L'ESTATE
Or che niega i doni suoi
La stagion de' fiori amica,
Cinta il crin di bionda spica
Volge a noi l'estate il piè:
E già sotto al raggio ardente
Così bollono le arene,
Che alla barbara Cirene
Più cocente il sol non è.
Più non hanno i primi albori
Le lor gelide rugiade;
Più dal ciel pioggia non cade
Che ristori e l'erbe e i fior.
Alimento il fonte, il rio
Al terren più non comparte,
Che si fende in ogni parte
Per desio di nuovo umor.
Polveroso al sole in faccia
Si scolora il verde faggio,
Che di frondi al nuovo maggio
Le sue braccia rivestì;
Ed ingrato al suol natio
Fuor del tronco ombra non stende,
Né dal sol l'acque difende
Di quel rio che lo nutrì.
Molle il volto, il sen bagnato,
Dorme steso in strana guisa
Su la messe già recisa
L'affannato mietitor;
E con man pietose e pronte
Va tergendogli la bella
Amorosa villanella
Dalla fronte il suo sudor.
Là su l'arido terreno
Scemo il can d'ogni vigore
Langue accanto al suo signore,
E né meno osa latrar;
Ma tramanda al seno oppresso
Per le fauci inaridite
Nuove sempre aure gradite
Con lo spesso respirar.
Quel torel che innamorava
Del suo ardir ninfe e pastori
Se ne' tronchi degli allori
S'avvezzava a ben ferir,
Del ruscello or su le sponde
Lento giace, e mugge e guata
La giovenca innamorata
Che risponde al suo muggir.
Per timor del caldo raggio
L'augellin non batte l'ale:
Alle stridule cicale
Cede il faggio l'usignuol.
Mostran già spoglie novelle
Le macchiate antiche serpi,
Che ravvolte a' nudi sterpi
Si fan belle in faccia al sol.
Al calor del lungo giorno
Senton là ne' salsi umori
Anche i muti abitatori
Che il soggiorno intiepidì,
E da' loro antri muscosi
Più non van scorrendo il mare,
Ma fra' sassi e l'alghe amare
Stanno ascosi a' rai del dì.
Pur l'estate tormentosa
S'io rimiro, amata Fille,
Le tue placide pupille,
Sì penosa a me non è.
Mi conduca il cieco dio
Fra' Numidi, o al mar gelato,
Io sarò sempre beato,
Idol mio, vicino a te.
Benché adusta abbia la fronte,
Con le curve opposte spalle
Un'ombrosa opaca valle
Cela il monte al caldo sol:
Là dall'alto in giù cadendo
Serpe un rio limpido e vago,
Che raccolto in picciol lago
Va nutrendo il verde suol.
Là del sol dubbia è la luce
Come suol notturna luna;
Né pastor greggia importuna
Vi conduce a pascolar:
E, se v'entra il sol furtivo,
Vedi l'ombra delle piante
Al variar d'aura incostante
Dentro il rivo tremolar.
Là, mia vita, uniti andiamo;
Là cantando il dì s'inganni.
Per timor di nuovi affanni
Non lasciamo di gioir;
Ché raddoppia i suoi tormenti
Chi con occhio mal sicuro
Fra la nebbia del futuro
Va gli eventi a prevenir.
Me non sdegni il biondo dio,
Me con Fille unisca Amore;
E poi, sfoghi il suo rigore
Fato rio, nemico ciel:
Ché il desio non mi tormenta
O di fasto o di ricchezza;
Né d'incomoda vecchiezza
Mi spaventa il pigro gel.
Curvo il tergo e bianco il mento
Toccherò le corde usate,
E alle corde mal temprate
Roco accento accoppierò.
E a que' rai non più vivaci
Rivolgendomi talora,
Su la man che m'innamora
Freddi baci imprimerò.
Giusti dèi, che riposate
Placidissimi su l'etra,
La mia Fille e la mia cetra
Deh serbate per pietà!
Fili poi la Parca avarà
I miei dì mill'anni e mille:
La mia cetra e la mia Fille
Sempre cara a me sarà.