LIBRO DECIMOQUARTO
Ma 'l duce pio de le famose genti,
vòlto avendo a l'assalto ogni pensiero,
fuor le schiere traea, d'arme lucenti,
quando a lui venne il solitario Piero.
E, trattolo in disparte, in tali accenti
gli parlò, venerabile e severo:
–Tu muovi, o capitan, forze terrene;
ma di là non cominci onde conviene.
Sia dal Cielo il principio; e invoca avanti
ne le preghiere publiche e devote
la milizia del Ciel d'angeli santi
che ne dia la vittoria, ella che puote.
Preceda il coro in sacre vesti e canti,
con soave armonia, pietose note:
e da voi duci glorïosi e magni
pietate 'l volgo apprenda e v'accompagni.
Né pur donne, e fanciulli, e stanchi vegli
faccian, piangendo, omai de' falli emenda;
ma quei ch'a gli altri tu preponi e scegli
ne' tuoi conviti in sì famosa tenda.
Oh quanti n'apparian lucidi spegli,
cinti d'òr fino in cui lo sol risplenda
e come bella era la viva luce,
onde rifulge il glorïoso duce!
L'anima è qual cristallo e puro e terso,
in cui fiammeggia il sol tremante e vago;
ma s'è di macchie tenebrose asperso
né riceve del ciel la chiara imago,
tergasi, e 'l suo pensiero a Dio converso,
sarà quasi divin, quasi presago.
Ma quel che a l'alma peccatrice apparve,
è falso inganno di mentite larve.–
Così gli parla il rigido romito;
e 'l pio Goffredo i buon consigli approva:
–Servo (risponde) di Gesù gradito,
il santo esempio di seguir mi giova.
Or, mentre i duci a venir meco invito,
tu i pastori de' popoli ritrova,
Guglielmo e 'l saggio Arnolfo, e vostra sia
la cura de la pompa e sacra e pia.–
Nel seguente mattino il vecchio accoglie
co' duo gran sacerdoti altri minori
là 've nel vallo, tra secrete soglie,
solevan celebrar divini onori.
Quivi gli altri vestîr candide spoglie,
vestîr dorato ammanto i duo pastori,
che, bipartito sopra i bianchi lini,
s'affibbia, e d'aurea mitra ornâro i crini.
Portato è innanzi e dispiegato al vento
il segno riverito in Paradiso;
e segue il coro a passo grave e lento,
in due lunghissimi ordini diviso:
alternando facean doppio concento,
in supplichevol canto e 'n umil viso:
seguiano i due pastor le sacre pompe,
che nullo impeto ostil perturba o rompe.
Venìa Goffredo poi, sì come è l'uso
di sacro re, senza compagno a lato:
seguiano a coppia i duci: e non confuso
seguia lo stuolo, in lor difesa armato:
sì procedendo se ne uscìa dal chiuso
albergo suo l'esercito adunato:
né s'udian trombe o suoni altri feroci;
ma di santa pietà canore voci.
Te Genitor, te Figlio eguale al Padre,
e te, che d'ambo uniti amando spiri;
e te d'uomo e di Dio Vergine Madre
chiaman propizia a' lor giusti desiri,
o duci, e voi che le divine squadre
del ciel movete in tre lucenti giri:
e te ch'anzi la cuna, anzi la tomba,
precorri Cristo in suon ch'alto rimbomba,
chiamano, e te che sei pietra e sostegno
de la Chiesa da Dio fondata e forte;
ov'ora il nuovo successor tuo degno
di grazia e di perdono apre le porte:
e gli altri messi del celeste regno,
che divolgâr la sua mirabil morte:
e quei che il vero a confermar seguîro,
testimoni co 'l sangue e co 'l martiro.
Quelli ancor, la cui penna o la favella,
insegnata ha del ciel la via smarrita;
e la cara di Cristo e fida ancella,
ch'elesse la più santa e pura vita:
e le vergini chiuse in casta cella,
che Dio con alte nozze a sé marita:
e quelle ch'al tormento invitta l'alma
ebbero, e meritâr corona e palma.
Così cantando il popolo devoto
con larghi giri si dispiega e stende;
e drizza al sacro monte il tardo moto,
che da l'olive il suo bel nome prende:
per chiara antica fama al mondo noto,
in cui poggiando incontra 'l di s'ascende;
e quando nasce in cielo il sole o l'alba,
ei primo a' raggi l'aria fosca inalba.
Tra l'alte mura e la sublime cosca
che d'orïente la città vagheggia:
ed al sommo di lei meno s'accosta,
dov'è il gran tempio e la famosa reggia,
la cupa Giosafat in mezzo è posta,
e Cedron il torrente entro v'ondeggia,
per mattutine piogge, o per notturne,
accresciuto da fresche e lucide urne.
Ed ora per ombrosa e fresca valle,
soave mormorando, or per deserto,
sparge di lucid'acque umido calle,
portando al Morto mar tributo incerto.
Questo il buon re, vòlte al figliuol le spalle,
passò, il piè nudo, e 'l capo avea coperto;
e 'l varcò Cristo allor ch'al monte ascese,
là 've l'adorno coro ancor discese.
In quel secreto orror del loco sacro
ogni anima fedel, temendo, adombra,
né di fiorita vista, o di lavacro
vaghezza quell'orror dal petto sgombra:
che per idolo sparso, o simolacro
nasce vie meno, ovver per tomba ed ombra.
Ma cresce a ripensar l'estremo giorno
ch'in bianca nube il re dée far ritorno.
S'invia là su l'esercito canoro:
e ne suonan le valli ime e profonde,
e gli alti colli e le spelonche loro,
e da ben mille parti Eco risponde:
e quasi par ch'un bel silvestre coro
fra quegli antri si celi e 'n quelle sponde:
sì chiaramente rimbombar s'udiva
Cristo Gesù, Maria di riva in riva.
D'in su le mura a rimirar fra tanto
cheti si stanno e timidi i pagani,
i tardi passi, e i giri, e l'umil canto,
e l'insolite pompe, e i riti estrani.
Poi che cessò de l'ordin sacro e santo
la meraviglia, i miseri profani
alzâr le strida, e di bestemmie e d'onte
muggi 'l torrente e la gran valle e 'l monte.
Ma da quell'armonia sacra e soave
l'oste fedel non si rimove, o tace,
né si volge a quei gridi, o cura n'have,
più che di stormo avria d'augei loquace:
né da sasso o da stral s'arretra o pave
che giungano a turbar la santa pace
di sì lontano, o 'l suon pietoso e dolce,
a cui l'ira del ciel s'acqueta e molce.
Sul duro monte, ove 'l Signore esempio
dar volle a' fidi suoi che seco elesse,
tornando al ciel, dopo 'l suo fèro scempio,
lascio de' piedi alte vestigia impresse:
le quai poi cinse di sublime tempio
Elena a cui tal grazia Iddio concesse;
ma ricusò de' marmi il fino incarco,
da terra al ciel rimaso aperto il varco.
Quivi d'auro e d'argento ornato altare
di santo cibo al sacerdote è mensa:
e quinci e quindi luminosa appare
sublime lampa in lucid'oro accensa.
Quivi altre spoglie, e pur dorate e care,
prende Guglielmo e pria tacito pensa,
indi con chiaro suon la voce spiega,
se stesso accusa, e Dio ringrazia e prega.
Sono ivi i duci ad ascoltar primieri:
v'hanno gli altri le viste intese e fisse.
Ma poi che celebrò gli alti misteri
del puro sacrificio: –Itene,– ei disse,
e 'n fronte alzando a' popoli guerrieri
la sua sacrata man, lor benedisse.
Allor sen ritornâr di poggio in valle,
per lo dianzi da lor segnato calle.
Giunti nel vallo, e l'ordine già sciolto,
si rivolse Goffredo a l'ampia tenda:
e l'accompagna stuol calcato e folto;
e 'l lascia poi, perché riposo ei prenda.
Egli tutti licenzia, indietro vòlto,
se non se i duci, il cui giudicio intenda;
e gli raccoglie a mensa, e vuol ch'a fronte
sieda Giovanni, e presso il saggio conte.
Poi che de' cibi 'l naturale amore
fu in lor represso, e l'importuna sete,
disse ai duci il gran duce: –Al novo albore
tutti a l'assalto voi pronti sarete:
quel fia giorno di guerra e di sudore,
questo sia di riposo e di quïete.–
Così diss'egli; e rispondea Raimondo,
ch'al destro lato gli sedea secondo:
–De le macchine a me la prima cura
signor, fu data; ora è condotta al fine:
tal che potrem, come fia notte oscura,
portarle a la città vie più vicine.
Ma da qual lato le superbe mura
faran con maggior danno alte ruine,
dubbio son io, ben che gli antichi esempi
siano i medesmi quasi in vari tempi.
Da quella parte ove Aquilone avverse
porta a l'alma città nubi e procelle,
il re di Babilonia il passo aperse
prima a le genti di pietà rubelle:
quando il popol di Dio l'empio disperse,
e fece di Sion le figlie ancelle;
e s'accampò tra quello stagno e 'l colle
Goreh, ch'a Borea ancor la cima estolle.
Su l'altro monte s'attendò Pompeo,
lo qual più verso Borea innalza il giogo,
e fu nemico non crudele e reo,
e pose a la città men duro giogo.
Ma del romano duce, o del caldeo,
non scelse Tito poi lontano il luogo:
quivi s'assise ancor fra torre e torre,
né volse in altro lato assedio porre.
Cingean tre mura la cittate antica,
com'una non bastasse ampia corona.
E tre mura espugnò forza nemica,
che tutto vince ed a null'uom perdona,
né di periglio teme, o di fatica,
ché giusta ira del ciel l'infiamma e sprona:
e poi rimase in quel crudel contrasto
la rocca, il tempio, e 'l monte e preso e guasto.
Così da l'Aquilon tre volte offende
turbo di guerra, e porta ultimo danno:
ed or da l'Aquilon, se più contende,
s'oppugni e vinca il barbaro tiranno:
dove innalzasti le sublimi tende
e le macchine eccelse al ciel sen vanno;
né potrà sostener l'invitta forza,
né dal meriggio ov'egli men si sforza.–
Qui tace, in guisa d'uom ch'a gloria aspiri,
e ponga a le sue voglie un saldo freno.
Ma soggiunge Tancredi: –Ovunque io miri
l'ampia cittate e l'inegual terreno;
non sol d'onde accampar Caldei, o Assiri,
spero presta vittoria, o tarda almeno,
se pur cede al valore orrida costa,
e se macchina ancora ivi s'accosta.
Onde noi troverem (se dritto estimo)
più frale e men guardata ogni altra parte;
dando l'assalto il dì secondo, e primo,
donde il sol nasce, e donde poggia o parte.
E sino al sommo porterem da l'imo
macchine gravi con fatica ed arte:
e tanto fia più rara e nova gloria,
quanto avrà meno esempi alta vittoria.
Però se guerra a noi l'Egitto indice,
più non si tardi, e 'n ciò non sia contesa.
Ma se 'l conte farà d'alta pendice
a la gran torre di Sion offesa,
io spero di tentar (se ciò mi lice)
se la torre angolare è ben difesa:
e seguendo i di lui saggi ricordi,
saremo in varie parti almen concordi.–
Ma quel che già sì caro al grande Augusto,
vive or la quarta età co' duci illustri:
–Il secolo novel, più del vetusto,
ha (disse) fatti i suoi guerrieri industri:
perché lo spazio è de la vita angusto,
e si fa esperta al varïar de' lustri:
e savissimo è il tempo, e quasi padre,
o quasi mastro almen d'arti leggiadre.
Però, mentre fiorì di Carlo il regno,
e l'arte militare in pregio salse:
il mio signor, che fu d'onor sì degno,
vinse, espugnò, domò quanto egli assalse;
ma più de l'arte e del sottile ingegno,
il verace valor si vide, e valse:
e risplendean, quasi fulminei lampi,
i suoi guerrier in mille aperti campi.
Or la novella etate (o così parmi)
di minore ardimento e di minor possa
produce i suoi; né fra le schiere e l'armi
fa meraviglie, da valor commossa:
ch'io spesso vidi (e non vorrei vantarmi)
e rado or veggio orribile percossa;
ma più sovente in disusati modi,
mura, macchine, vallo, industrie, e frodi.
Ma che dich'io percosse, o fèri colpi,
o maraviglie di possanza estrema?
quasi natura indebolita incolpi,
e non più tosto la virtù che scema.
Qual uomo è più, dove si snervi, e spolpi,
che l'ordine non lasci oggi per tèma?
cui non par grave manto iniquo fascio?
E l'armi, e 'l cibo, e 'l vallo a dietro lascio.
E sol talora i tempi antichi, e l'uso,
ond'ebber gli occhi esperïenza, i' narro,
e 'l re lombardo vinto, e 'ntorno chiuso:
ma di qual cosa mai sì spesso io garro?
Or qui, per mio parer, saria conchiuso,
che la parte anco vòlta al freddo carro
ed a l'Orse si tenti; e non si pecchi
i nuovi modi preponendo a' vecchi.
Dogliomi che tardare in grave assedio,
ch'ampia cittate omai circonda e serra,
non può la gioventù che schiva il tedio,
e d'Egitto aspettiam vicina guerra;
ma contra Carlo non v'avea rimedio,
perché nemico egual non ebbe in terra:
onde qui vinse ancor senza periglio.–
Tacque; e 'l duce lodò l'alto consiglio.
Allor di trombe udissi un bel concento;
ed Evardo a le turbe accolte insieme,
Evardo la cui voce avanza il vento,
e 'l tuono e la procella e 'l mar che freme,
sì che di cento il grido, e cento e cento,
men faria rimbombar le parti estreme,
l'assalto publicò; riposo e tregua
dando al travaglio insino al dì che segua.
Ancor dubbia la luce, ed immaturo
era ne l'orïente il nuovo giorno,
né la terra fendea l'aratro duro,
né fêa il pastore a' prati anco ritorno:
stava tra' rami il vago augel sicuro,
e 'n selva non s'udia latrato o corno,
quando a cantar sonora orribil tromba
comincia –a l'arme–: –a l'arme– il ciel rimbomba.
–A l'arme, a l'arme!– subito ripiglia
ogni altra, e 'nfiamma l'animose schiere:
sorge il forte Goffredo, e già non piglia
la gran corazza o l'arme sue primiere,
ma sua lorica: ed un pedon simiglia
con l'altre lucidissime e leggiere;
e quando il leve peso indosso aveva,
l'antichissimo duce anch'ei si leva.
Questi, veggendo armato in cotal modo
l'invitto duce, il suo pensier comprese:
–Ov'è (gli disse) il grave usbergo e sodo?
ov'è signor, l'altro più grave arnese?
Perché se' 'n parte inerme? io già non lodo
che vada con sì debili difese;
ma da tai segni scopro altri desiri,
ch'a nuova mèta ancor di gloria aspiri.
Deh che ricerchi tu? privata palma
di salitor di mura? Altri le saglia,
ed esponga men degna e nobil'alma
ne' rischi, come dée, d'aspra battaglia;
tu riprendi, signor, l'usata salma,
e di te stesso a nostro pro ti caglia:
l'anima tua, mente del campo e vita,
noi salvi; e non ci atterri empia ferita.–
Rispose il pio Goffredo: –Al magno Carlo,
già vecchio Augusto, disegual son io:
ma s'Orlando vedesti, a seguitarlo,
lecito fosse, è il mio sommo desio.
Però fatica e rischio (e 'l vero io parlo)
schivando in guerra, andrei quasi restio
a quella d'alta gloria eccelsa mèta,
che l'anima di morte ancor fa lieta.
Taccio ch'io sono (e tu sovente il dici)
povero duce ancor di pover' oste.
Dunque poscia che fian contra i nemici
tutte le genti già mosse e disposte,
ben è ragion (né forse mel disdici)
ch'a le mura, pugnando, anch'io m'accoste,
e la fede promessa al Cielo osservi:
egli mi custodisca e mi conservi.–
Così diss'egli; e i cavalier francesi,
quasi mossi a quel dir d'acuti sproni,
e gli altri duci ancor, men gravi arnesi
parte vestîro, e si mostrar pedoni.
Ma i pagani frattanto erano ascesi
là dove a' sette gelidi Trioni
si volge, e piega a l'occidente il muro,
che nel più facil sito è più sicuro.
Però ch'altronde la città non teme
da l'assalto nemico offesa alcuna.
Quivi non pur il fèro Argante, insieme
col gran Baldacco, i suoi guerrieri aduna;
ma chiama ancora a le fatiche estreme
fanciulli e vecchi l'ultima fortuna;
e van questi portando a' più gagliardi
calce, e zolfo, e bitume, e sassi, e dardi.
E di macchine e d'arme han pieno avante
tutto quel muro a cui soggiace il piano:
e quinci, in forma d'orrido gigante,
sorge da' fianchi in su l'empio soldano:
quindi tra' merli il minaccioso Argante
torreggia e discoperto è di lontano;
e 'n su la torre altissima angolare
sovra tutti Clorinda eccelsa appare.
A costei la faretra e 'l grave incarco
de l'acute quadrella al tergo pende;
ella già ne le mani ha preso l'arco,
e già lo stral v'ha su la corda, e 'l tende:
e desiosa di ferire, al varco
la bella arciera i suoi nemici attende:
tal già credean la vergine di Delo
tra l'alte nubi saettar dal cielo.
Scorre più sotto Dodelchino a piede,
da l'una a l'altra porta; e 'n su le mura
ciò che prima ordinò, cauto rivede,
e i difensor conforta e rassecura:
e qui genti rinforza e là provvede
di maggior copia d'arme; e 'l tutto cura.
Ma se ne van l'afflitte madri al tempio
a ripregar nume bugiardo ed empio.
La regina Funebria al mesto coro
è scorta, e nacque già d'un duce armeno:
Lugeria è seco, ch'i suoi fregi e l'oro
depone, umida gli occhi, e 'l volto e 'l seno,
il cui gran padre fra l'Assiro e 'l Moro
di più regni ed imperi ha il ricco freno.
Or va dolente in veste oscura e negra,
e segue l'altra turba afflitta ed egra.
–Deh spezza tu del predator francese
l'asta, Signor, con la man giusta e forte;
e lui che tanto il tuo gran nome offese,
ancidi, e spargi sotto l'alte porte.–
Così dicea: né fur le voci intese
la giù tra 'l pianto de l'eterna morte.
Or, mentre il debol volgo e plora, e prega,
la gente e l'arme il pio Buglion dispiega.
Tragge egli fuor l'esercito pedone
con molta provvidenza e con bell'arte;
e contra 'l muro, ch'assalir dispone,
obliquo e scevro in duo lati il comparte:
le baliste per dritto in mezzo pone,
e gli altri ordigni de l'orribil marte,
onde in guisa di fulmine si lancia
vêr le merlate cime or sasso, or lancia.
E mette in guardia i cavalier de' fanti
da tergo e manda i corridori intorno.
Dà il segno poi de la battaglia, e tanti
gli arcieri son che se n'oscura il giorno:
e da macchine l'arme al ciel volanti
a' difensori fanno oltraggio e scorno:
altri v'è morto, e 'l loco altri abbandona:
rara è del muro già l'alta corona.
La gente Franca impetüosa e ratta
allor quanto più puote affretta i passi,
e parte, scudo a scudo insieme adatta,
e di quelli un coperchio al capo fassi:
e parte, sotto macchine s'appiatta
che fan riparo al grandinar de' sassi:
ed arrivando al fosso, il cupo e 'l vano
cercano empirne, ed adeguarlo al piano.
Era quel fosso di palustre limo,
o pur d'acqua che stagni umido e molle;
ma l'han ripieno, ancor che largo ed imo,
le pietre, i tronchi e le tenaci zolle:
l'arditissimo Ermanno intanto il primo
scopre la testa, ed una scala estolle:
e nol ritien dura tempesta o pioggia
di fervidi bitumi, e su vi poggia.
Vedeasi in aria Drogo, altrove asceso,
mezzo l'aereo calle aver fornito;
segno a mille saette, e non offeso
d'alcuna sì che fermi 'l corso ardito:
quando un sasso ritondo e di gran peso,
veloce come di bombarda uscito,
ne l'elmo il coglie, e 'l risospinge a basso,
gelido più di quel medesmo sasso.
Non è mortal, ma grave il colpo e 'l salto,
sì ch'ei stordisce, e giace immobil pondo.
Argante allora in suon feroce ed alto:
–Caduto è il primo; or chi verrà secondo?
Che? non uscite a manifesto assalto,
appiattati guerrier, s'io non m'ascondo?
Non gioveranvi le caverne estrane,
ma vi morrete come belve in tane.–
L'occulta gente a quel parlar non cessa;
ma fra ripari ascosa angusti e cavi,
e sotto gli alti scudi unita e spessa
le saette sostenta e i pesi gravi.
Già gli arieti a la gran torre appressa,
macchine grandi e smisurate travi,
c'han testa di monton ferrata e dura:
temon le porte il cozzo e l'alte mura.
Gran mole intanto è di là su rivolta,
per cento mani al gran bisogno or pronte,
che sovra la testuggine più folta
ruina, e par che vi trabocchi un monte:
e de gli scudi l'unïon disciolta,
più d'un elmo vi frange e d'una fronte:
e ne riman la terra sparsa e rossa
d'arme e di sangue, e di cervella e d'ossa.
L'assalitore allor sotto il coperto
de le macchine sue non si ripara;
ma da' ciechi perigli al rischio aperto
fuori se n'esce, e sua virtù dichiara.
Altri poggia le scale e va per l'erto:
altri percote i fondamenti a gara.
Si crolla 'l muro, e ruinoso i fianchi
già rotti mostra a l'impeto de' Franchi.
E ben cedeva a le percosse orrende,
che doppia in lui l'espugnator montone;
ma quel volgo da' merli anco il difende,
con usata di guerra arte e ragione:
ch'ovunque la gran trave in lui si stende
cala fasci di lana e gli frappone:
prende in sé le percosse e fa più lente
la materia arrendevole e cedente.
Mentre con tal valor s'erano strette
l'ardite schiere a la tenzon mortale,
curvò Clorinda sette volte, e sette
rallentò l'arco, e n'avventò lo strale:
e quante in giù volâr dure saette,
tante n'insanguinâro il ferro e l'ale;
non di sangue plebeo ma del più degno,
ché sprezza quell'altera ignobil segno.
Ed il primo guerrier ch'ella piagasse,
fu il forte Anselmo, onor del suo paese:
da' suoi ripari appena il capo ei trasse,
che la mortal percossa in lui discese:
e che la destra man non gli trapasse,
il guanto de l'acciaio nulla contese:
sì che inutile a l'arme ei si ritira,
fremendo, e meno di dolor che d'ira.
Enrico di Salerno in riva al fosso,
e 'n su la scala poi Dudone il Franco:
quegli morì, trafitto 'l braccio e 'l dosso;
questi da l'un passato a l'altro canto:
sospingeva il monton, quando è percosso
d'Amico il destro, a Ponzio il lato manco;
sì che tra via s'allenta, e vuol poi trarne
lo strale, e resta il ferro entro la carne.
A l'incauto Aristeo, ch'era da lunge
la fèra pugna a riguardar rivolto,
la fatal canna arriva e 'n fronte il punge;
stende ei la mano al loco ove l'ha colto,
quando nova saetta ecco soggiunge
sovra la mano e la configge al volto:
ond'egli cade e fa del sangue sacro
su l'arme feminili ampio lavacro.
Ma non lunge da' merli a Palamede,
mentre ardito egli sprezza ogni periglio,
e su per gli erti gradi innalza il piede,
cala il settimo ferro al destro ciglio:
e trapassando per la cava sede
e tra i nervi de l'occhio, esce vermiglio,
di retro per la nuca; egli trabocca,
e muore a' piè de l'assalita rocca.
Tal saetta costei. Goffredo intanto
con novo assalto i difensori opprime;
drizzata avendo a l'alte mura accanto
de le macchine sue la più sublime.
Questo è castel di legno, e s'erge tanto,
che potea pareggiar l'eccelse cime:
castel che grave d'uomini, ed armato,
tra la porta e la torre è al cielo alzato.
S'erge avventando la terribil mole
lance, e quadrella, e quanto può s'accosta:
e, come nave 'n guerra a nave suole,
tenta d'unirsi a quella parte opposta;
ma chi lei guarda, ed impedir ciò vuole,
l'urta la fronte e l'una e l'altra costa,
la respinge con l'aste, e le percote
or con le pietre i merli, or ponti, or rote.
Tanti di qua, tanti di là fûr mossi
e sassi e dardi, ch'oscuronne 'l cielo.
S'urtâr duo nembi in aria, e la tornossi
talor rispinte, onde partiva il telo.
Come di fronte sono i rami scossi
da la pioggia indurata 'n freddo gelo,
e ne caggiono i pomi anco immaturi:
così gli empi cadean da gli alti muri.
Però che scende in lor più grave il danno,
che di ferro assai meno eran forniti.
Parte de' vivi ancora in fuga vanno,
de la gran mole al fulminar feriti.
Ma quel che già fu di Nicea tiranno,
vi resta, e fa restarvi i pochi arditi,
e mentre avventa in lei macigno o selce,
le oppone il fèro Argante od orno od elce.
E da sé la rispinge e tien lontana,
quanto la trave è lunga e 'l braccio forte:
pronta v'accorre allor turba pagana,
e de' perigli altrui si fa consorte.
Fra tanto i Franchi a la pendente lana
le funi recideano e le ritorte,
con lunghe falci; onde, cadendo a terra,
lasciava 'l muro disarmato in guerra.
Così il castel di sopra, e più di sotto
l'impetüoso il batte aspro arïete;
onde comincia omai forato e rotto
a discoprir l'interne vie secrete.
Essi non lunge il capitan condotto
a ruinosa e tremula parete,
nel suo scudo maggior tutto rinchiuso,
che rade volte ha di portare in uso;
e quivi cauto in rimirando spia,
e scender vede Solimano a basso,
e porsi a le difese ove s'apria
tra le ruine il periglioso passo:
e rimaner de la sublime via
Argante in guardia, di pugnar non lasso:
così guardava, e già sentiasi 'l core
tutto avvampar di generoso ardore.
Onde, rivolto al suo fedele Unchero,
che gli portava un altro scudo e l'arco:
–Ora mi porgi, o mio fedel scudiero,
un altro men gravoso e grande incarco,
che tenterò di trapassar primiero
su i dirupati sassi il dubbio varco:
e tempo è ben che qualche nobile opra
de la nostra virtute omai si scopra.–
Così, mutato scudo, a pena disse,
quando a lui venne una saetta a volo,
e ne la gamba 'l colse, e la trafisse
nel più nervoso, ov'è più acuto 'l duolo.
Che di tua man, Clorinda, il colpo uscisse,
tu sol ten vanti, e tuo l'onor n'è solo.
Se questo dì servaggio e morte schiva
la tua gente pagana, a te s'ascriva.
Ma 'l fortissimo eroe, come non senta
de la ferita il duol quasi mortale,
dal cominciato corso il piè non lenta,
e su gli alti dirupi ascende e sale:
pur s'avvede egli poi che nol sostenta
la gamba, offesa dal pungente strale,
però che il grave duol troppo s'inaspra,
tanto la piaga fu pungente ed aspra.
E chiamato Raimondo a sé con mano,
a lui diceva: –Io me ne vo, costretto;
tu qui in mia vece, o cavalier soprano,
de la mia lontananza empi il difetto.
Ma picciol'ora io vi starò lontano,
vado e ritorno.– E si partia, ciò detto:
ed ascendendo in un leggier cavallo,
giunger non può, che non sia visto, al vallo.
Al partir del gran duce, allor si parte,
quasi cedendo, la fortuna Franca:
cresce il vigor ne la contraria parte;
sorge la speme e gli animi rinfranca:
e l'ardimento, co 'l fervore in parte,
ne' cor fedeli e l'impeto già manca.
Già corre lento ogni suo ferro al sangue,
e de le trombe istesse il suono or langue.
E già tra' merli a comparir non tarda
lo stuol fugace ch'il timor caccionne:
e mirando la vergine gagliarda,
vero amor de la patria arma le donne:
correr le vedi e collocarsi in guarda,
con chiome sparse e con succinte gonne:
e lanciar dardi, e non mostrar paura
d'esporre il petto per l'amate mura.
E quel ch'a' Franchi più spavento or porge,
e toglie a' difensor d'ampia cittade,
è che Fulgerio invitto (e se n'accorge
questo popolo e quel) percosso cade:
sublime il trova sua fortuna, e scorge
d'un sasso il volo per l'aeree strade:
e da sembiante colpo, al tempo istesso,
colto è Bulferio, onde già cade anch'esso.
D'Ambuosa il conte ancor percosso e punto
fu con Eustachio ed Engerlano ardito:
né 'n questo a' Franchi fortunoso punto
contra lor da' nemici è colpo uscito
(che n'uscîr molti) onde non sia disgiunto
corpo da l'alma, o non sia almen ferito:
e 'n tal prosperità l'orgoglio accresce
il fèro Argante, e i suoi perturba e mesce.
E 'n guisa tal del suo furor s'accende
il cavaliero, oltra ogni stile audace,
che quell'ampia città ch'egli difende,
non gli par campo del suo ardir capace:
e si lancia a gran salti ove si fende
il muro e ruinoso il varco face:
ed ingombra l'uscita, e grida intanto
a Soliman che si vedea da canto.
–Solimano, ecco il luogo, ed ecco l'ora,
che non fa del valor giudìci ingiusti:
che cessi? o di che temi? Or costà fuora
cerchiam pregio sovran da' più vetusti.–
Così gli disse; e l'uno e l'altro allora
precipitoso uscia de' lochi angusti;
l'un da furor, l'altro da onor rapito,
e stimolato dal feroce invito.
Giunsero inaspettati ed improvvisi
sovra i nemici, e 'n paragon mostrarse;
e da lor tanti fûr guerrieri uccisi,
ed arme d'ogn'intorno e rotte e sparse,
e scale tronche, ed arïeti incisi,
che di lor parve quasi un monte farse:
e mescolati a le ruine, alzâro,
in vece del caduto, ampio riparo.
La gente che pur dianzi ardì salire
al pregio eccelso di mural corona,
non che d'entrar ne la cittate aspire;
ma sembra a le difese ancor mal buona:
e cede al novo assalto; e 'n preda a l'ire
de' duo guerrier le macchine abbandona,
che ad altra guerra omai saran poco atte,
tanto è 'l furor che le percote e batte.
L'uno e l'altro pagàn, come il trasporta
l'impeto suo, già più e più trascorre:
gia 'l foco chiede a' suoi seguaci, e porta
due pini fiammeggianti invêr la torre:
cotali uscir da la tartarea porta
sogliono, indi sossopra il mondo porre,
le ministre di Pluto empie sorelle,
lor ceraste scuotendo e lor facelle.
Ma l'invitto Tancredi affretta e move,
e rinforza a l'assalto amiche genti;
quinci veggendo l'incredibil'prove
e la gemina fiamma e i pini ardenti,
tronca in mezzo le voci, e corre altrove
dove i Franchi vedea paurosi e lenti:
seco Ettorre e Ramusio al lato destro,
seco Aristolfo, in guerreggiar maestro.
E 'l fiero Evardo, il qual coperto e sparso
di cener vide spesso e di faville
il bel lido nativo, al foco apparso,
corre, e del regno stesso altri ben mille,
né qui par de la vita avaro o scarso
Ottone, o Sforza, o l'animoso Achille:
e parean onde gonfie al roco strido
ch'Austro sospinga, mormorando, al lido.
Qual in corso talor ch'è dubbio e corto,
alzâr nocchieri audaci accesa lampa,
quando è nubilo più l'occaso e l'òrto,
e freme 'l vento avverso, e l'aria avvampa;
ma poi, rispinti al mal securo porto,
là dentro l'una e l'altra appena scampa,
che l'Austro il sen rinchiuso anco perturba;
tal cedean quelli a l'animosa turba.
Mentre d'aspra battaglia il dubbio stato,
così cangiando la Fortuna il volto,
varia sovente, il capitan piagato
ne la gran tenda sua s'è già raccolto,
con Baldovin e con Lutoldo a lato,
di mesti amici in gran concorso e folto;
ei, che s'affretta, e di tirar s'affanna
da la piaga lo stral, rompe la canna.
E la via più vicina e più spedita
a la cura di lui vuol che si prenda:
scoprasi ogni latebra a la ferita,
e largamente si risechi e fenda.
–Rimandatemi in guerra, onde fornita
non sia col dì, prima ch'a lei mi renda.–
Così dice, e premendo il lungo cerro
d'una gran lancia, offre la gamba al ferro.
E già l'antico Erotimo, che nacque
in riva al Po, s'adopra in sua salute;
il qual de l'erbe e de le nobil'acque
ben conosceva ogni uso, ogni virtute:
caro a le Muse ancor; ma si compiacque
ne la gloria minor de l'arti mute:
sol curò tôrre a morte i corpi frali,
e potea fare i nomi anco immortali.
Stassi appoggiato, e con secura faccia
immobil freme il cavalier soprano:
quegli in gonna succinto, e da le braccia
ripiegato il vestir leggiero e piano,
or con l'erbe possenti invan procaccia
trarne lo strale, or con la dotta mano,
e con la destra 'l tenta, e col tenace
ferro il va riprendendo, e nulla ei face.
Non seconda fortuna arte, od ingegno,
e per nessuna via par che gli arrida,
e de l'aspro martìr cresce lo sdegno;
tal che di se medesmo omai diffida.
Ma l'angelo custode, al duolo indegno
commosso allor, colse dittàmo in Ida:
erba crinita di purpureo fiore,
c'have in tenere foglie alto valore.
E ben mastra natura a le montane capre
n'insegna la virtù celata,
quando sono percosse, e lor rimane
fissa nel fianco la saetta alata.
Questa, ben che da parti indi lontane,
repente allor portò la man beata:
e non veduta, entro le mediche onde
di que' tepidi bagni il sugo infonde.
E del fonte di Siloe i sacri umori,
e l'odorata panacea vi mesce.
Ne sparge il vecchio la ferita, e fuori
volontario per sé lo stral se n'esce:
e, stagnandosi il sangue, aspri dolori
fuggono da la gamba, e 'l vigor cresce.
Grida Erotimo allor: –L'arte maestra
te non risana, o la mortal mia destra.
Maggior virtù te salva: un angel, credo,
medico per te fatto, è sceso in terra,
che di celesti mani i segni vedo;
prendi l'arme: che tardi? e riedi in guerra.–
Bramoso di battaglia il pio Goffredo,
già ne l'ostro le gambe avvolge e serra,
e l'asta crolla smisurata, e 'mbraccia
il già deposto scudo, e l'elmo allaccia.
Uscì dal chiuso vallo e si converse,
con mille dietro, a la città percossa;
sopra di polve il ciel gli si coperse,
tremò sotto la terra e parve scossa:
e lontano venir le genti avverse
d'alto il mirâro, e corse lor per l'ossa
un timor freddo, e strinse 'l sangue in gelo;
egli alzò tre fiate il grido al cielo.
E qual repente l'aria intorno adombra
di tenebroso orror turbo spirante,
e i monti e 'l pian d'alte ruine ingombra,
non pur volge sossopra il mar sonante:
teme lunge il cultore a l'orrid'ombra
de' solchi 'l danno e de l'amate piante;
portano innanzi i venti il suono al lido
volando: tal ei parve al fèro grido.
Conosce ogni suo stuol l'altera voce,
e 'l grido che infiammò fèra battaglia:
e, riprendendo l'impeto veloce,
tenta di nuovo onde percota, o saglia.
Ma già la coppia de' pagàn'feroce
attende chi s'appressi, e chi l'assaglia;
e difende ostinata il passo angusto,
l'uno e l'altro rotando 'l pino adusto.
Qui disdegnoso giunge e minacciante,
chiuso ne l'arme, il cavalier di Francia,
e 'n su la prima giunta al fèro Argante
l'asta ferrata fulminando lancia.
Macchina in guerra non si pregi o vante
d'avventar con più forza alcuna lancia.
Tuona per l'aria la nodosa trave,
v'oppon lo scudo Argante, e nulla pave.
S'apre lo scudo al frassino pungente;
né la dura corazza anco il sostiene,
ché tutte l'arme sue passa repente;
alfin de l'empio sangue a sparger viene;
ma si svelle il feroce (e 'l duol non sente)
da l'arme il ferro affisso, e nol ritiene:
e 'n Goffredo 'l rivolge: –A te (dicendo)
rimando il tronco, e l'arme tue ti rendo.–
L'asta, ch'or porta offesa ed or vendetta,
per lo noto sentier vola e rivola;
ma già non fére il duce, ov'è diretta,
ch'ei, piegando, la fronte al colpo invola:
coglie il fedel Sigiero, il quale ricetta
profondamente il ferro entro la gola:
né gli rincresce, del suo caro duce
morendo in vece, abbandonar la luce.
In quel tempo Goffredo ancor percote
con l'asta eguale 'l giovinetto Ilprando,
che d'Assagurro è figlio; e 'l piaga e scote,
e 'l fa cader, come paléo, rotando;
ma l'aspra offesa sostener non pote,
il suo fido scudier morto mirando:
ond'a l'altro dicea, ch'è da sinistra:
–Arme, o mio fido, al mio dolor ministra.
E se non più ch'io soglio agghiaccio e torpo,
non raccorrò senza vendetta il passo,
né l'asta invano io lancerò nel corpo
de' miei nemici al periglioso passo.–
Così dicendo, atterra Elfingio, e Forpo,
gelidi più d'ogni gelato sasso:
e sovra la confusa alta ruina
asceso, muove omai guerra vicina.
E bene ei vi facea mirabil cose,
e contrasti seguiano aspri e mortali;
ma fuori uscì la notte, e 'l mondo ascose
sotto il caliginoso orror de l'ali:
e l'ombre sue pacifiche interpose
fra tante ire de' miseri mortali;
sì che cessò Goffredo, e fe' ritorno.
Questo fin ebbe il sanguinoso giorno.
Ma prima che riposo altrui conceda,
fa indietro riportar gli egri e i languenti,
e già non lascia a' suoi nemici in preda
quei ch'in guerra adoprò fèri tormenti;
ma vuol che la gran mole anco sen rieda,
primo terror de le nemiche genti,
ben che pur sia da l'orrida tempesta
sdrucita anch'ella in alcun loco e pesta.
Qual gran nave talor, ch'a vele piene
corre il mar procelloso e l'onde sprezza,
poscia in vista del porto, o su l'arene,
o tra l'onde fallaci il fianco spezza;
ma porge quivi ancor non dubbia spene
di risolcar l'Egeo, com'era avvezza;
e sovra 'l lido, ove 'l suo corso intoppa,
chi ribatte da proda e chi da poppa.
Tal la macchina s'apre, e tal da quella
parte che volse a l'impeto de' sassi,
ruinosa minaccia in guisa ch'ella
richiama a l'opre ancor gli stanchi e lassi;
ma le sommette appoggi, e la puntella
lo stuol che la conduce e 'nsieme stassi.
Insin che cento fabbri intorno vanno
saldando in lei d'ogni sua piaga il danno.
Così Goffredo impone, il qual desia
di porla in opra avanti 'l nuovo sole;
ed occupando questa e quella via,
dispon le guardie intorno a l'alta mole.
Ma 'l suon ne la città chiaro s'udia
di fabbrili istromenti e di parole,
e mille si vedean facelle accese,
quasi spavento a le notturne imprese