Delia messo,
Ed invisibil venne
Al canoro d'Amor gentil Orfeo,
E le luci, e le labra
Dolce gli bacia, e quelle
Sotto nettarea chiave al fin serrarsi;
In sen poi gli s'immerse, ed egli vinto
Dal suo dolce nemico al pian cadeo:
Correr fu vista allora,
Di peso sì gentil ambiziosa,
L'odorata de' fior tenera turba:
Parean le belle membra
Sul miniato letto
Vaghi fiori giacenti in grembo a' fiori,
Ed in seno d'odor suavi odori.
Scende repente in questo,
E candida, ed ignuda,
Stampa di luce, ed inargenta l'ombre,
E 'l liquido seren rapida fende
L'innamorata Dea:
Ignuda se non quanto,
Con lunghe righe d'or al bianco petto
Calando il folto crine,
Ai molli avorii un aureo vel formava,
Ed una gran beltà l'altra celava.
Scese, e d'invida gioia oppresso stette
Del verde monte lo stellato Aprile,
E i pargoletti figli
De la stagion fiorita
Lor vaghezza ammirar, che via più bella
Col pennello d'Amore
Ne l'idea di beltà vedˆr ritratta.
A sì vaga bellezza, a sì bella vaghezza
Volse il capo odorato il bel Narciso,
E 'l proprio foco estinse, ed arse al novo.
Ella sen viene dove
Giaceva il fior de la beltà su l'erba,
E famelica, e prona
Gli occhi bramosi al divo aspetto affissa,
E del giacente Sol Clizia rassembra:
Poi dolce e lieve il bacia,
Tutta arrossita e lieta,
Ma la vider le stelle, e con un riso
Ne dier vezzose al sommo Giove avviso.
Essa gli rompe alor l'odiosa veste,
La rival de' suoi baci,
Del suo Febo la nube, e va spiando
Per quell'intatte brine
Le più ascose bellezze.
Destasi quello, e mira
L'improvisa vaghezza,
L'improviso tesor d'alta beltade;
E sé ignudo giacer tra bella ignuda.
Ed ella: Io Cinzia sono,
Cinzia son io, mio Sole,
Che d'appresso, e da lungi ognor m'ecclissi.
Sorse al tremendo nome, e fuggir volle
L'attonito garzone,
Che pensò d'Atteon lo scempio e 'l danno;
Ma la dolce nemica
Tra' bei ceppi di latte
Strette e avvolte ne tien sue nevi intatte.
A l'ignude bellezze
Egli intanto s'affisa,
E su le bianche membra
Mira ondeggiar lascivo il crin aurato,
Quasi in letto d'argento un aureo mare,
E scorge unite in lei,
Del canto di beltà musiche note,
Bianco sen, chiara fronte, e rosee gote;
E i lumi, che facean con lor splendori
Fenici l'alme ed elitropii i cori.
Da un nembo di dolcezze oppresso e vinto,
Il bel garzon alor molle la bacia
Ove bianca s'apria,
Tra due crudette poma, angusta via:
Doppiamente arrossissi
Delia, e con rose rose
E con porpore alor porpore ascose.
Bacia il garzon, e ne l'amato petto
Pargli spirar in mezzo il bacio il core;
Quando baldanzosetto
Con legami d'avorio
La sua dolce catena egli incatena,
E la bella prigion fa prigioniera.
Ma chi dirà giamai
L'inondante dolcezza,
La traboccante gioia,
La profonda d'ambrosia alta vorago
De' cari amanti? o spiegherà parlando
Gl'interrotti lamenti,
Gli amorosetti accenti,
Gli accennati desiri,
I tremanti sospiri;
O quel che s'udia roco
Sussurrar dolce, e suffular de' baci,
Mentre che nel raccor il mel d'Amore
Era una bocca a l'altra ed ape e fiore?
Parean le belle membra
Nevi che strengean nevi,
O contendenti avorii, e in dolce pugna
Eran spade le labra, e piaghe i baci,
Scudi i bei petti, e le bellezze insegne,
Scudier le grazie, e gli amoretti araldi.
Fermi stavan talvolta immoti e muti,
Ma con bocca degli occhi
Nel silenzio loquace
Raggionavano i cori;
E con dolce languire
D'Amor nettar divin sugeansi a gara
Gli animati alabastri avvinti e stretti.
E la propria beltade
Vivamente ritratta
Egli in essa mirava, ed essa in lui,
E scambievoli spegli eran d'un volto:
Ed era questa a quel d'un solo viso,
E quello a questa ancor, fonte e Narciso.
Così un dì per far dono
Del canto e di se stesso a degno eroe,
Cantò sul lido di Cariddi Opico,
Poi disse: O gentil Goto,
Spieghin tuoi chiari pregi,
Ch'io con umil silenzio onoro e celo,
Muse l'eterne menti, e cetra il Cielo.