LIBRO DECIMOSESTO

By Torquato Tasso

A pena cadde la gran torre accensa,

la qual dianzi espugnò l'eccelse mura,

che di nov'arti Ismeno in sé ripensa,

perché più resti la citta secura:

e impedir vuol la selva orrida e densa,

ch'ebbe già lieta vista, or l'ha sì oscura:

perché contra Sion battuta e scossa

nova mole rifarsi indi non possa.

Sorgea in ombrosa valle alta foresta

incontra 'l sol che a l'orizzonte ascende;

e spargea d'ogn'intorno ombra funesta,

foltissima di piante antiche orrende:

e luce dubbia, scolorita e mesta

v'avea ne l'ora che più 'l sol risplende,

quale in nubilo ciel talor si vede,

se 'l dì a la notte, o s'ella al dì succede.

Ma quando parte il sol, tosto ivi adombra

notte, nube, caligine ed orrore

dal monte che sovrasta, e gli occhi ingombra

d'oscuritate e di spavento 'l core:

né mai greggia, od armento a l'acque, a l'ombra

guida bifolco mai, guida pastore:

né v'entra peregrin, se non smarrito;

ma lunge passa e la dimostra a dito.

Ivi fu già tra l'onde e 'l verde monte

l'idol sacro a Moloc in valle amena,

ove il re di vitello avea la fronte,

e braccia accese a l'altrui fiera pena:

io parlo cose già pià illustri e conte,

ch'or per la lunga età son note a pena;

ma sotto l'ombre ancora il popolo empio

quel lascivo rinnova antico esempio.

Perché dove tagliò l'infame bosco,

e la statua spezzò fiera e sanguigna

il buon Osìa, al ciel più scuro e fosco,

quel terren si rinselva, e si ralligna:

e piante ombrose con amaro tosco

luce vi fan più incerta e più maligna:

e s'udia spesso in quel medesmo loco,

quasi di trombe un suon turbato e roco.

Ivi le maghe accolte sono, e 'l vago

con ciascuna di lor notturno viene:

vien sovra i nembi, e chi d'un fèro drago

e chi forma d'un capro informe tiene.

Consiglio infame, che fallace imago

suole allettar di desiato bene,

a celebrar con pompe immonde e sozze

i profani conviti e l'empie nozze.

Così credeasi, ed abitante alcuno

dal fèro bosco mai ramo non svelse;

ma i Franchi l'atterrâr, perch'ei sol uno

materia diede lor per l'opre eccelse.

Or qui sen venne il mago a l'aër bruno,

e de la notte alto silenzio scelse:

di quella dico che primier' successe;

e suo cerchio formovvi, e i segni impresse.

E scinto, e nudo un piè, nel cerchio accolto,

mormorò potentissime parole:

tre volte volse a l'Orïente il volto,

tre volte a' regni ove dichina il sole;

e tre scosse la verga, ond'uom sepolto

trar da la tomba e dargli il moto suole;

e tre co 'l piede scalzo il suol percosse:

poi co 'l grido la terra e 'l ciel commosse.

–Udite, udite, o voi, che da le stelle

precipitâr giù i folgori tonanti;

e voi che le tempeste e le procelle

movete, abitator de l'aria erranti,

e voi ch'a l'alme dispietate e felle

ministri sète de gli eterni pianti;

or, cittadini de l'Inferno, udite,

e tu re, odi, de l'avara Dite.

Prendete in guardia questa selva, e queste

piante che numerate a voi consegno.

Com'è il corpo de l'alma albergo e veste,

or sia de' nudi spirti 'l duro legno:

onde il Franco ne fugga, o almen s'arreste

ne' primi colpi, e tema 'l fèro sdegno.–

Disse; e quelle ch'aggiunse, orribil note,

lingua, s'empia non è, ridir non pote.

A quel parlar, le faci onde s'adorna

il seren de la notte, egli scolora;

e la luna si turba, e le sue corna

di nube avvolge, e non appar più fuora.

Irato, i gridi a raddoppiare ei torna:

–Spirti invocati, or non venite ancora?

Forse aspettate, o neghittosi e lenti,

suon di voci più occulte o piu possenti?

Per lungo disusar già non si scorda

l'arte a cui dà la morte ampio tributo:

e so con lingua anch'io di sangue lorda,

quel nome risonar grande e temuto

a cui né Dite mai ritrosa, o sorda,

né tracotato in ubbidir fu Pluto.

Ma ecco io già...– Volea più dire, e 'ntanto

conobbe ch'ubbidiano al fèro incanto.

Veniano innumerabili, infiniti

spirti, parte che 'n aria alberga ed erra,

parte di quei che son del fondo usciti

caliginoso de l'opaca terra:

lenti, e del gran divieto ancor smarriti

che impedì loro il trattar l'arme in guerra,

ma qui venirne or non si vieta e toglie

tra' duri tronchi e le silvestri foglie.

Il mago, poi ch'omai nulla più manca,

da quel notturno incanto, al re sen riede:

–Signor, lascia ogni dubbio e 'l cor rinfranca,

ch'omai sicura è questa eccelsa sede:

né rinovar può gente ardita e franca

l'alte macchine sue, com'ella crede.–

Così gli dice; e poi di parte in parte

narra gli effetti de la magic'arte.

Soggiunge appresso: –Or cosa aggiungo a queste

fatte da me, ch'a me non meno aggrada:

quando fia il sol nel gran leon celeste,

vibrerà Marte seco ardente spada.

Né potran più temprar l'arsure infeste

aure, o nembi di pioggia o di rugiada;

ma 'l Cane insieme uscito, orrida fiamma

spargerà che la terra e 'l cielo infiamma.

Ed Orïon, già prima in ciel risorto,

vedremo allor come si scopra e mostri,

fiammeggiando col ferro adunco e torto.

Ma 'l segno amico a' tuoi nemici e nostri,

dopo i Gemelli fia nel lucido òrto

caduto, e sparso da' stellanti chiostri.

E quanto appare in ciel, tutto predice

aridissima arsura ed infelice.

Qui 'l caldo fia qual ne l'adusta arena

ferve tra Mauritani o Garamanti:

pur a noi fia di men gravosa pena,

tra l'acque e l'ombre, e i fior sì vari e tanti.

Ma i Franchi in terra asciutta e non amena

languir vedransi e non passar avanti.

E perch'arroge a l'infelice ardore,

torcesti il corso al dolce e freddo umore.

Né solo intorbidasti i chiari fonti,

ma da marmoree conche e lucide urne,

con l'industria de' tuoi, che fûr sì pronti

in molti mesi a l'opere diurne,

sotto le valli e sotto i cavi monti,

per tenebrose vie, quasi notturne,

in due gran laghi l'acque hai qui condutte,

di fuor lasciando l'altre parti asciutte.

Guerreggerai sedendo; e la fortuna

non cred'io che tentar molto convegna;

ma se 'l tuo figlio altier che posa alcuna

non vuole, e bench'onesta ancor la sdegna,

s'accende, come suol, d'ira importuna;

trova modo pur tu ch'a freno il tegna:

ché molto non andrà che 'l cielo amico

a te pace darà, guerra al nemico.

Or questo udendo, il re più s'assecura,

sì che non teme le nemiche posse.

Già riparate in parte avea le mura,

che de' montoni l'impeto percosse:

con tutto ciò non rallentò la cura

di ristorarle, ove sian rotte e mosse:

le turbe tutte e cittadine e serve,

sudano or qui: l'opra continua ferve.

Ma in questo mezzo il pio signor non vuole,

che la forte cittade invan si batta,

se non è prima la maggior sua mole,

ed alcuna de l'altre ancor rifatta.

E i fabri al bosco invia, che porger suole

ad uso tal pronta materia ed atta.

Questi a l'oscura selva andâr con l'alba,

quando l'oscuro ciel primier s'inalba.

Qual semplice bambin mirar non osa,

dove insolite larve abbia presenti;

o come pave ne la notte ombrosa,

imaginando pur mostri e portenti:

tal uom temea d'estrania orribil cosa,

non conoscendo pur quel ch'ei paventi:

se non che il timor forse a' sensi finge

maggior prodigio di Chimera o Sfinge.

Torna la turba: e timida e smarrita

varia e confonde sì le cose e i detti,

ch'ella nel raccontar n'è poi schernita,

né son creduti i mostruosi effetti.

Allor vi manda il sovran duce ardita

e forte squadra di guerrieri eletti,

acciò ch'a l'altra sia secura scorta,

quando il timor l'assale e la sconforta.

Questi appressando ove il lor seggio han posto

gli empi demòni in quel selvaggio orrore,

non rimirâr le nere ombre sì tosto,

che lor si scosse e tornò ghiaccio il core:

pur oltre ancor sen gìan, tenendo ascosto

sotto audaci sembianti 'l vil timore,

e tanto s'avanzâr, che lunge poco

erano omai da l'incantato loco.

Esce allor da la selva un suon repente,

che par rimbombo di terren che trema;

e d' Euro, e d'Austro il mormorar si sente,

e quel de l'onda che si rompa e gema:

come rugge il leon, fischia 'l serpente,

com'urli il lupo, e come l'orso frema,

v'odi, e con alto tuono orribil tromba:

di così vari suoni un suon rimbomba.

In tutti allora impallidîr le gote,

e la temenza a mille segni apparse;

né cotanto valore, o ragion puote

ch'osin di gire avanti, o di fermarse:

ch'a l'occulta virtù che lor percuote,

son le difese loro anguste e scarse.

Fuggono alfine; un d'essi in questa guisa

al duce il fatto di narrar s'avvisa.

–Signor, non è di noi chi più si vante

di troncar la guardata orribil selva,

ch'io credo (e 'l giurerei) ch'in quelle piante

ogni mostro d'inferno or si rinselva.

Ben ha tre volte il cor d'aspro diamante

ricinto, e fèro è più di fèra belva

chi intrepido la guarda, e poi s'arrischia

là 've tonando insieme e rugge e fischia.

Così costui parlava; e Drogo or v'era

fra molti che l'udian, vicino a sorte;

uom di temerità superba e fèra,

sprezzator de' mortali e de la morte,

che non avria temuto orribil fèra,

né mostro estranio e pauroso al forte,

né tremoto, né folgore, né vento,

né s'altro porge più tèma o spavento.

Crollava 'l capo, e sorridea, dicendo:

–Dove costui non osa, io gir confido;

io sol quel bosco di troncare intendo,

che di torbidi sogni è fatto nido:

già no 'l mi vieterà fantasma orrendo,

non di selva o d'augei fremito o grido;

o pur tra quei sì spaventosi chiostri

d'ir ne l'Inferno il varco a me si mostri.–

Tal si dà vanto; e vêr l'oscura e folta

selva guardata il cavalier s'invia,

e rimira quel bosco; e poscia ascolta

quel che da lei novo rimbombo uscìa;

né però il piede audace indietro volta;

ma intrepido e securo oltra sen gìa;

e già calcato avrebbe il suol difeso,

ma se gli oppone (o pare) un foco acceso.

Cresce il gran foco, e 'n forma d'alte mura

stende le fiamme torbide e fumanti,

e ne cinge quel bosco, e l'assicura

ch'altri gli alberi suoi non tronchi o schianti.

Le maggiori sue fiamme hanno figura

di castelli superbi e torreggianti;

e di macchine ardenti anco ha munite

le torri sue questa superba Dite.

O quanti appaion mostri armati in guarda

de gli alti merli! e 'n che terribil faccia!

de' quai con occhi biechi altri 'l riguarda,

e dibattendo l'arme altri minaccia.

Fugge egli alfine; e ben la fuga è tarda,

qual di leon che si ritiri in caccia;

ma pur è fuga, e pur gli scote il petto

timor, sino a quell'ora ignoto affetto.

Non s'avvede egli allor d'aver temuto,

ma fatto poi lontan, ben se n'accorse,

e stupor n'ebbe e sdegno, e dente acuto

d'amaro pentimento il cor gli morse:

e di trista vergogna acceso e muto,

lunge da tutti gli altri i passi torse:

ché quella faccia alzar così orgogliosa

fra tanti cavalieri ei più non osa.

Chiamato da Goffredo, indugi e scuse

trova a l'indugio, e di restarsi agogna:

pur va, ma lento; e tien le labra chiuse,

o gli ragiona in guisa d'uom che sogna.

Difetto o fuga il capitan conchiuse

in lui da quella insolita vergogna.

Poi disse: –Ciò che fia? forse prestigi

son questi? o di male arte opre o prodigi?

Ma s'alcun v'ha cui nobil voglia accenda

di tentar que' selvaggi aspri soggiorni,

vadano pure, e tutto veggia e 'ntenda,

e messagger più certo a noi ritorni.–

Così diss'egli; e la gran selva orrenda

tentata fu ne' duo seguenti giorni;

ma ciascuno affermò che fiero incanto

l'aveva in guardia, e non si diè più vanto.

Era il prence Tancredi intanto sorto

a seppellir la sua diletta amica;

ben ch'egli in volto sia languido e smorto,

e mal atto a portar elmo o lorica;

ma dapoi che 'l timor de gli altri ha scorto,

ei non ricusa il rischio o la fatica:

ché 'l cor vivace il suo vigor trasfonde

al corpo sì che par ch'omai n'abonde.

Vassene 'l valoroso, in sé ristretto,

tacito e solo al pauroso bosco,

e sostien de la selva il fèro aspetto,

qual novo inferno spaventoso e fosco:

né per tuon sbigottisce il forte petto,

o per belva che spire fiamma o tosco.

Trapassa: ed ecco in quel selvaggio loco

sorge improvvisa la città del foco.

Allor s'arretra, e dubbio alquanto resta:

–Che giovan qui (dicendo) o forze od armi?

Fra gli artigli de' mostri, e 'n gola a questa

devoratrice fiamma andrò a gettarmi?

Non mai la vita, ove cagione onesta

del Comun pro la chieda, altri risparmi:

né troppo largo ei sia d'anima grande;

e tale è ben, se qui la versa e spande.

Pur gli altri che diran? s'indarno riedo:

qual altra selva ho di troncar speranza?

Né intentato lasciar vorrà Goffredo

mai questo varco: or s'oltre alcun s'avanza?

Forse l'incendio che qui sorto io vedo,

fia d'effetto minor che di sembianza.

Ma sia che può: se fosse ancor l'inferno,

io 'l passo.– Oh degno ardir di nome eterno!

Né sotto l'arme già sentir gli parve

caldo o fervor, come di foco intenso;

ma pur se fosser vere fiamme o larve,

mal poté giudicar sì tosto il senso,

perché repente, a pena tòcco, sparve

quel simulacro, e giunse un nuvol denso;

che portò notte e verno; e 'l verno ancora

si dilegua con l'ombra in picciol'ora.

Maraviglioso e 'ntrepido rimane

Tancredi; e poi ch'il cielo intorno è cheto,

ne le soglie di morte ampie e profane

entra securo, e spia l'alto secreto:

né più apparenze inusitate o strane,

né trova alcun fra via scontro o divieto;

se non se il nero bosco orrido troppo,

che per se stesso a' passi è duro intoppo.

Al fine un largo spazio in forma scorge

d'anfiteatro, e non è pianta in esso,

salvo che nel suo mezzo altero sorge,

qual piramide eccelsa, alto cipresso.

Ei là si drizza, e nel mirar s'accorge

ch'era di vari segni 'l tronco impresso,

simili a quei ch'in vece usò di scritto

l'antico già misterïoso Egitto.

Fra i segni ignoti alcune note ha scorte

del sermon di Soria, ch'ei ben possede:

“Tu che nei chiostri de l'avara morte

osasti por, guerriero audace, il piede:

deh, se non sei crudel quanto sei forte,

deh non turbar questa secreta sede:

perdona a l'alme omai di luce prive,

non dée guerra co' morti aver chi vive”.

Cotai note leggendo, egli era intento

de le brevi parole a' sensi occulti.

Fremere intanto udia continuo il vento

tra le frondi del bosco e tra i virgulti:

e un suono uscir che flebile concento

par d'umani sospiri e di singulti;

e un non so che confuso instilla al core

di pietà, di spavento e di dolore.

Pur tragge alfin la spada, e con gran forza

percote l'alta pianta: oh maraviglia!

Manda fuor sangue la recisa scorza,

e fa la terra intorno a sé vermiglia.

Tutto ei s'empie d'orrore, e pur rinforza

il colpo, e 'l fin vederne si consiglia:

e quasi d'un sepolcro uscire ei sente

un sospiroso gemito dolente;

che poi distinto in voci: –Ahi troppo (disse)

m'hai tu, Tancredi, offeso: or tanto basti.

Tu del corpo, che meco e per me visse,

felice albergo già, mi discacciasti:

perché il misero tronco a cui m'affisse

il mio duro destino, ancor mi guasti?

Crudel, dopo la morte offendi i lassi

spirti che in tomba riposar non lassi?

Clorinda fui: né sol qui spirto umano

aspetto il suon de la divina tromba,

ma ciascun altro ancor Franco o Pagano,

ch'al ciel non può volar, quasi colomba,

astretto è qui dal suo destin sovrano,

non so s'io dica in corpo, o 'n viva tomba:

son di sensi animati i rami e i tronchi;

e micidial sei tu, se legno or tronchi.–

Qual infermo talor, ch'in sogno scorge

drago, o cinta di fiamme alta chimera,

sebben sospetta, e 'n parte anco s'accorge

che simulacro sia, non forma vera;

pur desia di fuggir, tanto gli porge

spavento la sembianza orrida e fèra:

tale il timido amante a pien non crede

a' falsi incanti, e pur s'arretra e cede.

E sì da vari affetti in lui conquiso

è lo suo cor, ch'egli s'agghiaccia e trema,

e nel moto possente ed improvviso,

gli cade il ferro, e cresce orrore e tèma:

va fuor di sé; presente, e quasi in viso,

vede la donna sua che plori e gema:

né può soffrir di rimirar quel sangue,

né quei gemiti udir d'egro che langue.

Così quel contra morte audace core

nulla forma turbò d'alto spavento:

ma lui, che debil solo è contra amore,

falsa imago deluse e van lamento.

Il suo caduto ferro intanto fuore

portò del bosco impetuoso vento,

sin che vinto partissi, e 'n su la strada

ripigliò poi la sua caduta spada.

Pur non tornò; né ritentando ardìo

spiar di novo le cagioni ascose.

E poi che, giunto al sommo duce, unìo

gli spirti alquanto e l'animo compose,

incominciò: –Signor, nunzio son io

di non credute e non credibil'cose.

Ciò che dicean del bosco orrido e fèro

e del suon paventoso, è tutto vero.

Maraviglioso foco indi m'apparse,

senza materia in un momento appreso;

che sorse, e fiammeggiando un muro farse

parve, e d'armati mostri esser difeso:

pur vi passai, che né l'incendio m'arse,

né dal ferro mi fu l'andar conteso:

verno era intanto e notte, e poscia il giorno

e la serenità facea ritorno.

Ancor dirò, ch'agli arbori dà vita

spirito uman che sente e che ragiona:

io 'l so per prova e n'ho la voce udita,

che nel cor flebilmente ancor mi suona:

stilla sangue de' tronchi ogni ferita,

quasi di molle carne abbian persona.

No, no, più non potrei (vinto mi chiamo)

né corteccia scorzar, né sveller ramo.–

Così dice egli; e 'l sommo duce ondeggia

in gran tempesta di pensieri intanto.

Pensa s'egli medesmo andar là deggia

(ché tal lo stima) a ritentar l'incanto;

o se pur di materia altra proveggia,

lontana più, ma non difficil tanto.

Ma 'l pio romito dal pensier profondo

il rappella, ch'al core è grave pondo.

–Lascia il pensiero ardito: altri conviene

che de le piante sue la selva spoglie.

Ma chi de le indegnissime catene

il bramato guerriero omai discioglie?

Mentre il mar carco, e le minute arene

son di schiere, e di navi, e d'auree spoglie?

Già il nemico possente a turba afflitta

più s'avvicina, e l'ora è in ciel prescritta.–

Così dicea, quasi di fiamma in volto,

ancor volanti e fervide parole,

e 'l pio Goffredo a quel pensier rivolto,

più neghittoso omai cessar non vuole.

Ma nel mezzo del Cancro omai raccolto,

apporta arsura inusitata il sole,

ch'a' suoi guerrier, a' suoi desir nemica,

insopportabil rende ogni fatica.

Mentre rinnova pur l'ampia cittade

l'arme contra i nemici e le difese,

vaga colomba per cerulee strade

vista è passar sovra il signor francese,

che non dibatte i presti vanni, e rade

quelle limpide vie con l'ali tese;

e già la messaggiera peregrina

da l'alte nubi a la città s'inchina.

Quando l'augel di Giove, adunco il rostro,

le mosse incontra, e con pungente artiglio,

e le s'oppose pur tra chiostro e chiostro,

e lei fece fuggir tanto periglio;

quegli, d'alto volando, al campo nostro,

da le mura la spinge, e dà di piglio:

e già al tenero capo il piede ha sovra.

Ella nel grembo al pio signor ricovra.

La raccoglie Goffredo e la difende:

poi scorge, in lei guardando, estrania cosa,

che dal collo, ad un filo avvinta, pende

rinchiusa carta, e sotto l'ale ascosa.

La disserra e dispiega, e bene intende

quella ch'in sé contien non lunga prosa:

“A Ducalto salute (era lo scritto)

manda il grande ammiraglio, e 'l re d'Egitto.

Non sbigottir, signor, resisti e dura

al terzo dì dopo l'ottavo e 'l quinto;

ch'io vengo a liberar le offese mura,

e vedrai tosto 'l tuo nemico vinto”.

Questo secreto allor breve scrittura

in barbariche note avea distinto:

dato in custodia al messaggier volante,

ché tai messi in quel tempo usò il Levante.

Libera il duce la colomba; e quella

ch'allor fuggì quando morir più lice,

com'esser creda al suo signor rubella,

non osò più tornar nunzia infelice.

Ma 'l sopran duce i minor duci appella,

e lor mostra la carta, e così dice:

–Vedete come il tutto a noi riveli

la provvidenza del Signor de' cieli!

La qual noi fa del gran periglio accorti,

e l'aiuto a' nemici occulto tiene,

acciò che a mille rischi, a mille morti

pronti qui siam, se di morir conviene;

ben che al vincer piuttosto, animi forti

preparar noi dobbiamo e 'nvitta spene:

se più gente menasse il duce infido,

che non ha fronde il bosco o arene il lido.

Ma qual d'aquila volo, o di colomba

veloce è come la celeste aita?

Qui dove ebbe Gesù tormenti e tomba,

aspettar noi debbiam vittoria e vita.

Né vi turbi il romor ch'alto rimbomba

d'innumerabil turba, od infinita:

ché nostre fian le lor sì care salme,

e cresceranno a voi trïonfi e palme.

Scenderan, se fia d'uopo, incontra gli empi

angeli amici da' stellanti chiostri,

a' quai non son l'ore prescritte o i tempi,

come a noi tutti ed a' nemici nostri.

Libererem la citta sacra e i templî

e cadranno d'Egitto i fèri mostri:

e fia di varia gente, e d'una terra,

vittoria intègra in glorïosa guerra.–

Tacque, ciò detto: e quel che tutti avanza

d'anni e di senno i miseri mortali:

–Non convien, disse, avere altra speranza

de le cose celesti ed immortali,

né timor di barbarica possanza,

perché non siamo al numerar eguali:

ma sperato dal ciel soccorso, od altro,

non fa buon duce meno accorto o scaltro.

Dunque al romor, che di temenza ingombra

solo ascoltando, l'inesperte genti,

egli non si perturba e non s'adombra,

per fama di perigli e di spaventi,

ma talor mandi, occulto al sole, a l'ombra,

chi passar fra' nemici ardisca e tenti:

e dal falso, spiando, il ver distingua,

tramutate sembianze, abito e lingua.

E ne racconti il numero e 'l pensiero

(quanto raccorre ei può) certo e verace.–

Soggiunge allor Tancredi: –Ho un mio scudiero

ch'a questo oficio di propor mi piace;

uom pronto e destro, e sovra i piè leggiero,

audace sì, ma con grand'arte audace;

che parla in molte lingue, e varia il noto

suon de la voce, e 'l portamento, e 'l moto.–

Venne colui, chiamato; e, poi ch'intese

ciò che Goffredo e 'l suo signor desia,

pronto e ridendo, a le sue usate imprese

s'offerse e disse: –Or or mi pongo in via:

tosto sarò dove spiegate e tese

fian le tende in gran campo, occulta spia.

Vo' trapassar nel mezzo dì nel vallo,

e numerarvi ogni uomo, ogni cavallo.

Quanta e qual fia quell'oste, e ciò che pensi

quell'ammiraglio, a voi ridir prometto;

vantomi in lui scoprir gl'interni sensi,

e i secreti pensier del chiuso petto.–

Cosi parla Vafrino, e non trattiensi,

ma cangia in lunga vesta il suo farsetto,

e scopre ignudo il nero collo, e prende

sottili e 'ntorno al capo attorte bende.

La faretra s'adatta e l'arco siro;

e barbarico sembra ogni suo gesto.

Maravigliosi ragionar l'udîro,

e 'n sì diverse lingue esser sì presto,

ch'Egizio in Menfi, o pur Fenice in Tiro,

l'avria creduto e quel popolo e questo.

Egli sen va sovra un destrier ch'a pena

segna correndo la più molle arena.

E drizzando il suo corso invêr l'occaso,

la 've i liti d'Assiria il mare inonda,

e là 'v'è senza selce omai rimaso

l'antico calle e l'arenosa sponda:

da la via dritta il torse un ampio vaso

di rozza pietra al suon di lucida onda,

in un bel seggio ombroso, ove i bifolci

traean sovente a l'acque chiare e dolci.

Quivi mentre ei prendea posa e restauro,

meschiando il vin di Creta e l'onda fresca,

e sibilar udendo il pino e 'l lauro,

dava al corpo digiuno umore ed esca:

vi giunse uom di color sembiante al mauro,

a cui par che il vïaggio omai rincresca;

ma l'abito avea greco e l'idioma,

e come greco lunga e culta chioma.

Scese egli ancora al mormorar de l'acque,

ma vago più del dolce umor di Bacco,

che veduto e gustato ancor gli piacque,

sicch'empierne bramò le vene e 'l sacco;

nullo bel ragionar tra lor si tacque,

o di Persia, o d'Egitto, o di Baldacco,

o d'altro regno, o d'altra parte estrema,

quasi quivi non sia periglio o tèma.

Il greco pronte avea l'argute voci,

parlando, in raccontar d'Eufrate e Tigre,

sapea del Nilo numerar le foci,

e le genti di Libia aduste e nigre:

e 'n distinguendo i popoli feroci,

Tartari, e Moschi, usò parole impigre;

ma 'n ragionar de' nostri ha quasi intoppo

la falsa lingua, e non discioglie il groppo.

Greco d'esser dicea che già molti anni

guerreggiato ha co' Franchi in Asia e vinto;

e i rischi de la guerra e i lunghi affanni,

dal primo egli narrava a l'anno quinto.

Guata Vafrino il viso, i modi e i panni,

né presta intera fede al parlar finto;

e mentre l'un contrario e l'altro accoppia,

s'accorge ben che quella fraude è doppia.

Ma pur, come già sia verace amico,

e creda a le bugiarde sue parole,

de l'esercito chiede al suo nemico

il segno militar, che fu: –Dio vuole–:

il segno che talor per uso antico

chieder l'uom dubbio in guerra a l'altro suole.

Non seppe il finto greco il vero segno,

e fe' l'altro parlar di fede indegno.

Ma di creder Vafrino anco s'infinge,

sin ch'ebro il vede, e di parlar già stanco,

e sovra l'erba che l'umor dipinge

posare il capo, non che 'l tergo o 'l fianco;

e chiuder gli occhi gravi: allor gli scinge

la spada che pendeva al lato manco,

e mentre il sonno più l'affrena e lega,

col suo cinto e con altri egli il rilega.

Poi che s'avvide che non può dar crollo,

svelle la chioma e la sua nera barba,

come fa de la menta, o del serpollo,

il villan che li coglie, o lor dibarba:

alfin premendo l'una mano al collo,

che parea tinto dove nacque Jarba,

gridò: –Confessa, mentitor fallace,

il vero a me, se vita brami e pace.

Di' chi sei, donde vieni, ov'era dritto

dianzi il tuo corso errante e fuggitivo.

E non mentir, che non sarai trafitto,

e quinci partirai satollo e vivo.–

–Nacqui in Cirene appresso il verde Egitto,

e 'n Grecia fui lunga stagion cattivo:

e da l'antica Gaza or ne venia,

d'un esercito a l'altro amica spia:–

li rispose colui, fioco e turbato,

sì ch'a pena potea formar parola.

Soggiunse l'altro: –Or di' chi t'ha mandato

senza timore,– e rallentò la gola.

–Confessa pure il tuo mestiere usato,

e dove l'apprendesti, e 'n quale scuola.

Alcun de l'arte sua non ha vergogna,

ma tu ragioni in guisa d'uom che sogna.–

–Me, disse, l'ammiraglio a questo affanno

co' suoi doni ha sospinto e con promesse,

perché brama saper s'ardire avranno

i Franchi d'aspettarlo ov'ei s'appresse,

o se spiegate pur le vele, andranno

dove è chi fila in aspettando e tesse:

a riveder ciascun la donna e i figli,

già stanco de la guerra e de' perigli.–

Vafrin pur chiede: –Or senza inganni o falli,

narra dove lasciasti il vostro duce,

dove giacciono l'arme, ove i cavalli,

e quante e quali schiere ei qui conduce:

di' com'ogni altro ancor si cinga e valli,

e guardie faccia a la notturna luce:

quai siano i lor consigli, e i lor pensieri,

e che si tema in questa guerra, o speri.–

Di nuovo il timoroso a lui ragiona:

–Fuor di Gaza Emiren gli Egizi accampa,

ché di muro o di vallo altra corona

non voler dice, in cui si fugge e scampa:

Arabi, Assiri, Mori, ove risuona

il mar, han teso, e dove il lido avvampa;

ma fra terra Altamor co' Persi alberga,

con gl'Indi Adrasto ove il terren più s'erga.

Questi, che d'Orïente estremo aggiunse,

con sue squadre attendò lunge e 'n disparte,

perché da gli altri suo valor disgiunse

lui, che stimato è quasi un nuovo Marte:

ed a' carri falcati ivi congiunse

destrier, che frena con mirabile arte:

e questi ancor da l'Indïane selve

gli elefanti conduce, orride belve.

Non v'ha chi sentinelle o guardie faccia

fra tante schiere, o chi si cinga intorno;

ma si vanta ciascun, ciascun minaccia

a' Franchi morte, e vergognoso scorno.

Copron le squadre la deserta faccia

de l'ampia terra ovunque appare il giorno:

e 'l gran numero par d'orrida turba,

a quelle arene egual ch'Austro perturba:

come, s'il tuo destriero affretti e spingi,

vedrai domani avanti il re supremo.

Scioglimi or, prego, amico, o là distringi;

e s'ho mentito, mi ritorna al remo.–

Vafrin risponde: –Tu lusinghi e fingi;

ma de le tue menzogne ancora io temo:

e non farai da me partita o scampo,

per ritornarne spia di campo in campo.

Ma l'amicizia or te di giusta pena

guarda, e sottragge a' più fèri tormenti,

se d'Antiochia e de l'orribil cena

di Boemondo invitto anco rammenti.–

Così dicendo il fére in gola e svena,

e la via tronca a' dolorosi accenti:

e l'anima crudel, che geme e mugge,

da le ferite mormorando fugge.

Vafrin lascia quel morto ed a mancina

drizza il veloce corso invêr ponente,

insin che Gaza si trovò vicina,

che fu porto di Gaza anticamente:

ma poi crescendo de l'altrui ruina,

città divenne assai grande e possente;

erano ivi le piagge allor ripiene

quasi d'uomini sì, come d'arene.

Varie tende scorgea di color tanti,

quanti non ebbe mai l'april fiorito.

Mirava i cavalier, mirava i fanti

ire e tornar da quelle mura al lito:

e da cameli onusti ed elefanti

l'arenoso sentier calpesto e trito.

Poi nel porto vedeva, o scarche o gravi,

sorte e legate a l'ancore le navi.

Altre spiegar le vele al ciel sereno,

altre i remi trattar veloci e snelle;

e da' remi e da' rostri il molle seno

spumar, percosso in queste parti e 'n quelle:

molte lentando al lungo corso il freno,

parean lunge portar vere novelle

dal rosso mare, e donde irriga e frange

i salsi lidi, biancheggiando, il Gange.