Libro secondo

By Alessandro Tesauro

Come fecondi e cresca il caro verme

Sotto cura fedel fin qui cantai,

Or vien ch'io scriva i mali a cui sottrarlo

Si deve, e 'l coltivar de' mori e gelsi.

Venite, o damigelle: ai vostri seri

Reca il mio dir ne' mali alta salute;

Ch'a voi fora cagion d'acerbo lutto

L'empia strage di lor, senza i miei versi.

Venite, alme donzelle, e se pietate

Il cor vi stringe, or v'accingete meco

A rissanar, mediche illustri, il gregge

Egro e languente, e conservarlo illeso.

Quando a principio il gran Rettor del cielo

Diè questa mole immensa al bel governo

De la secreta sua ministra umile

Natura, dielle ancor supremo impero

Di far moti diversi, e varie forme

Trar da la terra, e l'acqua e l'aria e 'l foco

Insieme aggiunti, ed innovar sovente

D'una in altra sembianza or quella or questa

Opra de le sue mani, e buona e ria,

Onde se stesso nutre e strugge il mondo,

E nelle guerre sue more e rinasce:

Or la neve distilla, e l'erba riede

Ne' nudi campi; i monti a l'aura dolce

Spargon novelle chiome; e, l'alte sponde

Lasciando, i fiumi il letto usato accoglie.

Tempra Zefiro il gielo; or l'aspra arsura

De l'estivo calor le fresche e ombrose

Rive ci fa più grate; or l'alte piante

Piegan di dolci frutti i carchi rami;

E tosto colti i frutti, al suolo scorgi

Cader co' primi freddi aride frondi,

E tosto vedi il ghiaccio e le pruine

Spogliar i monti e i piani, e seccar l'erbe.

Questa ch'ognor di varie cose e nuove

Ha sete essausta, or bene apporta, or male

Al ben contrario adduce; or più benigna

Torna e rimedio porge al proprio danno:

Ove l'arte non giunge, ella è pietosa

Madre, che nutre il parto e lo conserva,

Ma dove l'arte ogni suo ingegno adopra,

Divien cruda matrigna, e d'ira e sdegno

Par ch'ella avampi, e di turbar procuri

A la nemica sua la gloria e 'l vanto.

Però nel suolo egizio, e di Soria,

E de l'Arabia ancor detta felice,

Che 'l soverchio del gelo e de l'ardore

Mai non puote sentir, là 've divino

Principio ebbero i seri, e in altre parti

Dal cerchio equinozial meno remote,

A l'aperto seren senz'altra umana

Cura stanno giocondi, e vivon lieti

Su le felici piante; a cui poi ch'hanno

Le frondi tolte, al fin di quelle in vece

Il serico lavor lasciano avvolto

Ai nudi rami; e da le genti indotte,

Con barbaro costume e 'n strani modi,

Si coglie pettinando, e mal s'adopra.

Ma ne la vaga Esperia, che nutrice

Mai sempre fu de' più sublimi ingegni,

Et or, mercé di chiari regi, è nido

D'ogni egregia virtute, e di quest'arte

Sola è 'l decoro e 'n lei sola risplende

In mille industri modi, perché quella

Invida nega al dolce parto aiuto,

Han di cura maggior bisogno i vermi,

Acciò da' gravi e perigliosi oltraggi

Sia tratto un animal sì degno e raro.

Nato è l'uomo al travaglio, et a ciascuno

Conforme a l'opra sua dàssi mercede;

Così ancor, donne, a voi premio s'aggiunge

Da' seri, avendo ognor la mente vostra

Pronta a curare, atta a sanar la mano

Sì gentil gregia, acciò ch'a voi non porti

Con improvisa morte acerbo affanno.

Voi, dea terrestre, e ninfa eccelsa e chiara,

Che col vostro regale alto splendore

Rasserenate l'uno e l'altro cielo

Che cuopre ciò che 'l padre vostro regge,

In queste case, o pastorali alberghi

Ponete, se v'aggrada, alquanto a parte

La regal verga, e l'ostro, e le corone:

Questi sien vostri pur, ma se talvolta

Il biondo Apollo a' suoi pastor sorrise

E lor diè tale ardir, che con il canto

Misto di boscareccie incolte avene,

Fean rissonar d'intorno e i boschi e gli antri,

Già non isdegni vostra mente altera

L'egra zampogna, e le mie note umili;

Per voi questa mia cimba il vasto Egeo

Scorra felice, e non m'asconda il Polo

Invido nembo, ma fra tanti e tanti

Tranquilli seni e fortunati lidi

Che 'l vostro mare inonda, alcun m'additi

Placido porto, ov'io ricovre e pose,

Spirando a le mie vele aura seconda.

Più felice e sicuro il nobil verme

Vive, e dispensa in maggior copia il frutto,

Ove natura solo il guida e regge,

E l'aura ha molle, e 'l ciel sereno, e lieti

Gli arbori e i rami, e pronte ognor le frondi:

Ma vie più degna è l'opra e 'l bel lavoro

Ne l'italiche piagge amene e belle,

Da più industri cultor tratto, e con arte

Filato e tinto, e 'n mille guise intesto

(Benché talor questi onorati vermi

Sembrin fatti a' travagli aperto segno

E con doppio sudor quel ben s'acquisti);

Tanta forza ha l'ingegno, e tanto vince

L'aspra fatica ond'uom contempla e suda!

Se col vomero ancor villano ingordo,

Col duro rastro, e con i tauri aggiunti,

Non svenasse il terreno, ond'egli brama

Le grate spiche e l'abondanti viti,

Folle, gli altrui granari e cave invano

Colme mirando, il digiun ventre empirsi

Potria di ghiande, e a' discorrenti rivi

Spegner la sete sua con l'acqua chiara!

Guida il pastor la greggia ai verdi paschi,

E con povera verga al chiuso ovile

Or la riduce, or da l'irsute mamme

Il latte preme, e 'n giro accolto il serra;

Da' fieri ladri e da' voraci lupi

La tien sicura, e con potenti carmi

Od erbe usate la rissana e purga

Da l'empio morbo che talor la strugge;

Tonde le gravi lane, ond'al fin torna

Da la ricca cittade a la vil casa,

Le spalle scarco e vuoto il sacco, e colmo

Il sen di gioia, e le man gravi d'oro.

Con pari stile e cura ugual conviene

Nutrire il caro verme, e da' perigli

Trarlo sicuro, onde mercé ne renda,

E col frutto restauri i sudor nostri;

Che spesso adduce, o l'aura infetta, o 'l cibo

Contaminato, od altro infausto ai seri,

Perversa peste, onde improviso e strano

Morbo repente assale, e 'l dolce pasto

Lasciando, egli ne langue, e 'l languor segue

Livore, a cui vien dietro passo passo

Morte empia e ria, che col letal veleno

Gli asperge e ancide, e con superbo fasto

Rende misera strage atra e funesta.

Pregate il sommo Iddio, fanciulle, e voi,

Donne, cui punge il core alto desire

Di ritrar l'opre rare e gli alti effetti,

Che da sì acerbo male intatto ei serbi

Il popol caro, e da sì orrenda vista

Non sian vostr'occhi mai torbidi e oscuri.

Drizzate gli occhi or con la mente intenta

Ai chiari essempi, e dal mio dir cogliete

Rimedi cari, che d'ingegno e d'arte

Furo adombrati alquanto al secol prisco;

E poi con lunghe prove in mille modi

Adorni e coloriti, e 'n un raccolti

In queste carte, a voi gli addito e mostro.

Mentre il loco s'appresta al gentil gregge,

Ove i bei giorni meni, e pasca e posi

Securo et opri, e ne l'oprar si chiuda,

Fuggir convien che de l'ovile il lume

Volga a l'Arturo o al suo contrario polo:

Ma vedi che per dritto iscontro l'aura

Spiri dal Sussolano al vento opposto,

Et una parte scorga al primo albore

Eto e Piroo d'alti presepi alzarsi,

D'ambrosia sazii, e l'erto calle scorti

Da nembi aurati, e da l'accese nari

Versando fiamme, riportarne il giorno;

L'altra lor vegga poi cadenti e stanchi

Posare il fianco, e 'l gran sudor lavarsi

Ne le vaste onde, e de l'amica Teti

Entrar Febo le grotte e 'l molle albergo.

O miri il loco sol d'onde l'Aurora

Va innanti a Febo, alor ch'a un polo e a l'altro

Ugual campo del ciel lascia e distingue:

Ma sovra il tutto del mutabil Austro

Fugga il calore infausto e le procelle,

Né men la fronte al rio Ponente opponga.

Né fia d'alcun pensier sì iniquo e folle,

Ch'ospizio desse loro ove gravata

Parte del cielo intorno o l'aura fosse

D'immondi acquai, o di putenti stagni,

O sozzo limo, onde ne sorga odore

Malvagio e ingrato, e le quassanti rane

Ivi, imprecando ancor Latona e i figli,

Sparghin l'aria di voci e rauche e fioche,

Al pregiato animal troppo noiose.

Brama il verme gentil piaggia gentile,

E dolce e pura e temperata in modo

Che 'l sol non l'arda, e non l'offenda il gelo.

Ove poi del bel giro il grave ordigno

Fabricar s'ha, non sia di fresche mura

Novellamente eretta, o tanti lustri

Passati abbia la stanza, ch'ormai senta

De la vecchiezza il grave incarco; e bassa

Già non s'elegga, ove il terren vicino

L'umido suo comparta, e 'l freddo adune;

E non troppo alta ella si prenda, e aprica,

Ond'uom sudando poggi, e 'l caldo sole,

Quando il meridian per mezzo parte

Il cerchio equinozial, vibrando i raggi

Da qualche lato, o da' forami angusti

Del tetto o da balcon passando, apporti

Con l'unito vigor morte et oltraggio

Al nobil gregge, ov'ei fieda e percuota.

Né basta ciò, ma con serragli ancora

Di doppie tele o trasparenti vetri

S'escluda la superba irata Giuno,

L'impeto d'Euro, e i fieri artigli e i rostri

Di mille genitor, ch'ai nuovi figli

Tentan recare ognor bramato cibo.

Ah, troppo edaci augei! Non sai che Progne

Nutre di vermi i suoi loquaci nidi?

Garrisca pur questa importuna et empia

In più solingo tetto, e 'l seno tinta

Pel sangue ancor del figlio ucciso appenda

Col becco industre il ben composto letto.

Né pietà trove in voi, donne, ché tanto

Fora ella ingrata più, quanto voi dolci.

Nuoce il passer molesto, e nuoce ancora

Il cristato animal che giorno e notte

Va misurando al sol col canto il corso,

E sua schiera di figli e di consorti,

E i polli a noi da peregrine parti

D'India recati, e d'Io il pastore incauto:

Cari sien questi e per fuggire il sonno

E per le laute mense e per le penne,

Ma de la stanza lor si vieti il passo,

Ove strage crudel, voraci e crudi,

Farian di lor, saziando il rio digiuno.

Né varco alcun fra le parete e i travi

Di cui commesso è 'l palco o intesto il giro

Inaveduto fabro a sorte lasci,

Onde i rapaci sorci o picciol topi,

E i mirmidòni e i grilli e le lucerte,

Il fugace ramarro e le locuste,

Et altri animaletti ai seri infausti

Abbino entrata; ma con stucco e calce,

O con tenace creta, ogni spiraglio

Si tenga chiuso, onde entro sé l'albergo

Non chiuda gli agni e i lupi, né un sol nido

Stringa insieme le serpi e le colombe.

Ancor tender si dee l'usata frode

Con cui sogliono i topi e le mustelle

Far con il furto a loro istessi oltraggio:

O ver fra legno e legno, e in men secura

Parte del loco attar fia ben le spine

Di triboli e ginepri, onde da quelli,

Come da mille punte e mille spade,

Paventi il rio nimico, e 'ndietro fugga.

Se poi, che talor suol, la stagion lieta

Da' fieri venti e da Aquilone algente

Travagliata ne riede, o l'umid'Austro

Dai nembi oscuri acque importune scuote,

Giova nel chiuso albergo accender foco,

Sopra i deschi il carbon ponendo acceso

Sotto i gradi del giro, in varii lati,

E su l'ardenti bragie ancor s'asperga

Polve di belzoino o di storace,

Lòdano o incenso, od altro odor soave,

Il cui grato vapor conforta i spirti

Ai seri, e purga l'aria oscura e fosca.

Né quivi in modo alcuno arder si deve

Verde schieggia di legno o molle stipa,

Onde la fiamma avampi, e 'l loco ingombri

Di grave fumo, che 'l bel gregge offende:

Vi lodo anzi che in mezzo al chiuso cerchio

Del bel teatro un'alta torre s'erga

Di rame o ferro o di stampata creta,

Ove foco si metta, e spiri il fumo

Per celato sentiero, entro chiudendo,

Come in fornace, il conceputo caldo,

Sì che la stanza a poco a poco scaldi;

Come si vide usar da gente strana

Nella parte del mondo che soggiace

Al freddo Polo e a le perpetue brume,

Tutta lontana dal camin del sole:

Ivi stando ciascuno in ricco o vile

Albergo in varie guise al ciel fa schermo,

Che nubiloso e oscuro ognor si mira,

Mercé a Volcano, che invisibil opra

L'alta virtute sua nemica al ghiaccio.

Giova ai seri il vapor placido e grato

Che la trist'aura fa tepida e dolce,

Ma non gli giova lo star chiusi ai giorni

Che l'estivo calor s'interna e ferve

Sin ne le vene de la madre antica;

Anzi vien che s'inviti la fresc'aura,

Per l'aperte finestre a l'ombra volte,

A far coi seri alor grato soggiorno.

Né mai vorrei ch'al bel loco vicino

Strillar s'udisse la tremenda voce

Del rauco corno, suon ch'i veltri aduna,

Colmi le labbia di ferino sangue;

Anzi suon che l'orrenda Ecate adopra,

Quando ne le spaziose atre caverne

Chiama gli abitator de' regni stigi,

E quanto più le fere e i veltri alletta,

Tanto danno maggior fa ai nostri seri;

Cui nuoce ancor del cavo rame il suono

E 'l fremer de' tamburri, atti stromenti

A far incrudelir l'armate squadre,

Là dove è di mortale aspra battaglia

Coperto il campo, e rubicondo il fiume.

S'ancor bambin s'accosta al popol caro,

Grave danno è per farli, onde ritienlo,

Che non li giunga, e i semplicetti studi

Distôr procura dalla mente incauta.

Voglion questi veder, voglion palpare,

Tratti da sì stupenda e nuova vista,

E maneggiar braman le frondi e i vermi,

E rapirne co' pugni, e empirne il seno,

E fan de' queti seri aspro governo:

Però con parolette e dolci inganni

Saggia fanciulla il tenga, e in altra parte

Pria che s'appressi il meni; che voglioso

Fanne poi cruda strage, e a l'ostinato

Del tuo sgridar non cale; e se pur tenti

Distorlo al fine, o con minaccie o a forza,

Empie di strida il cielo, e d'alti pianti,

Con cui non meno le bell'alme annoia

Di quel ch'avria con l'empia man nociuto.

Poiché osservato ho mille volte e mille,

Quando turba villana ai dì solenni

D'agresti giuochi scherza, e si solazza

Schiera di giovanetti in vichi o piazze,

Con alte voci di contese o applausi,

O intemperato e folle riso, ai vermi

Dar noia, e disturbarle il bel lavoro.

Ma se nel debol suon v'è tanto oltraggio,

Che sarà poi, quando a l'antica incude

Sudarà intorno il zoppo fabro ignudo?

E seco ignudi ancor Piramo e Bronte

E Sterope affrettar s'udranno i colpi,

A far ministre che disfoghin l'ire

Di Giove alor che la superba suora

Fulmina e tuona, e sottosopra volve

Il mar, la terra, et il profondo abisso;

E tremar dai rimbombi paventosi

Fa mura e tetti, e le caverne e i monti,

E da le frante nubi i sassi vibra,

E i gelsi sfronda, e l'alte selve scuote,

E con acque repenti i campi allaga:

Il fiume caccia dal natio suo letto,

Che ville e case, e le cittadi inonda,

Traendo con le stalle e gregge e armento,

E dai declivi colli a l'erme valli

Manda i torrenti di furore armati.

Come pur mi sovien, che l'anno adietro,

In parte sottoposta al degno scettro

Del mio Signor, dagli alti monti scese

Rapido e gonfio sì l'aspro torrente,

Ch'ogn'argine sprezzato, e ogni riparo

Nulla stimando, volse alto e superbo

(Ahi grave scempio!) il furibondo piede

Di Ceva antica inver le nobil mura;

E quivi aperto il passo, orribil corse

Per le contrade e i borghi, e seco trasse

Non sol le svelte piante, i legni e i ponti,

I chiusi ovili, i greggi e le capanne,

Ma case illustri, eccelse torri, e tempî,

E le ricchezze, e, ch'è più, molti e molte

Uomini e donne, e giovinetti e infanti,

E ricchi e vili, e i sacerdoti sacri;

E di tal preda altiero al fiume giunse,

Che commosso a pietà nel suo bel grembo

Non volle ritener sì fiere spoglie,

Ma irato le gettò fuor delle sponde,

E da dolor lagrimar vidi i sassi,

E sospirar le rive, e gemer l'acque,

E muggir le caverne, e urlare i colli.

Tolga maisempre il ciel da noi sì amari

E miserandi danni, a' quai non puote

Uman consiglio opporsi, e che di rado

Permette l'alta Providenza eterna,

Benché spesso ne sia da' nostri errori

E gravi falli provocata e spinta.

Ma qual rimedio, dico, è sì potente,

Che prescriva il furor d'empie procelle,

Quando dagli occhi nostri un nembo oscuro

Rapisce il giorno e 'l sole, e par ch'avampi

L'aria fosca vie più che orror d'inferno,

E freme il tuono fra baleni e fiamme,

O ver quando di schioppi e di bombarde

Il ciel ribomba, sì che il degno verme

Non lasci per timor la bella luce?

Altro nol campa, e da improviso strazio

Altro non l'assicura, onde non pera,

Che 'l dolce canto in lascivette note

Di voi fanciulle amanti, e i grati accenti

Temprati a prova al suon de le canore

Corde del dolce et accordato plettro.

Forse perché rimembra il vago tempo

Ch'Amore il tenne sotto il giogo antico,

In sì spietato nodo, ch'a gran pena

Pascer potea ne la sua donna amata

I famelici sguardi; e lui concesso

Non era il far di sue noiose cure

Con ragionar lei certa, onde col suono

E col pietoso canto al queto raggio

De le benigne stelle avea costume

Spiegar le pene e gli amorosi ardori;

E la secreta e fida aura notturna

In grembo accolte alor l'accese tempre,

Al loco ove giacea Tisbe, ancor essa

Di pari pena offesa e d'amor vinta,

Lusingando il riposo, per l'amico

Silenzio traea seco: e quivi scosso

Il debol sonno e infermo a la donzella,

Dirle solea: Deh, stolta, omai non odi

Del bel Piramo tuo l'alte querele?

Ecco ch'a te le reco, e nel tuo seno

Tutte le verso, or tu lieta le accogli.

Ed ella pronta ad accettarle, in quelle

L'alma nutriva e 'l cor fra speme e doglie.

O forse a' seri fia giocondo e grato

Il soave concento, alta sembianza

Porgendo lor de l'armonia che fanno

Tra lor volgendo le celesti sfere,

E quanto fu dal gran Prometeo ordito,

Dal basso e oscuro centro a l'alto solio

Ov'egli eterno siede, eterno splende;

E luogo alcun nol cape, e giusto e santo

Dà legge al tutto, il tutto regge, e gode

L'opre de la mirabil sua possanza,

Che con incomprensibil moto e tempo,

E sì vaga misura, ai poli in giro

Vansi con armonia volgendo intorno.

Suona di chiari accenti e di beati

Carmi, e rissuona la celeste reggia;

Poscia col suo splendor puro s'involve

Il bel cristallo, indi il gemmato cerchio

Di stelle gli altri scorge, e ratto gira:

Ivi il Monton di Colco incontro vede

Sorgere il Tauro, ch'a battaglia appella

I gemelli di Leda, a cui vien dietro

Il Cancro; e con la sparsa orrenda chioma

Segue il Cancro il Leon, e 'l Leon segue

La saggia Astrea, con l'equa Lance appresso,

Che l'ore al giorno et a la notte agguaglia,

E seco trae lo Scorpio, a la cui coda

Chiron minaccia di saetta, e tende

Sì forte l'arco, che col braccio tange

De la capra Amaltea le corna; e versa

Acquario l'urna, e dal bel rio corrente

Sorgon guizzando i Pesci, et a l'Ariete

Giunti, chiudon del Sol l'aurata zona;

Ivi splende Cefeo, et ivi Orione,

Di ferro armando la feroce destra,

Preme il dorso a la Lepre, e un Cane e l'altro

Guarda il Sentier di latte, e con i remi

Solca degli Argonauti onusta Nave

Del suo viaggio i bei cerulei campi.

Là Pegaso si spazia, e là pur giunse

Teseo Arianna, e 'l gran Pitone, e 'l Serpe,

Calisto e 'l figlio, e 'l fortunato Alcide,

Et altri semidei famosi e degni,

Che col rapido corso insieme insieme

Rapiti anco ne sono; e sotto questi

Ruota lento Saturno, e con più tardo

Passo va Giove, e Marte, e più di loro

Incede pigro Apollo, appresso al quale

Venere bella scorre, e 'l nunzio alato

L'orme sue preme, e le di lui la Luna

Calca, facendo al zoppo fabro scorta,

Che pur trascorre la gelosa Giuno;

Giuno, che il moto have interrotto e volve

Il regno di Nettuno, a cui soggiace

Di Proserpina fermo il grave seggio:

E son tra lor con tal misura e modo

Disposte le divine alte sembianze,

E sì concordi, che mirabil suono

Rendon, se bene udirlo a noi ne vieta

La gran distanza, et il terreno incarco.

Pur si pasce lo spirto, e nutre l'alma

Del dotto suon, che viva imagin porge

Di quella eterna proporzione e vaga

Che il tutto orna, produce, e noi governa:

Onde s'è lieto il cor, più si rallegra,

E la mente rapisce, e innalza i sensi.

S'è mesto e langue, il riconforta e fura

Da passion che l'ange, e lo sottragge

Al duol che grave il preme: onde rinchiuso

Canta l'afflitto prigioniero, e canta

L'avaro zappator, quando è più stanco;

Con rozze note i naviganti vanno

Obliando il mal de le tempeste e i stenti,

Con le stridenti avene il pastor lasso

Molce il travaglio e dà diletto al gregge;

Frenò il dolor con l'incurvata lira

Il forte eroe per la rapita ancella,

E con la lira Orfeo pianse due volte

La sua Euridice, e 'l pernicioso sguardo.

Sol con quest'arte, e non con altro aiuto,

Cinse Anfion di mura alte e superbe

L'antica Tebe; e 'l buon pastor di Tracia

Mosse a pietà l'inessorabil Parche

E la diletta moglie ancor ottenne;

Arion fuggì su le guizzanti squamme

Degli avari nochier perfide mani.

Così dolce cantar fia grato ai seri

Quando l'aria si turba, e quando è piena

Di strepitoso orror che il mondo assorda:

Ma se fien egri ancor li giova, e 'n vita

Spesso li serba. Onde Terpando illustre

Non con amari suchi, ma col suono

Degli accordati nervi, a mille infermi

Recò salute: e di conforme effetto

Fede ne puoi tu far, gran DUCE CARLO,

Che sai quante fiate al cor tuo oppresso

Da grave intensa cura e da noiose

Some, a la mente tua canuta e stanca,

Non copia d'oro, di cittadi e regni,

Non ostro e nobil servi alti e sublimi

Furo d'alcun restauro, ma in private

Mura, del saggio Benedetti, a cui

Non è del ciel nascosta alcuna parte,

I dotti tasti, e la soave lira

Del nobil Ferabosco, e con la cetra

Vitalbero gentile, e 'n chiari accenti

Dolce cantar di Gabriel, il nembo

De' più cupi pensier dal grave seno

Sgombraro; e quando egro giacevi (ahi lutto

Crudel de' tuoi, che Dio ne tolga!) in preda

Quasi de l'empio fato, il dolce canto

Di loro, e melodia grata e soave,

Più di qual altra preziosa manna

O bevanda salubre, a la languente

Salma tornaro i già smarriti spirti,

Onde ancor lieto vivi, e vive insieme

La gloria tua con opre eccelse e nove.

E se ben nullo morbo o rea sciagura

I nostri seri preme, have il diletto

Del bel concento tal virtute e tale

Forza, che più giocondi e più animosi

Pascon le foglie, e con più ardire i rami

Salir li vedi, e dispiegarvi il frutto:

Come il clangor della sonora tromba,

Cantando a l'arme, a l'arme in un momento

Desta le schiere, e pronto ogni pedone

E cavalier s'appresta a la battaglia;

E 'l pellegrin da gran viaggio stanco,

Mentre ode Filomena il duolo antico

Con pianti ir rinovando, in parte oblia

La noia e 'l mal del trapassato calle,

E rinfranca la lena, e 'l camin segue.

Vidi ancor io sovente in aria schiera

D'api fermarsi al suon d'alpestri note

E di rozzi tintinni, onde allettate

Posaro al fin negli apprestati alberghi.

Or s'egli avvien ch'empia fortuna ai seri

Con occulta cagione ardisca opporsi,

Onde poi cruda li percuota, e l'aura

Fresca non vaglia, o 'l chiuso foco o 'l canto

A franger l'ire e gli aspri suoi furori,

Ma alcun ne scorgi or aborrire il cibo,

Or aggirarsi mesto, or d'atro umore

Immondo e molle, or ingrossarsi e 'l corpo

Di livido splendor farsi lucente,

Funebre segno, accolga entro le guancie

Pura fanciulla il buon liquor di Bacco,

O distillato vino, o forte aceto

Misto con odorata acqua di rose,

E quello sparga sopra il degno gregge

Col grato vento, che spirando apporti

Per l'aria un rugiadoso e sparso nembo,

Che lieve cada, e lieve inaffii e bagni,

Iterando l'ufficio almen tre volte,

Da che richiama il bel nascente raggio

A l'opre ogni animal ch'in terra alberga,

Sin che sorga la notte, e 'n su la faccia

De la terra distenda il nero manto.

Né siate pigre ancor, vaghe donzelle,

Tosto che del lor mal vi sete accorte,

A separar dai sani i vermi infetti,

Perché di questi il mal non porti agli altri

Divoratrice peste; e pria che ingombri

Più grave orror di morte il gregge caro,

E per salvar degli egri anco una parte,

Con arte industre e più efficace aiuto

Mobil letti di legni avrete pronti,

Fregati pria col suco e con le frondi

D'abrotano, di menta, e ruta, e incenso,

In cui vien che si ponga il sero infermo

Immantinente, e di salubre pioggia,

Come già detto abbiam, sovente asperso;

Se fia propizio il cielo, e la stagione

Serena e queta, al novo sol lo mostri,

Quando parte è già fuor dai lidi Eoi

E parte è ancor ne l'onde chiuso, e tanto

Godere il lasci il vago aurato lume

Quanto coi suoi corsier salendo Apollo

Del camin segna la centesma parte.

O ver locar i letti a l'ombre fresche

Potransi, ove dolce aura intorno spiri,

Che molti si trarran da l'omicida

Fauce di Flegetonte, e il popol tutto

Non fia per questi in gran periglio e danno,

Ch'in disparte fur posti; il che far suole

Il bon pastor che dal copioso armento

Languente pecorella o infermo bue

Bandisce, acciò che non corrompa e ammorbi

Tutto il presepe e 'l numeroso ovile.

E 'l signor saggio, e 'l genitore accorto,

Cui non preme minor zelante cura

Del popol caro e del suo figlio amato,

Soglion sgombrar di viziosi spirti

D'uomin perversi e di compagni infidi

Il pacifico albergo e 'l queto seggio.

Qual vizio e qual furor non mostra e adduce

Sfrenata schiera, e 'l conversar lascivo

Ne l'egregie cittadi e in umil tetti

Fra la pieghevol gioventute, e quale

Non trae d'imperi e case alta ruina!

Vidi talor dai rosseggianti frutti

Del moro e da le bacche acre o mature

De' gelsi accolto aspro mortal veleno,

Mentre quelli pascea l'incauto verme,

Ch'inaveduta mano o poco esperta

Lui porse con le frondi; e per fuggire

Error sì infausto, quando i gelsi e i mori

Sale turba servil per côrre il cibo,

Prenda le foglie solo, e lasci ai rami

Nutrire a miglior uso il dolce carco;

E se pur male accorta ella ne reca

Fra le confuse foglie alcuni ascosi,

Non vi sia grave, o donne, a prova accôrle

Ne' vostri grembi, e dal non sano pasto

Purgarle; o per minor pena e travaglio,

Prender potreste ancor l'istesse reti

Ch'usano i cacciatori in stoppie e prati

A far preda di starne e coturnici,

E quelle, in compartito ufficio, alcune

Stese di voi tenendo in alto, l'altre

Vadan sopra spargendo a piene mani

Le colte frondi; e sottosopra spesso

Volte e rivolte, al fin, scuotendo, al suolo

Cader vedransi i frutti a' seri ingrati

(Quai pur serbarsi ponno a far liquore

Per l'infocate fauci), e sol le foglie

Monde restar su la nodosa rete,

Per far poscia di quelle agli umil seri

Pregiato dono in più sicure mense.

E d'invischiar dal basso al sommo ai gelsi

Giova gli antichi steli ov'ha l'albergo

Stuol di formiche, acciò che in serie lunga

Non s'appressino ai rami, e non sien tratte

Con le raccolte foglie al gregge in mezzo.

Con grave studio ancor vien che s'asciughi

Fra mondi lini la raccolta fronda,

Quand'ella fosse da rugiada aspersa

O d'umor salso molle, ond'altro tosco

Ministrasse la man che nutre il verme:

Però forza è indugiar tanto che 'l giorno

S'apra, e rasciughi il sole i fiori e l'erbe

Dal pianto de l'Aurora, o da le stille

Che notturna Giunon versate avesse.

Curi poi l'alto Dio ch'invida voglia,

Core aspro, e fiera mano, i gelsi e i mori

Di corrotto liquor non tinga e bagni,

Sì che 'l bel gregge, col venen celato

Nel cibo, a sé medesmo occaso apporte.

E perché ad or ad or dett'ho confuso

De' mori e gelsi il nome in queste carte,

Forse pensar potrete che di quelli

Confusa dar la fronde ancor vi lodi,

Et accusarmi ancor ch'io non distingua

Qual d'ambe soglia ai seri esser migliore.

Però dir mi convien ch'intorno a questo

Varie son più che fior l'opinioni,

Chi al ver s'accosta, chi sen parte et erra;

Onde più l'una usar che l'altra pianta

Già non vi caglia, ma qual più v'aggrada,

Per molta prova, e di che abbonda il loco,

Quella s'elegga: e vidi anco talvolta

Ai seri dar nei primi giorni il moro,

Indi a l'adulta età mutarli l'esca,

E de' gelsi nutrirli; e quando il tempo

Al bel lavor chiamava il gregge, alora

Di moro anco ingombrar l'ultime mense.

Ma più sicuro, e più fedel consiglio

Tengh'io, che fuor di quella prima etade

Cui non nuoce variar l'esca di frondi,

Purché si pasca il verme, alcun non cangi

Questa per quella foglia, ma a chi diede

Prima de' gelsi il cibo, ognor di gelsi

Insino al fin gli pasca; et a chi i mori

Volse prima assegnar, mori dispensi:

Poiché fermo si tien che 'l mutar pasto

Gli animali travagli, anzi gli uccida.

Com'anco gli avverrà, se da' bei rami

Pargoletti rampolli e nuovi germi

Cogliendo, incauta man gli pone avanti:

Fur questi naturale esca e gradita

Nei primi giorni lor, ch'ai nuovi corpi

Convenia più sucoso e molle cibo;

Ma poi che lasciat'han le cune e i vezzi,

Tal vivanda si vieta, acciò che 'l gregge,

Fatto dal buon sapor voglioso e ingordo,

Troppa fronde non pasca, e 'l ventre carchi

D'insoportabil pondo, e non ne segua

Danno a le piante, e danno insieme a' seri.

Morir vedransi ancor, se 'l grasso umore

In che l'amara uliva si trasforma

Sotto il pesante sasso in alcun modo

Sovra di lor cadesse, o l'olio ingrato

Nei lauti cibi de la noce insana,

In cui fatto s'avea l'albergo il tarlo,

Liquor che dona il nutrimento al lume

D'affumicata lampa al verno, mentre

Schiera di donne umili, oprando l'ago

Od il telare o 'l fuso, il sonno inganna,

E de le lunghe notti in parte passa

L'ore noiose, onde si cuopra, e nutri

Di sue fatiche i pargoletti figli.

E vidi anco restar più volte i seri

Gravemente storditi, in preda a Lete,

Vinti dal forte odor d'aglio o cipolle,

Di che avea poco dianzi ingorda fame

Cacciata altrui, ch'a la vil mensa incolta,

Dal suo fresco giardin, semplici e vaghi

Portati i cibi avea d'erbe e d'aggrumi;

O di voi forse, amate donne, alcuna

Cui giovi rimembrar le parche cene

De l'età prisca, alor che l'alte quercie

Nutrian senza sudor gli antichi padri,

Né svenar si solea la damma o 'l tauro,

Né far del ventre uman sepolcro indegno

Ai pesci, a l'umil fere, ai pinti augelli;

E non temea la gente al commun orto

Di siepe cinto chi 'l suo caulo o 'l pomo

Furasse, e 'l letto era ne l'erba, e 'l cielo

Ogni animal copria benigno e chiaro:

Giunge ratto il vapor, che grave spira

E grave olezza, a la più nobil parte

Del vostro verme; indi si sparge e serpe,

Qual ria cicuta, a le più interne e ascose,

Ove il vitale umor corrotto estingue.

Vostra cura fia dunque, accorte donne,

E più di voi, donzelle ai seri amiche,

Di non solo lasciar per questo tempo

(Che sete al gran servigio assidue e intente)

Gli agresti cibi, ma con occhio accorto

Veder che stolta fante o rozza ancella

Al degno gregge non s'accosti, o porti

Lucerne o lumi intorno, ove l'olio arde:

E per queste, e per molte altre cagioni

Non siate a ciaschedun dolci e cortesi,

Ch'i donneschi lavor veder procuri,

Di condurlo al presepe, e di mostrarli

Liete ch'indarno a voi non passi il tempo,

E narrar la cagion che d'anno in anno

V'ha doppiato de' seri il nobil frutto;

E di questo e di quel, di tempo in tempo

Ogni cosa contar che torni in mente:

Siate nel ragionar prudenti e scarse,

E mirate qual passo, e volto, e voce,

Qual occhio, e 'n ricercar qual modo osservi.

Noto non v'è quanto sia scorta e scaltra

Talor non conosciuta vecchiarella?

Che con parlar facondo e lusinghiero,

Maisempre i più devoti e santi nomi

In bocca avendo, al finger pronta, ha dentro

Pieghevoli costumi e vario ingegno,

Con cui fa male il bene, e 'l mal dimostra

Aperto bene? e con mille arti e modi

Cerca dal bel sentier le menti caste

Distôrvi, o fare ai seri e a l'opre vostre

Acerbo danno et impensato oltraggio?

Sì che del lor parlar bugiardo e finto

Più non vi caglia che di folto stormo

D'augei loquace, e de la stanza il passo

Chiuso tenete a sì proterva gente,

Ch'a le fauci d'Averno e d'Acheronte

Spesso conversa, e a l'acque stigie intorno

Spesso s'aduna, ond'ella prende il nome.

Suol questa unirsi in solitarii luoghi

Ove il sol non risplende, e dove adombra

Maisempre notte et infernal orrore,

E caligine e nube, e in alti boschi

Ove armento non pasce, e gregge a l'ombre

Pastor non guida, e 'l peregrin, da lunge

Passando, il loco infausto a dito mostra:

Ivi mentre la notte i campi immensi

Del ciel cuopre con l'ali oscure, e 'l sonno,

Ozio de l'alme, oblio de' mali, i sensi

Lusingando rapisce a ogni vivente,

Questa d'ogni mal vaga e immonda setta,

Innanzi al suo Signor, cui fatta è serva,

Parte a piè si riduce, e parte tratta

Da spirti erranti in varie orribil forme,

Di centauro, d'arpia, di sfinge e d'idra,

D'irco, di drago, e d'altre fere e mostri,

A li profani balli, ai rei conviti,

Et a perverse e detestabil nozze

Di fallaci sembianze, inique e vane,

Che sotto imago or d'uno or d'altro sesso

Scelerato diletto in sozzi modi

Danno, seco allettando ogn'empia voglia,

Di Cocito i ministri; orrenda schiera,

Che da l'eterne stelle al tetro abisso

Precipitar giù i fulmini tonanti.

E quando parte dal concilio infame

Con lividi occhi di furore accesi,

Empie l'aria di peste, e ovunque passa

Fuggon gli augelli, e le selvaggie fere

Vedi ridursi in più solinghe grotte,

E 'l bel verde sparir dai lieti campi,

E seccar gli arboscelli e morir l'erbe,

Infin dove il suo duce impone, e dove

La spinge invida voglia o di vendetta

Ingorda, e accesa sete, o fiero orgoglio

Con orribil potenza e forze maghe:

Disperde il parto a l'infelice madre,

Il latte di rio tosco asperge, e 'l corpo

Al tenero bambin disrompe e snoda

In varie guise; e di consorti amanti

Il toro congiugal turba; e procelle

Fra la sposa e 'l marito, e 'l padre e 'l figlio,

E la suora e 'l fratel mesce; e le case

Di ruina e d'orror empie, e di lutto:

Così col guardo, e suffumigi, e carmi,

Disperder può de' seri e vita ed opra,

E fabricar novi e inuditi inganni,

Oprando ogn'arte acciò che vostra speme

Nel più bel pera, onde s'opprima in voi

Da schernito pensier cura sì ardente.

Ma perché, oltre il guardar l'amato gregge

Da tanti mali, e proveder sovente

Che nulla infirmità gli faccia offesa,

Soviemmi ancor ch'ai seri umili e cari

Una volta il digiun più danno reca

Che mille ogn'altro morbo, or dirvi intendo

Com'empia fame in mille guise e modi

(Colpa forse di voi) gli annoi e prema,

E quanto far si deggia, acciò che oltraggio

Da lor fugga sì infausto; o almen perdono

Lecitamente a voi ne venga, e 'l fato

Solo s'accusi, e del soverchio affanno

Ch'al pregiato lavor rinchiude il passo,

Fia la cagion del ciel, né altrui s'ascriva.

Sappi dunque ciascuna, o per consiglio

Di chi n'è dotto, o per suo proprio aviso,

Quanto ai gelsi che tien nel bel suo campo

O nel vicin terreno a nutrir basti

Inanimato seme, e quanta fronda

Vada a pascer da quella i nati vermi;

Acciò non venga a voi com'a quel duce,

Che senza aver riguardo al parco vitto,

Molta schiera di gente entro la rocca

Aduna, e sostener, folle, si crede

Di potente avversario assedio lungo.

E se ben sieno assai, com'altri estima,

Dodici piante a un'oncia di quel seme,

Pur di lasciar vi essorto in ogni caso

Tanti alberi di più, che ancor si vaglia

Dare al terzo di quello esca bastante.

Se poi da la semenza i chiusi seri

Vengono al mondo, o per calor del sole

Ch'a l'uscita del verno oltre l'usato

Cocenti spanda i raggi, o ver ch'in parte

Fosse da voi tenuta, ove da presso

Da l'immaturo germe altro fervore

D'ardenti fiamme abbi i vitali spirti

Per forza desti, anzi che avesse il moro

Spuntate fuor le prime gemme, alora

Pascer convien l'intempestivo parto,

Perché danno maggior non segua a questo,

Con altre gemme d'olmo, o con novelle

Foglie d'ortica, o bieta, o di latuche;

Sin che rivesta il ciel l'usata pianta

Del vago onore, e de l'amiche frondi.

Più volte suole ancor Giunon superba

E gelosa, scuotendo umido il lembo,

O versando acqua accolta in duro gelo,

Improvisa apportar fame al bel gregge;

Cui forza fia negar, quand'ei più brama,

Il dolce cibo, o perché umida e molle

La fronde sia, o perché i rivi e i fiumi

Adeguando talor l'Eufrate e 'l Nilo

Vincono argini e ripe, e 'n copia tale

Versa l'acque importune il nembo oscuro,

Che per buon pezzo altrui vieta allargarsi

Dal chiuso albergo, e verso i campi andarne

Per isfrondar le piante e i verdi rami

De l'ampia possession poste in disparte;

O perché il gran furor del cielo irato

Col rabbioso spirar di venti e d'acque

Svelte ha le piante, e franti i rami, e scosse

Le lievi foglie: onde fia ben ch'appresso

Al loco ove a tal cura e studio attendi,

Anzi del tetto a qualche lato intorno

Ch'Aquilon fugga, aver parte de' gelsi

Da sì gran mal sicuri; e questi dènno

Serbarsi a tal bisogno, e non spogliarli

De l'alte chiome lor sino a l'estremo.

O ver pria che si oscuri il cielo e ingombri

Di folte nubi, al solitario bosco

Vada stormo di gente, e 'l forte dorso

Con sacchi e lievi corbe e con fiscelle

Prema, e 'l pigro asinel seco abbia onusto

Di frondi asciutte, acciò che l'ampio ovile

Resti d'esca munito insin ch'Apollo

Sgombri i venti e le nubi, e 'l ciel rischiari;

Che in quantità serbar per duo o tre giorni

Puotrassi, pur ch'in cave ella si metta

Ove acqua non ristagni o stilli, e 'l raggio

Solar non giunga, e sopra i deschi stesa

Sia al vespro, e sia al mattin volta e rivolta.

Quanti e quanti prodigi il sommo Padre

Che 'l ciel regge e governa al suo buon seme

In terra posto ha dato, onde provegga

Quel che tragge il mattin, ch'Espero adduce!

E ciò non sol con l'arte infusa e data

A mente più sublime, acciò che intenda

De le stelle il valor, che muove il mondo;

Non sol per l'osservar con longa prova

La malizia e bontà di quella e questa,

Né tanto col saper chi scenda o monti

Dei lumi erranti e de l'imagin fisse,

Ch'a' primi tempi già vide la gente,

Quando avea il ciel capanna, e terra il letto;

Né sempre col mirar fra carte e libri

Se guardi irata Delia o se benigna

Il fiero dio ch'i propri figli inghiotte,

Se il padre o Marte o 'l suo fratel vicino,

Se inver Ciprigna o 'l messaggier di Giove,

Qual sede fra lor sia, qual faccia, e quale

Congiungimento, aspetto, e forma e moto:

Ma da la terra e quel ch'essa produce,

Da le selvaggie fere, e da' animali

Ch'umili rende a noi natura od arte,

Da l'acqua e l'aria, e dai più noti lumi

Che parturio Latona e 'l cielo accolse,

Lasciato ne ha benigno alti segnali,

Onde ci venga noto il suo pensiero,

Tanto avvanti al seguir, che ben si puote

Gravi oltraggi schivar da chi gli ha cura.

Così da' più communi e usati segni

Certo presagio aver solete, o donne,

Quando sia per turbar le selve e i campi

L'acqua improvisa, il vento, e la tempesta.

Vedrà s'Aquilon s'arma a farci guerra

Semplicetta donzella a l'ore oscure,

Sotto al suo tetto intenta a l'opra e al canto,

Traendo a la conocchia il crine incolto

Con la sinistra man, che spesso bagna,

Mentre l'altra l'avvolge intorno al fuso,

E ascender mira il nutritivo umore

Che 'l lucignol del lume in cima ingombra

Di putrefatto e picciol fungo in guisa,

Che spesso dal lavor la sturba e chiama

Con la festuca a rischiarar la fiamma:

Ch'offuscata scintilla, e 'l gran nimico

De' sorci anch'ei gli accenna il dì piovoso,

Quando al foco vicin si liscia il capo,

E caligine densa in copia molta

Fumicato camino a terra spande.

Vede ancora il pastor vegnente pioggia

Qualor la grue da le palustri valli

Al ciel s'innalza, e la formica avara

Corre con lunga schiera al picciol antro

O fuor l'uova ne tragge. E con l'immonda

Bocca il lordo animal che cerer placa,

Or di cenci, or di fien sciogliendo i fasci,

Gli getta in alto, et ei s'allegra e salta.

Ode anco rissonar l'alpestre selve

D'alto rumor d'Euro, di Coro, e Noto.

Non men s'inganna ancor rozzo bifolco

Di ricondur l'armento a l'ampie stalle,

Pria che ben sazio sia, mentre s'accorge

Che 'l bue, levando al ciel la fronte, accoglie

L'aura con ampie nari, o che lampeggia

La parte d'Aquilon fra tuoni e nembi;

O pur la crudel figlia il padre Niso

Segue più fiero ognor, per far vendetta

Del tolto crin sopra il suo sangue ingiusto.

Il pescator non bada anch'ei più al lito,

Né ai stagni intorno, ai laghi, ai rivi e ai fiumi,

Ma se ben potea far più ricca preda,

Con sollecita man le reti avolge,

Sian piene o vuote, e 'n ver l'umil casetta

Vanne veloce e quelle porta, alora

Ch'ogni marino augello o ch'aggia stanza

In laghi e fiumi, or su minute arene

Scherza giocondo, or sotto l'acque il capo

Tuffando bagna il sen con gioia e speme

Di presto umor, che per lavarsi attende;

E quando la cornacchia impura vede

Che sola seco spazia in secca sabbia,

O ver tra giallo e smorto a le prim'ore

Del giorno il celeste arco a bever l'onde

Per riversarle tosto, o ver se 'l mergo

Dal mar con più stese ali al lito il volo

Ratto rivolge, e de' suoi rauchi gridi

Riflette il flebil suono ogn'antro e scoglio;

Né mai fallace gli è la schiera immonda

Di folache in fra lor vaganti in secco,

Né lo svelto arion, cui più non cale

Di lago o stagno, in fra le nubi alzato,

Scherzante in varii modi e 'n mille giri.

Talora il buon cultor prevede il tempo

Che nuotar dèn le biade in mezzo ai solchi,

O innondarsi le vigne e i verdi prati,

Da secca fronde, o lieve paglia a volo

Veduta andar girando in vago errore.

Il peregrin più e più s'affretta, i passi

Raddoppia ancor che stanco, acciò che giunga

A l'albergo lontan pria che 'l gran turbo

Allaghi i campi, abbatta i paschi, e schianti

I lieti rami, e l'orrida procella

Faccia a lui danno ancor, quand'egli mira

La vaga rondinella al molle fango

E intorno a l'acque irsi aggirando, e quelle

Quasi premer co' piè, toccar coi vanni,

E nel lotoso albergo ode addoppiarsi

De le noiose rane aspre querele,

E per l'aria armonia gracchiante e strana

Di tristi corvi, in folto stormo accolti.

Che direm noi dei marinari industri,

Che 'l tempo san che dal sicuro porto

Non debbon rallentar l'aspre ritorte?

O ver se solcan l'onde quando al lito

Volger dènno le prore e in qualche seno

Veloci ricovrarsi, acciò che tardi

Non chiamin poi ne l'alto in spessi voti

E Glauco e Panopea, Netuno e Teti,

Raccogliendo le vele immonde e rotte,

Molli il crin, lassi il petto, e stanchi il fianco.

Veggon questi se 'l sol s'asconde, e quando

L'aria in nubi si stringe, e muove il vento,

Guardando in mar l'onde spezzate, e 'l gregge

Di Netuno scoperto, e a salto a salto

Il guizzante delfin fuor del suo letto

Con la gran schiera andarsi in altra parte

Ove il futuro mal men danno apporti.

L'ira del ciel prevede ancor la notte

Dagli accesi vapor, che quasi stelle

Paiono a' risguardanti, a l'aria sparsi,

Di fiammeggiante albor segnando il calle.

Indizio fermo han di futura pioggia

Quando a noi torna la novella luna

Con fosche corna, e del suo globo ancora

La parte che dal sol non prende il lume

Veggono avvolta d'una nebbia oscura.

Ma se par ch'ella armi le guancie e 'l volto

D'iracondo rossor, turbato il mare

E fian dal Borea e l'Austro i colli scossi.

Se poi nel quarto dì che 'l corpo infiamma

Lieta si mostra, e più ch'argento chiara,

Quel giorno e gli altri appresso in tutto il corso

Del camin suo fian d'ogni oltraggio scarchi:

Onde non gli paventa altra montagna

Di nembi invano al cielo alzati e sparti

Che non vadano avanti arditi e pronti;

Come faran se 'l sol (ch'anch'ei non dubi

Segni gli mostra), alor che spunta fuore

Per ritornarci il dì, lucente e pura

La fronte estolle, e quando il morso aurato

Toglie a' corsieri suoi per darli il cibo,

Ha d'onesto rossor pinta la faccia.

Onde a l'amica sua più vago e bello

Appare, e mentre in braccio a lei si posa,

Spiega la notte il suo stellato manto

Chiaro e sereno, e senza nube alcuna,

Talch'i più chiari e più lucenti lumi

Levando agli altri ogni splendor, si scorge

Adorno il velo suo di rare fiamme.

Ma se quando al mattin sorge, ei li mostra

La faccia di color varii dipinta,

E 'l biondo crin ristretto al capo intorno

D'oscura benda avvolto, o l'ampia fronte

Si vede alquanto pallidetta e smorta,

Rompendo in qualche parte ad ora ad ora

Con raggi suoi l'oscura gonna, e vienne,

Nunzia pria del suo mal, la mesta Aurora

Anch'ella di dolor fatta simile,

Lasciando il suo Titone: il ciel quel giorno

Spessa grandine avventa, e immerge i legni.

Poi quando il carro in mezzo l'onde attuffa,

Se rancio appare, umor gli addita; e rosso,

Vento gli annunzia; ma s'ei cinge e cuopre

L'aurata chioma di ghirlanda intesta

D'auro e d'oscuri veli, alor chi puote

Degli audaci nocchier il fragil legno

Quella notte campar da le vaste onde,

O qualche flutto amico al fin sospinge

La nave a terra combattuta e vinta,

Ponga a parte non vil prezzo d'argento,

Onde il naufragio alcun pittor descriva

O stampi i finti legni, e tosto giunto

Al patrio albergo, i voti scioglia, e accresca

La tavoletta sua gli orribil casi

Ch'in più di mille guise al tempio antico

Cuopron le mura, gli archi, e le colonne.

E chi fia ch'ose il sol chiamar fallace,

E bugiarde le stelle? e Delia finta

Chi fia ch'estimi? or non vedemmo, avanti

Ch'a noi togliesse invidioso fato

Il sommo padre tuo, Signor che reggi

Fido e sostieni il suo valore e essalti

Con la tua la sua gloria, aver le stelle

Disposta una di lor con lunga schiera

A segnarli il sentier di pure fiamme

Ove passare avea per gire al cielo?

E la luna vestir mirabil lume

A la seguente notte, invan credendo

Opporsi al novo sol col suo splendore?

Taccio che 'l nunzio alato il divin nume

Riverente inchinasse, e da Ciprigna

Fosse ammirato; poi che 'l sol fe' nota

L'allegrezza del ciel non la sua luce,

Che veder non lasciò, come il gran Marte

Gli desse strada, e l'onorasse Giove,

E Saturno il fuggisse; non che tanti

E tanti invidi sguardi d'altri eroi

Che la stellata sfera accoglie in grembo,

Oscurarsi veggendo ogni lor pregio

Da un'alma più d'ogn'altra illustre e degna,

E per fama e valor celebre e rara.

Così a voi, donne, serviranno i segni

Ch'han del piovoso e del sicuro cielo

Il pastore, il bifolco, il cultor saggio,

L'accorto viatore, e 'l nocchier dotto;

Perché talor del tempo non v'inganni

Un bel sereno, e l'aria queta, e 'l vento

Tacito sì che non pur s'ode o vede

La selva mormorar, né mover ramo,

Ma da voi s'antiveda ognor da lunge

Se fra breve ora, al giorno o ver di notte,

Hanno i campi a innondarsi, acciò che a tempo

Si corra a la foresta, e 'l gran presepe

Di frondi si munisca, e di vivande,

Pria che Giove e Giunone ed Eolo a terra

Mandin folgori e gelo, e nebbie e venti.

Nuoce l'umida selva ancora ai seri

Di lauro, o rosmarino, o vil ginestra,

In cui sale a spiegar l'alte ricchezze,

Se da la cara madre ella fia tolta

Con la cruda secure al tempo istesso

Che in uso avrà da porsi; onde conviene

Ch'un anno almeno in logge e stanze apriche

Si serbi e si ritenga, e quivi spento

Il naturale umore, al fin si ponga

Secca vie più ch'arido fieno in opra:

Onde potria talor molti e molti anni

Quell'istessa iterar l'uffizio usato.

Né minor danno ancor suol fargli il legno

Di noce, quando a lor s'appressa e serve

Come si sia: però non culle o letti

Di quello abbia unqua il gregge, e non sen formi

Il gran teatro, e non si colghin giri

In cui l'opra dee far chi non s'inselva.

Se poi ne la stagion che ascender deve

L'alta foresta scorgi il gregge tutto

O gran parte de' seri inferma e stanca

Irsi aggirando al suolo, accorte donne,

Ponete i vermi ad uno ad un sui rami,

O de' ritorti e inanellati nastri

Di legno, in copia molta al suolo sparsa,

Ogni mensa s'ingombri a piè de' tronchi,

Ch'ivi l'opra faran; ma non sì cara

Quella poscia sarà, come se 'l verme

Generoso vigore al bosco adorno

Sospinto avesse; e ciò dal cibo infausto

Che lui fu dato avviene, e fia la colpa

Del curator de' vostri campi lieti,

Che sol pensando al ben che 'l gusto alletta,

Vago d'averne loda, attese solo

A coltivar le piante ai seri amiche

Fra le più ricche zolle, e con lo sterco

E 'l vil letame, in quel medesmo modo

Che 'l moro cole, acciò che 'l dolce frutto,

Quando per trapassar la calda estate

Senza alcun danno ei solo adorna e ingombra

Le mattutine mense, appo il suo donno

Con più grato sapor pregio gli acquisti.

Onde, or non serva il moro al gusto ingordo,

Ch'altr'opra il chiama, e quel parer si fugga

Di piantarlo in terren morbido e grasso,

Ma il più magro e pietroso or qui s'elegga;

Pur che l'alber non cresca appresso a stagni,

O in umido pratello, o in chiusa valle,

Ove quando al Leon gl'irsuti crini

Coi caldi raggi il buon pastor d'Ameto,

Dal Cancro uscendo, infiamma, alor che 'n cielo

Del giorno il suo camin mezzo ha compito,

A pena ancor la verde chioma indori.

Simil piaggia, ugual cura il gelso brama:

E perché l'uno e l'altro in ogni campo

Sì parcamente abonda, e sì fallaci

Son queste piante anzi un compìto lustro,

Grave studio, somm'arte, e pronto ingegno

Intorno al culto lor vien che si metta

Da chi n'ha il carco, e da chi ha volto il core

Al serico travaglio, acciò che insieme

Degli alberi il doppiar raddoppi il frutto

Dai nobil vermi: ond'a voi, donne, ancora

Grave non sia veder ch'al giusto tempo,

Quando dai dui german si parte Apollo

Per ricovrar con l'animal che offese

Alcide alor che uccise il fiero mostro

Di Lerna, acciò che il corso indietro apprenda,

Il saggio agricoltor dei giardin vostri

Colga i frutti maturi, e quelli intieri

Vada piantando a file longhe in quadro

Di perfetto terren ne l'orto eletto,

Con picciol solco intorno, ove introduca

Contra il secco calor del Sirio ardente,

Per poterlo irrigar, vago ruscello;

E per fuggir de l'empie talpe il danno,

Di quello il margo ancor circondi et armi

D'acuti e picciol pali in terra fitti

Un piede almeno, e spessi, acciò ch'a quelle

Punte appressando il muso, indietro offeso

Fugga il cieco animale; o vero un d'essi

Tolto con arte vivo, il ponga in urna

Sino a l'orlo sepolta, alor che il loco

Febo a Delia concede, et a' suoi stridi

Ratti correndo gli altri, e dentro il vaso

Cadendo a schiera a schiera incauti, al giorno

Quivi molti vedrai cattivi e presi

Cui la curva prigion poi niega il varco.

Poscia il quadro di fimo ammanti, e cuopra

Di paglia e stipe, acciò che mentre al vespro

Et al mattin l'innaffia, il suol commosso

Troppo copioso umor non prema e ammachi,

O con l'aspro calor non ferva il raggio

Del sol entro le vene al nuovo erbaio,

E le sparte ricchezze arda e consume;

Né quindi levi mai l'ispida gonna,

Finch'apparir fuor del terren non mira

La pargoletta selva, e mentre il caldo

Avrà forza e vigore, ognor la bagni.

Ma quando il rio Scorpion Cinzio abbandona,

Per gir col precettor del forte Achille,

E già tuffar veggiàn nel fosco occaso

(Pria che l'Aurora il bel purpureo volto

Del geloso amator rapisca ai basci

Per far la scorta al giorno) Elettra e Maia

Con le gelate suore, e 'n fronte al Tauro

Farci segni di neve e di pruine,

Formi di paglie o giunchi o lievi canne

Vil casetta o capanna, intorno intorno

Chiusa dal lato in poi ch'have al meriggio

Volta la fronte, e 'l campicello e 'l bosco

Cuopra, al verno crudel facendo schermo;

Sin che si vegga al vespro il maggior Cane

Immergersi nel mar stanco e anelante

Per la smarrita traccia, e 'l Lepre ascoso:

Svella alor quei le piante, e le trasporti

In terren molle e grasso, e compartisca

La selva sì che fra una pianta e l'altra

Distanza cubital di suol vi resti,

Acciò che il zappolin rivolghi al cielo

Di quell'erbe crudei l'empie radici

Che negli altrui confini usurpan seggio,

Onde quella virtù ch'era già volta

A nutrir l'erbe ingrate or meglio intenda

Ad ingrossar le più felici piante.

O ver, come ha introdotto uso novello

De' più scaltri cultori, i colti frutti

Metta in secchio ripien d'acqua, e li prema

Sì forte con le man, che in mille e mille

Pezzi li squarci e rompa, e strugga e sfaccia,

Sin che ne vada il miglior seme al fondo,

E 'l più vil resti a galla, e l'onda infiori

Con la parte negletta, e quella al suolo

Gettata e sparsa, il torbo umor pian piano

Versi dal vaso fuore: indi ne tolga

Il grato seme, e ad asciugar lo ponga

Sovr'asse, ove del sol non fieda il raggio;

Poscia il serbi sicuro, insin ch'al cielo,

Mirando fiso al mattutino albore,

Vedrà il destriero alato ogni sua stella

Condur ruotando in sotterranei chiostri,

E seco Delia il suo bel lume accresca:

Sceglia alor questo un giorno, e mentre scorge

Calar del gran pianeta al nido i raggi,

De la gran madre al preparato grembo,

Cui fatto avrà con vanga e zappa e rastro

Cento rigide piaghe, e fuor del piano,

Col gran cribro di ferro, un palmo alzato,

Il commetta a nodrire; e de le stipe

Il manto, e d'innaffiar l'usata cura

Ch'agli altri avea non lasci, anzi la segua,

Come già detto abbiamo a parte a parte,

Sin che dal suol le fortunate piante

Vadan poggiando in alto, e con più vaga

Vista formin di sé verde foresta

Che gli occhi alletta; onde il boschetto intorno

Di pruni s'armi, e di pungenti spine,

Acciò che avida man d'uom, cui pur piace

De l'altrui faticar nudrirsi, il frutto,

La notte o 'l dì, con forza, inganno od arte,

Quando il credete aver, non furi e involi;

Né greggia incustodita o sciolto armento,

Coi piè, col morso, e con le corna e 'l petto,

Ogni vostro lavor depredi e stirpe.

Il che ancor far si de' qualor ciascuno

Di quegli alberi adulti in steril seno

Cerere accolga, o per l'apriche rive,

Per nude piaggie e strade, o per ghiarosi

Prati e giardin s'andran piantando soli.

Ma perché suole il moro esser più tardo

Che 'l gelso ad ingrossar l'umil suo stelo,

E lento assai più al ciel dispiega e a l'aura

I ricchi rami e le più ricche frondi,

Lodo che per sentir dei sudor vostri

Mercé più pronta a coltivar s'attenda

Questi dal curatore, anzi che gli altri.

E più tosto il piacer n'avrete ancora,

E de' vermi allevar tante famiglie

Potransi in breve, se innestar farete

Sugli altrui fusti i gelsi, onde si mostri

Come le non sue membra un alber nutri;

E come a questi ognor novelle e verdi

Cime togliendo, in risecata verga

O ne l'istesso tronco ancor robusto

Di pomo, di castagno, o cornio od olmo,

O di selvaggio pero o bianca pioppa,

Si ponga il cespo ignudo, e fuor s'adatti

In modo tal l'una con l'altra scorza,

Che l'un con l'altro umor consorte e misto

Di concorde vigor, salendo insieme,

Pasca e fecondi, opra pietosa, i rami

Altrui strania radice, e l'altrui frondi;

O ver, come altri suol, dal gelso svelga

Nuova gemma o rampollo, e in tal ferita

Trasporte, ove la pianta ha diramata,

Che sia la giunta uguale al danno; e avvolga

Con larga fascia, ch'indi unqua si sleghi,

Di nutritivo umor de la gran madre

Salubre impiastro a risaldar la piaga.

O (qual vecchio pastor ch'un verde ramo

Spoglia de la sua buccia illesa e intiera,

Onde componga al pargoletto figlio

Strana zampogna, che 'l trastulli e avvezzi

Quindi poscia a sonar più industre avena)

Lievi intiera la veste a un picciol tronco,

Pur ch'in sé due o tre occhi ella contenga,

Del gelso, e in modo tal ne adorni e cinga

De li nomati ceppi i picciol bronchi,

Fatti pria d'altretanta scorza ignudi,

Che qual la propria gonna li rivesta:

Ch'indi stretta si leghi al nuovo corpo

Con sottil filo ambo gli estremi, e dove

Questa con la natia s'aduna e giunge,

Et ove arriva a la recisa parte

De la sbucciata verga; e i dotti incastri

Con rubiconda cera e chiuda e stipi,

Ch'in breve si vedrà fuor di quegli occhi

Spuntar le gemme altrui pedale antico.

Né questi modi sol, ma mille e mille

Ne tenta l'arte, ove natura inchina,

Veggendo ognor l'alber dal seme sorto

Sì tarda e frale aver sua breve vita,

Ch'in cuna muore, o non morendo al fine

Troppo selvaggio e stanco il frutto adduce;

Onde in sì varie guise il buon cultore

Intorno a l'inestar l'ingegno adopra,

Che 'l narrarlo fia longo, e poca fede

Daria al mio dir chi non lo sa e nol prova:

Tal meraviglia n'han gli alberi istessi,

Qualor si vidde il pero ogni sua chioma

Di perseo pomo ornata, e 'l robusto olmo

Su le radici sue l'immondo gregge

Mirò franger la ghianda, e 'l duro cornio,

Ch'a bifolchi porgeva acerbe bacche,

Di dalmatiche prune i fior produsse;

Così quei fusti infruttuosi e incolti

Fian per voi tosto i più onorati e cari.

Dei giorni poi miglior de le stagioni

Che il ben dotto villan sceglier si deve

Acciò che il seme sparga, e gli arborscelli

Nel suo terren trapianti, o i nobil rami

In varii modi inesti in varie piante,

Diversa e incerta opinion n'ha 'l volgo:

Pur seguendo il parer dei più vetusti

E scaltri agricoltor, concludo e dico

Che, di quante stagion ruotando apporta

Il bifronte signor dal Capro al Cancro,

Alcun non v'è più convenevol tempo

Di quello in cui d'Amor la bella madre

Spira foco dal ciel, che tutta infiora

In premio del suo ben Cerere amica,

E il freddo giel togliendo, a quella pianta

Che Bacco onora il suo favor comparte:

Allor Zefiro mena, e 'n bel sereno

Del ciel le stelle spiega, e l'aria ingombra

Di soave armonia; con dolci accenti

D'augelli i venti acqueta, e l'onda rende

Placida al mare, e 'l cristal torna ai fiumi;

Manda dagli antri a le campagne adorne,

Scherzanti insieme, allegre fere e snelle,

E sotto l'ombre in prati, a' fonti intorno

Muove l'aure a sentir, muove sue Ninfe,

E lei nascosta gode al suono intenta,

Dolce cantar d'oneste donne e vaghe.

Il sommo padre ancor con la gelosa

E superba Giunon si riconsiglia,

Ond'ei nel grembo suo lieto disceso,

Essa nel grembo suo lieta l'accoglie;

E di tal vista è sì invaghito il mondo,

Ch'empie il ciel di dolcezza e gli elementi,

Et a riamarsi ogni animal s'infiamma.

Questa è la vaga e dolce primavera,

Che dà la vita a' nostri seri amati,

E di loro il cantar m'addita e insegna.

Non credo mai che 'l gran Prometeo ordisse

La bella sua fattura in altro tempo,

Né che spargesser mai lor primi raggi

In altro tempo i lumi erranti e fissi:

Primavera alor fu, primavera ebbe

Il secol d'or, quand'ogni fera e augello

Vider la prima luce, e quando l'alma

Diede il Motore eterno al padre antico:

Or com'ella benigna il suo favore

Presta a' sovrani Numi, agli uomin presta,

E gli animali a propagarsi invita,

L'aria empiendo d'amor, la terra e 'l mare:

Così 'l giocondo April l'aura amorosa

Comparte a l'erbe a' fiori, et a le piante

La sua rara virtude, e largamente

Il fecondante umor ministra a' gelsi.

Cui pur ne resta ancor trovare il loco

Atto a tenerli in vita, acciò che indarno

Alcun non s'affatichi, e 'ndarno sudi,

Per aver nel suo campo alber sì degno,

Cui si renda il terren contrario e schivo,

L'aer sia tristo, e 'l clima aspro e noioso:

Perché i delfin ne le più secche arene

Avran la stanza, e 'l fier leon fra l'onde

L'irsuta chioma andrà scuotendo allegro,

E gli anni sciolti d'ogni usata legge

Meneran fior l'autunno, i pomi e l'uve

Al tempo novo, al verno spiche, e ghiaccio

A mezza state, anzi che 'l moro o 'l gelso

Sotto un contrario ciel frondeggi e viva.

Così le grazie sue dispose, e i doni

Compartir volle a la bell'opra e santa

De le sue man, colui ch'a un cenno eresse

Quanto risplende in terra, e 'n ciel riluce;

Come ancor mosso da giust'ira e sdegno

Contra il perverso seme uman divise

In vari modi il male, ond'uom si purghi

Dagli empi falli e rei, e s'è pur buono,

Quivi, com'in foco or, s'affini e provi.

Qual patria dunque fia propizia e cara

A quest'alber gentil? qual proprio loco

Lui concesse natura? e qual paese

Tanto fu a Dio diletto, e grato tanto,

Che col bel don di sì onorata fronde,

Del gran pregio de' seri adorno e onusto

Farlo per sua pietade abbi voluto?

Diròlt'io pure? o per fuggir l'obietto

Che 'l troppo amore mi trasporti e inganni

Fia ben ch'io 'l taccia? Ah, non sia ver, ma s'abbi

Il mio dolce terreno e 'l caro nido

Questo devuto onor da la mia penna.

Canti i fatti de' suoi greco facondo;

Il suo Augusto, Maron celèbri e canti:

A me, ch'in queste piagge, e sotto l'ombra

Nacqui del mio gran Carlo, e queto vivo,

E di loro e di lui non si disdica

Fregiarmi il crin negletto, e ornar le carte.

Fra quante cuopre il cielo, e cinge il mare

Provincie eccelse, e questa immensa mole

Nel grembo accoglie, e vide occhio mortale,

Non è chi vinca, o d'alto pregio agguagli

L'antica Esperia, e 'l vago ausonio lido,

D'armi potente, e d'abondanti glebe.

Lascia a questa l'onor, la gloria e 'l vanto

Il britannico suol, benché il suo gregge

Lupo non tema, e 'l rio venen non porti.

Lascialo ancor, d'olio e di mel feconda,

La nuova e grande Esperia, il terren gallo

Fertile e ricco, e di foreste adorna

L'una e l'altra Germania; e le gran caccie

De' sarmatici campi, e col suo argento

Pannonia, e di destrier Tessaglia donna;

Del grande Olimpo, che 'l suo capo estolle

Sopra le nubi, la pirite e i fiori,

Di Creta e Lesbo la copiosa vite;

Asia, Licia et Armenia, e 'l caldo Egitto,

Con Arabia e Soria, d'incenso e mirra,

Di croco e d'altri odor ciascuna colma.

Taccia l'Africa, e Libia, e 'l popol negro,

Con l'aromate piante e l'eban raro,

L'India col bianco avorio, e l'aurea verga

D'America e Perù; l'alte ricchezze

E i novi regni ancor di Magellane,

Ch'a la trascorsa età degli avi nostri

Primo scoperse uom di Liguria ardito,

Sì che a un tuo figlio, Italia, ancor si deve

La lode e 'l pregio di sì fatto acquisto.

Taccian, dico, gli Sciti, e s'altra gente

Da noi lontana e sconosciuta alberga,

Né di queste o di quelle alcuna ardisca

A l'ausonica madre nostra opporsi,

Poi che gli abitator d'ogn'altro regno

Han tutti onde temer di qualche oltraggio,

O ver di qualche ben penuria gli ange:

Del Reno san le genti, e del Tamigi

Quanto sia il lor terren molesto a Bacco,

E ch'a schermir contra perpetue brume

Vien che 'l paterno suol s'arda e consumi.

Sente l'Ibero e 'l Tago i caldi raggi

Di più propinquo sole, onde le biade

La lor devuta età viver non ponno,

Et a pena il bel manto adorna i colli

Di chiaro verde, che 'l calor gliel toglie;

La Sona e 'l freddo Ren non danno a Palla

Il suo debito onor, perché privi ella

Li volse far de l'onorata oliva:

E perché raccontar gli orribil ghiacci

Del gelato Danubio, e i campi incolti

D'Albi e Visula, a' quai natura avara

Negò la vite, e tanti illustri doni?

A che or Eufrate, or Nilo, or Indo, or Gange

Ad un ad un vo rammentando, e tanti

Flutti inospiti, e mar riposti e piagge,

Da l'Austro nubiloso a le fredd'Orse,

Poi ch'ognun sa qual di bontade manchi,

E qual di danno abondi? Alcuno è privo

D'ogni onor de le selve, alcun de' fonti

Limpidi e chiari, onde l'ardor si spenga,

Altri ha inopia di glebe, altri di paschi,

Ove guidi il pastor l'amata greggia;

Qui laghi, quivi arene, e quivi il gelo

Il cereale ben togliono ai campi;

Là van le fere tigre, e per foreste

Rugge altrove il leon; gli aspidi altrove

E gli empi basilischi han fero albergo;

Quell'aria nutre i micidiali pardi

E i grifi, e quel terren mesce ai bei fiori,

Et a l'erbe salubri, et ai buon frutti,

Aspro venen, ch'i coglitori incauti

Sotto vaghe sembianze a morte mena.

Ad altri poi, con loro eterno danno,

Manca il culto divin verace e santo,

Che l'alme ai buon cultor bea doppo morte.

A te, Italia gentil, di qual ben parco

Fu il ciel giamai, qual mal t'affligge e preme?

Tu sei del mondo unico ospizio e porto,

Pace, riposo, e d'ogni mal restauro:

Tu sola fosti fra tutt'altre degna

Di dare al genitor del sommo Giove,

Per l'usurpato ciel, fido soggiorno.

A te fra mille error, fra gran perigli

Venne il famoso Ulisse, a te i penati

Portò del regno d'Asia il pio Troiano,

Soffrendo onta del cielo. Or chi ti mira

Volga a Calisto gli occhi, e volga ad Argo,

E 'l mar che sopra bagna, e 'l mar che sotto

Al lito frange, e d'Adria l'onda e 'l flutto

Tirren vedrà, che fra Cariddi e Scilla

Giunti intorno ti fan sì nobil cinto.

Volga a l'occaso, e ti vedrà da l'Alpi,

Di ghiacci armate e di perpetue nevi,

Contro i barbari oltraggi ognor difesa;

E 'n quelle aver radice i monti e i colli

Onde sei tanto adorna. Ecco nel mezzo

Del grembo tuo rimiri u' nasce il Tebro;

Indi segua il suo corso incontro 'l sole,

Torcendo a destra, e 'l guardo fisi dove

Siede Roma superba, altiera e santa,

Che sotto l'ali sue raccolse e strinse

Le genti sparte in un sol giro, e tenne,

Or serva or sciolta, or sotto a' regi, or retta

Da illustri duci, or fatta impero e posta

Sotto un sol capo, quanti regni e quanti

Popoli avea vicini, avea lontani:

E quella elesse Iddio per degna sede

De la sua sposa, e di chi tien la chiave

Che chiude et apre al regno eterno il varco,

Ond'or sotto l'insegne e sotto il manto

Del suo vicario al sacro alto vessillo

Unito ha 'l seme uman, sin da l'estreme

Parti del mondo. Ecco disteso al lungo

Il bel giogo Apennin, che ti divide

Sì vagamente, e sue ricchezze sparge

Per molte vene. Egli ha principio u' 'l Varo

Placido onora la famosa rocca

Che fa termine ai Galli, e con la Macra

Chiude Liguria al destro fianco, e manda

Il florid'Arno inver l'etrusche rive,

Ov'han gran pregio i seri; indi s'estende

Nel Lazio Albula antico, e parte il Lazio

Col Lirio da Campania, e fra' Lucani

E Picentini il Lao, Silaro e Sarno

Scorron superbi; e dal suo lato manco

Rubicone e Ren versa, Asio e Druenza:

Poscia a l'isole incontro, a' quai diè 'l nome

Il gran Diomede, al mar tributo danno

Matrino, Aterno e Saro; indi Tiferno

A la sinistra riva Apulia bagna,

E l'onde ionie inver l'aurora accresce

Di roman sangue e d'afro Aufido tinto.

Da questi, e da quei fiumi illustri e chiari

Ch'hanno origin da l'alpi a Borea volte,

Ch'al tedesco furor ti fanno schermo,

E da mill'altri ancor, per cui si rende

Del tuo corpo ogni membro adorno e bello,

Ai mori, ai vermi, et a quest'arte industre,

Ond'è 'l divin lavoro in mille guise

Carco di pregio, ogni favor discende.

Or ti contempli ognuno a parte a parte,

E vedrà l'aria, quale il gelso brama,

Tepida sempre, e 'l ciel sempre lucente

Di candido splendor, che mai s'infiamma,

Né mai s'agghiaccia, e nudre i rami ai steli,

Le frondi ai rami, e de le frondi l'ombre

Ai dolci frutti, ai vaghi augelli, al gregge,

A' semplici pastori, et a' bifolchi;

L'aure fresche mai sempre, d'odor colme,

Di Dei, di Ninfe e d'uomini e di donne

Allettatrici scaltre e lusinghiere.

Riguardi intorno intorno, e scorga quanti

Superbi monti, ameni colli, e piaggie

Verdi, valli fiorite, e fertil campi,

Quanti laghi, paludi, acque salubri,

E fiumi, e fonti, e mobili cristalli;

Selve, spelonche, piante, erbe, fior, frutti,

E quel ch'è bello e caro; e quante opime

Ville, ricche cittadi, e seggi augusti,

E seni, e porti. Or questo adunque è 'l loco

Cui concesso ha de' cieli alto decreto

Ch'in lui Natura ogni degn'opra mostri,

E mostri ogni sua forza umano ingegno.

Ove, sien pure arate, o sieno inculte

Le terre, allignar suole in selve e scene

Opache il gelso, e i seri han grato albergo:

Ma più d'ogn'altra parte eran felici

Di tanto ben queste leggiadre sponde,

Cui lascia il primo onore e i primi doni

Il Po, ch'ha 'l primo onore e i primi doni

Dal Tanar, da due Dore, e doppia Stura:

Pria che nutrisse il bel paese in seno,

Troppo benigno e dolce, il foco e l'armi,

Empie voglie allettando a farli oltraggio,

Onde a sé fu cagion d'acerbo danno.

Ma non fu pur quest'arte in tutto estinta,

Anzi ognor si ravviva, e facil fora,

Se (come accenna) il ciel favor li porge,

Ch'ancor racquisti in breve il primo nome.

Or, più ch'altrove, qui dunque potransi,

Donne cui d'abitarvi ha Dio concesso,

Le piante cultivar gioconde e care

Al soprano animal, cui sì gradita

È tsquest'aria gentil, ch'i raggi estivi

Con zefiri e rugiade e fresche linfe

Sì temprar suol che nullo ardor gli offende.

E qual miracol fia, s'a questi piani

Ogni grazia comparte il sacro rege

De li altri fiumi, a cui nel cielo è dato

Sovra il sole e i pianeti eccelso spazio,

Ove l'imago sua fiammeggia e splende?

Ei dal Vesulo monte il queto piede

Stendendo, al fin di gran tributi altero

Da Teti e da Nettuno accolto è in grembo.

Lui Febo elesse, acciò che l'aspra morte

Fosse men cruda al fulminato figlio,

Ond'a l'argin sinistro ancora serba

Da le sorelle eretta egregia tomba.

Ei dà nel vago sen grato ricetto

A famose cittadi, e molti campi

Fastoso inonda, ma il bel capo e l'urna

Tiene sotto 'l governo e 'l degno scettro

Del mio gran Duce, e queste piagge amene

Prima de l'altre tutte adorna e 'nfiora:

Però ghirlanda qui Cerere acquista

Di gravi spiche, onde il cultor n'abonda;

E 'n premio di tal ben serba il costume

L'agreste gioventù di far nei giochi

Sacrati a lei de' più veloci e forti

Tauri e del carro del bifolco prova.

Qui il buon padre Leneo, festoso e dolce

Più ch'altrove, a l'autunno i bei coturni

Lasciar non sdegna, acciò ch'i piè divini

Tinga col vignaiuol di novo mosto:

Sì che non lunge Asopo et Ismeneo

Le torme van, né dal Citero ismario

Scende stuol di baccanti al tempio sacro,

Ma tien qui la sua sede; e da' bei colli

Che fan più ricca al Po la sponda destra,

Tosto che l'alma vite, adorna e carca

D'acri racemi, addita al buon cultore

De' suoi futuri don sicura speme,

Sogliono i curator di quella unirsi

Entro le nobil mura, e quivi aggiunti

Con tirsi in mano e tirsi al capo intorno

Baccare al suon di tibie, e 'n mille modi

Or pergole formare, or tralci, or vigne,

Fingendo lor colonne et olmi e pali;

E d'antico Lieo fuor del suo albergo

Tratto far colmi i vasi, e 'l sacro umore

Libando, incoronar Sileno e Bacco.

Qui Pomona, Vertuno e Flora il corno

Del famoso Acheloo, più assai ch'altrove,

Empion di frutti e d'erbe e fiori e frondi.

Qui in molte parti a la benigna Pale

De' conservati armenti, in cento stadi,

Del reso onor si porge aperto segno;

Né 'l semicapro dio contro i pastori

Mostrò giamai la fronte irata e torva,

Ma visto sempre fu con faccia allegra,

Del custodito grege il premio avendo.

La cacciatrice Dea qui spesso mira

Tornare i veltri affaticati e lassi,

E d'alta preda le sue Ninfe onuste;

Né lor mancan le fonti, e l'ombre, e l'aure

Ove l'estivo ardor si tempri e fugga.

Qui Minerva si cole, e 'l Dio facondo;

Apollo e 'l coro suo v'han grata stanza.

Qui è dolce or Marte; e non saetta Giove,

Ma a ciascun giova, e lui con gli altri Dei

Compartiti han fra lor gli studi e l'arti.

Venere bella ancor col cieco figlio

Non meno queste rive e 'l popol lieto

Apprezza et ama che Amatunta e Gnido,

Veggendo or de' suoi don qui maggior parte

Ch'in altro luogo accolta, e chiaro il pregio.

Che fia poi quando miri i colli e i campi,

Qualor, mercé del ciel, lo strazio antico

Di guerra in tutto avran posto in oblio,

Di sì onorate frondi alzar le chiome

Ricche e superbe, onde quest'altro bene

De' seri, e la bell'arte illustre e degna,

S'accresca e torni al suo primiero stato?

Cura, donne, di voi, poiché i divoti

Et amorosi vostri preghi accolse

La pietosa Ciprigna, a noi tornando

Pace tranquilla, alor ch'ogni ira e orgoglio

Fece a Marte depor nel bel suo grembo,

E coi spirti di lui temprò i suo' spirti.

Tempo fu già quand'altro a noi che pace

Non venia manco, altro non dava affanno

Ch'alto incendio di guerra, onde il paese

Ardea tutto d'intorno; or non ci offende

Più militar furore, e i nostri Lari

Hanno insieme con noi placido seggio.

E del cielo a tal grazia altra s'aggiunge,

Che d'armi micidiali il lampo abbaglia

Col lume suo quest'alma CATERINA,

Ch'a noi pace conferma, e pace apporta;

E 'l cui gran nome orna i miei versi indegni.

Cura ancor tua, Signor, da Dio prescritto

A questo impero, a tanto onore assunto,

Poi ch'hai d'Italia, anzi del mondo tutto

La miglior parte; et ha sì caro il giogo

Quest'umil popol tuo, fido e devoto,

Quant'ebbe al secol d'or l'antica gente

Il viver senza fren libera e sciolta:

Don ch'a poch'altri il ciel ch'a te concede.

Giungi dunque a tant'opre, a tanti studi

Che 'l maturo tuo senno inventa e 'mpone

A pro de' servi tuoi, quest'altro ancora:

Segua adiutrice mano al buon consiglio,

Onde il dominio tuo, come d'ogn'altra

Cosa che dia Natura e l'arte adorni,

De' serici lavor porti anco il vanto.

Ma 'l ciel s'imbruna, e tanto errando è gita

La nave mia per ampie, ondose strade,

Che tempo è ormai raccor le vele sparte.