LI. A FILLE. IL CONSIGLIO.
Le tue vaghe alme pupille
I celesti tuoi sembianti
Già ti acquistano, o mia Fille,
I sospir di cento amanti.
Ciascheduno i merti suoi
Spiega in pompa lusinghiera,
E su i cari affetti tuoi
Ciaschedun gareggia e spera.
Io, devoto e non indegno
Tuo novello adoratore,
La conquista ch'io qua vegno
A tentar del tuo bel core.
Già sì rigid non sei,
Che tu voglia i dolci affanni
Del più caro fra gli dèi
Dipartir da' tuoi verd'anni;
E uno sguardo a quel girando
E donando a questi un detto,
D'ogni laccio andar serbando
Sciolto il cor frattanto in petto.
Se d'Amor l'acuto strale
A ferirti il sen non va,
Che ti giova che ti vale,
Fille mia, la tua beltà?
Dunque scegli qual più vuoi
Cui del cuore aprir le porte.
Fortunato chi di noi
Venga eletto a tanta sorte!
Ma non prendere consiglio
Sol dagli occhi; e saggia intanto
Della scelta sul perigio
I miei detti ascolta alquanto.
Fra lo stuolo numeroso
Dei molesti supplicanti,
Altri vassene fastoso
Per sembianze trionfanti;
Altri ha il guardo lusinghiero
Il parlar tutto di mèle,
E protesta un cor sincero
E promette un cor fedele;
Poi d'Amor nel vario regno,
Fuoruscito fraudolento,
Cerca solo il vanto indegno
D'un difficil tradimento.
Io ti reco innanzi un viso
Fosco pallido infelice;
Io non ho su i labbri il riso,
L'eloquenza incantatrice:
Ma il color del volto oscuro
Dentro l'alma non passò;
La menzogna lo spergiuro
Le mie labbra non macchiò:
Nè per me donzella alcuna
Pianse mai gli amor svelati,
Sol degli astri e della luna
Al bel raggio illuminati.
Questi vanta un sangue egregio
Da grand'avi in lui disceso;
Quegli conta per suo pregio
Di molt'oro e argento il peso:
Io vantarti altro non so
Che un cor tenero, ed un canto
Finor chioccio; ma farò
Che un dì tolga ad altri il vanto.
Le amorose giovinette,
Chi nol sa?, ben altro chieggono
Che leziose canzonette,
Che al bisogno mal provveggono:
Pur sovente in bocca a un vate
Della lode il suon seduce,
Ed acquista una beltate
Maggior grido e maggior luce:
Quante belle, quante v'hanno
Deità, che sono ignote,
Perchè un vate aver non sanno
Per amante e sacerdote!
Tal saravvi che geloso
D'un sol guardo d'un sol detto,
Turbi ognora il tuo riposo
Co' lamenti e col sospetto:
Cui dispiaccia un certo orgoglio,
Che più vaga assai ti rende;
Quel tuo voglio e poi non voglio,
Ch'è più bello allor che offende;
Quel vivace tuo talento,
Qualche volta un po' incostante,
Che ti fa con bel portento
Presto irata e presto amante.
Ciò che importa? un genio instabile
Colpa è sol di fresca età:
Non saresti sì adorabile
Senza qualche infedeltà.
Essa annunzia nel tuo petto
Fervid'alma e cor pieghevole:
Come odiar poss'io l'effetto
D'una causa sì giovevole?
Questa in sen potria talora
Consigliarti un bello errore,
E potria talvolta ancora
Consigliarlo a mio favore.
D'una facile incostanza
Se tal frutto attender lice,
Ah! sii pure, o mia speranza,
Spesso infida e traditrice.
Tal saravvi che dolente
Sempre in atto di morire,
Sempre muto e penitente,
Avveleni il tuo gioire:
Norma e legge io prenderò
Dallo stato del tuo viso,
E fedele alternerò
Teco il pianto e teco il riso.
Troverai tal altro ancora,
Che noioso ognor sospira,
Ch'ognor dice che t'adora,
E per troppo amor delira:
Dell'affetto mio nascoso
Gli occhi miei ti parleranno,
E del labbro timoroso,
Il silenzio emenderanno:
Nè con supplica indiscreta
Io vo' poi ch'ogni momento
La tua bocca mi ripeta
La promessa il giuramento;
Ch'un per uno mi ridica
I pensieri in cor celati,
Che sul volto dell'amica
Esser denno interpretati.
Uno sguardo che furtivo
Mi tramandi il non confesso
Tuo segreto, assai più vivo
Parlerà che il labbro istesso.
Quante vergini ritrose
Cogli sguardi un dì svelarono
Quel desío che vergognose
Alle labbra non fidarono!
Vuoi che d'Egle e d'Amarille
Il sembiante a me dispiaccia?
Che mi caschin le pupille,
Se più mai le guardo in faccia.
Alla madre tua degg'io
Finger vezzi e farle il vago?
Chiedi assai, bell'idol mio;
Ma sarai contento e pago.
Vuoi ch'io parta allor che a lato
Il rival ti troverò?
Il comando è dispietato;
Ma fedel l'eseguirò.
Non v'è cenno ch'io ricusi,
Fuor che quel di non amarti:
Il tuo volto in ciò mi scusi
Della colpa d'adorarti.
Se un più comodo amatore,
Trovi, o Fille; in tua balìa
Tosto il ferma, e ben di cuore
Ne ringrazia la Follía.