LETTERA ALL'EDITORE
Sento da voi che, per la terza volta,
Vi è venuta l'idea di pubblicare
Un'Edizione della mia Raccolta.
In quanto a me, se lo volete fare,
Il dir di no sarebbe scompiacenza;
Ma badiam di non farci corbellare.
Fate prima l'esame di coscienza;
E, se vedete che vi torni conto,
Tirate via, ché ve ne do licenza.
Dal canto mio, mi troverete pronto
A far sì che quest'ultima Ristampa
Le antecedenti superi al confronto.
Vi cederò il diritto della stampa
Per anni sei, e forse anche per sette,
Se Dio ci dà salute, e se si campa.
Quantunque, se un tantin vi si riflette,
Queste Raccolte degli Scherzi miei
Saran sempre incomplete ed imperfette
Fino al mio lux perpetua luceat ei:
Dall'altra parte, a dirvela, per ora,
Se voi vi contentaste, io non morrei.
Al più, al più, vi posso metter fuora
Due nuovi Scherzi che da lungo io medito,
E unirvi quanto pubblicai finora:
E, se vi par che il libro acquistar credito
Possa più dal ripien che dall'ordito,
Darvi due fogli di lavoro inedito.
Questo sì; ma ho da rendervi avvertito
Ch'io rassomiglio un libro ristampato
A quei che si rivoltano il vestito:
Nuovo è il modello su cui vien tagliato,
Nuovi i bottoni; insomma, tutto è nuovo,
Fuorché il vestito, il quale è rivoltato.
Pur, se con tutto ciò non vi rimuovo;
Se a creder vantaggioso persistete
Ch'io metta fuori quel che mi ritrovo,
Per me vi metto fuor quel che volete;
Ma se smercio non ha la roba mia,
Con chi non ci ha che far non la prendete.
Or ci vuol altro che la poësia!
Or ci voglion le macchine a vapore,
Per iscuotere un po' la fantasia!
Che volete che scuota uno scrittore,
Che se ha l'ali alla testa ha i ceppi ai piedi,
E non può dir ciò che gli bolle in core?
Quanto saran felici i nostri credi!
Almeno in quella sospirata età
Potrai dir quel che senti, e quel che vedi
Or non si vuole udir la verità:
Promuover la virtù, mordere il vizio,
Adesso è preso per fatùità!
Eppur, fra tanta gente di giudizio
Essere io solo il pazzo mi diletta:
Non copiar gli altri dà di genio indizio.
A nascere si è avuto troppa fretta:
Se un po' più s'aspettava, oh bella cosa!
Ma torniamo a parlar dell'Operetta.
Come non v'è fanciulla mostruosa
Che non credasi avere un qualche merto,
E non speri esser chiesta per isposa;
Così, che non vi sia, tengo per certo,
Un libro, abbenché insulso e inconcludente,
Il quale o prima o poi non venga aperto;
Né vi sia chi non creda fermamente
La noia della pagina passata
Compensar colla pagina seguente.
Sarà l'Opera mia pur fortunata,
Se qualcun le darà, così di corsa,
Come si dà ai processi, una guardata!
Ma, Nistri mio, chi vuole empir la borsa,
E guadagnare i quattrini a palate,
Convien ch'abbia riguardo anche a chi sborsa.
Il far tanti fascicoli e puntate,
Come fan della Storia del Cantù,
Son per chi dee pagar tante stoccate.
Voi datene una sola, e poi non più;
E vedrete che il mondo va da se:
Chi volete che pensi a quel che tu?
Vi chieggo inoltre istantemente che
Sia la stampa dal Tortoli rivista,
Che dir si può de' revisori il re.
Ditegli che ci badi, e che ci assista;
Ditegli pure che ve l'ho dett'io
Né al certo ci farò figura trista.
Anche il Ducci ha stampato il libro mio;
Ma le sue scorrezioni e negligenze
Gridan vendetta al cospetto di Dio.
E lo Spiombi? fa certe incongruenze
Certe bestialità, certi pasticci
Che far non si dovrebbero a Firenze.
Dunque, vedete che non son capricci;
Caspita! qui si tratta dell'onore!
Chi legge dei spropositi massicci,
Non cerca mica s'è lo stampatore;
Dice: l'autore li dovea correggere:
E chi tocca dell'asino? - l'autore. -
E prego, infin, quei che mi vorran leggere,
D'esser meco benevoli e discreti,
E queste mie meschinità proteggere.
Il palio corsi tra i scrittor faceti,
E sprone mi fu il Pubblico all'andare;
Ma or che più freschi e giovani poeti
Entrano in lizza, e s'odono gridare,
Incalzandomi a tergo, a tutto fiato:
Buon uom, da parte! lasciaci passare;
Io, barbero oggimai quasi sciancato,
Piùttosto che restare a mezzo giro,
Lascio libero agli altri lo steccato,
E bestia riposata mi ritiro.