LETTERA A UN AMICO
A che serve sciupare i purganti
e star sempre col povero me,
o pagare i miracoli ai santi
per campar quanto visse Noè?
A che serve con cento malanni
zoppicar sulla curva degli anni?
Prete Olivo e le sue gherminelle
con la morte non curo davvero:
non vorrei per salvarmi la pelle
il panchetto, le carte ed il pero;
né potendo, passare la bara
rovinando il demonio a bambara.
Non disprezzo la vita e non tengo
il galoppo dei giorni fugaci:
se i capelli son misto–marengo,
se d'amore mi mancano i baci,
se vo gobbo più tardi o più presto,
disperar non mi voglio per questo.
Si disperi la vecchia galante
che dicembre vendea per aprile,
che fallita per l'ultimo amante
vide crescersi a forza di bile
ogni giorno una grinza di più
e con l'asma ritorna a Gesù.
Si disperi chi fece la spia
cinquant'anni, mutando bargello,
vagheggiando con dolce manìa
un impiego, una croce all'occhiello,
né per anco può fare la coglia
e si trova a morir con la voglia.
Io non son ciarlatano, né vago
di mandar la parrucca al tintore:
non mi faccio pagare, non pago,
e non vo' galvanismo in amore;
né d'onori o di nastri la smania
mi fa pigro o mi dà l'emicrania.
Poche lire, che babbo ogni mese
con la predica d'uso mi manda,
son bastanti per farmi le spese
senza punto incensar chi comanda;
vivo sciolto, la pentola è calda,
e nessuno mi tira la falda.
Se mi nega staffiere e quadriga
la fortuna volubile e stramba,
senza darmi pensiero né briga
questa vita farò gamba gamba;
non avrò mangiapani né ciarpe,
ma buon nome e pagate le scarpe.
Ché del resto a qualunque condanna
mi rassegno, e propongo a me stesso
di pigliarmela a un tanto la canna:
in un canto mi tiro, e professo,
s'anco il mondo ritorna nel cao,
la tranquilla virtù d'Ermolao.
Ne ho vedute parecchie, e già stufo,
son lì lì per serrar la finestra:
come secca mangiando anc'a ufo
ogni giorno la stessa minestra,
parimenti m'uggisce e mi tedia
veder sempre la stessa commedia.
Un bigotto che burla il demonio
e ti spoglia cercando le croci,
demagoghi del solito conio
negozianti di libere voci,
uccellacci fregiati il groppone
delle penne rubate al pavone:
un figuro con toga di seta
che sentenza ti dà con l'accetta,
la gazzetta che fa da profeta,
il profeta che fa da gazzetta,
delle genti rimesso il destino
nelle mani di padre Ambrogino:
ecco tutto. Ne' giorni passati,
d'innocente asinaggine ordita,
di lusinghe, di sogni beati
dolcemente mi parve la vita.
Questa terra una cara illusione,
una fitta di brave persone.
Eran quelli i dì santi ed amari,
i dì quando una febbre epidemica
ci portava a crear dei lunari,
i dì quando con nuova polemica
ci faceva morir dalle risa
il Balì sanfedista di Pisa.
Se nel mezzo all'umana famiglia
mi dicevan, c'è un bindolo, un porco;
stupefatto inarcavo le ciglia
come il bimbo ai racconti dell'orco:
questa razza impastata di scisma
la vedevo a traverso di un prisma.
Ora il polso è più quieto, e l'occhiale
che gli oggetti alterava è spezzato:
ora il mondo lo vedo tal quale,
e sorrido sul tempo passato:
la stagione dei sogni finì
e sta zitto perfino il Balì.