Lettere ad una donna

By Sergio Corazzini

Scrivo e non so perché. Non ho più cose

da dirvi, e pure tanto arde in me

la fiamma de le labbra dolorose

de le labbra vermiglie come se

fossero molli petali di rose

che, sperduti pei cieli, con un lento

abbandono la bocca vi baciarono

e presi da quel novo incantamento

avvinti su le labbra vi restarono;

tanto arde in me senza soffi di vento

la fiamma azzurra dei vostri occhi azzurri

melanconici come un cielo tutto

eguale, senza rapidi sussurri,

silenzioso nel suo triste lutto

senza una voce che al core sussurri,

tanto arde in me la fiamma silenziosa

fatta d'insidie, che non so pensare

bocca, più de la vostra, dolorosa,

occhi che sieno più simili al mare

dei vostri, ne la veglia dilettosa!

Ieri vi ho attesa e non siete venuta.

Non veniste, perché? Nulla, vi disse,

nulla il cuore ne l'ora convenuta?

nulla, nulla, la vostra anima disse?

Ogni cosa rimase allora muta?

Ne l'attesa, vi colsi le più belle,

le più fragili rose, ne intrecciai

una catena al lume de le stelle,

una catena che finiva mai.

Erano tante rose e tante stelle!

Voi non veniste. Venne l'agonia

de le rose. Siccome le illusioni,

lungo l'umana dolorosa via,

cadono lentamente, senza suoni

definiti, e sfioriscono una pia

anima che le amò, così dai brevi

steli caddero petali, sapienti

la voluttà dei vostri occhi grevi

di ombre, i dolci petali morenti

scesero con ondulamenti lievi

sulla terra. Lo stelo denudato,

vergognoso rimase a udir gli scherni

degli altri steli carichi: sul prato

superbo di verdeggianti eterni

forse in quell'ora un mostro avrà ghignato.

E ne la notte scialba, sospirosa,

le mie rose morirono. Sì tanti

petali cadder su la generosa

terra, che apparve agli occhi doloranti

il boccio schiuso d'un'immensa rosa.