LIBRO DECIMOQUINTO

By Torquato Tasso

Era la notte, e non prendean ristoro

co 'l sonno ancor le faticose genti;

ma qui il rimbombo del martel sonoro

faceva i Franchi a la custodia intenti;

là tenea desti i Siri altro lavoro,

lungo a' ripari tremuli e cadenti,

e rintegrando gìan le rotte mura:

e de gli egri s'avea pietosa cura.

Curate alfin le piaghe, e già fornita

era de l'opre lor notturne alcuna;

e rallentando l'altre, al sonno invita

l'ombra che involve il ciel tacita e bruna:

pur non acqueta la guerriera ardita

l'alma d'onor famelica e digiuna;

e sollecita a l'opre ov'altri cessa:

va seco Argante; e dice ella a se stessa:

–Ben oggi il re de' Turchi e 'l nostro Argante

fêr maraviglie inusitate e strane;

che soli uscîr fra tante schiere e tante,

e vi spezzâr le macchine sovrane:

io (questo è il sommo pregio onde mi vante)

d'alto rinchiusa, oprai l'arme lontane:

sagittaria (nol nego) assai felice;

tanto sol dunque a donna e non più lice?

Quanto me' fôra in monte od in foresta,

a le fère avventar dardi e quadrella,

ch'ove maschio valor si manifesta

mostrarmi qui tra' cavalier donzella!

Ché non riprendo la feminea vesta,

s'io ne son degna, e non mi chiudo in cella?–

Così parla fra se; pensa e risolve

alfin gran cose, ed al guerrier si volve.

–Lungo spazio è, signor, che in sé raggira

un non so che d'insolito e d'audace

la mia inquieta mente: o Dio l'inspira,

o l'uom del suo voler suo Dio si face:

fuor del vallo nemico accesi or mira

i lumi; io là n'andrò con ferro e face;

le macchine arderò: così prometto,

la vita a la fortuna, al ciel commetto.

Ma s'egli avverrà pur che mia ventura

nel mio ritorno a me rinchiuda il passo;

d'uom ch'in amor m'è padre a te la cura

e de le care mie donzelle io lasso.

Tu ne l'Egitto rimandar procura

le donne sconsolate e 'l vecchio lasso:

e ti mova di lor giusta pietade,

che n'è degno quel sesso e quella etade.–

Maravigliando, Argante, acceso il petto

da stimolo sentia di gloria ardente.

–Tu là n'andrai (rispose) e me negletto

qui lascerai fra la vulgare gente?

E da secura parte avrò diletto

mirare il fumo e la favilla ardente?

Ah, se fui ne' perigli a te consorte,

or sarò ne la gloria e ne la morte.

Ho core anch'io che morte sprezza e crede

che ben si cambi con l'onor la vita.–

–Ben ne festi (diss'ella) eterna fede

con quella tua sì perigliosa uscita:

pur io femina sono, e nulla riede

mia morte in danno a la città smarrita:

ma se tu cadi (cessi il ciel gli augùri),

chi fia che la difenda, o l'assicuri?–

Soggiunse il cavaliero: –Indarno adduci

al mio fermo voler fallaci scuse.

Seguirò l'orme tue, se mi conduci;

ma le precorrerò, se mi ricuse.–

Concordi al re ne vanno, il qual fra' duci

e fra' più saggi suoi gli accolse e chiuse;

Argante incominciò: –Signore, attendi

a ciò che dir vogliamti, e' in grado il prendi.

Clorinda omai (né sarà vano il vanto)

quella macchina eccelsa arder promette:

io sarò seco; ed aspettiam sol tanto

che stanchezza maggiore il sonno allette.–

Sollevò il re le palme, e 'l mosse al pianto

dolor, tèma, e desio di sue vendette:

–E, lodato sia tu (disse), ch'a' servi

tuoi volgi gli occhi, e 'l regno anco mi servi.

Né già sì tosto egli cadrà, se tali

petti feminei in tua difesa or sono.

Ma qual poss'io, donna onorata, eguali

dare a l'alto tuo merto o laude o dono?

Laudi la fama te con immortali

voci, e riempia il mondo al chiaro suono:

premio t'è l'opra stessa, e premio in parte

fia d'esto regno bella e nobil parte.

Ma ben voluto avrei, figliuol, più tosto,

figliuol di questa età sostegno e luce,

ch'altri si fusse al gran periglio esposto,

e fattosi de' nostri e scorta e duce;

ma s'altrimenti pur ha il ciel disposto

e te il tuo fato a l'alta impresa adduce,

va' fortunato, e non dirò già solo,

e prendi teco un grosso e fido stuolo.–

Sì parla il re canuto; e si ristringe

or questa or quel teneramente al seno.

Il soldàn, ch'è presente, e non infinge

la generosa invidia ond'egli è pieno,

disse: –Né questa spada invan si cinge;

verravvi a paro, o verrà dietro almeno.–

–Ah,– rispose Clorinda, –andremo a questa

impresa tutti? e se tu vien', chi resta?–

Così diss'ella; e con rifiuto altero

già non osò di ricusarlo Argante;

ma 'l più canuto re parlò primiero

a Soliman con placido sembiante:

–O d'intrepido core alto guerriero,

o alto re, pur sempre a te sembiante:

te nulla faccia di periglio unquanco

sgomentò, né mai fusti in guerra stanco.

E so che, fuora andando, opra faresti

degna di te; ma troppo indegno parme

che tutti usciate, e dentro alcun non resti

di voi, che sète i più famosi in arme:

e mentre fian costoro a' Franchi infesti,

basta, cred'io, che ti prepari ed arme,

per dar (se d'uopo fia) soccorso a l'opra,

degna che nulla età l'asconda e copra.

E come al grado tuo più si conviene,

con gli altri (prego) in su le porte attendi:

e quando poi (deh non sia vana spene)

ritorneranno, e desti avran gl'incendi;

se stuol nemico seguitando viene,

lui risospingi, e lor salva e difendi.–

Così dicean senza contesa i regi,

ed eran pronti i cavalieri egregi.

Soggiunse allora Ismeno: –Attender piaccia

a voi, ch'uscir dovete, ora più tarda,

sin che di varie tempre un misto io faccia,

ch'a la macchina ostil s'appigli, e l'arda.

Forse parte avverrà che posi e giaccia

lo stuol che la circondi intorno e guarda.–

Così aspettâr, sin ch'in orror profondo

fece silenzio tenebroso il mondo.

Depon Clorinda le sue spoglie inteste

d'argento, e l'elmo adorno e l'arme altere;

e senza piuma o fregio altre ne veste

(infausto annunzio) rugginose e nere:

e con minor periglio estima in queste

occulta andar fra le nemiche schiere.

E' quivi Arsete eunuco, il qual fanciulla

la nudrì da le fasce e da la culla.

E per l'orme di lei l'antico fianco,

d'ogn'intorno traendo, or la seguia.

Vede costui l'arme cangiate, ed anco

del gran rischio s'accorge ov'ella gìa:

onde si svelle il crin, già raro e bianco,

e del lungo servir la dolce e pia

memoria in lei rinnova, e piange, e prega,

che la impresa abbandoni; ed ella il nega.

Ond'ei le disse alfin: –Poi che ritrosa

sì la tua mente nel tuo mal s'indura,

che né la stanca età, né la pietosa

preghiera, né 'l mio duol, né 'l pianto cura,

ti spiegherò più oltre; e saprai cosa

di tua condizïon, che t'era oscura.

Poi tuo desir ti guidi, o mio consiglio.–

Ei segue: ed ella innalza attenta il ciglio:

–Resse già d'Etïopia, e forse regge

David ancora il fortunato impero;

e segue di Gesù la casta legge,

e di Tommaso, ed egli e 'l popol nero.

Quivi io pagàn, tra le feminee gregge,

fui servo, e in pregio sin al dì primiero:

ministro fatto de la regia moglie,

che bruna è sì, ma 'l bruno il bel non toglie.

N'arde il marito, e de l'amore al foco

ben de la gelosia s'agguaglia il gelo:

sì va in guisa avanzando a poco a poco

nel tormentoso petto il folle zelo,

che da ogni uom la nasconde, e 'n chiuso loco

vorria coprirla a' tanti occhi del cielo;

ella saggia ed umìl, di ciò che piace

al suo signor, fa suo diletto e pace.

D'una pietosa istoria e di devote

figure la sua stanza era dipinta.

Vergine, bianca il bel viso, e le gote

vermiglia, è quivi appresso un drago avvinta:

con l'asta il mostro un cavalier percote,

giace la fèra nel suo sangue estinta.

Quivi sovente ella s'atterra, e spiega

le sue tacite colpe, e piange e prega.

Ingravida frattanto, e manda fuori

(e tu fosti colei) candida figlia.

Si turba; e de gl'insoliti colori,

quasi d'un novo mostro, ha maraviglia.

Ma perché il re conosce e i suoi furori,

celarli il parto alfin si riconsiglia:

ch'egli avria del candor, ch'in te si vede,

argomentata in lei non bianca fede.

Ed in tua vece una fanciulla nera

pensa mostrarli, che poc'anzi è nata.

E perché fu la torre, ove chius'era,

da le donne e da me solo abitata:

a me, servo fedel, d'alma sincera,

ti diè, temendo di fortuna irata,

prima che ti segnasse il foco sacro,

o di fonte immergesse ampio lavacro.

Piangendo a me ti porse e mi commise

che nel mio ti nutrissi almo terreno.

Chi può dire il suo affanno? e 'n quante guise

bagnò i baci di pianto, e i lumi e 'l seno?

E fûr le voci da sospir divise,

benché non lenti a le querele il freno?

Levò alfin gli occhi, e disse: “O Dio, che scerni

l'opre occulte e i pensier de l'alma interni:

se puro è questo cor, se membra intatte

da tutt'altri, ad un serba il dolce letto;

per me non prego, ch'altre cose ho fatte

ond'io dispiaccia al tuo divin cospetto:

salva il parto innocente, al quale il latte

nega la madre del materno petto.

Viva, e sol d'onestate a me simigli,

l'esempio di fortuna altronde or pigli.

Tu, celeste guerrier, ch'umìl donzella

togliesti d'empio drago a' fieri morsi,

se t'accesi giammai lampa o facella,

s'auro o incenso odorato unqua ti porsi,

tu per lei prega, sì che fida ancella

possa in ogni fortuna a te raccôrsi”.

Qui tacque; e 'l cor le si rinchiuse e strinse,

e di pallida morte si dipinse.

Io piangendo ti presi e 'n breve cesta

fuor ti portai tra fiori e frondi ascosa.

Ti celai da ciascun nel sonno e desta,

né di ciò fu sospetto o d'altra cosa.

Vommene sconosciuto, e per foresta

camminando di piante orride ombrosa:

vidi una tigre incontra me venire,

la qual ne gli occhi avea minacce ed ire.

Sovr' un arbore io salsi, e te su l'erba

lasciai, tanta paura il cor mi prese!

Giunse l'orribil fèra, e la superba

testa volgendo, ivi lo sguardo intese

dove t'asconde tua fortuna e serba,

già mansueta, e placida, e cortese:

lenta poi s'avvicina, e ti fa vezzi

con la lingua, e tu ridi, e l'accarezzi.

Ed ischerzando seco, al fèro muso

la pargoletta man secura stendi.

Ti porge ella le mamme, e come è l'uso

di nutrice, s'adatta, e tu le prendi.

Intanto io miro timido e confuso,

com'uom faria novi prodigi orrendi:

poiché sazia tu sei, la fèra belva

a pena indi si parte e si rinselva.

Ed io giù scendo e ti ricolgo, e torno

dove prima fûr volti i passi miei;

e 'n picciol borgo, quasi in bel soggiorno,

celatamente ivi nutrir ti fei.

Vi stetti insin che il sol correndo intorno,

portò a' mortali ed otto mesi e sei.

Tu con lingua tremante anco snodavi

voci indistinte, e 'ncerte orme segnavi.

Ma sendo io colà giunto ove dechina

l'etade omai cadente, a la vecchiezza;

ricco e sazio de l'òr, ch'alta reina

mi diè, cui tanto uom già canuto apprezza;

ne la patria raccôr la peregrina

vita da' lunghi errori ebbi vaghezza,

e tra gli antichi amici in caro loco

viver, temprando il verno al proprio foco.

E da Tebe a Cirene, ov'io fui nato,

te portandone meco, il passo invio;

e giungo in riva al fiume; e circondato

quinci da l'acque son, quindi dal rio.

Che debbo far? Te dolce peso amato

lasciar non voglio, e di campar desio:

m'arrischio al nuoto, ed una man ne viene

rompendo l'onda, e te l'altra sostiene.

Rapido allora è il corso, e 'n mezzo l'onda

in se medesma si ripiega e gira;

ma giunto ove più volge e si profonda,

in cerchio ella mi torce e giù mi tira.

Ti lascio allor; ma t'alza e ti seconda

l'acqua, e secondo l'acqua il vento spira:

e t'espon salva in su la molle arena:

stanco, anelando, io poi vi giunsi a pena.

Lieto ti prendo; e poi la notte, quando

tutte in alto silenzio eran le cose;

vidi in sogno un guerrier, che minacciando

a me sul volto ignudo il ferro pose.

Imperïoso disse: “Io ti comando

ciò che la madre sua primier t'impose:

che battezzi la infante: ella è diletta

dal Cielo, e la sua cura a me s'aspetta.

Io la guardo e difendo; io spirto diedi

d'umanità a le fère, e mente a l'acque:

misero te, s'al sogno tuo non credi,

ch'è del Ciel messaggero”; e qui si tacque.

Svegliaimi e sorsi, e di là mossi i piedi,

come del giorno il primo raggio nacque;

ma perché mia fé vera, e l'ombre false

stimai, di tuo battesmo a me non calse,

né de' preghi materni; onde nutrita

pagana fosti, e 'l vero a te celai.

Crescesti; e 'n arme valorosa ardita,

l'età vincesti e la natura assai:

fama e terre acquistasti; e qual tua vita

sia stata poscia, tu medesma il sai:

e sai non men che servo insieme e padre,

ti seguo ancor fra mille armate squadre.

Ier poi su l'alba a la mia mente oppressa

d'alta quïete e simile a la morte,

nel sogno s'offeria l'imago stessa,

ma in più turbata vista, e 'n suon più forte.

“Ecco (dicea), fellon, l'ora s'appressa

che dée cangiar Clorinda e vita e sorte.

Morta fia, mal tuo grado, e tuo fia 'l duolo”.

Ciò disse e poi n'andò per l'aria a volo.

Or odi adunque tu, ch'il Ciel minaccia

morte al tuo core, al mio duolo e tormenti.

Forse addivien ch'omai là su dispiaccia

ch'altri impugni la fé de' suoi parenti:

forse è vera la fede. Ah giù ti piaccia

deponer l'arme e gli tuoi spirti ardenti.–

Qui tace, e piange; ed ella pensa e teme,

ch'un altro simil sogno il cor le preme.

Visto nel sogno avea con spoglie eccelse

una pianta che spiega i rami al cielo;

qual ned Austro giammai, né Borea svelse,

né fece arida ancor la fiamma e 'l gelo:

qual che sia quel cultor ch'ivi la scelse,

sembra passar de l'alte nubi il velo:

passar Olimpo, Atlante, e Pelio, e Pindo,

e n'avria maraviglia il Siro e l'Indo.

Tant'alto va ch'il sole indi s'adombra,

e discolora i suoi celesti raggi.

L'Orto e l'Occaso può coprir ne l'ombra,

oltra l'oblique strade, e i suoi viaggi:

quinci la terra e quindi il cielo ingombra,

senza temer d'empia fortuna oltraggi:

frondeggia dal cipresso, e cedro, e palma,

ch'ivi risorge ov'è più grave salma.

Correr donne e fanciulli a l'ombra santa

vedeva, e i vecchi stanchi a quel soggiorno,

ed a prova adorar la sacra pianta,

e donde nasce e donde more il giorno:

tanta la calca, il suon, la turba e tanta,

ch'appende statue e voti a lei dintorno;

vedea gli Sciti e gli Etiòpi adusti,

e 'l diadema depor regi ed Augusti.

Chiara fontana ancor sorgea d'un monte,

mormorando con acqua dolce e fresca,

e parea quasi tomba il vivo fonte

ov'uom si tuffi immondo e puro n'esca:

ed a chi bagna in lei l'umida fronte

par ch'onore e virtute indi s'accresca;

quivi correano, al dolce suon conversi,

Greci, Latini, Assiri, ed Indi, e Persi.

Pareva a quella vista assai turbarse,

mirando il sacro fonte, e i sacri rami,

pensosa de l'indugio a l'acque sparse,

quasi aspettando pur ch'altri la chiami.

E fra immagini tante a l'alme apparse,

più non sa quel che pensi o quel che brami;

quando un gigante si vedeva incontra,

pur come imago che di rado incontra.

E mentre ancor, per vano orgoglio, asciutta,

avea la fronte di quel sacro umore,

venia col gran gigante a fèra lutta,

disegual di possanza e di valore:

sentiasi in breve spazio a tal condutta,

che le s'apria per debolezza il core,

il cor più duro già di saldi marmi,

e cadendo perdea le forze e l'armi.

Allor pareale in suon tremante e fioco,

quasi pentita, dimandar mercede;

e sovra un carro poi d'ardente foco

esser rapita al ciel fra mille prede.

Di chiare stelle fiammeggiante il loco

timida ancor mirando, appena il crede;

quando si ruppe il sogno avanti l'alba,

ch'il suo fosco pensier non anco inalba.

Or l'alto sogno a lui rivela e dice:

–Quella fé seguirò che vera or parme,

la qual co 'l latte già di mia nutrice

sugger mi festi, e voi dubbiosa farme.

Né per temenza lascerò (né lice

a magnanimo cor) l'impresa e l'arme:

non se la morte, nel più fier sembiante

che sgomenti i mortali, avessi avante.–

Poscia il consola: e perché il tempo giunge,

ch'ella deve a l'impresa il fine imporre:

parte, e con quel guerrier si ricongiunge,

che si vuol seco al gran periglio esporre:

e co' suoi detti Ismeno affretta e punge

quella virtù che per se stessa corre;

e porge lor (perché fornito è sempre)

quel ch'egli ha misto in disusate tempre.

Di vòta canna ad avventar la fiamma

fatto, quasi conocchie, avea gli strali,

con ampio ventre, e qual selvaggia damma

mai non trafisse, o in aria uccel con l'ali.

E palle, che poi spezza il foco e 'nfiamma,

che di metallo son, ma vòte e frali:

onde l'ardor si sparge e si comparte,

restando apprese le fiammelle sparte.

E trombe, entro di piastra e fuor di legno,

da cerchietti di ferro avvolte in giro,

ei rinnovò co 'l suo dannoso ingegno,

quai non vide a' suoi tempi 'l Greco o 'l Siro;

onde, sì come dal tartareo regno,

poi fochi oscuri fiammeggiando uscîro,

che non estinguerà fonte né lago:

di tal materia l'empie il fèro mago.

Aridi vi meschiò zolfi e bitumi

de' monti Efestii, e dove alta Chimera

risplendea già con tenebrosi fumi,

e con la fiamma spaventosa e nera:

e forse gli adunò d'ardenti fiumi

ove accendea la face empia Megera:

né di Nifeo vi sparse o d'altro fonte,

ma l'acqua che più ferve in Flegetonte.

Per le saette diè faretra, ed arco,

più de l'usato assai lento e mal teso:

perché da l'altro con più forza carco

fôra estinto l'incendio a pena acceso.

Di questi alcuni armava al dubbio varco,

portando gli scudieri 'l grave peso;

ed altri avean le trombe; i duo le palle,

e cheti uscìan per disusato calle.

Tutti con nere spoglie uscîr nel colle,

piani e notturni, a passo lungo e spesso:

tanto, ch'a quella parte ove s'estolle

la macchina nemica, omai son presso.

Lor s'infiamman gli spirti e 'l cor ne bolle,

né può tutto capir dentro a se stesso:

gl'invita al foco, al sangue un fèro sdegno.

Grida la guarda, e lor dimanda il segno.

Essi van cheti innanzi, onde la guarda

–a l'arme, a l'arme– in alto suon raddoppia.

Ma più non si nasconde, e non è tarda

a l'opra allor la valorosa coppia:

in quel modo che fulmine, o bombarda,

co 'l lampeggiar tuona in un punto e scoppia;

movere ed arrivar, ferir lo stuolo,

aprirlo e penetrar, fu un punto solo.

E forza è pur, che fra mill'arme e mille

percosse, il lor disegno alfin riesca;

lanciâr quivi le palle, e le faville

repente uscîr da l'accensibil'esca,

che ruppe il fral metallo e compartille.

Chi può dir come serpa, e come cresca

già da più lati il foco? e come folto

turbi 'l fumo a le stelle il puro volto?

Perché da lunge intanto i lor seguaci

saettâr vòte e fervide quadrella;

e da le trombe uscîr fiamme vivaci,

e s'appigliâr da questa parte e quella;

e quinci e quindi fiammeggiâr le faci,

senza temer di nembo o di procella:

poi tutti insieme fêr, correndo, un cerchio,

qual non si mira per vapor soverchio.

Vedi globi di fiamme oscure e miste

fra le rote del fumo in ciel girarsi:

il vento soffia, e vigor fa ch'acquiste

l'incendio e in un raccolga i fochi sparsi.

Ferì 'l gran lume con terror le viste

de' Franchi; e tutti al suon de l'arme armârsi.

La mole immensa e sì temuta in guerra,

cade, e breve ora opre sì lunghe atterra.

Parte alcuna di lei rimasta integra

non si vedea, ma ruinosa ardendo;

e spaventava altrui ne l'aria negra

di quei neri guerrier l'aspetto orrendo.

Etna parea l'ardente terra, o Flegra,

mentre il vento d'intorno iva spargendo

cenere e fiamma: e ne ferìa lo sguardo

di qualunque al soccorso era men tardo.

Ma già due schiere de' fedeli al loco,

dove sorge l'incendio, accorrono pronte.

Minaccia Argante: –Io spegnerò quel foco

co 'l vostro sangue;– e mostra ardito fronte:

pur, ristretto a' compagni, a poco a poco

cede, e rivolge i tardi passi al monte:

cresce più che torrente a lunga pioggia

la turba, e gli persegue, e con lor poggia.

Su la porta angolare il re s'è tratto

de' Turchi, cui sua gente allor circonda,

per raccôrre i guerrier da sì gran fatto,

quando al tornar fortuna abbian seconda.

Saltano i duo sul limitare, e ratto

di retro ad essi franco stuol v'inonda.

Ma l'urta e scaccia Solimano; e chiusa

è poi la porta, ond'è Clorinda esclusa.

Con pochi esclusa fu, perché in quell'ora

ch'altri serrò le porte ella si mosse,

e corse ardente e 'ncrudelita fuora

a punire Arbilan che la pelcosse.

Punillo; e 'l fèro Argante avvisto ancora

non s'era ch'ella sì trascorsa fosse:

ché la pugna e la calca e l'aër denso

a' cor togliea la cura, a gli occhi il senso.

Ma poi che 'ntiepidì la mente irata

del sangue del nemico, e 'n sé rivenne,

vide chiuse le porte, e circondata

sé da' nemici, e morta allor si tenne;

ma perché non credea d'esser mirata,

nov'arte di salvarsi a lei sovvenne:

di lor gente s'infinge, e fra gli ignoti

cheta s'avvolge, e non è chi la noti.

Poi, come lupa tacita s'imbosca

dopo occulta rapina, e si disvia:

da la confusion, da l'aura fosca

ricoperta e nascosa ella sen gìa.

Ma 'l buon Tancredi avvien che la conosca,

che vi soggiunse allor ch'indi partia;

come del sangue d'Arbilan si tinga

vide, e segnolla, e la seguì solinga.

Vuol ne l'arme provarla, un uom la stima

degno a cui sua virtù si paragone.

Va girando colei l'alpestre cima;

però che a quella porta entrar dispone

che da la greggia è detta; e giunge in prima

dove da l'ali aperte alto dragone

chiara acqua sparge entro marmorea conca,

onde la via non l'è rinchiusa o tronca.

Del gran torrente 'l mormorar dappresso

ella sentiva; e 'n su l'ombrosa sponda

vide, o veder credea, palma e cipresso,

e d'umil cedro ancor la verde fronda.

Turbossi; e di sua morte udiva il messo,

che fêa d'arme sonar la via profonda:

a cui si volse, e disse: –O tu, che porte

correndo sì?– Rispose: –E guerra e morte.–

–Guerra e morte avrai (disse): io non rifiuto

darlati, se lei cerchi;– e ferma attende.

Né vuol Tancredi, ch'ebbe a piè veduto

il suo nemico, usar cavallo, e scende:

e tragge l'uno e l'altro il ferro acuto;

ed aguzza l'orgoglio, e l'ira accende,

e vansi incontra a passi tardi e lenti,

quai duo tori gelosi e d'ira ardenti.

Notte, che nel profondo ed alto seno

chiudesti e ne l'oblio fatto sì grande,

degno d'un gran teatro adorno e pieno,

e d'un lucido sol che i raggi spande,

piacciati ch'indi il tragga, e 'n bel sereno

a le future eta lo spieghi e mande.

Viva la fama oscura, e di lor gloria

splenda del fosco tuo l'alta memoria.

Non schivar, non parar, non pur ritrarsi

voglion costor, né qui destrezza ha parte;

non fanno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:

toglie l'ombra e 'l furor l'uso de l'arte.

Odi le spade orribilmente urtarsi

a mezzo il ferro, e 'l piè d'orma non parte:

sempre il piè fermo, e la man sempre è in moto,

né scende taglio invan né punta a vòto.

L'onta accende lo sdegno a la vendetta,

e la vendetta poi l'onta rinnova:

così sempre al ferir, sempre a la fretta,

ira nova s'aggiunge e piaga nova.

Più si mesce ed inaspra, e più ristretta

si fa la pugna, e spada oprar non giova:

dansi co' pomi, e già rabbiosi e crudi

cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.

Tre volte il cavalier la donna stringe

con le robuste braccia; ed altrettante

da quei nodi tenaci ella si scinge,

da nodi di nemico e non d'amante:

tornano al ferro; e l'uno e l'altro il tinge,

piagato, stanco, e di sudor stillante;

e questi e quella al fin pur si ritira,

e, dopo lungo faticar, respira.

L'un l'altro guarda, e del suo corpo esangue

sul pomo de la spada appoggia il peso.

Già de l'ultima stella 'l raggio langue

al primo albor ch'in orïente è acceso:

vede Tancredi 'n maggior copia il sangue

del suo nemico, e sé non tanto offeso;

ne gode e superbisce: o nostra folle

mente, ch'ogni aura di fortuna estolle!

Misero, di che godi? Oh quanto mesti

fiano i trionfi, ed infelice il vanto!

Gli occhi tuoi pagheran (se 'n vita resti)

di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.

Così, tacendo e rimirando, or questi

sanguinosi guerrier cessâro alquanto.

Ruppe il silenzio alfin Tancredi, e disse,

perché il suo nome a lui l'altro scoprisse:

–Nostra sventura è ben che qui si spieghi

tanto valor, dove silenzio il copra.

Ma poi che sorte rea vien che ci neghi

e lode e testimon degno de l'opra:

pregoti (se fra l'arme han loco i preghi)

che il tuo nome e 'l tuo stato a me tu scopra,

acciò ch'io sappia, o vinto, o vincitore,

chi la mia morte o la vittoria onore.–

Rispose la feroce: –Indarno chiedi

quel che ho per uso di non far palese;

ma, qualunque io mi sia, tu innanzi vedi

un di que' duo che la gran torre accese.–

Arse di sdegno a quel parlar Tancredi:

e: –In mal punto il dicesti (indi riprese);

il tuo dire e 'l tacere anco m'alletta,

barbaro discortese, a far vendetta.–

Torna l'ira ne' cori e gli trasporta

deboli e stanchi; oh tenzon fèra e lunga,

u' l'arte in bando, u' già la forza è morta,

ove, in vece d'entrambi, il furor punga!

O che sanguigna e spazïosa porta

fa l'una e l'altra spada, ovunque aggiunga

ne l'armi e ne le carni! E se la vita

non esce, sdegno tienla al core unita.

Qual l'alto Egeo, perché Aquilone o Noto

cessi, che tutto prima il volse e scosse,

non accheta ei però, ma 'l suono e 'l moto

ritien de l'onde più agitate e grosse:

tal, ben che manchi in lor col sangue vôto

quel vigor che le braccia a' colpi mosse,

serbano ancor l'impeto primo, e vanno,

da quel sospinti, a giunger danno a danno.

Ma ecco omai l'ora fatale è giunta,

ch'il viver di Clorinda al suo fin deve;

spinge egli il ferro entro il bel sen di punta,

che vi s'immerge, e 'l sangue avido or beve,

e la veste, che d'òr vago trapunta,

le mammelle stringea tenera e leve,

s'empie d'un caldo fiume; ella già sente

morirsi, e 'l piè le manca egro e languente.

Segue egli la vittoria; e la trafitta

vergine minacciando astringe e preme.

Ella, mentre cadea, la voce afflitta

alzando, disse le parole estreme;

parole ch'a lei nuovo uno spirto ditta,

di pura fé, di carità, di speme,

che Dio nel cor le infonde; e se rubella

in vita fu, la vuole in morte ancella.

–Amico, hai vinto; e perdon'io, perdona

tu ancora, al corpo no, che nulla pave,

a l'alma sì; deh per lei prega, e dona

battesmo a me ch'ogni mia colpa lave.–

In queste voci languide risuona

un non so che di flebile e soave,

onde il cor gli ammollisca, e gliel consumi,

e sforzi al pianto i lagrimosi lumi.

Tosto egli corse e l'elmo empié nel fonte,

e tornò mesto al grande oficio e pio:

tremò la man, mentre ei la bella fronte

non conosciuta ancor ivi scoprìo.

Raffigurata a le fattezze conte,

che d'ogni altra beltà lasciâro oblio,

la vide, e la conobbe; e restò senza

e voce e moto: ahi vista! ahi conoscenza!

Non morì già, ché sue virtuti accolse

tutte in quel punto, e 'n guardia al cor le mise:

e, premendo il suo affanno, a dar si volse

vita con l'acqua a lei, ch'il ferro ancise.

Mentr' ei la lingua in sacri detti sciolse,

colei di gioia trasmutossi e rise:

e 'n atto di morir lieto e vivace

dir parea: –S'apre il cielo, io vado in pace.–

D'un bel pallore ha 'l bianco volto asperso,

come a' gigli sarian miste vïole:

e gli occhi al cielo affisa, e 'n lei converso

sembra per la pietate e 'l cielo e 'l sole:

e la man nuda e fredda alzando verso

il cavaliero, in vece di parole,

gli dà il segno di pace. In questa forma

passa la bella donna, e par che dorma.

Come l'alma gentile uscita ei vede,

rallenta quel vigor ch'avea raccolto,

e l'imperio di sé libero cede

al duol, già fatto impetuoso e stolto,

ch'al cor si stringe, e, chiusa in breve sede

la vita, empie di morte i sensi e il volto.

Già simile all'estinta 'l vivo langue,

al colore, al silenzio, a gli atti, al sangue.

E ben la vita sua sdegnosa e schiva,

spezzando a forza il suo ritegno frale,

la bell'anima sciolta allor seguiva,

che quasi innanzi a lei spiegava l'ale.

Ma quivi allora stuol di Franchi arriva;

perché d'acqua ha bisogno o d'altro tale:

e con la donna il cavalier ne porta;

in sé mal vivo, e morto in lei ch'è morta.

Affatto ancor nel piano e tardo moto

non si risente il cavalier ferito;

ma geme e langue; e quinci a tutti è noto

ch'il suo corso vital non è fornito.

Ma l'altro corpo, senza voce e immoto,

dimostra ben ch'indi è lo spirto uscito.

Così portato è l'uno e l'altro insieme,

quasi consorti sian ne l'ore estreme.

I pietosi scudier già sono intorno

con vari offici al cavalier giacente:

e già sen riede a' languid'occhi il giorno,

e le mediche mani e i detti sente.

Ma pur, dubbiosa ancor del suo ritorno,

non s'assecura la smarrita mente:

sin che intorno mirando, i servi e 'l loco

alfin conobbe, e disse afflitto e fioco:

–I' vivo? I' spiro ancora? e gli odïosi

rai miro ancor di sì infelice die?

Dì, testimon de' miei perigli ascosi,

che rimprovera a me le colpe mie.

Ahi man timida e lenta, or ché non osi

tu, che sai tutte del ferir le vie;

tu ministra di morte empia ed infame,

di questa vita rea troncar lo stame?

Passa pur questo petto, e fèri scempi

co 'l tuo ferro crudel fa del mio core.

Ma forse, usata a' fatti atroci ed empi,

stimi pietà dar morte al mio dolore;

dunque io vivrò fra più dolenti esempi,

misero mostro d'infelice amore:

misero mostro, a cui sol pena è degna

del suo lungo fallir la vita indegna.

Vivrò fra' miei tormenti e l'aspre cure,

mie giuste furie, forsennato, errante.

Paventerò l'ombre solinghe e scure,

che il primo error pur mi porranno avante,

e del sol, che coprì le mie sventure,

avrò in orrore 'l lucido sembiante.

Temerò me medesmo; e da me stesso

sempre fuggendo, avrò la morte appresso.

Ma dove, o lasso me! Dove restâro

le spoglie che vestîr l'animo casto?

Ciò che in lui sano i miei furor lasciâro,

dal furor de le fère or forse è guasto.

Ahi troppo nobil preda, ahi dolce e caro

troppo, e pur troppo prezïoso pasto!

Ahi sfortunato, in cui l'ombre e le selve

irritâr me primiero, e poi le belve!

Io pur verrò là dove sète; e voi

meco avrò (s'ancor sète) amate spoglie.

Ma s'egli avvien ch'i vaghi membri suoi

stati sien cibo di ferine voglie,

vo' che la bocca istessa anco m'ingoi,

e 'l ventre chiuda me che lor accoglie:

onorata per me tomba e felice,

ovunque sia, s'ivi giacer mi lice.–

Così parla quel misero: e gli è detto

ch'ivi quel corpo avean, per cui si dole.

Rischiarò allora 'l tenebroso aspetto,

qual le nubi un balen che passi e vole:

e da' riposi sollevò del letto

l'inferma de le membra e tarda mole:

e, traendo a gran pena il fianco lasso,

ei là rivolse vacillando il passo.

Ma come giunse, e vide in sì bel seno

(opera di sua man) l'ampia ferita;

e, quasi un ciel notturno ancor sereno,

senza splendor la faccia scolorita:

tremò cosi, ch'ivi cadea, se meno

era vicina la fedele aita.

–O dolce volto ch'addolcir puoi morte,

e non puoi, disse, la mia amara sorte.

O bella destra, ch'il soave pegno

d'amicizia e di pace a me porgesti:

quali or, lasso! vi trovo? e qual ne vegno?

E voi, leggiadre membra, or non son questi

del mio crudele e 'ngiurioso sdegno

vestigi miserabili e funesti?

O, come questa man, luci spietate:

essa le piaghe feo, voi le mirate.

Asciutte le mirate? Or corra, dove

nega d'andare 'l pianto, il sangue mio.–

Qui tronca le parole, e come il move

suo disperato di morir desio,

squarcia le fasce e le ferite, e piove

da tutte il sangue, anzi è versato un rio.

E s'uccidea; ma quella doglia acerba,

col trarlo di se stesso, in vita il serba.

Posto a giacere, e l'anima fugace

fu richiamata a' suoi odiosi offici.

Ma la garrula fama omai non tace

l'aspre sue angosce e i suoi casi infelici:

vi tragge il pio Goffredo, e la verace

turba v'accorre de' più degni amici:

ma né grave parlar, né molle e dolce,

l'ostinato de l'alma affanno or molce.

Quale in membro gentil piaga mortale

tocca s'inaspra e 'n lei cresce il dolore;

tal per conforti umani avanza il male,

e vie più inferma, in medicando, il core.

Ma 'l solitario Pietro, a cui ne cale

come d'agnel che langue, al buon pastore,

con parole gravissime ripiglia

il vaneggiar suo lungo, e lui consiglia:

–O Tancredi, o Tancredi, o da te stesso

troppo diverso e da' principi tuoi:

chi si t'assorda? E qual nuvol sì spesso

gli occhi t'adombra, onde veder non puoi?

Questa sciagura tua del cielo è un messo:

non miri lui? non odi i detti suoi,

che ti grida, e richiama a lo smarrito

calle che pria segnasti, e ch'io t'addito?

A gli atti del primiero officio degno

di cavalier di Cristo ei ti rappella,

che lasciasti per farti (ahi cambio indegno!)

drudo di fèra donna, a Dio rubella:

seconda avversità, pietoso sdegno,

con leve sferza di là su flagella

tua folle colpa e fa di tua salute

te medesmo ministro; e tu 'l rifiute?

Rifiuti dunque (ahi sconoscente!) il dono

del ciel salubre, e 'ncontra lui t'adiri?

Misero, dove corri in abbandono

a' tuoi sfrenati e rapidi martìri?

Sei giunto, e pendi già cadente e prono

sul precipizio eterno, e tu nol miri?

Miralo, prego, e te raccogli, e frena

cieco dolor, che a le due morti or mena.–

Tace; e 'n colui de l'un morir la tema

poté de l'altro intiepidir la voglia:

nel cor dà loco a quei conforti, e scema

l'impeto interno de l'intensa doglia:

ma non così ch'ad or ad or non gema

e che la lingua al lamentar non scioglia,

ora seco parlando, or con la sciolta

anima, che dal ciel forse l'ascolta.

Lei nel partir, lei nel tornar del sole,

chiama con voce stanca, e prega, e plora,

come usignuol cui dura mano invole

dal nido i figli non pennuti ancora:

ch'in doloroso canto afflitte e sole

piange le notti, e n'empie i boschi, e l'ôra.

Alfin co 'l nuovo dì rinchiude alquanto

i lumi; e 'l sonno in lor serpe col pianto.

Ed ecco in sogno, di stellata veste

cinta gli appar la sospirata amica;

bella assai più; ma lo splendor celeste

orna, e non toglie la memoria antica.

E con dolce atto di pietà le meste

luci par che gli asciughi, e così dica:

–Mira come son bella e come lieta,

fedel mio caro, e 'n me tuo duolo acqueta!

Tale io son, tua mercé: tu me da' vivi

del mortal mondo per error togliesti:

tu in grembo a Dio, fra gl'immortali e divi,

per pietà, degna di salir mi fêsti:

quivi io beata amando godo, e quivi

spero che per te loco alfin s'appresti,

ov'al gran Sole e ne l'eterno die,

vagheggerai le sue bellezze e mie.

Se tu medesmo non t'invidii 'l cielo,

e non travii co 'l vaneggiar de' sensi,

vivi, e sappi ch'io t'amo (e non tel celo)

quanto più creatura amar conviensi.–

Così dicendo, fiammeggiò di zelo

per gli occhi, fuor del mortal uso accensi:

poi nel profondo de' suoi rai si chiuse,

e sparve, e novo in lui conforto infuse.

Ei desto si consola, e 'nsin ch'aspette

di medico gentil discreta aita,

vuol che sepolte sian quelle dilette

membra, che informò già sì nobil vita:

e se non fu di ricche pietre elette

la bella tomba, e del suo amor scolpita,

fu scelto almeno il sasso, e chi gli diede

la forma, quanto il tempo ivi concede.

Quivi da faci, in ordin lungo accese,

con nobil pompa accompagnar la feo;

e le sue arme, a un nudo pin sospese,

vi spiegò, quasi grande e bel trofeo.

Ma come prima alzar le membra offese

nel dì seguente il cavalier poteo;

di riverenze pieno e di pietate,

visitò le sepolte ossa onorate.

Giunto a la tomba, ove a celeste divo

alzar adorno tempio in sé prefisse;

pallido, freddo, muto, e quasi privo

di moto, al freddo marmo i lumi affisse:

alfin, sgorgando un lacrimoso rivo,

in un languido –oimè– proruppe, e disse:

–O sasso caro ed onorato tanto,

che dentro hai le mie fiamme, e fuori il pianto:

non di morte sei tu, ma di vivaci

ceneri albergo, ov'è sepolto amore:

e ben sent'io da te le usate faci,

men dolci sì, ma non men calde al core.

Deh prendi i miei sospiri, e questi baci

prendi, ch'io bagno di doglioso umore,

e dàlli tu, poich'io non posso, almeno

a lei che giace nel tuo freddo seno.

Dàlli a lei tu che se mai gli occhi gira

l'anima bella a le sue belle spoglie,

pietate avrà del mio languir, non ira,

ch'odio e sdegno nel ciel non si raccoglie.

Perdona ella il mio fallo; e sol respira

in questa speme 'l cor fra tante doglie:

sa ch'empia è sol la mano; e non l'è noia,

che, se amando lei vissi, amando i' moia.

Ed amando morrò. Felice giorno,

quando che sia; ma più felice molto,

se, come errando giro a te dintorno,

allor sarò dentro al tuo grembo accolto.

Facciam l'anime amiche in un soggiorno,

sia l'un cenere e l'altro in un sepolto:

ciò ch'il viver non ebbe, abbia la morte,

o (se lece sperar) felice sorte!–

Confusamente si bisbiglia intanto

del caso reo ne la rinchiusa terra:

poi s'accerta e divolga; e in ogni canto

de la città smarrita il romor erra,

misto di gridi e di femineo pianto:

non altrimenti che se presa in guerra,

tutta ruini, e 'l foco, e i nemici empi

volino per le case e per li tempi.

Ma tutti gli occhi Arsete in sé rivolve,

con flebil voce e lagrimoso aspetto,

ch'in larghissimo pianto alfine ei solve

il duol, che troppo è d'indurato affetto:

e i bianchi crini suoi d'immonda polve

si sparge e brutta, e fiede il viso e 'l petto.

Or mentre in lui vòlte le turbe or sono,

Argante parla in lagrimabil suono:

–Ben volev'io, quando primier m'accorsi

che fuor si rimanea la fida scorta,

seguirla immantinente, e ratto corsi,

perch'ella ivi non fosse o presa, o morta.

Che non feci, o non dissi? o quai non porsi

preghiere al re che fêsse aprir la porta?

Ei me, pregante e contendente in vano,

con l'imperio affrenò ch'è qui soprano.

Ahi, che s'allora usciva, o dal periglio

qui ricondotta la guerriera avrei

o chiusi, ov'ella il terren fe' vermiglio,

con memorabil fine i giorni miei.

Ma che potev'io più? Parve al consiglio

de gli uomini altramente e de gli dèi.

Ella morì di fatal morte; ed io

quanto conviensi a me già non oblio.

Odi, Gerusalem, ciò che prometta

Argante: odi 'l tu, cielo: e s'in ciò manco,

fulmina sul mio capo. Io la vendetta

giuro di fare 'n guerrier forte e franco,

che per la costei morte a me s'aspetta:

né questa spada mai depor dal fianco,

insin ch'ella a Tancredi 'l cor non passi

e le sue membra a' corvi in preda i' lassi.–

Così diss'egli; e mesti gridi e vari

sin al cielo seguîr le voci estreme:

e temprò, imaginando i pianti amari,

la promessa vendetta in quel che geme.

O vani giuramenti! al fin contrari

gli effetti ivi seguîr de l'alta speme:

e cadde l'empio, in tenzon pari estinto,

sotto colui ch'ei fa già preso e vinto.