Libro primo
Con qual cura e saper da un picciol verme
Alto lavor si colga, onde fia adorno
Di nuove pompe e nobil fregi il mondo,
Leggiadre donne, a discoprir m'accingo
In questi carmi: e come in luce ei saglia,
Si nodrisca, fecondi, e l'aureo frutto
Porti, e da schiera di perigli scampi;
Come surga dal suol l'amica pianta
Che li dà 'l cibo; e come a l'opra antica
De la gran madre or pronta in varie guise
L'arte soccorra, onde lo stame incolto
Fia vago, oltre il natio, d'altri colori;
E quindi serva a ricche tele e drappi,
Ch'altrui man dotta intesse, o l'ago industre
Stampa di mille variate forme.
Voi degne Ninfe, a cui concesse il cielo
Di questo verme il carco e 'l degno impero,
Aprite il varco ond'io l'asciutte labbia
Ne l'onda d'Aganippe immerga e bagni,
Se non al proprio loco, ov'altri beve,
Almen nei discorrenti ed umil rivi,
Perché con voce assai men fioca io vaglia
Spiegar sonando i vostri eccelsi onori.
E tu suprema sopra ogn'altra Ninfa,
Scesa da' più famosi invitti eroi
Che fosser mai, d'un sommo rege figlia,
Il cui superbo manto adombra e copre
Più che non vinse o resse ogn'altro braccio
Nel greco scettro e ne l'ausonio regno,
Spira al mio petto ardor, rischiara il canto,
Ond'io possa narrar cose alte e rare,
Cui Natura produce, e l'arte illustra.
Tu d'alta stirpe e seme eccelso nata,
Del sangue austriaco onore, e pregio, e gloria,
CATERINA clemente, e saggia, e bella,
Figlia regal, cui dato ha 'l cielo in sorte
D'essere in maritale amor congiunta
Al mio Signor, che, d'alti regi nato,
Anzi dal tuo famoso antico stelo,
Non ha chi di virtù, d'alto valore,
Tra gli altri eroi, il suo valore avanzi:
Ei di te degno, e tu degna di lui,
Gentil coppia amorosa a cui simile
Altra non copre il ciel, né cinge il mare:
A te dunque mi volgo, a te m'inchino,
Te sola invoco, mia novella Musa,
Mia Caliope, mia Clio, a te consacro
Quest'opra mia, questo mio primo parto;
Forse che un giorno in più canori accenti
Dirò degli avi, e padre, e del consorte
I fatti di memoria eterna degni,
E farò con miei versi in più alto stile
Loro immortali, e me d'onor più degno
(Poiché in difficil prove l'ardir solo
Lodato è sempre) e di più chiara fama,
Ch'abbi a sì alto poggiar alzato i vanni,
E sollevato da la bassa plebe
Ito sia vincitor fra i spirti egregi.
Ne la stagion che 'l sol novo dispensa
A le campagne e a' colli il grato onore,
Quando scende da' monti alti et incolti
La strutta neve in dilatate falde,
E non si veggon, da pruine algenti,
Nei prati biancheggiar le molli erbette,
Né più si cura de l'ovile il gregge,
Né più 'l cultore avaro il foco apprezza,
Ma stanno a Citerea sparti d'intorno
Amori e Grazie e vezzosette Ninfe
Pronte a formar dolci carole e liete:
Allor s'affretti ogni leggiadra e pura
Giovine e verginella, e s'armi a l'opra,
Opra che insieme a lor diletta e giova;
E, se con dotta mano e pronto ingegno
Le spinge a sì onorata e degna impresa
Fermo desio, tratto che avranno il seme
Dal luogo ove da lor fu a tal bisogno
Serbato e chiuso, in puro velo avolto
Lor non fia noia caramente accorlo
Tra le morbide mamme, e nel bel seno
Caldo talor d'amor, ma più cocente
Ne la stagion che per costume appella
Gli amanti al pianto, et a penosa vita.
E quando a riposar le membra astringe
Il grave sonno a le cadenti stelle
Sul pigro letto, anco fra voi si ponga,
Donne gentili, il seme, e come al giorno
Del vostro cor fu secretario, ancora
Di vaga mente, a l'aria oscura e queta,
Senta sotto il guanciale i pensier dolci,
I vani insogni, e l'amorose cure,
Ché del seno e del letto il calor move
Virtute occulta, che feconda e sveglia
La nobil prole, e da la chiusa scorza
A l'alma vita i cari vermi adduce;
E Febo a pena avrà con la sua lampa
Dal duro volto de l'antica madre
Tre volte scosso il velo umido e denso
De l'atra notte, e, quella in fuga volta,
Desti i mortali ai gran travagli, quando
Vedrassi il seme aprirsi, e 'n varie guise
I picciol vermi uscirne: e fia stupore
Vederne alcuni, ergendo il capo al cielo,
Chieder sostegno a' nuovi spirti; et altri
Tratti da naturale instinto, andarsi
Cercando l'esca fra la torma; e molti
(Non bene ancor dal chiuso speco usciti)
Tirarsi dietro pallida et essangue
La mal capace stanza, e aver gran parte
Di quelli il capo sol dal letto esposto;
Et infiniti, a l'uscir tardi e lenti,
Starsen pigri, e lasciar l'albergo intatto.
Cari e dolci animai, che invidia fate
Di vostra vista sì leggiadra e bella
A' vaghi prati, et ai giardini adorni,
Ove simil fra lor concento fanno
I candidi ligustri e i bei giacinti,
E mille fior di che va Flora altera,
Molli dal pianto ancor, che sempre versa
Per il morto Mennon la mesta Aurora
Di preziosa manna e di rugiada:
Chi asconde il bel, chi parcamente l'apre,
Chi di sé glorioso e largo spande
Quanto di ben natura e 'l ciel v'accolse.
Or dunque in mezzo a sì confuso e vago
Ordin di seme ancor intiero e vermi,
Quai non ben nati, e quai fra schiere erranti,
Convien frapor da gentil mano scelte
Dal moro nuove gemme e saporite,
Ché 'l popol tosto che la luce ha scorta
Ratto suole assalirle avido e ingordo,
E col frequente e lieve morso empirne
Il picciol corpo; e, mentre intento pasce
Le frondi, ove securo e queto posa,
Tu quelle allor, fanciulla, accorta prendi,
Et in disparte ponle in altri alberghi
Di sottil legni ad arte fatti, in modo
Ch'a portarsi leggier sieno, e dal fondo
Poco alta sponda intorno intorno sorga:
Questo fora il lor letto, ove star dènno
Sino a più fermo e più sicuro tempo
Da l'aria ascosi, onde improviso algore
Non nuoca col soffiar d'Euro e di Coro.
Ma s'avvien poi ch'a sì pregiato e degno
Lavor con l'ali del desio si muova
Onesta donna, a cui l'età matura
A l'occidente di sua vita inchini,
E ne le colme vene in parte spento
Abbi il vital fervore, e de' begli occhi
Il già sì vago lume in nube volto,
E 'l biondo crine inargentato, e 'l petto
Agli amorosi ardor chiuso abbia il varco,
Prenda (qual già descritta abbiam) di legni
Picciol arca commessa, in cui si ponga
Eletta quantità del pregno seme;
Indi candida carta apra con l'ago
Del cribro a guisa, aspro tormento a quelle
Che fur, per ubidire al rio precetto
Del padre, ai sposi lor sì crude et empie,
E sopra il seme in modo tal l'adatti
Che de la sponda il mezzo intorno intorno
Il margin suo circondi, e de la sponda
Il lembo ecceda, onde un ricetto resti,
Quando si serra, a le fraposte gemme,
Ove dai fori i nati vermi uscendo
L'esca ritrovin pronta; et in tal forma
Rinchiuso nel bel vaso il seme, al raggio
Del gran pianeta il tenga; e com'ei volge
In ver la sera l'infiammate ruote,
Il vaso ponga in parte ove del foco
Il vicino calor sottentri, in vece
De l'eccelsa virtù che 'l sole infonde,
Da cui vigor nei spirti occulti scende,
Che l'animal dal tenebroso sonno
Spinge a la luce, e rotto il carcer, sale
Per la forata carta al cibo amato.
Soviemmi aver, fra molte annose donne,
Visto nobil matrona il tolto seme
Mergere in un cristallo illustre, e colmo
Di puro umor di generoso bacco,
Che 'l monte Ideo nel fruttuoso autunno
In Creta stilla, e a meraviglia abbonda;
E quindi scòrsine del vetro al fondo
Parte del seme gire, e parte al sommo
Di quel sacro liquor nuotare a galla:
E questa come inutil cosa al suolo
Gettò negletta; e quella (poi che tanto
Goduto ebbe il vapor, quanto uom tre volte
Vibrar potrebbe, e caricar la fromba)
Fuor trasse, e sparsa in un leggiadro velo,
Ad asciugar la pose a la dolce aura
Del salubre Solan, né al caldo raggio
Del sol, né in vista al foco por la volse:
Nel resto poi seguio del cieco legno
E del foglio lo stil commune usato.
Et io, com'un di quei che sempre vago
Fui di quest'arte, e che felice stimo
Chi può del tutto investigar le cause,
Del nuovo effetto a la cagion mi volsi
Col pensier fiso; e quella chiesta, intesi:
Che dove a l'animal manca il favore
Di più propizio cielo, allor succede
Il divino liquor, che quasi ambrosia
E nettar pasce gl'immaturi spirti,
Et a formar le salme aita porge
Quel sacro umor, che ciascun altro avanza
Di bontade e virtù: ch'a le chiare acque
Fatto consorte, a l'uom non pur restaura
L'ardir, la forza in ogni etade, e 'l corpo
Soavemente nutre, ma le parti
Che de l'animo son, risveglia e rende
(Se moderato vien) più dotte e pronte,
E quelle inalza ove le Muse e Febo
Cose dettarli ponno eccelse e rare.
Così fa i seri ancor securi e lieti
Spiegare al ciel le vaghe lor ricchezze
Del serico lavoro, e quando il clima
Fosse noioso al natural lor corso,
L'interrotto vigor rinfranca e sana;
O ver, come ne l'acque per cu' invano
Temon li Dei giurar tuffato Achille
Fu per levarli al corpo onta di ferro,
Così prescrive ogn'ira, et ogn'oltraggio
Libero scampa il quindi uscito verme;
E che tant'oltre l'accompagna e 'l segue
L'imbevuta virtù, che giunto al segno
Di dar con l'opre sue grata mercede
A le fatiche altrui, più degno e caro
Frutto vome et aggira, e tutti a un tempo
Mutan le spoglie, a un tempo al sonno in preda
Tutti si danno, e sale ognuno i rami.
Ancor cercai per qual fine ebbe in prezzo
La parte sol di maggior pondo, e quella
Lieve curar non volle, anzi la sparse:
Mostrommi ella, cortese, aver ciò fatto
Perché quel seme che con l'altro grave
Non preme al fondo era imperfetto e vano,
O il porti il tempo o 'l loco, o ch'a produrlo
Manchi il vital umore, o 'l vigor manchi.
Di più mi disse, et io 'l notai, che l'uso
Fatta certa l'avea più d'una volta,
Dal seme il popol nato in vino immerso
Vita assai più de l'altro aver felice,
E di frutto abondar più assai di quello
Ch'in pari quantità, senza quest'arte,
Da l'uno istesso seme era prodotto:
Tanta ha 'l liquor virtù, vigore, e forza!
Ma non fia mai vigor, forza, o virtude
Tanta in Febo e Volcan, né tanta in Bacco,
Quanto è 'l calor, quanto è 'l favor che spira
D'Amor la bella madre ai seri industri,
Il cui germe si pasce e si feconda
Nel vago petto di donzella amante
Di doppio foco pregno: un di vergogna,
Ch'onestà ha seco, e in un giova et offende
Casti pensier; l'altro d'affetto ardente,
Ch'or dolce scuote e crucia, inganna e strugge,
Or fero alletta e molce, affida e sana:
Ivi Amor tempra i strali, ivi più ferve
L'accesa fiamma, ov'ella meno essala,
Ivi quel foco spiritale è pieno
Di celeste vigor, che sveglia e move
Di freddo e poco umore alme sì degne.
Né meraviglia, o donne, al cuor vi giunga
Di sì stupendi effetti, avendo i seri
Vigor soprano, alto principio e vita
Da chi raccende ognor benigni ardori
Nei petti umani, e d'amorosi ardori
Là su nel terzo cielo ha impero eterno.
Già per mirar l'ampio suo regno un giorno
D'Amatunta scendea gli amati colli
La dea di Gnido e Pafo, alta e possente,
Allor che con sue luci il sol più chiare
D'erbe e di fiori il mondo adorna e veste,
Mentre Teti e Giunon tranquille e quete
Scorgean lontana ancor la vaga Aurora:
E tratta ne venìa sul carro aurato
D'ostro guernito, e preziose gemme,
Che l'asse avea d'oro splendente, e 'l seggio
Di scolpito diamante, e di topazi
Tutte commesse le volubil ruote,
Di smeraldi e rubin le sponde inteste,
Da cui pendean d'orientali e rare
Perle ricchi lavori, e intorno intorno
Avea di vezzosetti Amori e ignudi
Parte, e parte ne gìa volando in giro,
E stava ognuno a qualche ufficio intento:
Chi tenea l'arco, e chi reggea il bel manto,
Chi ventillava l'aure al divin volto
Lievi e soavi, e chi appendea un bel velo;
Scherzando altri fra loro in leggiadri atti,
Movean riso a la dea lor duce e madre,
Che in cotal guisa per l'aperto cielo
Scorta da cari augelli e bianchi cigni,
Senza toccar de' campi salsi l'onde,
Lasciò l'amato Cipro; e sovra l'acque
D'Eleutro scorsa, fra gli opposti monti
Libano e Casio, si dilegua e vola,
Sotto lasciando a destra Arabia infausta,
Lidia a sinistra e di Calcidia il regno,
Con l'ampia Anthobarite; e varcò il fiume
D'Eufrate allor che Febo avea già sparti
I raggi fuor del suo celeste albergo,
E di fin oro e puro argento a' monti
Fregiava intorno l'elevate cime;
E giunse dove è la città famosa
D'eccelsa torre, e di stupende mura,
Seggio d'un regno il cui potente scettro
Retto gran tempo da donnesca mano
Fu con mentito d'uom fallace aspetto:
Da quella man, d'alto valore armata,
Che vinse tanti regi, e tante palme
Portò di genti debellate, e agl'Indi
Osò far cruda guerra, onde immortale
Fora il suo nome al mondo, illustre, e chiaro,
Se d'illicito amore il nobil grido
Oltraggio non avea, con crudo scempio
Di lei, del figlio, e de l'antico regno.
Quivi dunque a mirar, sospesa in alto,
Stando la Dea la gran città, le genti,
E 'l popol più d'ogn'altro a lei devoto,
Parvele udir, né fu 'l parer poi vano,
Un flebil suon di feminil lamento
Misto di voci e pianti; e tosto il guardo
Volse a un ampio giardin, più adorno e vago
Di quanti unqua fioriro; e nel suo centro
Del gran Nino giacea famosa tomba,
Di bianchi marmi strutta e d'altre pietre,
Con sì bell'arte effigiate e sculte,
Che vinta ogni materia era da l'opra;
Et avea il campo intorno un nobil cinto
D'opachi gelsi, i cui candidi frutti
Vincean l'intatta neve e 'l puro latte:
E quivi scorse fra l'ombrosa selva
E nel bel prato un stuol di gente in atto
Di pompa funeral disposte, e in mezzo
Un alto rogo, sopra il qual distesi
Giacean due, che di vivi avean sembianza,
Benché a lor l'alma era col sangue uscita
Da larga piaga, ambi feriti il core
Da crudel piaga, ambi trafitti il petto.
Non vide l'Oriente sì formoso
Giovine mai, né l'istesso Oriente
Di vaghezza e beltà sì rari essempi
In altra donna accolse, né al tuo regno
Congiunti avesti, Amor, sì fidi amanti:
Ingiustissimo Amor, che così a torto
A miserabil sorte i tuoi conduci.
Eran d'etade uguali, e di bellezza,
Come pari d'amor, pari di morte;
Simil colpo d'amor, simil di ferro,
Anzi un istesso fato ambidoi tolse.
Appresso al rogo era coperta e tinta
L'erba di giovenil, purpureo sangue,
Sangue che per le piaghe al suolo sparso
Tratta avea l'alma ai miserelli, e un lago
Di sé formato, e quivi intorno unito
Era ogni sesso et ogni etade, al mesto
Ufficio intenti; ivi con faccie smorte
Tutti piangeano, e interrompendo il pianto,
Donna ch'esser parea d'un di lor madre
Empiva il ciel di dolorose strida,
Che movean a pietà gli arbori e i sassi.
– Figli, dicea, che giustamente entrambi
Figli chiamar mi lice, poi ch'a l'uno,
Che fu da me con le mie carni avvolto,
Un cor solo, una fé, l'altra congiunse,
E l'uno e l'altro, ahi, con più forte laccio
Uniti ha morte insieme: or in qual modo,
Figli, vi miro? e di sembiante quanto
Da quei veggio cangiati i vostri aspetti,
Ch'avean ne la cittade il vanto, e 'l pregio
Sovra quanti d'Amor l'alto vessillo
Aduna e cuopre! ahi fiere stelle! ahi risse
D'orgogliosi parenti, in cui lo sdegno
L'amistà antica ruppe, e tanto in loro
Ebbe vigor, quanto in voi forza Amore:
Né mai poterno i prieghi e gli scongiuri
Ch'oprai gran tempo, e gl'intromessi amici
(Presaga del dolor) por freno a l'ire,
Ch'or con sì strano e miserando mezzo
Saran, malgrado lor, sopite e spente.
Ma qual error, qual empio fato ha spento
I vostri ardori, e voi con morte acerba
Tolti in breve ora a così lunghi affanni?
Qual nume irato, o qual nimica stella
Turbato ha col suo tosco il sommo bene
Ch'a voi promesso avea l'amica notte?
Notte ch'esser dovea fida ministra
D'ogni bramato ben, dolce e serena,
E più d'ogn'altra amara et atra giunse.
Quai cari baci, e quai giocondi amplessi,
In poco d'ora, ha questa notte tolto?
Deh, ben è ver che col letal veleno
Morte importuna ogni più vaga e degna
Cosa tosto interrompe, et improvisa
Sopra ogni ben l'oscura mano estende!
Quest'una in mille guise ancide, et opra
Sua forza, essente d'ogni umano impero:
A chi la chiama è sorda, e da chi fora
Cara e gradita ella si fugge, e segue
Quelli solo a cui crede esser noiosa.
Ecco or come, crudele, avanti al tempo,
Cloto rotto ha lo stame, e come, cieca,
Veder non volle il merto e l'alta fede
Di sì degni amator, né aver pietade
Ai fioriti anni lor, né ai genitori,
De la cui frale etade eran sostegno.
Perché più tosto me, debole e inferma,
Non chiamava Proserpina al suo regno?
O non s'apriva, avanti il duro grembo
De la gran madre, ad inghiottir quest'alma
Colma d'orror, d'ogni ben cassa e priva?
Come a punto in un campo i vaghi gigli,
Le rose e le viole al sole ardente
Han breve vita, e l'infelice loglio
Rimane intatto, e le più triste avene,
Così nel sormontar del vostro sole,
Tolti sete a la luce, et io pur vivo.
Ebbe da' teneri anni in voi radice
Quella fiamma, ch'ognor fatta maggiore,
V'ha spenti al fine; et ella n'è sparita,
Come nebbia sparisce innanzi al vento.
Vostro amor, vostro ardore, e vostra fiamma
Qui v'ha condotti, ove il nimico muro
D'accostar petto a petto, e volto a volto
Non vieta; e d'accoppiarvi orgoglio et ira
De' vostri genitori or non contende.
Altre fiamme, altre faci Amor promise,
Altre ve n'apparecchia iniqua sorte.
Or tu, Piramo mio, rimanti in pace,
Lasciando me vedova, mesta, e sola.
Godi l'amata Tisbe, e Tisbe goda
Di te sul rogo: almen consorti e uniti
Sarete in questo miserando letto;
Letto mal conveniente a' pensier vostri,
A' vostri e miei dolor principio e fine.
Come ancor l'alme per gli elisei campi,
Se di là s'ama, ora consorti e unite
Saran; né sia mai più ch'a' bei desiri
Invidioso fato alcun contrasti.
Vivete lieti, e in quei beati campi
Godete i vostri amori eternamente:
Et io, misera madre, or senza luce,
Qui rimarrò piangendo il vostro caso;
Piangeran meco, con le piante e i sassi,
Gli augelli inermi, e le fere selvaggie.
Di me venga pietade al sommo Giove:
Vadan per l'aura mie dolenti note
A penetrar de la gran dea di Gnido
Le sante orecchie, e la sua mente altera
Si pieghi, e porga a le mie pene aita –.
Disse; et i bianchi crin d'immonda polve
Si sparge e brutta, e fiede 'l volto e 'l petto:
Vinta poi dal dolor, ch'al cor si strinse,
Cader lasciossi su l'amiche braccia
Di chi le porse aita, e nel cadere
Tre volte e quattro alzò la faccia al cielo;
E vide in quel, più luminoso e chiaro
D'ogni costume, lampeggiar Ciprigna,
Ch'in alto a rimirar librata s'era
Sovra un lucido nembo, ella e gli Amori,
Con il celeste carro; e fu veduta
Abbassarsi vicino al rogo, e quindi
(Come che 'l caso avesse conto, e nota
L'aspra ragion de l'empia morte) a quella,
Ch'empito interno avea d'intensa doglia,
Ruppe i singulti, e 'n chiara voce intese
Furno dal mesto stuol queste parole:
– Pon freno al gran dolor, donna, e contempra
Quel dolor, ch'a morir doppio t'invoglia;
Così prescrisse il fato, a la cui legge
Umane forze star contra non ponno.
Ognuno attende il traghettante avaro,
Cui basta a pena una sol cimba a tanta
Turba ch'ognor v'accorre; e tutti andate
Ratti a quel varco, e tutti a un segno gite,
Chi a lenti e tardi, e chi a spediti passi.
Data v'è in presto questa frale vita,
Senza alcun prezzo, e ritornarla è d'uopo
A un giorno incerto, al lieve arbitrio dato
Di volubil fortuna, a ferir pronta
Ove il desio l'impone, e che trascorre
Per ogni parte, cieca ella e i destrieri,
E seco trae vecchiezza e gioventude:
Né lice ad alcun Dio del ciel lo stame
Che le Parche troncaro unire, o inganno
Fare a la mente del gran Padre nostro.
Or te raccogli, e prendi in sì gran male
Dolce conforto, or ch'i tuoi caldi preghi
Son giunti avanti a la pietà superna,
E vedrai come al mio potente figlio
Et al mio regno fu gradita e cara
Di questi estinti l'incorrotta fede;
E, come il riso estremo il pianto assale,
Così 'l vostro martir fia volto in gioia:
Trionfi Morte pur di quelle membra,
Di questa vita breve, aspra, e fugace,
Che altera d'altre palme andrà, e vittrice
Sopra la falce sua cieca et iniqua
Quella che 'l tutto scopre, et ode, e vede,
E non paventa ombre solinghe e oscure:
Et a me fia dal sommo Giove dato
Serbare eterna fama et immortale
Di sì fedeli amanti. Or passi adunque
De' gelsi a le radici il sangue sparso,
Che l'uno a l'altro in sacrificio offriro,
E da quelle per entro il tronco e i rami,
Come il liquor purpureo i veli tinge,
Del suo rossore i bianchi frutti asperga:
Che fra pastori e ninfe ad amar pronti
Avranno, per trofeo d'amor fedele,
E per viva memoria, altro colore.
Né patir vuo' che sì pregiate salme,
Di nostre fiamme già sicuro albergo,
D'altre fiamme sieno esca, o che vil tomba
L'asconda entro il suo breve spazio e chiuda,
Ma nasca ancor da quelle e venga a luce
Non più visto animal, ch'al mondo apporti
Meraviglia et onore; e del suo frutto
Godan gli uomini in terra, e i Dei nel cielo:
Naschin dico animali, e naschin vermi,
Che di questi alber nostri i verdi tronchi
Salendo, in essi stian lieti e felici;
E quando riede a voi con l'aurea chioma
Apollo, e preme al forte Tauro il dorso,
E fra le spine ancor del sangue nostro
Gode vermiglia in bei giardin la rosa,
Allor de le nascenti e nove foglie
Prenda sostegno il verme, e fra gli stessi
Rami che per nutrirsi avrà spogliati,
Poi ch'a le corna avrà Cinzia tre volte
Tolto il bel lume, et altretante reso,
Vada tessendo egregie fila, e quelli
Di spoglie più leggiadre adorni e cinga;
E quivi ancor fra l'inglobato stame
Oprando si rinchiuda, e poi ne sorga,
Di puritade e d'alta fede in segno,
Candido più che intatta neve, e i vanni
Di libertade spieghi; indi il consorte
D'altro sesso incontrato, a lui si giunga
In dolce nodo, e di Fenice a prova,
Col seme, al suo morir, rimanga in vita.
Né ciò lor basti, ma verrà ancor tempo,
Che dopo mille lustri, a la gran prole
Ch'uscir da questi i' veggio, umili ancelle
Saran nobil fanciulle et amorose,
Cui grato fia da' boschi e da le selve,
Dal gelo e da l'arsura, in più sublimi
Tetti ridurli e darli albergo, e l'opre
Loro adattare in pellegrine e nove
Forme al secol futuro utili e degne,
Da le vostre contrade ognor nomate.
E di quelle conteste in vario stile
Andranne il popol mio fregiato e altero;
Di quelle i sacri tempî ai più solenni
Giorni saranno riccamente ornati,
E coperti di quelle tanti e tanti
Illustri duci, imperatori e regi,
Ch'avran nel mondo a la futura etade
Eccelso seggio; e fra l'umile e bassa
Plebe vedransi i magistrati, e gli altri,
Per gli avi, o per fortuna, o per valore
Ch'in essi alberghi, andar fastosi e gravi
Di tal lavoro, ricevendo inchino.
Non avran fama di bellezza e pompa
I gran trionfi e sontuosi giochi,
I tragici apparati, e le regali
Stanze, e i palaggi, e le onorate nozze,
Se da' serici fregi alto splendore
Non avran prima: alor che tolto in tutto
Da quest'arte sarà l'antico pregio
Di ricchezze agli armenti, et agli umili
Greggi, in cui soli or son vostri tesori.
Quando saran favola vile i segni
D'Ercole ai naviganti industri e chiari,
E i mar riposti et ogni stranio clima
Scopriran ciò che nel suo grembo asconde
E chiude la terrena immensa mole:
E sol darassi a questa e gloria e vanto.
Non mirra, incenso, croco, ebano, avorio,
Non marmi parii o toschi, argento et oro,
Non gemme oriental sì nobil fama
Avran giamai, qual a tal frutto il cielo
Et io prometto, e nol prometto in vano.
Con questo andranno per l'ondose strade
A mille rischi tanti legni, e tanta
Noia et errore al pellegrin s'appresta.
Alor nel mondo più chiara e celebre
Sarà quest'arte in ambedue l'Esperie,
Quand'una in tutto, e l'altra in maggior parte
Reggerà quello invitto alto e potente
Rege che 'l cielo, dal gran seme d'Austro,
Destina a quell'etade, acciò che 'l giorno
Seco riduca, e le procelle e i nembi
Sgombri d'intorno, e del gran padre Carlo,
Quinto del nome suo, spieghi l'insegna
Che le vicine e le lontane genti
Sotto il superbo manto aduna, e goda
La prisca gloria quel secol felice:
Et egli, ardito in guerra e giusto in pace,
Punisca gli empi, et agli umil perdoni,
Freni l'ire ai feroci, e tutti dome
Lo scettro suo, che tra l'anguste mete
D'Alcide non potrà tener l'impero:
Ma nove terre, or senza nome, e regni,
Incogniti or fra voi, d'auro fecondi
Fien da le stelle al suo poter concessi:
Raro dono a lui solo, e ai suoi serbato!
Chiare dico, e celebri ambe l'Esperie
Saran del frutto prezioso e raro,
Per cui veggio fiorir la gran cittade
Che nel mar d'Adria avrà debol principio,
Felsina, e Manto, e la città di Flora,
Quella di Giano, et il tireno lido,
Partenope fra l'altre, e mille e mille
Ch'or sono alberghi pastorali, e case
D'armenti, e colli ignudi, et erme valli,
E luoghi ov'or l'aratro stampa i solchi:
Ma via più chiare, quando unite e giunte
Sian quelle antiche Esperie, e giunti e uniti
D'Austro e di Saxo i steli antichi e illustri,
Ché di lor i più eccelsi rami e verdi
Veggio intrecciati in amoroso nodo;
Nodo amoroso che sin ora ordisco
Con preziosa benda azzurra e d'oro,
Che con piacer di Po, Rodano e Ibero
Stringerà i rami, e quelli, al cielo ergendo
La fronde santa, inviteran da lunge
A l'ombra unita di sì nobil piante
Il mondo tutto, e sotto a lei fiorire
Miro i pregi de l'ozio, e l'arti industri,
Mille virtù che 'l raccontar fia lungo:
Basti sol questo a voi, che fra l'altre arti,
Quella di ch'io ragiono avrà la palma –.
Ciò detto tacque; e sparso ai corpi essangui
Nettare e ambrosia, sparve in un baleno.
E come stral che ben curvato corno
Dal nerbo scocca fra l'eccelse nubi
S'asconde, e dagli altrui occhi s'invola,
Tal si mesce la Dea fra le più chiare
Parti del cielo, ella, gli Amori, e 'l carro,
Lasciando a quella turba sbigottita
Ferme le labbia, immobil gli occhi, e 'l volto,
Che in sasso, da stupor, parea cangiato:
Et abandona la dolente madre,
Che ritraendo il lasso fianco mille
Cose volgea fra la confusa mente,
Pronte a spiegar, che ribombaro il core
Di secreto piacer; ma tosto involve
Nembo di cure amare il lieto seno,
E succede l'affanno al piacer misto.
Né sì tosto la Dea fu dipartita
Che si vider cangiar quei bianchi frutti
In purpureo colore, e 'l nume infuso
Uscir fe' da le carni egre e languenti
Schiere infinite di pregiati vermi,
Ch'ingombraro il terren, le piante, e i rami.
Mira l'antica donna, e crede a pena
La divin'opra; et è fra speme e doglie.
La gente poi, ch'in un s'allegra e duole,
Fa che per l'aria un mormorio s'aggiri,
Qual s'ode per le selve, ove lieve aura
Fra le più lievi foglie scherza e freme.
Al fin con grato applauso, e col ricorso
D'altra turba infinita, ivi già tratta
Da la garrula fama, il popol tutto
Snoda la voce, e in chiari accenti spiega
Lodi al celeste nume, e palpa e vede
Fatto mirando, e sì monstroso e raro,
Che ne stupio Natura, l'Aere e 'l Cielo.
Però in bel seno, e fra le nevi ignude
Onde il foco d'Amor si nutre e desta,
Vaga donzella amante il seme accolga,
Poscia il verme nodrisca, e pronta il servi,
Sperando al suo servir larga mercede.
Ma pria convien del cielo e de' pianeti
Saper lo stato, e d'ogni strania piaggia
La qualitate aver ben conta e nota;
Perché, attendendo a sì difficil opra,
Loco non prenda, o non scegli aria o vento
Ch'a l'animal gentile od a chi il nutre
Fosser contrari, et a quest'arte ingrati.
Prevede il ciel, prevede il campo, e prova
Or questo or quel terreno il buon cultore,
Che commetter non vuole i suoi tesori
A steril gleba ove l'arena abonde;
Né con l'aratro in man solcando move
Quel pian ch'alleva sol canne palustri;
Né quivi ancor la sua semente spande,
Ove i lumbrici iniqui, a pena nate
Del germinante gran le prime barbe,
Vadan rodendo; e mai non toglie albergo,
Con la cara consorte e i dolci figli,
Con la madre vetusta e 'l padre antico,
E co' fratei concordi e d'età pari,
Per sostentar la numerosa e grave
Famiglia, et arricchir nei lieti campi
De' suoi sudori, in loco ermo et incolto;
O da nobil città lontano; o dove
Il cielo avaro unqua dispensi umore
Che trar l'ingorda sete a Cerer possa;
O non sia almen vicino a un fiume o fonte,
Da' quai per fossi o rivi acque introduca
Ad irrigarne i prati, onde il fien colga,
Acciò che 'l gregge pasca e 'l grosso armento
Entro le stalle, ai freddi giorni e brevi;
E ne guadagni, con le paglie, il fimo.
Né là s'adagia ov'è maligno il cielo,
Ch'ora le mandre scema, et or lo priva
Del parente, or del figlio, or del germano,
Ma elegge aria salubre, e fertil campo;
E nel campo i terren vari comparte
Lasciando il buono a' biadi, a l'erbe il grasso,
A le viti il sottile, il magro a' boschi,
L'acquoso al riso, e l'umido al canneto;
Anzi, ch'è più, il villan, parte per prova,
Parte dal vecchio padre instrutto e dotto,
Degli elementi e d'i soprani cerchi
Cose interne e secrete ha nel pensiero
Incolto e rozzo: e da l'aperte e chiare
Fede acquista a le occulte; et agli effetti,
Che penetrar non può suo duro ingegno,
Giunge, facendo di mill'altri scala
Cui vicini comprende, e veri stima
Forza del senso che gli addita e 'nsegna.
Ei, senza aver pur vista Atene, ha noto
Del sole il corso, e quanto al suo minore
Sia de la luna il men discosto giro,
Scorge il moto de' segni, e i loro imperi,
E scopre donde avvien ch'i spessi nembi
Del cielo et altri segni accennin pioggia:
Di qual Cinzia rosseggi, e di qual lume
Febo risplenda; e perché il tempo cangi,
Seguendo state a la stagion de' fiori,
L'autunno a quella, et a l'autunno il verno:
Intende quando guerra a le fredde alpi
Euro minaccia, e l'Austro armato vede
Se scuoter vuol l'orrida chioma ai monti.
Sa perché il polo ognor l'Orsa descriva,
Perché d'arsa cometa infausta luce
Muti i dominii, e sempre morbi adduca,
In qual parte del ciel la matutina
Stella fiammeggi, e quale Espero, e quale
Stampi segno Boote, e perché iniqua
Sia di Saturno la suprema face.
Sa il dotto navigante anco a qual tempo
Riposar debba in porto, a qual le vele
Securo spieghi, e con qual arte ei noti
L'ondose strade e fugga i scogli; e come
Provegga i venti, e le procelle, e 'l corso
De l'armato Orion, di Cefeo e d'Idra,
E tante accetta, e dà credenza a tante
Meraviglie dai sensi alte e lontane,
Cui pur i spirti eccelsi e pellegrini,
Con molti studi e con fatiche, a pena
Disponer sanno, e dimostrar con l'arte.
Ma quella sopra ogn'altra a l'uom conviene
Cura, d'aver di questa immensa mole
Certa notizia, investigando i siti
De' luoghi e de' paesi; ond'ei s'accorga
In qual parte sia più la terra amica
Al rubicondo Bacco, e in qual più brami
Le spiche, ove ami gli orti, ove Pomona.
Vedi Arabia spirar soavi odori;
Produr l'India le gemme, e i novi lidi
D'auro fecondi; e i campi ove Sebeto
Trascorre e innonda aver copia d'armento
Diletto a Marte; e ne' bei colli aprichi
Sorger di Creta e di Mitimna altera
La vite, che col piè torto al ciel poggia;
E 'l siculo terren fertil di biade.
Così voi, donne a la bell'opra intente,
Notar dovrete pria qual loco accetti,
E qual recusi i freddi gelsi e i mori,
Cui fu concesso il privilegio raro
D'esser sol degno e grato cibo ai seri.
Di rado aviene poi, che dove alligna
La nutritiva pianta, ivi anco il verme
Non trove, al viver suo, secondo il cielo:
Pur, chi non ha ben noto il sito eletto,
Dal vecchio abitator spiando vada
Se 'l giel l'offende, o se pur l'arde il sole;
S'ei dolce spiega, e temperati i raggi;
S'è l'aria essente d'ogni oltraggio umano.
Mirar bisogna ancor de l'inconstante
Luna se 'l globo è luminoso o fosco.
Porge questa il favore a le mondane
Cose mentr'ella è di rapaci ladri
E di furti amorosi anco nimica:
Lucente, emula al sol, crescendo il raggio,
S'a' bei nascenti vermi alto vigore
Spira benigna, in altro stato è avversa.
Tempo oportuno è quando fra le stelle
Fastosa incede, e sul terreno manto
Luce d'argento infonde, e versa gelo
Di vive perle la ritonda faccia.
Poscia col cor di puro zelo armato,
Volgi la mente a Dio gran Padre eterno,
Che ne la parte più del ciel sincera
Siede ne l'alto seggio, e 'l mondo lustra
Da un polo a l'altro: egli commanda e insegna,
Mastro insieme, e signor sommo e sovrano,
Da cui solo procede ogni gran bene.
Da lui con preghi affettuosi impetra
Mercé che segua del tuo oprare il frutto
Bramato, e a' preghi mesci doni e voti.
Chiude egli il giorno a le più algenti brume
In breve spazio, e le ferventi spiche
Col notturno seren tempra, e col fiato
Che d'Euro spira; egli il volubil anno
Con sì dolce del ciel legge e misura
Guida, che quanto il crudo Borea invola,
Zefiro dolce a noi rimena; egli ode
Il tutto e vede, e de' mortali i preghi
Pietoso accoglie, et al pregar si piega:
Con tale aiuto a la degna opra affida
Il tuo pensier, vaga donzella, e desta
Più sicura la speme a l'alta impresa.
Indi saper convien qual vario clima
Più fecondo de' seri il seme apporte
(Che molto al lavor giova), et io pur tengo
Vie più d'ogn'altro assai felice quello
Ch'a noi la bellicosa Italia dona,
Che 'n bontà vince i Battri, e gl'Indi, e l'Ermo;
Se ben vi sia chi creda assai migliore
Quel che fra l'altre preziose merci
Recato vien dal Tago e da l'Ibero.
Di questo adunque al lieto anno novello
Prendi, fanciulla aventurosa e saggia;
E quando agli olmi, ai cerri, ai faggi, ai pini,
Anzi, di tutte a le più nobil piante,
Al moro e 'l gelso, i bei primi rampolli
Sparsi a l'aura vedrai, nel vago seno
Ponlo a giacer fra l'acerbette e crude
Mamme, cui pur ricopre invida gonna:
Invida agli occhi, ma non ch'ella arresti
L'amoroso pensier, che non discerna
Talor le parti in bella donna occulte,
E ch'al desio non le descriva e pinga;
Qual limpido ruscel, che non contende
La dolce vista de l'erboso letto.
Qual miracol d'amor, che da' bei lumi
Fiammelle avventi d'un leggiadro viso,
Se da quel petto, ove di ghiaccio alberga
Un cor rinchiuso, et ha di fuor la neve,
Neve d'ogn'altra assai più fredda e bianca
(E 'l sa chi 'l prova), alto calor si move,
Che 'n poco tempo a mille corpi, a mille
Crude forme et essangui infonde l'alme,
Sveglia i spirti, dà il moto, e vita porge?
Or quanto più questa minuta gente
Di turba in turba cresce, e i picciol letti
Frequente ingombra, e maggior forza acquista
Il corpo imbelle, avrai di giorno in giorno
Tante culle maggiori in copia pronte,
Ove la plebe compartita adagi
Più rara alquanto; e degli amati rami
Fra le più folte schiere esca mettendo,
In altre stanze in cui più larga spazii
Mutar la puoi: qual suole accorto duce
Dispor le squadre in militari alberghi,
O sagace signor, che vede priva
De' cari abitator villa o cittade
(Colpa di fame o d'aspra guerra) e vede
Incolti i campi, in abbandon le case,
E le contrade solitarie et erme,
Il popol copioso altronde scema,
E fra quei borghi derelitti il chiama
A ricovrarsi, e col guadagno aperto
L'adesca, e tragge fuor del patrio nido.
Ugual cura ti prema (allor che sorge
Massa di frondi già pasciute, e miste
Con pargolette e rosseggianti arene,
Loro escremento, che di strame a guisa
Lo strato ingombra e ormai le sponde eccede)
Di cangiar letto; e se talvolta in quello
Debol verme s'intrica, o non fu pronto
Ad assalire il novo cibo, avvolto
In tal confusion mesto s'aggira:
Tu con l'ago, o la man destra e gentile,
Prendil pietosa, e fra lo stuol riponlo
Salvo, mercede a te, dal rio digiuno.
Mirate or come ben n'addita e mostra
Ch'è sopranaturale opra e celeste,
Quest'onorato verme, il raro effetto
Che d'ora in ora in lui si scopre, e quanto
Studio, e quant'arte in lui la man divina
Pose, onde sì mirabil sua fattura
Fosse in grado maggior perfetta e degna.
O sia grazia del ciel (che di più doni
Fa ricchi di natura i bei lavori,
Acciò che nulla indarno ella produca),
Che d'ogn'altro animal sì egregio mostro
D'essempi e di virtù fatto n'ha pieno;
Sì che di molti, è il minor pregio ond'egli
Le gentil membra ammanta, avendo insieme
Secreta qualità di vestir l'alme
Ch'hanno al vero camin volto il pensiero.
E di sì illustre velo e sacro manto,
Che invisibil compone il verme e intesse,
Non è lecito a ognuno andarne altiero,
Ma il coprirsene a quei fu sol concesso,
Ch'hanno angelica l'alma, e divi spirti.
E come in bel giardin, che quai più cari
Fior porta il vago Aprile, e 'l lieto Maggio
Largo dispensa, in quella parte e 'n questa
Soglion talvolta amanti donne e belle
Ir ghirlande intrecciando: e l'una invola
I più bei gigli, altra i ligustri, et altra
Le bianche rose mesce a le vermiglie,
Et a ciascuna quel che più gli aggrada
Rapirlo giova, acciò ch'indi al suo vago
D'ogni compagna sua sembri più adorna;
Così può l'uom, de' seri il corso breve
A parte a parte contemplando, accorre
Or questo or quel consiglio in chiuso petto,
Quasi più rare gemme onde n'ordisca
Al viver suo nobil monile e fregio.
Ecco or come appresenta il verme eletto
Nel più oscuro suo stato agli occhi nostri
Uomo ch'è infante, circondato e oppresso
D'ogni più vil miseria: ei fuor de l'alvo
Materno vien, qual pellegrin sospinto
Da l'onde al lito e d'umor salso pregno,
Ignudo; e 'l nascer suo sospira e plora
A gran ragion, poiché gli è aperto il varco
A questa atra prigion, ch'uom vita appella;
A questo mar sì tempestoso et alto,
Ch'un di mille navigli unqua non scampa.
Uopo grand'ha d'ogni vital soccorso,
Con pianti il latte chiede, e 'l niega a molti
L'istessa madre, e da le mamme il sugge
Di feminella vil, ch'i mesi e gli anni
Entro un vil tetto il nutre; et or con vezzi,
Or con gridi e percosse, e frena e tempra
(Me' ch'ella può) le sue maniere strane.
Quegli dal ragionar blando e distorto
Di lei le voci e le parole apprende:
E con accorte e dolci frodi impara
Andar senza il ritegno, e mille e mille
Soffre ingiurie di tempo e di fortuna;
Al fin fra dura gente e incolta avvezzo,
D'imbevuta viltade ignobil parto
A nobil madre l'appresenta; e lascia,
Non senza gran dolor, rozza nutrice
Delicato fanciullo. Or così ancora,
Quando avrà quattro e quattro volte il vago
Pastor ridutto il sazio armento e 'l gregge
Da l'erbe e i monti a la casetta umile,
Et altrettante, con voci alte e gridi,
Il vigilante augel, nunzio del giorno,
L'avaro zappator desto a l'aurora,
Vedrai questo animal gettarsi in preda
Al dolce sonno, e non destarsi avanti
Ch'almen la second'alba a noi non torni.
E, mentre queto posa, e queto giace,
Stringe, il freddo del sonno, il naturale
Calor del corpo a le più interne parti,
E da l'esterne il fura, onde si nutre
Altra pelle, altra veste; e quella prima,
Come angue suole a la stagion fiorita
Depor l'antiche squame, il nostro verme
Lascia, scotendo il sonno; e di novelle
Spoglie più bello e vago al pasto riede,
Oltre l'usato ingordo, e le bramose
Voglie saziar procura, e ingordo pasce
L'amate frondi; onde tu dèi con esse
Allor mutarlo in più capaci luoghi,
E far nove colonie a quella plebe.
Vedrai la fronte rilucente e bruna,
E 'l corpo alquanto men de l'altro oscuro,
E qui avrà fin la prima età più frale.
Indi come al garzon poi che fu tolto
Dal latte, e segna ormai l'orme più certe,
Cresce a paro con gli anni e senno e forza;
E trasmettendo a poco a poco i vani
Semplici scherzi, in quella età graditi,
Fra divina pietade e buon costumi,
Che da pudica genitrice accoglie,
Sorge agli stenti, a le fatiche, e a' studi
Sotto cura fedel di saggio mastro,
Anzi d'altro parente, che co' detti
E con gli essempi informa l'alma, e 'l face,
D'animal bruto, uomo prudente e accorto;
Poi con uguali a lui di stato e d'anni
Fa paragon de' studi, e in le palestre
Rende le membra vigorose e dotte:
Tal fra le prime cune, in prima etade,
Il picciolo animal contempli e scorgi,
Che 'l breve spazio omai del letto angusto
Sdegna, e novo pensier giunge di darli
Più condecente albergo; onde si deve,
Pria che l'ottavo o 'l nono dì sia spento
Da ch'ei fu desto, in parte alta e remota
De l'ampio tetto, aver salubre e aprica
Stanza; ove intorno a le pareti ordisca
Dotto artefice industre alto teatro
D'incise travi e di spianati legni,
Ch'ordinato, di gradi alterni, s'erga
Al ben commesso palco. E nel maggiore
Si posin di vincastri inteste crati,
O d'umil giunchi, o di palustri canne,
Che sien presepe a' seri, e grato ovile;
Del minor poi, la ben fermata soglia
Prema col piè sicura, e intorno vada
Or l'una or l'altra verginella, et ora
I più sublimi, ora i più bassi letti
Vegga e rivegga, e di vivande ingombri,
Di cui colmi ne rechi il grembo e 'l seno:
Et a questi et a quei salga in disparte
Del grave ordigno, ove l'accorto fabro
Lasciato il varco avrà d'egregia scala.
Ecco intanto il dì novo a pena è sorto,
Che di novo il sopor placido serpe
Nel sazio gregge, ond'ei prostrato giace,
Sin che due volte il Sol dal carro adorno
Sciolga i corsieri, e 'n grembo al mar s'annidi;
Poscia si desta, e nel destarsi cade
Dal capo il picciol elmo, e come in orto
Papavero talor vedi al meriggio,
Cui sia languendo il fosco fior caduto,
Lo scorgi, di color fatto simile,
De la smarita oscura pelle fuore
Con lenti sforzi trar le molli membra
Più chiare alquanto: il che n'addita il pregio
Ch'uom riceve a l'uscir, porgendo grato
Odor di lui dai fanciuleschi vezzi,
Per gir per erto calle a l'alto monte
De l'arti e discipline eccelse e degne.
Qui maggior cura vi s'appresta, o donne,
Di riportar i seri al bel soggiorno:
Voi con gli usati inganni, e le fanciulle
De l'amoroso frutto ancor digiune,
Con le man pure, e la vil turba e pigra
Di fanti e serve, i lenti passi affrette
Più de l'usato a la foresta, e a' gelsi
E mori il grato onor di frondi invole,
Per arricchir nei prandi e ne le cene
Le mense a l'animal, cui s'è dormendo
L'empia noiosa fame in seno infusa.
Più canestri e fiscelle allor portarne
Conviene, acciò che prontamente abonde
A le distributrici il seno e 'l grembo;
Ma debbon le donzelle essere accorte
Nei modi del governo, e quando i seri
Son pargoletti, e 'n quelli a l'appetito
Il puro senso non soggiace ancora,
Puon quanto aggrada lor fra spesse foglie;
Libero al manucar lasciarli il freno,
Ché tanto sol ne pasce quanto chiede
La natural sostanza che 'l governa:
Qual tenero fanciul, che palpa e tiene
Fra labro e labro le ripiene mamme,
E ciò che brama sol natura ei tragge.
Or da qui innanti con più parca mano
Vien che 'l cibo ministri, e quasi in scherzo
Getti rade le frondi, insin che alquanto
Cessato sia l'impeto primo ardente
Del ventre e del digiuno; indi ne sparga
Prodiga copia, e là vi spazii e goda
Con mille giri il verme, e con fragore;
Qual forse udito avrai, se ti rimembra,
Mentre sotto ai notturni e foschi orrori
Quete e tacite son l'umane cose,
E tu del letticiuol le molli piume
Col grave peso calchi, e sia vicino
Il loco a un bel giardin di piante adorno,
Carche di verde frondi, et un repente
Tuono allor rompa a le tue luci il sonno:
Odi versar su le ridenti foglie
Stille da un nembo, e un fremer dolce e grato
Quelle aggirar per l'aura, onde t'invita
Con l'ali brune lusingando un forte
Sonno a posar su l'altro fianco, immerso
Nel dolce oblio de' tuoi pensier più gravi.
Copri dunque, fanciulla, allora i seri
Di verdi fronde, come eccelsa pioppa
Sotto di lei l'antica madre ammanta
De l'onor suo, ch'Euro disperde e scuote;
E, come aver si de' sempre in costume,
A questo ufficio il dì tre volte riedi:
La prima fia quando è sparita in tutto
L'alba e ritorna in Oriente il sole,
Che già dei liti Eoi sorto è da l'onde.
Poi quando il mezzo del celeste giro
Preme, e foco maggior dai raggi spande,
E 'l rozzo agricoltor sudato e stanco
Lascia imperfetto il solco, e in mezzo a quello
Il grave aratro, e con i buoi disciolti
Ricorre a l'ombra d'olmo o cerro o faggio,
E quivi a lor dà il cibo, e a sé ristoro;
E 'l semplice pastor, presso un bel rio,
Col dolce mormorar le voci accorda
De le stridenti avene, e 'l sazio gregge
Mira, giacente sotto abeti e pini,
Ruminar l'erbe e 'l mattutino pasto.
Al fin, come la notte in ordin pone
Le più lucenti stelle, et a l'albergo
Chiama le genti, e gli augelletti al nido,
Le fere ai boschi, e i pipistrelli a l'ombre.
S'appressa intanto il destinato tempo
Ai seri di lasciar l'etate adulta,
E varcare a stagion vie più gradita;
A la stagion che da fatica ha 'l nome,
Come anco al faticar fu a l'uom prescritta,
Bench'egli in essa più vaneggi, e tenga
Strabocchevoli usanze e strani modi,
Ch'al fin lasciato il buon custode, e sciolto,
Segue il furor de la volubil mente:
Di veltri e di destrier s'allegra, e gode
Di campi e giochi, e d'amorose donne.
A quest'etade, al giovenile ardire,
Che mal si tempra, e che soverchio ferve,
Freno bisogna al male, e sferza al bene
Di più saldo consiglio, ancor che sprezzi
L'animo altero chi 'l riprende e punge;
Sin che con gli anni di viril costumi
Si rivesta, per gli aspri erti sentieri
De l'auro e de l'onor camini e poggi,
Lasciando ormai la dolce etade e cara:
Dolce non già, né cara a chi l'adopra
In vani effetti, in fole, e 'n rei pensieri.
Anzi pur troppo amara, e troppo ingrata,
Quand'egli avien ch'allor la prezzi e stime,
Ch'ella è trascorsa, e scorsa mal la vede;
E tardo al ravveder, tardo è al pentirsi,
Onde poi indarno la sospira e brama:
E tanto gli è maggior sì gran iattura,
Quanto men trova al danno alcun restauro.
Ma vediamo ora i nostri amati seri,
Cui tosto assale alto sopor, che l'ali
Dispiega sopra lor placide e chete;
E presti alcuni sono, altri più lenti
A riposar l'affaticate membra:
Però scelta di lor, donne, farete,
Messi in disparte i vigilanti insieme,
E insieme ancor gli adormentati posti,
Perché di questi non si turbi il sonno.
E giuntamente or gli uni, or gli altri al fine
Salghino in successivo tempo e loco
Sopra i rami parati a le lor opre:
Che ne dimostra la dovuta cura
Di chiaro padre in virtuoso figlio,
Che a parte lasci i suoi dissegni orditi
Su cose, al suo dispor, troppo fallaci,
E intenda solo a secondare il corso
In questa età, da onesto genio scorto
Nel pronto ardir di generosa mente,
A che Natura e 'l Ciel l'appella e piega.
Questa dunque stagion, cui non succede
Altra etade miglior, mai non trappassi
Senza sceglier gl'ingegni, e quegli e questi
Fra le schiere de' pari in arte e 'n studi
Porre, a far prova in uno o in altro calle
Che lor conduce per diverse strade
Di Minerva e d'Apollo al sacro tempio;
E più per tempo ancor, se può scoprire
Ferma al garzon la mente (troppo incerta
E dubbia cosa in quei primi anni), deve
Lentar il freno al virtuoso intento,
Sia d'armi o lettre, o divin culto o corte:
Perché s'avvanzi il tempo, a l'uom pur troppo
Parco, e fugace più che vento o strale.
Vedi or questo animal, doppo una lunga
Notte al suo lungo sonno, a quella uguale
Forse che Alcmena ingravidò d'Alcide,
Rompe il riposo, e si risveglia, e scossa
La spoglia inutil, sorge a l'oriente
De l'età sua fiorita, e sembra argento
Ch'aspetta ancor de la sonante incude
I fieri colpi, onde maestra mano
Poscia il polisca, e dia il pallore e 'l lume;
E non invano, pascolando, accresce
Mille inutil fragmenti, e prende il cibo
In maggior copia, e con maggior vigore
Si vede errar fra le vivande altero.
Né cibo elle a lui son, com'altri stima,
Benché sen pasca, ma di quelle aduna
Entro il suo petto il prezioso stame:
Con studio e con fatica il coglie, e mentre
Dorme il concoce, e ruminando affina,
Onde poi sparga il degno frutto al mondo.
Vedrete i seri andar lieti scherzando
In umil vita, e fra l'amiche schiere,
Empiendo a gara il sen di verdi fronde;
E vezzosi gioir del vago stato
In che gli ha posti il ciel, che non gli diede
Duce o tiranno, come a l'api, o rege
Ch'abbia fra loro impero, e con orgoglio
La bella libertade opprima e turbi
Crudele, invido a' buoni, e pronto a l'ire
Contro i migliori, e ch'antepor si sdegni,
Qual buon padre dovria, l'util commune
Al proprio affetto, e 'n servitù gli stringa.
Né fuco tra lor nasce, che in sembianze
Bugiarde e finte, e con mentiti studi
Distrugga l'opre, e tessa insidie a loro,
Onde sudar convenghi e giorno e notte,
Ora in straniere, ora in civil battaglie.
Pari questi d'amor, pari di fede
Li scorgi, e qualità lor non distingue
Di maggiore o minor, di sozzo o vago:
Nato è ciascun da un seme, e lieto vive
Senza disturbo di nimico oltraggio.
Lasciano altrui l'acuta punta e 'l tosco,
L'ira e 'l furor lasciano a l'api avare,
Che fan coi morsi a l'opre lor difesa.
Di pace amica è questa greggia, e lunge
Vien che da lei fiammeggi il fiero Marte.
Pace brama et apporta, onde al governo
Di pacifica mano inetta a l'armi
S'è data, e sotto lei riposa e vive;
Pende talor da la soave bocca
Di voi leggiadre verginelle intenta
Al placido cantar, ch'al cor gli scende,
Ammollisce il travaglio, e i spirti alletta.
Ma come presto passa, e quanto è breve
Questa nostra mortal misera vita!
Come ci applaude ne' verdi anni, e mentre
Viviam sicuri si dilegua e fugge,
Col ratto corso de l'alato veglio!
Qual rapido torrente, ove l'un'onda
Caccia l'altra, e cacciando anch'ella è spinta,
E l'una e l'altra non s'arresta un punto;
Così volano i giorni e scorron gli anni
Senza alcun freno, e chi fu pigro e lento
Ne l'età sua più vaga a côrre il fiore,
S'in ver la sera poi languido il trova,
D'altri che di lui stesso non si lagni:
Però a chi retto aspira e retto poggia
Per verace camino al sommo bene,
Od a chi ha 'l traviar lasciato a tempo,
Or cura assai più cupa al cor s'interna:
Cerca ei ricchezze, amici, e brama onore,
Col disagio di Marte e di Minerva.
Fra le vigilie e fra i perigli aspira
A magnanime imprese, e a nobil fama
Doma i sfrenati sensi, e sotto al giogo
Marital divien padre, e lieto vede
Se stesso rinovato in bella prole,
Et oltre corre, e più e più s'attempa.
Simil ritratto al vivo ancor si scorge,
Passando i seri a' più maturi giorni:
Ecco a pena gli apparve il primo albore
De la lor giovanezza, e a l'occidente
Già volge i passi in più spedito corso:
Che quanto fu più tarda a salir l'erto,
Tanto or più affretta al declinante calle.
Già addita il varco a la virile etade
Il domator de' mali e de la Notte
Lusinghier figlio, col leteo liquore
Di cui invisibilmente il gregge irriga;
E già sopire i sensi, e posar vedi
Le stanche membra, il grave capo in alto
Tenendo ognor (quasi a ricever pronto
Il celeste favor), donne, sin tanto
Che 'l sol correndo intorno a noi riporti
L'alma luce tre volte; e 'l rozzo cuoio
Indi lascia col sonno, come suole
Lasciar la verde buccia aperta rosa,
Allor che sopra lei piove la manna,
E scuote l'alma in rugiadoso grembo;
E 'l bel color de la mutata spoglia
Veggendo, egli medesmo ammira e gode,
Che par ch'invidii il vostro vago volto,
Amate virginelle, ove si sparge
Fra 'l giglio la viola, e si confonde.
Or grave incede e grave mira, e pasce
Con più posati morsi i vostri doni.
E come in uom, ch'al mezzo corso assunto
De la sua vita, e nel passato tempo
Soffrì molto fanciullo, et arse, et alse,
Fuggì l'ozio e i diletti, e dal travaglio
Giorno e notte fu oppresso, onde la strada
Al ciel s'aprisse, in questa età si scorge
Chiaro pregio de l'opre, e certo segno
Del suo valore, e qual s'attenda e speri
Fine di lui, quai palme e quai trionfi:
Tale in questo animal traluce e splende
Da l'abellite membra aperto un raggio
D'ampie ricchezze, ch'entro il seno asconde,
Per farne indi a voi, donne, un largo dono.
Vedi apparir l'aurate fila, e vedi
Confusamente avvolto il bel lavoro,
Entro lucida vesta ancor celato.
Però, liete donzelle, ancor vi sproni
Questa speme sicura a nuove imprese,
A gran servigio, et a più cari uffici:
Come di naviganti audace schiera,
Che più giorni ha provato il mare infido,
E scórse per l'Egeo mille procelle,
S'al fin si scopre il desiato porto,
Benché contrasti ancora il vento, e l'onda
Fa schermo al vento, e con robusti remi
Frange l'onda feroce, e preme e suda;
Né li è grave la noia, poi che spera
Toccar in breve il dolce amato suolo.
Mentre il verme si pasce, e nove volte
Farà la vaga Aurora usata scorta
Al bel lume che mal resse Fetonte,
Et altretante sotto il fosco manto
La notte in occidente chiudrà il giorno,
Vadin per l'alte selve, e per le umili,
Per macchie e dumi e siepi aspri villani
Oprando la bipenne, ov'al ciel surga
Il verde lauro o la superba quercia,
O dove vil ginestra o molle stipa
O rosmarino abonde; e quindi tolta
Tal quantità che buon giudicio elegga
Di brevi rami, ma fronzuti e spessi,
Gli avvinchi in fasci, e sul curvato dorso
Nel degno ovil la rechi, e la disponga
Con picciol chiodi e funi intorno al grado
Maggior del giro ove riposa il gregge,
Quasi ben folta siepe, che nasconda
Le sue radici ove l'un grado e l'altro
Fanno angolar confine insieme aggiunti,
Et al minore i sparti rami appoggi,
Come s'appoggia ai dirupati muri
Od agli antichi steli eder' e acanto.
Intanto apporta il sol la nona luce
Da che fu spento al verme il dolce sonno,
Ch'ad altra vita, ad altro stil l'appella:
Lascia le care frondi e 'l letto amato,
E lieto de la nuova alta foresta,
Ver lei si move a passi tardi e lenti,
Col corpo stanco ch'a gran pena porta
Pregno del raro e nobil frutto; e vedi
Or farsi lungo, or ranicchiato e corto,
Come serpe negli orti infausta eruca,
Di cui gran parte ha la sembianza espressa.
Tiene ei dal capo al tergo il bel lavoro
In tre parti distinto: il capo accoglie
Sino al torace i primi fili e stame
De l'altro assai men puro, e filaticcio
Il volgo errante il noma; in mezzo alberga
Il serico tesoro, come in sede
Più de l'altre beata; e serba il fine
Altr'opra parimente incolta e vile.
In cotal guisa adunque i verdi rami
Sale questo animal, poiché non cura
Il cibo più, ma s'apparecchia a l'opra.
Con mille giri al fin s'inselva e mesce
Fra i rami e fra le stipe ove in due parti,
Quasi in due corna, si divide; e quivi
Il picciol muso a l'un de' tronchi appressa,
Ove col dente bipartito appende
Del filo un capo, indi rivolto a l'altro
La trama stende, e quanto a lui concede
Il loco, e quanto può col busto, intorno
Pronto l'aggira a questa parte e a quella:
Et apparire un picciol nembo a un tratto
Scorgi, qual fragil vetro ond'ei traspare;
Indi più folta nube agli occhi il cela,
E quanto più fuor de la nobil salma
Vome l'alte ricchezze e peregrine,
Tanto ella più divien breve e ristretta.
E, qual verga s'inesta in strania pianta
Che legno a legno unisce, or si congiunge
In breve spazio una su l'altra piega,
Di cui n'ha in nove zone il corpo cinto;
E dentro d'or in or più si fa angusto
L'oscuro luogo ov'ei se stesso chiude:
Indi chiuso, e compito il bel lavoro,
Fra le degn'opre sue s'adagia e dorme
Sonno d'ogn'altro più soave e queto.
Così a punto fa l'uom che già maturo
Sente l'età senile inferma e grave,
Onde tardo ai negozi, e lento a l'opre
Incede, e loda il già trascorso tempo,
Biasma il presente, e con aspre rampogne
I minori di lui preme e censura;
Sempre di noia pien, s'ange e paventa:
Così questi anni declinanti al corpo
Van togliendo il vigor che gli altri diero,
Ma la bell'alma ognor più chiara e pura
Gli spirti in alto leva, e fa che pronto
Al suo fedel consiglio ogn'uom ricorre.
E se, per rea cagione, al suolo errante
Scorgi parte del gregge, o qualche verme
Che di salir sopra il boschetto adorno
Forza non ha, ma al piè de' spessi tronchi
Neghittoso s'avvolge, e tristo geme
Che 'l potere al desio non corrisponda,
E par che d'onorata invidia colmo
Miri i compagni suoi, cui più cortese
Diè grazia il cielo di poggiar tant'alto,
In parte ove il lor pregio ognun dimostri:
Et ei (colpa di sorte ingiusta e cruda)
In estrema miseria oppresso, e seco
Restin oscuri insieme, od in vil loco
Sepolti i suoi tesori, in tanti giorni
E fra tante fatiche al fin raccolti:
Anzi in lui sembra ognor farsi maggiore
La pena, mentre ei vede a sì grand'uopo
Mancarli il fido aiuto, e quel sostegno
In cui sperato avea, di chi il mantenne
In vita e 'l trasse d'ogni rischio acerbo;
Soccorra or quella man pura e gentile,
Che sì benigna il cibo dielle, e pronta
Maisempre fu a servirlo, or dolce porga
Favor più grato, e conoscendo il merto
Di chi mercé li chiede, e sforzi e vinca
(Oprando sua pietade) ogni empia voglia
Di contrario destino, al valor chiuso
Aprendo il varco; e de l'amata selva
In convenevol seggio il verme ponga,
Che 'l vostro onor di sua virtute accresca,
Vaghe donzelle. A cui ricordo ancora
Di non locarli mai l'un l'altro appresso,
Anzi, quanto si può, vien che ancor quelli
Ch'inramando sen vanno allunghi, e scevri
L'aggiunte coppie e i più vicini seri,
Pria che da loro il bel lavor s'ordisca:
Poscia che (o sian da spazio angusto astretti,
O intempestivo amor li stringa e leghi)
Qual suole in ventre feminil sovente
Sola membrana accôr gemino parto,
Tal d'ambi avvolto stame in un sol giro
Chiude i vermi consorti, e 'n minor prezzo
S'have il doppio lavor confuso e incolto.
Però, se forse il già ingombrato bosco
Di travaglianti vermi ai seri inerti
Campo non lascia, ad altro stil si volga
Il pensier vostro, e là s'invii veloce
Pronto garzone, o servo, o snella fante,
Ove dedala mano incide e spiana
D'odorato cipresso o d'altre piante
Assi gentili, onde ne intessa e formi
Sonoro plettro, od arca, o nobil palco:
E dal tagliente aciar, che liscia e terge,
Cade qual sottil benda, o cinto, o nastro,
Soverchio legno inanellato e crespo,
Che de la stanza in cui s'attende e suda
Ne' mecanici ordegni il piano ingombra:
E di materia tal, canestri e grembi
Si rechin pieni a voi, cui sparger giove
Sopra le crati i più composti giri
Di quella, e in essi i già smarriti vermi
Faranno il nido, e spiegheran lor opre.
Come ancor de' colui cui non concede
Il ciel che 'l ben che dà Fortuna e toglie
A quel de l'alma in lui sia giunto e unito,
Non sdegnando il suo grado, esser perfetto
Ne l'arte a che il voler sopran l'appella,
Et a che il proprio affetto il piega e spinge.
Segua altri Astrea, porgendo a ognuno in pace
Ciò ch'a lui di ragion si spetta; e l'orme
Altri prema di Marte, e con la spada
Per la sua fede e per la patria pugni;
Altri ad Apollo serva, e 'l sacro coro
Che in Elicona siede onori et ami;
Quel di Palla e Mercurio i vari studi
Contempli, et un n'elegga, et un n'apprendi
Intieramente; e quel che ad altro il core
Volto non ha, che sia ingegnoso e grave,
Di Saturno i secreti almeno impari,
E 'l paterno retaggio o 'l proprio avere,
Con domestica cura e 'l viver parco,
Se radoppiar non può, conservi intiero
A se stesso, a' suoi figli, et a' parenti:
Che a Corinto passar non lice a tutti.
Pur, quante frondi ha 'l bosco Ercino, e quante
Arene il mar di Libia ognor raguna,
E quante erbette e fior di maggio ha un prato,
Tanti mali fan guerra, e tanti danni
Vengon a schiera a schiera, a quel che, lento,
Essercitar non cura i spirti vaghi
In ben oprar, e 'n virtuosi effetti:
Del che or ci danno un memorando essempio
I divini animali in questa etade,
Che tutti, in basso od in sublime stato,
Affaticarsi vedi, e fanno a prova
Ricchi di giorno in giorno i letti e i rami
Con mille e mille variati globi,
Verdi, bianchi, vermigli, azzurri e gialli,
Che par n'invidii il più fiorito prato,
Ove lieta ghirlanda a un bel rio fanno
Gigli, calta, viole, acanto e croco;
Anzi sembra la selva ornata e altera
Superbo fregio od imperial corona,
Ove artefice illustre a l'auro ha miste
In mille guise preziose gemme:
Quivi un diamante i raggi, ivi un rubino
Il lume vibra, or un zaffiro appare,
Or fra topazi e prasme egregia miri
Schiera di bei smeraldi e di giacinti,
E senza fin le perle, ma d'ogn'altra
Gemma un ricco pendente il pregio invola,
Di margarita orientale e rara.
Tre giorni gode il verme il caro nido
Opra de le sue mani; al fin ne sorge
Non verme più, ma puro e vago augello,
Che lasciato fra voi suo nobil seme,
Ch'immortale il conserva e lo ravviva,
Spiega i candidi vanni, e al ciel sen vola.
Chiaro specchio d'uom prode, che, tenendo
Ristretta al cor l'alta virtute, aspetta
Tempo opportuno a palesarla al mondo:
Non fra la rozza plebe ei la dispensa,
Non in cose leggieri, o in umil loco,
Né in giovenile e meno esperta etade,
Ma dopo il latte i buon costumi appresi,
Sorge a le discipline, a l'arti; e quelle
Poscia col bene e 'l male affina e prova
Con l'uso esperto ch'ogni cosa insegna.
Lasciato al fin col sonno il pigro letto
De' gravi studi, da l'instabil fronde
L'alma solleva, e fra i massicci tronchi
D'uomini illustri e prìncipi prudenti,
Dal merto suo posto in sublime stato,
Spiega il caro tesor di sue virtudi:
E poi, di fede immacolato, e bianco
Di peli, e d'anni carco e di fatiche,
Seme del nome suo perpetuo in terra
Lasciando, frange l'atra nube oscura
Ond'era avvolto, e poggia ardito al cielo,
Ov'ha del ben oprar larga mercede.
Ma qual mercé più larga, e qual più chiara
Fama si deve ad alma degna e sciolta
Di mortal velo, che non resti oscura
E vile appo la tua, duce alto e invitto,
Divo gran Filiberto Emanuello?
Che per tanti immortali avi et eroi,
Dal sangue di Sassonia, antico e augusto
D'imperial corone e regai mitre,
Chiaro stelo produsse al secol tristo,
E diede in maggior uopo al mondo oscuro
Per disgombrar le tenebre e gli orrori,
E risanar da mille piaghe atroci
Il bel corpo d'Italia egro e languente.
Te dunque parturio vera BEATRICE,
Che d'un bel ramo lusitano, al tronco
Illustre tuo, con le sue mani Amore
Inestar volle; e dal suo grembo tolto,
Di vero culto armato, e d'incorrotta
Fede e regai sembianze ornato e pieno,
Dal buon Carlo tuo padre al gran zio Carlo
Donato fosti; e di lui l'orme sante
Seguendo ognor, non di Chirone o 'l saggio
Stagira fur da te i precetti accolti,
Ma nel tuo petto ogni virtute infuse
Lei, che dal capo uscio del gran Tonante,
Et il figliuol di Maia; e ti mostraro
Che con paterna e vigilante cura
Del popol tuo, col frenar l'ire ardenti,
Col punir gli empi e sollevar gli afflitti,
Con l'equa lance, e col serbar intatte
Le man dal sangue altrui giusto e innocente,
Col procurar la pace e dar riposo
A l'età oppressa al ciel si poggia, e 'l giogo
Si rende a' servi suoi lieve e giocondo.
Ivi, seguendo sol pregio e virtute,
Crescesti in arme valoroso e ardito;
Indi con gran stupor del chiaro duce,
Con intrepido cor, veduto fosti
Scorrer contro i più forti empi ribelli,
Spargendo del lor sangue ampio torrente,
E montagna di strage alzando al piano,
Onde libero a te concesse il varco
Nel più rapido corso, e in mezzo l'onde,
L'Albi, del tuo valor stupido e vago.
Et al tuo merto ancor libero scettro
Il saggio Imperator commetter volse
Sovra le schiere sue, sovra ogni duce.
E qual fu mai fra tanti al mondo illustri
Di Quirino e di Numa avi o nipoti,
Cui concesso abbi il cielo e 'l dio de l'armi
Ornarsi il crin d'ogni corona e fregio,
Come fu a te, Signor? cui d'or la chioma
Cinse Renti et Edino, un di murale,
L'altro di vallar gloria; e del gran Franco
Rotto in doppio conflitto, in doppio onore,
Ornò le tempie tue gramigna e lauro:
Ornolle ancor la quercia e 'l sacro mirto
Nel racquistato regno, ove serbasti
I cittadini tuoi, che vidder fatto,
Senza stilla versar di civil sangue,
Per le tue man sì glorioso acquisto.
Sentì dunque il valor sommo e felice
In guerra il Belga, il Franco et il Germano;
Il famelico lupo ingordo et empio,
Ch'ognor tenta furar dal sacro ovile
Le stolte pecorelle; e quel ch'a torto
Sì nobil preda al nostro impero usurpa,
Ch'ha nel Bosforo tracio il seggio antico
Da Constantin riposto entro Bisanto.
Provollo in pace ancor l'afflitta sposa
Di Dio, che sue reliquie in giro angusto
Ristrette avendo, fu spesse fiate
Per te difesa; e 'l popol tuo diletto,
Queste piaggie sì vaghe e sì gradite
Col tuo valor ricompre, e queste genti
Dopo molto travaglio al tuo vessillo
Con nove leggi unite. E l'alte imprese,
Gli ordini, e l'arti, e ' militari onori
Qui rinovati avendo, e d'alte mura
Ornate le città nobili e belle,
Muniti i passi e i luoghi, al fin pur lieto
Del patrio nido e del bramato seggio
(Come questo animal famoso e raro
Di cui si canta), in mezzo a l'opre degne
De le tue man queto e sicuro stando,
Queto e sicuro avesti il sonno, e l'ali
Spiegasti al ciel candido e puro, e 'n grembo
Al tuo fattor, d'etereo raggio cinto,
Ti stai beato; e quindi lieto miri
Le glorie tue, ch'ognor si fan più belle
Nel chiaro seme a noi lasciato in dono.
Chiaro seme, alto dono, e regio figlio,
Che virtù nutre, onore inalza, e regge
Giustizia, e Palla a lui senno concede,
Che 'l paterno valor serbando accresce,
Onde in sua man riposta ha 'l ciel la chiave
Ch'a questa Esperia il passo apre e richiude,
Ed al suo sacro regno immenso pregio
Compartito ha la dea madre d'Amore,
Novo splendor giungendo al suo bel lume,
Mentre col più pregiato e caro nodo
Di felici imenei legollo e strinse
A soggetto più ch'altro al mondo degno.
Tu, che col ciglio il ciel reggi e mantieni,
Reggi e mantieni ancor sì eccelsi numi:
E 'l bel terren ch'al lor dominio hai dato
Più non tema del tempo oltraggi et onte.
Troppo, ahi, troppo fu asperso, immondo e tinto
Il Po di sangue ostil del nostro sangue:
Or frema altrove strepitoso Marte,
E 'l barbaro furor nemico a' seri.
Non siano i gelsi più, né l'altre piante
In bellici stromenti e uffici volti,
Ma, qual da un vivo fonte, scaturisca
Serie d'eroi dal regio alvo fecondo:
Chiara succession ch'eterna stenda
I rivi suoi, di riprodur mai stanchi
Quanti destina il ciel degni nepoti,
Ch'avanzin poi qual più chiaro si canta
Di Sparta, di Cartagine, e di Roma.
Tu magnanimo duce alto e sublime,
Giovine glorioso, al vero sole
Fisse le luci tue tenendo, apprendi
Nodrire e fecondar l'arti e gl'ingegni,
Sparger pace e riposo, e con man giuste
Dar premi e pene, e proveder da lunge,
Onde al secol presente et al futuro
Goda per te la prisca gloria il mondo.