LIBRO QUARTO

By Torquato Tasso

Già l'alba messaggera in cielo è desta,

quasi annunzi ai mortali: Or vien l'aurora.

Ella s'adorna intanto e l'aurea testa

di rose còlte in Paradiso infiora:

quando ogni schiera ch'al vïaggio è presta

lunge in voce s'udiva alta e sonora;

e tra corni e tamburi e 'l suon de l'arme,

le trombe risonar col fiero carme.

Il saggio capitan con dolce morso

i desiderii lor guida e seconda;

che più agevol saria svolger il corso

presso Cariddi a la volubil onda,

o tardar Borea, allor che scote il dorso

de l'Apennino e i legni in mare affonda.

Gli ordina e muove e drizza; e 'n suon gli regge

rapido sì, ma rapido con legge.

Ali ha ciascuno al core ed ali al piede

né del suo ratto andar però s'accorge.

Ma, quando il sole i campi infiamma e fiede

con più fervidi raggi e 'n alto sorge,

ecco apparir Gerusalem si vede,

ecco additar Gerusalem si scorge:

ecco si grida omai, non si bisbiglia,

del gran Sion la nubilosa figlia.

Così di naviganti audace stuolo,

che muova a ricercare estranio lido,

e 'n dubbio mare e sotto ignoto polo

provi spesso il furor del vento infido;

s'alfin discopre il desiato suolo,

il saluta lontan con lieto grido:

e l'uno a l'altro il mostra, e 'ntanto oblia

la noia e 'l mal de la passata via.

Col gran piacer che quella prima vista

dolcemente spirò ne l'altrui petto,

riverenza e pietate insieme è mista,

come si mesce l'un con l'altro affetto.

Osano appena d'innalzar la vista

ver' la città di Cristo albergo eletto;

dove morì, dove sepolto ei giacque,

dove le membra rivestir gli piacque.

Sommessi accenti e timide parole,

rotti singulti e flebili sospiri

de la gente, ch'in un s'allegra e dole,

fan che per l'aria un mormorio s'aggiri

qual ne le folte selve udir si suole,

dove Austro giunga sibilando, e spiri:

o qual, spezzato infra gli scogli e i lidi,

freme e si lagna il mar con rauchi stridi.

Premevan, nudi il piè, l'erto sentiero,

che l'esempio de' primi altrui commove.

Piuma ch'alto si sparga, o pur cimiero

superbo dal suo capo ognun rimove;

e 'nsieme del suo cor l'abito altero

depone, e calde e pie lacrime ei piove.

Pur quasi al pianto abbia la via rinchiusa,

ver' Dio parlando, ognun se stesso accusa.

–Dunque, ove tu di sanguinosi rivi

il terreno, o Signor, lasciasti asperso,

d'amaro pianto almen due fonti vivi

in sì acerba memoria oggi non verso?

O mio gelido cor, che non derivi

per gli occhi, e stilli in lacrime converso?

Duro mio cor, ché non ti rompi e frangi?

Pianger ben merti ognor, s'ora non piangi.–

Di cotai voci intorno il ciel risuona,

ed ogni cor s'intenerisce e spetra:

e mentre oltraggi ed onte altrui perdona,

a' propri falli suoi perdono impetra.

Ma Dio co' propri detti anco ragiona,

che sono strali pur di sua faretra:

ei, l'arme saettando, entro percuote;

di fuor le lingue scioglie in sacre note.

“Sorgi, Gerusalem, co' raggi illustri,

perch'il tuo lume e l'altrui gloria or viene;

la gloria del Signore onde t'illustri

nasce, e fa queste parti omai serene.

Ecco dopo tant'anni e tanti lustri

che l'ombre e le caligini terrene

i popoli coprîr ne l'Orïente,

de la gloria divina il sol nascente.

Alza gli occhi dolenti e 'ntorno gira

tutti questi per te già fûro accolti,

tutti vengon per te; fra lor rimira

i figli tuoi de' lacci antichi sciolti.

Qual gioia avrai (s'il vero a noi s'inspira)

quando i popoli a te vedrai rivolti,

e le genti sì fère e sì diverse,

più che del mar le arene, a te converse?

Quasi un diluvio allor fia che t'inonde

d'uomini e d'animai con varia salma,

che i monti copriranno, e l'alte sponde,

insin là dove legno in mar si spalma.

E tu lieta côrrai le verdi fronde

de la tua oliva, e de la sacra palma:

e le immagini d'oro, e i maschi incensi

vedransi a Dio fumar nel tempio accensi.

Ma ora chi son questi i quai volando

vanno, in guisa di nube o di colomba?

Me aspettan le navi, in cui solcando

l'acqua n'andrò, ch'al suono alto rimbomba,

e l'isole del mar: ma come, o quando

raccôrrò i figli sparsi a suon di tromba,

portando oro ed argento onde consacri

al tuo Signore i templi ed i simolacri?

Edificar le tue cadute mura

figli vedrai di peregrini egregi,

e quando avrò di te pietade e cura,

di servi in atto e di ministri i regi:

e le porte aprirai tutta secura

a valorose genti e duci egregi:

né gente fia né re, che si dia vanto

di non servirti, il qual non pèra intanto.

Libano a te concederà la gloria

de l'abete, del busso e del suo pino,

perché s'adorni con pietosa istoria

il tempio sacro al tuo Signor divino.

Vedrai 'l superbo in chiara alta vittoria

a te venirne riverente e chino,

l'orma adorando de' suoi piedi impressa,

e chiamarti di Dio città promessa.

Città deserta un tempo ed odïosa,

non era chi per te volgesse il passo:

or sarai terra lieta e glorïosa,

ch'ogni regno terren vedrai più basso.

E 'n guisa di regina alta e di sposa,

t'adornerò, lasciando il ferro ed 'l sasso;

e 'n quella vece in te l'argento e l'oro

splender farò con più sottil lavoro.

Pace avrai pur dopo continua guerra,

e giustizia con lei dentro e d'intorno.

Più non udrassi rimbombar la terra

de le tue colpe, e d'uno e d'altro scorno.

Non fia 'l tuo lume quel che varia ed erra,

o di luna o di sol la notte e 'l giorno;

lume che scema e cresce, e sale e scende.

Io sarò il sol ch'eterno in te risplende”.

Fra gl'infedeli intanto un uom che guarda

antica torre, e scopre i monti e i campi,

la già minuta polve alzarsi guarda

onde par che gran nube in aria stampi:

par che baleni il nuvol denso ed arda,

come fiamme nel sen rinchiuda e lampi:

poi lo splendor de' lucidi metalli

distingue, e scerne gli uomini e i cavalli.

Allor gridava: –Oh qual per l'aria stesa

polvere i' veggio! oh come par che splenda!

Pronti correte a l'arme, a la difesa,

a le porte, a le mura! ognun v'ascenda,

già presente è il nemico.– E poi, ripresa

tal voce: –Ognun s'affretti e l'arme or prenda.

Ecco, il nemico è qui: mira la polve,

che ne l'oscura nebbia il cielo involve.–

I semplici fanciulli e i vecchi inermi,

e 'l vulgo de le donne sbigottite,

che non sanno ferir né fare schermi,

supplicando ingombrâr l'alte meschite.

Gli altri di corpo e d'animo più fermi

già frettolosi l'armi avean rapite.

Altri a le porte, altri a le mura accorre,

e siede il re ne la più eccelsa torre.

Scorre d'intorno Argante e 'l capo ignudo,

dopo tanti anni, a' suoi vicini mostra:

altri gli porta l'elmo, altri lo scudo,

altri la lancia ond'è temuto in giostra.

E dire udia: –Questi a' nemici è crudo,

pietoso a' suoi: muro e difesa nostra–.

Ei fra gli altri fratelli alto si scopre.

Antivede, comanda, affretta a l'opre.

Ma già Clorinda incontra a' Franchi er' ita,

lui permettendo, a la sua schiera avante:

e in altra parte, ond'è improvvisa uscita,

sta preparato a la riscossa Argante.

L'altera donna i suoi guerrieri invita

co' detti e col magnanimo sembiante:

–Ben con alto principio a noi conviene

(dicea) fondar de l'Asia oggi la spene.–

Mentre ragiona a' suoi, non lunge scorse

gl'Italici condur prigioni e preda:

ch'un loro stuolo a depredar precorse;

or con gregge ed armenti avvien che rieda.

Ella verso i nemici ardita corse,

ch'incerti son quel che di ciò succeda.

Gardo è chiamato il duce, uom di gran possa,

ma non sostenne la crudel percossa.

Gardo a quel duro scontro è spinto a terra

in su gli occhi de' Franchi e de' pagani;

i pastori gridâr, di quella guerra

lieti auguri prendendo, i quai fûr vani.

Addosso a gli altri ella si spinge e serra,

scesa da' monti ne gli aperti piani;

seguîrla i suoi per la sanguigna strada

che s'apria co 'l destriero e con la spada.

Tosto la preda al predator ritoglie,

cedendo il cavaliero a poco a poco,

tanto ch'in cima a un colle ei si raccoglie,

ove aiutate son l'arme dal loco.

Allor, sì come turbine si scioglie,

o da le nubi cade acceso il foco,

mosse Tancredi il qual pur dianzi giunse,

e giorno a notte faticosa aggiunse.

Mentre la notte avea con l'ali sue

fatta la terra tenebrosa e bruna,

con la sua fida schiera intento ei fue

a liberar di man d'empia fortuna

il loco in cui, fra l'asinello e 'l bue,

il Re del ciel degnò l'umil sua cuna:

ora il valor, che più d'un chiaro lampo

splendea ne l'ombra, appar nel fèro campo.

Ma già Clorinda ad incontrar l'assalto

vien di Tancredi, e pon la lancia in resta.

Ferîrsi ambo ne gli elmi, e i tronchi in alto

volâro; ed ella ignuda il viso resta;

che rotto ha l'elmo suo, quasi d'un salto,

i duri lacci: egli le uscìo di testa,

e le chiome dorate a l'aria sparse,

giovine donna in duro campo apparse.

Lampeggiâr gli occhi, e folgorâr gli sguardi,

dolci ne l'ira; or che sarian nel riso?

A che pensi Tancredi? or che pur guardi?

non riconosci tu l'amato viso?

Quello è il bel volto, onde t'infiammi ed ardi

ne la vittoria, e sei d'amor conquiso.

Questa è colei che tu lavar la fronte

vedesti già nel solitario fonte.

Ei, ch'a la fera ed al disteso artiglio,

non la conobbe, or lei veggendo, impètra;

ella fa del suo scudo, in quel periglio,

sua difesa, e l'assale; ed ei s'arretra:

e fa ne gli altri il ferro allor vermiglio,

né da lei pace, per ritrarsi, impetra,

che minacciosa il segue, e: Volgi, grida,

e di due morti il cavalier disfida.

Ma percosso da lei non ripercote,

ed appena fa schermo e si difende,

mentre i begli occhi e le vermiglie gote

rimira, ond'arco invano amor non tende,

fra sé dicea: –Lievi percosse, o vòte

son talor quelle onde la destra offende;

ma colpo mai dal bello ignudo volto

non cade in fallo, e sempre il cor m'è colto.–

Pensa alfin discoprir la interna piaga,

per non morir tacendo occulto amante.

Vuol ch'ella sappia ch'uom già vinto impiaga,

già preso, e del suo sdegno omai tremante.

E le dicea: –Donna sdegnosa e vaga

de la mia morte, e troppo in ciò costante,

usciam di schiera e sazia allor tue voglie,

se brami aver di me l'ultime spoglie.

Così me' si vedrà s'al tuo s'agguaglia

il mio valore. –Ella accettò l'invito,

e, come più de l'elmo a lei non caglia,

gìa baldanzosa, egli seguia smarrito.

Recossi in atto di crudel battaglia

l'alta guerriera, e già l'avea colpito,

quand'egli: –Ferma, disse, e siano or fatti

anzi la pugna de la pugna i patti.–

Ella fermossi; e lui parlando audace

fece in quel giorno il disperato amore.

–I patti sian (dicea), se tregua o pace

meco non vuoi, che tu mi tragga il core:

il mio cor, non più mio, s'a te dispiace

ch'egli meco più viva, or lieto muore;

è tuo gran tempo; e tempo è omai che trarlo

a me tu possa; e non degg' io negarlo.

Ecco, le braccia inchino e t'appresento

senza difesa il petto: or ché non fiedi?

vuoi ch'agevoli l'opra? io son contento

trarmi l'usbergo or or, se nudo il chiedi.

–Distinguea forse in più lungo lamento

i suoi dolori il misero Tancredi;

ma sovraggiunse impetuosa calca

che di quel ragionar molto diffalca.

Cedea cacciato e non cedeva invano

il Turco e 'l Siro, o timor fosse od arte.

Un de' persecutori, uomo inumano,

vide a lei ventilar le chiome sparte;

e da tergo, in passando, alzò la mano

per ferir la sua bella ignuda parte;

ma Tancredi gridò (ché ben s'accorse)

e con la spada a quel gran colpo occorse.

Ma pur ne' bianchi e teneri confini

l'eburno collo il cavalier ferille.

Fu levissima piaga, e i biondi crini

rigati fûr da le purpuree stille,

come l'òr che di smalti o di rubini,

per man d'egregio mastro, a' rai scintille.

Disdegnando Tancredi allor si spinse

addosso a quel villano, e 'l ferro strinse.

Quel si dilegua, e questo acceso d'ira

il segue come vento o come strale:

sospesa ella riman perché gli mira

lontani molto, né seguir le cale:

ma co' suoi fuggitivi il piè ritira:

talor mostra la fronte e i Franchi assale:

or si volge, or rivolge; or fugge, or fuga;

né si può dir la sua caccia né fuga.

Così tauro talor ne l'ampio agone

se volge a' cani le sue dure corna,

s'arretran quelli; e, s'a fuggir si pone,

ciascun latrando ad assalire il torna.

Clorinda nel fuggir da tergo oppone

lo scudo a' colpi in su la testa adorna:

tal ne' giuochi africani il capo e 'l dorso

l'uom copre in fuga alterna, e 'n dubbio corso.

Già questi seguitando e quei fuggendo,

fatto veloci avean ritroso calle,

quando alzâro i pagani un grido orrendo,

ratto conversi in tenebrosa valle:

e fecero un gran giro, e poi volgendo

tentâro a' Franchi di ferir le spalle:

e 'ncontra Argante da superba costa

con la gente apparia pur dianzi ascosta.

Uscì di stuolo il cavalier superbo,

e del primo percosso onore agogna,

e dice: –Ad altro corpo io nol riserbo;–

quel non ode, morendo, agra rampogna.

Né parve meno agli altri il tronco acerbo;

ma n'ebbe alcun la morte, altri vergogna:

e poi che ruppe il sanguinoso cerro,

trasse contra a' nemici, e strinse il ferro.

Clorinda a prova avea d'alma e di vita

Ardelio privo, uom già d'età matura,

ma di forte vecchiezza e ben munita:

e pur tra' figli suoi non fu secura;

ch'Alcandro, il maggior figlio, aspra ferita

tolse da sì pietosa e nobil cura;

e Poliferno ancise al padre appresso

l'istessa spada e quasi il colpo istesso.

Ma Tancredi, da poi ch'egli non giunge

quel suo, che più il cavallo avea corrente,

rivolge addietro e vede incauta e lunge

troppo trascorsa l'animosa gente;

vedela circondata, e 'l destrier punge,

volgendo il freno, e là s'invia repente:

né solo di sua aita i suoi sovvenne,

ch'altri il seguîr come s'avesser penne.

Quei de gli scelti eroi nobil drappello,

che sempre a tutti i rischi ardito move.

Riccardo il più feroce, anzi il più bello

tutti precorre a l'animose prove,

e tra gli altri parea sublime augello,

lo qual rinfreschi aspre saette a Giove:

e disser quei ch'in lui fissâr lo sguardo:

–Eccoti il domator d'ogni gagliardo.

Questi ha nel pregio de la spada eguali

pochi, o nessuno; e giovinetto è ancora.

Se fosser tra' nemici altri sei tali,

tutta Sorìa già vinta e serva or fôra;

e l'Africa arenosa, e i regni australi,

e quei suggetti a la nascente aurora:

ne 'l capo al giogo ascosto il Nil terrebbe

in sua latebra, onde si occulto ei crebbe.–

Così dicendo, omai vedean là sotto,

come la strage ad or ad or s'ingrosse,

ché Riccardo e 'l compagno il cerchio han rotto,

benché d'uomini denso e d'arme ei fosse:

e poi lo stuol dal capitan condotto

vi giunse, ed aspramente anco il percosse:

e quivi il gran Riccardo a morte diede

Belfengo, del tiranno il quarto erede.

E seco Raboan, Drodec e Ronca,

Perildo, Rabael, Furospe e Perno,

l'un sopra l'altro abbatte, ancide e tronca,

fidi ministri già d'empio governo;

ch'or dove bolle la tartarea conca

seguono il duce al tenebroso Inferno:

Argante in altro lato, in mezzo al sangue

cade; e, mentre egli freme, il destrier langue.

Come talor ne l'arenose piagge

camelo, da la salma oppresso e carco,

o 'n parti più solinghe e più selvagge

grand'elefante è già caduto al varco;

così giacendo, a pena il piè sottragge,

dopo molta fatica, al grave incarco:

indi tardo e gravoso antica sponda

sembra al furor che quasi a tergo inonda.

Clorinda seco ascende a passi lenti,

e quello impeto frange e sì il reprime,

che de le sbigottite e sparse genti

quelle secure andâr che fuggian prime;

segue con spirti il buon Guidone ardenti

i fuggitivi e 'l fier Tigrane opprime

con l'urto del cavallo e con la spada

fa che scemo del capo a terra ei cada.

Né giova ad Algazzarre il forte usbergo,

ned a Corban robusto il fino elmetto,

ch'in guisa lor ferì la nuca e 'l tergo,

che ne passò la piaga al viso, al petto.

E per sua mano ancor del caro albergo

l'alma uscì d'Amurate, e di Meemetto:

e, sentendone Argante il lampo e 'l fischio,

ne gli occhi aveva e ne gli orecchi il rischio.

Onde freme in se stesso, e pur talvolta

si ferma e volge, e poi cede pur anco:

alfin così improvviso a lui si volta,

e di cotal percossa il giunge al fianco,

che dentro il ferro vi s'immerge, e tolta

è dal colpo la vita al duce Franco.

Cade, e i lumi, ch'a pena aprir si ponno,

dura quiete preme e ferreo sonno.

Gli aprì tre volte, e i dolci rai nel cielo

cercò del sole, e sopra un braccio alzarsi;

e tre volte ricadde, e fosco velo

gli occhi adombrò, che stanchi alfin serrârsi;

si dissolvono i membri, e mortal gelo

rigidi fatti e di sudor gli ha sparsi.

Sovra l'estinto il cavalier feroce

non si fermò, ma trascorrea veloce.

Ben che seguir l'alpestra via non cessa,

si volge a' Franchi, e dice: –O cavalieri,

questa sanguigna spada è quella stessa,

ch'il Signor vostro disprezzò pur ieri:

ignudo la vedrà, se mai s'appressa,

cinto di squadre e de' suoi duci altieri;

e perch'io pur la ripolisca e terga,

fia che di nuovo sangue ancor s'asperga.

Ditegli che vederne omai s'aspetti

in se stesso e ne' suoi più certa prova;

e quando d'assalirne ei non s'affretti,

verrò, non aspettato, ov'ei si trova.–

De la superba fuga i fèri detti

tutti i cristiani avean commossi a prova,

ma con gli altri s'accoglie omai securo

sotto la guardia de l'amico muro.

Grando e tempesta di rotonde pietre,

folta e sonora incominciò da l'alto;

vòtano i difensori archi e faretre,

tingendo il fosso di sanguigno smalto;

e forza è pur ch'alquanto omai s'arretre

l'italico valor dal fèro assalto,

mentre discende la sassosa pioggia

da mura e torri in disusata foggia.

Ma i suoi conforta il gran Riccardo, e grida:

–Or quale indugio è questo? e che s'aspetta?

poi ch'è morto il signor ch'a noi fu guida,

ché non corriamo a vendicarlo in fretta?

e non facciam nel barbaro omicida

del nostro duce estinto aspra vendetta?

Basta una scala omai, senz' altre scale,

dove invitto valor ascende e sale.

Non se di ferro doppio, o d'adamante

la porta e 'l muro impenetrabil fosse,

colà dentro securo il crudo Argante

s'asconderia da le contrarie posse.

Cominciam pur l'impresa.– Ei solo avante

a tutti gli altri a guerreggiar si mosse;

che nulla teme la secura testa

o di sassi o di strai nembo o tempesta.

E crollando la fronte, alza la faccia

piena di sì terribile ardimento,

che sin dentro a le mura i cori agghiaccia

ai difensor d'insolito spavento:

mentre egli altri rincora, altri minaccia,

non si mostra al salir pensoso o lento;

ma tutte le difese atterra e spezza

che trova incontra, e vincitor disprezza.

E varca l'ampio fosso e 'l pigro stagno

e 'l primo muro minaccioso in vista;

e 'l segulr molti, oltra 'l fedel compagno,

sin al secondo ov'è chi più resista;

e forse il dì, come Alessandro il Magno,

vittoria avea cui largo sangue acquista;

ma là giunto è Goffredo onde lei scorse

l'invitto re cui Jaddo ornato occorse.

E 'n su la vetta che si volge a l'Orsa

luminosa del cielo il passo ha fermo,

e dice al buon Raimondo: –Or troppo è scorsa

la schiera che non teme intoppo o schermo.

Ivi è colui ch'ogni mio stato inforsa,

anzi pur nostro; e so che il vero affermo:

e 'ntento a perseguir nemica turba,

tutti gli ordini nostri ei sol perturba.

Né gli ha dimostro ancor l'etate e 'l senno,

vittoria che non sia folle e sanguigna;

e gli altri suoi che più frenarlo or denno

seguono il suo valor che non traligna:

però non credo ch'ei fia pronto al cenno

di nostra intenzïon pura e benigna;

ma s'io di comandare almeno ardisco,

ei non porrà tutte le schiere a risco.

Né si darà l'assalto, onde ritorni

l'oste con molto danno e poca gloria:

e di troppo ardimento alfin si scorni,

di cui Riccardo pur si vanta e gloria.

Ma se non oggi, in diece o in venti giorni,

con le macchine avrem certa vittoria.–

Così dicea, quando mandò Sigero,

de' gravi imperii suoi nunzio severo.

Questo sgrida in suo nome il troppo ardire,

e immantenente il ritornare impone.

–Tornatene, dicea, ch'a le vostre ire

non è opportuno il loco e la stagione.

Goffredo il vi comanda.– Ardente dire

usò Riccardo e quasi sferza o sprone;

ma questo è quasi freno, o qual ritegno

de' cavalieri a l'animoso sdegno.

Come d'alzarsi a tempestosa guerra,

cinte di nubi le orgogliose fronti,

e portar seco il mare, il ciel, la terra,

bramano i venti disdegnosi e pronti;

ma se gli affrena in carcer tetro e serra

Eolo, ch'al chiuso varco oppone i monti,

fremono mormorando, e 'l fèro orgoglio

entro risuona al cavernoso scoglio:

così questi tornâr da' lor nemici

dentro a' ripari al lor riposo ingrato:

né senza estremo onor di sacri uffici

fu il nobil corpo di Guidon lasciato.

Sul funebre ferètro i fidi amici

portârlo, caro peso ed onorato.

Mira intanto il Buglion da l'alte cime

il sito e l'arte di città sublime.

Questa prima sedeva in verde falda

e 'n erta riva d'un famoso colle;

ver quella parte donde il sol riscalda

tutta inchinando, o dove più s'attolle.

Poi che non restò pietra integra o salda,

per vendetta di lui che morir volle;

come pianta, che nembo o ferro svelse,

traslata fu sopra le cime eccelse.

E 'l nome onde chiamolla il re vetusto,

allor mutò con la sua antica sede,

Elia chiamata da Adriano Augusto,

che più sublime seggio ancor le diede;

or dentro è 'l loco onde risorse il Giusto

che ritolse a Pluton le avare prede;

e quello ancora in cui dolor soverchio

per noi sofferse è nel suo nuovo cerchio.

Gerusalem sovra duo monti è posta,

d'altezza impari, e vòlti fronte a fronte.

Va per lo mezzo suo valle interposta,

che lei distingue, e l'un da l'altro monte.

Fuor da tre lati è la superba costa;

per l'altro vassi e non par che si monte:

ma d'altissime mura è più difeso

il piano lato, e contra Borea è steso.

La città dentro ha lochi in cui riserba

l'acqua che piove, e laghi e fonti vivi;

ma fuor la terra, e 'ntorno, è nuda d'erba,

e non sorgono in lei fontane, o rivi;

né si vede fiorir lieta e superba

d'alberi, ed adombrarsi a' raggi estivi,

se non se alquanto in solitario bosco,

che sorge non lontano, orrido e fosco.

Ha da quel lato donde il giorno appare,

del famoso Giordan le placide onde;

da l'altro, ov'egli cade, asperge il mare

i curvi lidi, e le arenose sponde:

verso Borea è Betel, ch'alzò l'altare

al vitel d'oro, e la Samaria; e donde

Austro portar le suol piovoso nembo,

Betelèm, ch'il gran parto accolse in grembo.

Poi che d'intorno il cavalier sovrano

ha tutto rimirato, a' suoi discende;

e perch'estima che la terra invano

s'oppugneria dove più l'erta ascende;

contra la porta aquilonar, nel piano

che con lei si congiunge, alza le tende:

là 've il servo di Dio l'alta corona

ebbe, come il suo nome anco risuona.

S'accampâr più vicini i duo Roberti;

Tancredi dopo lor gli spazi ingombra,

contra l'angolar torre, e i lochi aperti

a' rai del sol con ricche tele adombra

sin là 've sono i più scoscesi ed erti,

e declinando il giorno accresce l'ombra;

ma de la valle a' più sublimi poggi

salse Raimondo, ove securo alloggi.

Così d'intorno si circonda e stringe

de la cittade il terzo, o poco meno;

che tutto incoronar quant'ella cinge

non ponno i Franchi l'inegual terreno:

ma le vie tutte ond'altri a lei si spinge,

e gli aiuti impedì Goffredo almeno:

ed occupar fa gli opportuni passi,

per cui da lei si viene ed a lei vassi,

e intorno al campo con mirabil arte

far profonda la fossa ed alto il vallo,

perché nol turbi d'improvviso marte

impeto o fraude pur notturna o fallo.

Di fuor le torri, entro le vie comparte,

e di larghezza eguali e d'intervallo:

la piazza in mezzo, e 'n mezzo è l'alta reggia,

e un largo spazio innanzi a lei vaneggia.

Poi colà trasse ove gli amici ornâro

il gran feretro in cui Guidon si giace.

Quando Goffredo entrò, le turbe alzâro

la voce assai più flebile e loquace:

ma con volto né torbido, né chiaro,

frena gli affetti il pio Goffredo, e tace;

e poi che in lui pensando alquanto fisse

tenne le luci, sospirando disse:

–Già non si deve a te doglia né pianto,

ché se muori nel mondo, in ciel rinasci;

e qui dove ti spogli il fragil manto

di gloria impresse alte vestigia or lasci.

Vivesti qual guerrier cristiano e santo,

e come tal sei morto: or cibi e pasci

d'eterno ben te stessa, o felice alma,

ed hai di bene oprar corona e palma.

Vivi beata pur, ché nostra sorte,

non tua sventura, a lagrimar ne invita

poscia ch'al tuo partir sì degna e forte

parte di noi fa co 'l tuo piè partita;

ma se questa ch'il volgo appella morte,

privati ha noi de la terrena aita,

celeste aiuto ora impetrar ne puoi,

ch 'l ciel t'accoglie infra gli eletti suoi.

E come a nostro pro veduto abbiamo

portare uom già mortal l'armi mortali,

così vedremti, o pure io spero e bramo,

spirto divin, l'arme del ciel fatali.

Impara i preghi omai ch'a te porgiamo

d'accôrre, e dar soccorso a' nostri mali:

tu la vittoria annunzia; a te devoti

solverem, trionfando, al tempio i voti.–

Così disse Goffredo, ed egli stesso

seguir la nera pompa armato volle.

A Guidon d'odorifero cipresso

han fatto un gran sepolcro a piè d'un colle,

non lunge a gli steccati; e sovra ad esso

un'altissima palma i rami estolle:

quivi fu posto al suon di sacro carme,

e sovra e 'ntorno alzate insegne ed arme.

Quinci e quindi fra' rami eran sospese

spoglie di foggia e di color diverso,

già da lui tolte in più felici imprese

al guerrier di Bitinia, al Siro, al Perso:

la sua propria lorica e l'altro arnese

il gran tronco vestì, di sangue asperso.

“Quivi (fu scritto poi) giace Guidone

onorate l'altissimo campione”.

Già l'alta notte, oltra l'usato oscura,

tutti aveva del sole i raggi spenti,

e con l'oblio d'ogni noiosa cura

facea tregua a le lacrime, ai lamenti;

ma 'l duce, ch'espugnar l'eccelse mura

pensa, co' raggi de la stella algenti

i fabbri invia, mentre anco il cielo è fosco,

per far macchine e travi, al folto bosco.

L'un l'altro esorta che le piante atterri,

con non usati a l'alta selva oltraggi:

caggion recisi da gli acuti ferri

le sacre piante e i frassini selvaggi.

I funebri cipressi, i pini e i cerri,

l'elci frondose, e gli alti abeti e i faggi.

Gli olmi con gli oppi, a cui talor s'appoggia

la vite, e con piè torto alta sen poggia.

Altri i tassi, e le querce altri percote,

che mille volte rinovâr la chioma;

e mille volte ad ogni incontro immote

l'ira de' venti han rintuzzata e doma:

ed altri impone a le stridenti rote

d'orni e di cedri l'odorata soma.

Lasciano al suon de l'arme, al vario grido,

e le fere e gli augei la tana e 'l nido.