LI. A FILLE. IL CONSIGLIO.

By Vincenzo Monti

Le tue vaghe alme pupille

I celesti tuoi sembianti

Già ti acquistano, o mia Fille,

I sospir di cento amanti.

Ciascheduno i merti suoi

Spiega in pompa lusinghiera,

E su i cari affetti tuoi

Ciaschedun gareggia e spera.

Io, devoto e non indegno

Tuo novello adoratore,

La conquista ch'io qua vegno

A tentar del tuo bel core.

Già sì rigid non sei,

Che tu voglia i dolci affanni

Del più caro fra gli dèi

Dipartir da' tuoi verd'anni;

E uno sguardo a quel girando

E donando a questi un detto,

D'ogni laccio andar serbando

Sciolto il cor frattanto in petto.

Se d'Amor l'acuto strale

A ferirti il sen non va,

Che ti giova che ti vale,

Fille mia, la tua beltà?

Dunque scegli qual più vuoi

Cui del cuore aprir le porte.

Fortunato chi di noi

Venga eletto a tanta sorte!

Ma non prendere consiglio

Sol dagli occhi; e saggia intanto

Della scelta sul perigio

I miei detti ascolta alquanto.

Fra lo stuolo numeroso

Dei molesti supplicanti,

Altri vassene fastoso

Per sembianze trionfanti;

Altri ha il guardo lusinghiero

Il parlar tutto di mèle,

E protesta un cor sincero

E promette un cor fedele;

Poi d'Amor nel vario regno,

Fuoruscito fraudolento,

Cerca solo il vanto indegno

D'un difficil tradimento.

Io ti reco innanzi un viso

Fosco pallido infelice;

Io non ho su i labbri il riso,

L'eloquenza incantatrice:

Ma il color del volto oscuro

Dentro l'alma non passò;

La menzogna lo spergiuro

Le mie labbra non macchiò:

Nè per me donzella alcuna

Pianse mai gli amor svelati,

Sol degli astri e della luna

Al bel raggio illuminati.

Questi vanta un sangue egregio

Da grand'avi in lui disceso;

Quegli conta per suo pregio

Di molt'oro e argento il peso:

Io vantarti altro non so

Che un cor tenero, ed un canto

Finor chioccio; ma farò

Che un dì tolga ad altri il vanto.

Le amorose giovinette,

Chi nol sa?, ben altro chieggono

Che leziose canzonette,

Che al bisogno mal provveggono:

Pur sovente in bocca a un vate

Della lode il suon seduce,

Ed acquista una beltate

Maggior grido e maggior luce:

Quante belle, quante v'hanno

Deità, che sono ignote,

Perchè un vate aver non sanno

Per amante e sacerdote!

Tal saravvi che geloso

D'un sol guardo d'un sol detto,

Turbi ognora il tuo riposo

Co' lamenti e col sospetto:

Cui dispiaccia un certo orgoglio,

Che più vaga assai ti rende;

Quel tuo voglio e poi non voglio,

Ch'è più bello allor che offende;

Quel vivace tuo talento,

Qualche volta un po' incostante,

Che ti fa con bel portento

Presto irata e presto amante.

Ciò che importa? un genio instabile

Colpa è sol di fresca età:

Non saresti sì adorabile

Senza qualche infedeltà.

Essa annunzia nel tuo petto

Fervid'alma e cor pieghevole:

Come odiar poss'io l'effetto

D'una causa sì giovevole?

Questa in sen potria talora

Consigliarti un bello errore,

E potria talvolta ancora

Consigliarlo a mio favore.

D'una facile incostanza

Se tal frutto attender lice,

Ah! sii pure, o mia speranza,

Spesso infida e traditrice.

Tal saravvi che dolente

Sempre in atto di morire,

Sempre muto e penitente,

Avveleni il tuo gioire:

Norma e legge io prenderò

Dallo stato del tuo viso,

E fedele alternerò

Teco il pianto e teco il riso.

Troverai tal altro ancora,

Che noioso ognor sospira,

Ch'ognor dice che t'adora,

E per troppo amor delira:

Dell'affetto mio nascoso

Gli occhi miei ti parleranno,

E del labbro timoroso,

Il silenzio emenderanno:

Nè con supplica indiscreta

Io vo' poi ch'ogni momento

La tua bocca mi ripeta

La promessa il giuramento;

Ch'un per uno mi ridica

I pensieri in cor celati,

Che sul volto dell'amica

Esser denno interpretati.

Uno sguardo che furtivo

Mi tramandi il non confesso

Tuo segreto, assai più vivo

Parlerà che il labbro istesso.

Quante vergini ritrose

Cogli sguardi un dì svelarono

Quel desío che vergognose

Alle labbra non fidarono!

Vuoi che d'Egle e d'Amarille

Il sembiante a me dispiaccia?

Che mi caschin le pupille,

Se più mai le guardo in faccia.

Alla madre tua degg'io

Finger vezzi e farle il vago?

Chiedi assai, bell'idol mio;

Ma sarai contento e pago.

Vuoi ch'io parta allor che a lato

Il rival ti troverò?

Il comando è dispietato;

Ma fedel l'eseguirò.

Non v'è cenno ch'io ricusi,

Fuor che quel di non amarti:

Il tuo volto in ciò mi scusi

Della colpa d'adorarti.

Se un più comodo amatore,

Trovi, o Fille; in tua balìa

Tosto il ferma, e ben di cuore

Ne ringrazia la Follía.