LIBRO SECONDO

By Torquato Tasso

Ma nel rischio vicin d'aspra contesa

lasciò Damasco a tergo il fier Ducalto,

ed in Elia s'armò per far difesa,

terribile aspettando e lungo assalto

dal capitan che l'Asia vinta e presa

tinse più volte di sanguigno smalto.

Tredici figli aveva; e 'l primo Argante

de' Filistei sembrò nuovo gigante.

Questi in sua verde età sospetto al padre

per valor crebbe e per grandezza, a torto;

e per consiglio di canuta madre

indi fuggì, del suo periglio accorto:

fattosi duce poi d'estranie squadre,

sua fama sparse da l'Occaso a l'Orto;

e degno erede ei fu d'imperio esterno,

cedendo del natio l'alto governo.

Ed era allor lontano in sì grande uopo

da la città che di timore abbonda,

ritrovandosi là dove a Canopo

fa porto il Nilo, e frange il mar con l'onda;

ma de' men forti suoi, che nacquer dopo,

il padre il debol fianco allor circonda,

ch'ogni suo figlio al vecchio è quasi torre;

e nel rischio comun venne Assagorre.

Venne Clorinda, che l'ingegno e l'uso

femineo disprezzò, d'etate acerba:

a' lavori d'Aracne, a l'ago, al fuso

inchinar non degnò la man superba;

lasciò gli abiti molli e 'l luogo chiuso,

ché ne' campi onestate ancor si serba.

Armò d'orgoglio il volto e si compiacque

rigido farlo; e pur rigido ei piacque.

Tenera già con pargoletta destra

strinse e lentò d'un gran destriero il morso;

vibrò l'asta e la spada, e 'n sua palestra

indurò i membri ed allenògli al corso;

poscia, o per via sassosa o per silvestra,

l'orme seguì di fier leone o d'orso;

e cercò guerra, e 'n guerra e 'n alte selve,

fèra a l'uom parve, uom tra piagate belve.

Ma 'l re canuto, e del più antico regno

nuovo signor, da sì pungente cura

parea trafitto; e 'l suo feroce ingegno

mitigato non fu da età matura:

ei l'ardire ascoltando e 'l pio disdegno

che sprona i Franchi a le famose mura,

giunge al primo timor nuovi sospetti,

e de' nemici or pave e de' suggetti.

Perché in ampia cittate e cara a Cristo,

popolo alberga di contraria fede,

qual con le tigri in gabbia agnel commisto;

e men possente è quel che meglio crede.

Ma quando fece il reo l'indegno acquisto

là 'v'ebbe di Davìd la prisca sede,

fu il giogo che ponea gravoso ed aspro,

egli più duro assai d'ogni diaspro.

Questo pensier la ferità nativa,

che da gli anni sopita e fredda langue,

irritando inasprisce, e la ravviva

sì, – ch'assetato è più del nostro sangue:

tal fèro torna a la stagione estiva

quel che nel gel parea già placido angue;

tal superbo leon tosto riprende

il suo furor natio, s'altri l'offende.

–Veggio (dicea) d'alta speranza e nova

segni occulti e palesi in turba infida,

e 'l gran publico danno a lei sol giova,

e nel comun nemico ella confida;

e nel silenzio insidie e fraudi or cova,

quasi tra piume, e 'l tradimento annida;

di ricettar pensando i suoi consorti,

e con la morte mia più acerbe morti.

Ma nol farà; ch'io preverrò quest'empio

pensier celato, e sfogherommi a pieno:

gli ucciderò, farò crudele scempio,

svenerò i figli a le lor madri in seno.

Arderò alberghi e templi e 'l maggior tempio;

farò sepolcro a' vivi il lor terreno:

trarronne i morti, e tra facelle e voti,

smembrerò su la tomba i suoi devoti.–

Così il veglio pensò, quasi virgulto

che tremi dove il mare o 'l fiume ondeggia.

Non fu 'l pensier, santa Pietate, occulto

a te ne la celeste e sacra reggia,

donde guardavi il luogo in cui sepulto

il Re si giacque, e la fedel sua greggia.

Però: –Signor, gridasti, aita, aita,

ch'io non basto a salvarli omai la vita.–

Vedendo il Padre rugiadosi gli occhi

di lei che pianse in croce estinto il Figlio,

–Vo' (disse) ch'al Timor la cura or tocchi;–

e quel s'è mosso ad un girar di ciglio,

e, quasi neve che gelando fiocchi,

empie al soldano il cor nel gran periglio;

perch'ei paventi pur de' suoi nemici

irritar l'arme irate e vincitrici.

Tempra dunque il crudel la rabbia insana,

anzi pur cerca dove, e 'n cui la sfoghi:

i vicini edifici abbatte e spiana,

e dà in preda a le fiamme i c¢lti luoghi:

parte alcuna ei non lascia integra e sana,

onde il Franco si pasca, ove s'alluoghi:

turba le fonti e i rivi, e le pure onde

di veneno mortal mesce e confonde.

Spietatamente è cauto, e pur si sforza

di riparar Gerusalem frattanto,

che da tre lati ogni nemica forza

può sostener; da l'altro è frale alquanto,

ma l'erge ei verso Borea e la rinforza,

o splenda il sole o spieghi notte il manto:

e gente aduna pur che lei difenda,

e sparga il sangue e l'alma a prezzo venda.

Quinci tra' figli il suo pensier divide

di rivedere i monti, i lidi e i porti,

perch'il suo nome ivi s'onori e gride

in tutti i luoghi più securi e forti:

e di raccôr fra turbe amiche e fide,

chi meglio cinga spada e lancia porti,

o sia nuovo in battaglia, o 'n guerra mastro,

o tolto da l'aratro o pur dal rastro.

Doldechin de la degna alta corona

grande oppressor, che v'aspirò secondo,

pria ricercando gì dove risuona

spumoso il lido e di vile alga immondo:

cercò Gaza arenosa ed Ascalona

e Imania, ove fe' porto il mar profondo,

e Joppe, e la scoscesa ed aspra rupe

e i sassi minaccianti a l'onde cupe.

Vide Lida, tornando, e i sacri fonti,

e Ramula e Maceda; e 'l fiume al varco

passando, non lontano ai duri monti,

radunò gente c'ha la spada e l'arco:

radunò i neghittosi insieme e i pronti

in Betelèm ch'accolse il santo incarco,

e nel fien cuna diede al Re de' regi,

perch'abbia l'umiltade eterni pregi.

Ebron lasciò, dove un rifugio antico

fu del micidïal che non elegge;

e mentre visse al re del cielo amico

il popol fido, e sotto giusta legge,

chi percoteva a caso aspro nemico

là ricovrar solea, come si legge:

e 'l colle in cui mal fida avea latèbra

David, e sua spelunca, e sua tenèbra.

Lasciò non lunge i più deserti campi,

e 'nculto ed aspro ed ermo il gran Carmelo,

ch'è sì vicino al folgorar de' lampi

ed a le nubi, in cui s'indura il gelo.

Mirò l'onda fumar, quasi ella avvampi

pur de la fiamma che piovea dal cielo:

tanto ancor la palude infame bolle,

ed aura così grave indi s'estolle.

D'altri deserti Amardo orrida pietra

cercò, dove s'aperse il vivo sasso

a quella viva fé che grazia impetra,

per cui tragga la sete il popol lasso:

e di saette gravi e di faretra

pur genti raccogliea di passo in passo,

o sia tra mura chiusa, o pur selvaggia;

e di non esser primo par ch'ira aggia.

Ei di Sicela, in cui si sparge, e miete

il seme e 'l frutto di mature spiche,

vide il paese e le campagne liete

de l'umor che l'impingua, e tutte apriche:

e mirò i colli ove a l'estiva sete

ebber vino miglior le turbe antiche;

d'Asari dico; e non lontano il monte

ove Asane sorgea con doppia fronte.

E cento d'Idumea cittati e ville,

là dove cresce la feconda palma,

e dove ancor l'incenso avvien che stille,

sacrifizio innocente e di pura alma.

E i vicini d'Egitto a mille a mille

pur costringea sotto la grave salma:

cercando ancor de gli Arabi felici

i confini odorati e le pendici.

Belfengo che guardava il regno ingiusto,

né del suo terzo luogo era ben pago,

scorse lungo terren, ma pur angusto,

che steso e del Carmelo al fiume vago:

e fece pur de l'armi il volgo onusto,

che lento il ricusò, quasi presago;

ma forza è l'ubbidir, non sol conviene,

e l'elegger la spada o le catene.

E mentre ei s'avvolgeva in strette fasce,

tutti accogliea dal piano e da le valli.

Altri il Tabor sublime avvien che lasce,

ed altri l'erbe e i fior purpurei e gialli,

là 've sotto la cima Ermonio pasce

gregge d'api volanti e di cavalli:

alcuni il giogo, onde sparìo repente

Elìa, volando al ciel su 'l carro ardente.

Poi da Gadàra Norandino arriva

là 've al guado il Giordan primier

passâro la gente che d'Egitto uscì cattiva,

fuggendo l'ira del tiranno avaro:

e le sei pietre e sei ne l'altra riva,

pur come eterni testimoni, alzâro.

E da Betel, senza trovare inciampo,

ricercò tutto insino al magno campo.

E 'n passando Sichen, Sebasta e 'l tempio

vide su' monti, i quai diparte il fiume,

che i Garisei, da' lor vicini esempio

preso, drizzâro a Dio ch'è vero lume;

ma ne' due tempi, come il fido e l'empio,

gli divise lor fede o lor costume:

vide Effra; e i luoghi alpestri avvien ch'ei miri

ove fu vinto Adado e vinti i Siri.

Dove l'un re fuggì, dov'ebber morte

trentadue regi; e vide il loco appresso

dove pugnò con la medesma sorte

il vinto, indegno del perdon concesso;

perché nel pian, come ne' monti, è forte

la man divina ond'è il nemico oppresso.

Poscia l'umil torrente a Mesra ei passa,

e Saba e Suna antica addietro lassa.

E d'alto Nazaret, città superna,

par che si mostri e dica: Or Chi mi cela?

Ma non si muove a la parola interna

quel cor piu freddo assai che marmo, e gela.

A destra il monte ove la gloria eterna

refulse come sol, se nube il vela:

e per breve sentier ch'ambo disgiunse

pervenne a Ruma, indi a Tiberia giunse.

E 'l mar di Galilea nel suo ritorno

(ché mare è l'onda che s'aduni, e stagni)

ricercò tutto, e gìo mirando intorno

i tepidi lavacri e i caldi bagni;

ma de le sante meraviglie ha scorno

nel terren che le vide, e par si lagni:

par si lagni a Gesù quell'onda e 'l lido,

de' miracoli suoi spargendo il grido.

E poscia Saiadin da l'onde istesse

sino a l'altre, onde il mare avvien ch'asperga,

timide genti armò; parte n'oppresse

di quelle che l'arena e 'l lido alberga:

trovò in passando il loco in cui di Jesse

il santo fiore uscì di santa verga,

e Cana che già l'onda (o meraviglia!)

mirò in vino mutar, fatta vermiglia.

E quella che stupì, dal regno oscuro,

ove si fa l'estremo aspro vïaggio,

tornar visto il fanciullo, e d'aer puro

aprire i chiusi lumi al dolce raggio,

tal che non parve in Dite allor securo,

ma paventò Pluton maggiore oltraggio.

Poi cercò i lidi ove i marini spirti

già portâro l'odor d'accesi mirti.

Ma dopo le superbe antiche spalle

del monte c'ha di nubi il crine involto,

Baldacco trapassò, profonda valle,

ch'a Tiro volge ed a Sidone il volto:

prima ad Arce ei n'andò per dritto calle;

scorse poscia il terren ch'intorno è c¢lto,

là 've di spiche incoronar la turba

usò la chioma; e 'l suo venir la turba.

Poi quella parte che del sol rimira

spuntar da l'Orto la purpurea luce,

e sente l'Euro ch'indi a noi respira,

Selìn gìo ricercando, il fèro duce,

sino a Damasco; e quinci al monte ei gira

che 'l famoso Giordano in sen produce:

e vide l'alte rupi e la spelunca

ch'indi s'instilla, e de l'umor s'ingiunca.

Gemino fonte e verde speco ombroso

vide; se pur son ivi il fonte e l'urna,

e non corre più tosto altronde ascoso,

per via secreta al sole, atra e notturna.

Non v'era il tempio che sorgea famoso

ove i marmi vincean bianchezza eburna,

perch'ogni opra mortal tardi o per tempo

cede a le nostre ingiurie, o cede al tempo.

Veduti gli antri e le fontane e l'ime

parti cercate ancor d'umil paese,

de l'altissimo monte a l'aspre cime,

confini d'atre nubi, ei pronto ascese.

Molte cittadi ivi sostien sublime

sul tergo, e fa natura alte difese

a que' popoli alpestri, e 'n quella altezza

del ciel la destra i cedri atterra e spezza.

L'estremo lato poi difende e guarda

Amurate, del re l'ottavo figlio,

quel, voglio dir, ch'a la stagion più tarda

vede farsi l'occaso aureo e vermiglio,

poscia imbrunire: e Gilta indi riguarda,

ed Azolo vicino al suo periglio,

ed Apollonia; e s'altra al mar s'accosta

terra, a' nemici, a' venti, a l'onda esposta.

Ma 'l famoso Giordan, per cui partita

fu al buon popolo ebreo promessa terra,

passa Aladino, e più lontana aita

va ricercando a la vicina guerra:

passa la real selva in cui romita

pasce sovente orrida belva ed erra,

e vede a la pastura andar più lenti

con le ramose corna i vaghi armenti.

Giunge a Damasco, ove l'uom primo e 'l primo

padre, siccome avvien ch'altre racconte,

sorse formato di terrestre limo,

e prima al cielo alzò la nobil fronte.

Quinci, passato quel ch'io vero estimo

del sacrato Giordan principio e fonte,

giunge a' monti d'Arabia; indi partendo,

la terra oriental venìa scoprendo,

sino a quel varco ove l'antico Padre

osò quell'acque trapassar primiero,

che de' nipoti suoi l'erranti squadre

varcâr poi liete al già sperato impero;

là 've cose più belle e più leggiadre

narra la prisca fama, e cede al vero:

quivi con dritto corso il fiume vago

divide un monte, poi divide un lago.

E Baiazeno oltra le antiche sponde

cercò di quai vestigi il suol si stampi,

dove i giganti già, non sorti altronde,

gignoreggiâr la terra e i propri campi.

Se ben quella a cui nube il capo asconde,

altro rimbombo ancor fra tuoni e lampi

par che ci narri, e con superba possa

in Flegra sparsi Olimpo e Pelio ed ossa.

Geràsa a' piè del monte, e d'una parte

Adara poi trascorre, e quel terreno

dove Og rimase estinto e ancise e sparte

sue genti e sue città, prendendo il freno.

Pella, e Jabe da l'altra ove bell'arte

di verdi boschi ombrò l'almo terreno,

e Masfa si lasciò passando a tergo,

di glorïoso duce antico albergo.

E quel ch'ascose il re ch'al punir troppo

rapido non fu mai, però disparve:

e 'l loco cui Jacob fe' stanco e zoppo

lutta maggior che di notturne larve:

e quella terra ove il celeste intoppo

d'esercito immortal, ch'insieme apparve,

ebbe a l'incontra insin d'Amone al regno,

là 've fanno aspri monti aspro ritegno.

Non men bella corona in lor s'estolle

d'antiche mura e quasi è 'l pian disfatto,

ma lieto pur di freschi rivi, e molle,

egli per erte vie volge men ratto

il passo a l'orïente; e viene al colle

ove fece Jacob l'antico patto;

e 'n forma di colonna alzò l'altare:

poi co' fiumi drizzò suo passo al mare.

Ma Corcùt pur rivolge a' monti il corso,

e 'n Metàba, e 'n Sabarna accoglie genti;

poi ricercando va d'altro soccorso

ne' campi di Moàb fra duo torrenti,

sin ch'egli arriva al duro e aspro dorso

là 've i due fonti son d'acque correnti,

passando ove Mosè con duol cotanto

ebbe publico onor d'estremo pianto.

Poi sale il monte ove colui da lunge

il promesso terren vedea mirando;

ma prima a quel ch'è più vicino ei giunge,

ove atra nube il circondò portando.

O sia rapto ch'uom vivo a Dio congiunge,

o morte pur di cui si cela il quando,

così sparito da l'umana vista,

s'ascose in guisa d'uom ch'il cielo acquista.

Era tra' figli Celebino estremo,

però mosse e comparve anch'ei da sezzo:

ei nato al padre nel vigor già scemo,

fu dal padre nudrito in piume, al rezzo;

onde senza mirar vela né remo,

vide solo e cercò del mondo il mezzo.

Pur ne gli estremi avea già sparso il nome

candido e bel, con lunghe ed auree chiome.

Questi il paese, il qual d'intorno ha cinto

l'alta città dove al sepolcro uom poggia,

e la valle cercò di Terebinto,

là dove giacque in disusata foggia

l'empio Golìa dal buon fanciullo estinto;

e 'l fèro monte in cui rugiada, o pioggia

non distillò, poi che a Saul fu tronco

il nobil capo e 'l busto affiso al tronco.

E Gaba¢n, dove la gente infesta

a' fèri lupi circondò la selva

con reti e cani, e innanzi dì fu desta,

cercando ove la fèra empia rinselva;

ed ispida apparì con rozza vesta

in lieta cena de l'ancisa belva;

più veloce del sol, quando esce il giorno,

più tarda al suo partir facea ritorno.

E quinci a Masfa, e quinci a l'onda arriva,

che rompendosi al lido ivi biancheggia.

Poi si ritorna del Giordano in riva,

lasciando a tergo la sublime reggia:

e vede la città di regno or priva,

che vince le più antiche, o lor pareggia,

ove, poi che s'udì canora tromba,

cadder le mura al suon ch'alto rimbomba.

In tal guisa tra' figli il vecchio antico

divise avea le terre e 'l lor governo.

Ma da poi ch'aspettava il fier nemico

e la temuta guerra al fin del verno;

ciascun le sue rivide e 'l volgo amico

armò che non avea sua legge a scherno,

e di genti fornì qual luogo è forte;

l'altre condusse a l'adeguate porte.

E per le manche parti, e per le destre,

entrâr ne la città che geme e serve;

e spelunca, o magion parea silvestre,

che genti raccogliea fère e proterve.

Già di turbe selvagge e turbe alpestre

tutta d'intorno ella risuona e ferve:

e cede antico albergatore, o sgombra,

mentre il nemico, o 'l difensor l'ingombra.

Madre orba e vecchia, e sconsolata erede

di figli regi, e di lor gloria prisca,

i nuovi che produsse in varia fede,

non sa come difenda, o lor nudrisca.

Pascer del proprio cibo i lupi or vede,

e non convien che di lagnarsi ardisca;

né basta quel ch'ella produca, o cerchi

in monte o 'n valle, ove 'l suo re nol merchi.

Il soldàn, ch'ebbe pronta, ove si sparga

il foco o 'l sangue pur ne' campi accensi,

la destra, che fu sempre a l'òr men larga,

e tarda ove si doni e si dispensi;

non sol ristringe i nostri, e gli altri allarga,

ma i fidi esclude onde son rari i densi:

le vergini rinchiude, e gli altri tutti

scaccia, gemendo in lagrimosi lutti.

Come s'avvien talor ch'altri divella

dal verde mirto il suo più verde ramo,

che d'ombra ricopria l'erba novella,

rimane il tronco quasi ignudo e gramo;

così vedi rapir vaga donzella,

a cui pianto non val, prego, o richiamo:

così la madre, in cui dolor s'avanza,

d'arido tronco e muto aver sembianza.

Vedi abbracciar gemendo il vecchio stanco

l'albergo ch'a' nipoti alzar credea;

e piangere il fanciullo al caro fianco,

che l'altrui duol, più che il suo mal piangea:

indi traggere al tempio il debil fianco,

dove morte gli fôra assai men rea.

Qui la tenera turba e la senile

si raccoglie al pastor del santo ovile.

Canta ei dolente, e col dolente coro

le sue preghiere al re del ciel devote;

e miste intanto udian co' preghi loro

querele e meste e sospirose note

che flebilmente sparge in suon canoro

il popol fido, e 'l petto a sé percote;

e le imagini sante e 'l sacro altare

baciando, sparge ancor lagrime amare.

Ciascuno è di pietade agli altri esempio;

ma breve tempo è dato a' preghi, al duolo,

perché tosto s'ingombra il nobil tempio

d'arme spietate e di malvagio stuolo.

Cede il fedel senza contesa a l'empio,

ch'a la sacra rapina intento è solo;

e perché già il minaccia e già l'esclude,

vede spogliati altari e statue ignude.

Lascia i santi edifici il vulgo afflitto

e i propri, e la sua terra alma nativa,

come se in Babilonia o se in Egitto

fosse condotto, o 'n più lontana riva;

ma libero si volge al duce invitto,

portando seco a lui pallida oliva:

frondeggia a tutti in mano un ramo còlto;

l'altro a le tempie pur verdeggia avvolto.

Ciascun fra sé pensava: –A cui mi volgo?

o chi sarà che m'assicuri ed armi?

Chi mi dà pace or che l'oliva io colgo?–

Pur vanno avanti senza insegne ed armi.

Precede il sacro coro e segue il volgo,

e canta quello antichi e vari carmi;

questo o le note alterni, o pur risponda,

fa risonar le valli, i monti e l'onda.

Dicean: “Qual novo abitator famoso

or nel tuo albergo d'abitar fia degno?

Chi nel tuo santo monte avrà riposo,

o re celeste, e di celeste regno?

Mentre spiega la notte il velo ombroso,

chi vi s'acqueta dal pietoso sdegno?

Chi parla fra suo cor senza menzogna,

né d'ingannar con falsa lingua agogna.

Chi mal non fece al suo vicino oppresso,

perseguendo fortune afflitte e sparte;

e vergogna non ebbe e scorno appresso

incontra lui ch'odio da sé diparte.

Nulla è il maligno al tuo cospetto istesso,

Signor: nulla gli giova ingegno ed arte;

ma glorïoso è chi t'onora e teme

sino a le parti de la terra estreme;

chi giova al suo vicin né face inganno,

e non s'avanza con iniqua frode;

chi l'òr non presta avaro, e d'anno in anno

non fa il ricolto d'auro, e sprezza lode:

chi non vuol d'innocente o morte, o danno,

per caro dono onde arricchisce e gode:

mosso non sarà mai; non tema alfine

(se cade rotto il mondo) alte ruine”.

Poi ricomincia: “E' del Signor la terra,

e suo ciò che riempie il cerchio angusto;

suoi gli abitanti; ei gli ha salvati in guerra,

ei nel diluvio nuovo, ei nel vetusto;

ei la fondò sul mar; per lui non erra

su i fiumi onde le tempra il seno adusto:

chi salirà il suo monte? e l'alta cima

terrà del loco suo ch'al ciel sublima?

Quel che non brutta ingiuriosa mano

di sangue, o di vil furto, o di rapina;

il puro cor, dove pensier profano

non fa d'ardenti fiamme atra fucina;

quel che l'anima sua non ebbe invano:

questi fia degno di pietà divina,

questi fia salvo, e di chi 'l cerca e vuole,

questa è la gloriosa invitta prole.

Aprite, aprite le Tartaree porte,

principi de la terra o pur d'Averno.

Qual è questo Signor ch'in guerra è forte,

quel re di gloria, e re del ciel superno?

Aprite il varco de l'eterna morte

al re di gloria, al domator d'Inferno.

Il Signor di virtute è re di gloria.

Questo è il trofeo de l'immortal vittoria”.

Queste, e cose altre assai con alta voce

cantâr, ma in sermon prisco, e 'n altri versi,

pregando lui ch'ebbe corona e croce

sì dura, in cammin dubbio e 'n casi avversi,

acciò ch'essi non sian di foce in foce

oltra l'Eufrate ed oltra 'l Nil dispersi,

o là 've i rotti monti al duro passo

rinchiude il ferro sul gelato sasso.

Ma quando il dì nel suo cader s'attrista,

e 'l sol men chiaro accoglie i raggi sparsi,

veggion, quasi città leggiadra in vista,

torreggiando sublime al cielo alzarsi

che nova forma e nova altezza acquista,

ove speran securi omai ritrarsi:

e son veduti entro la scura polve,

qual picciol bosco che si muove e volve.

Giunti a le guardie, e conosciuto appena

il popol fido e 'l suo fedel pastore,

che d'aspra morte e da servil catena,

salvi scorti gli avea d'empio signore;

fûr condotti a quel pio che gli altri affrena,

con molta riverenza e molto onore.

Là dove il sacro veglio, avendo incontra

l'alto guerrier, narrò che loro incontra.

–Simon son io, per fama al vostro Occaso

noto di cose avverse ed infelici,

che l'avanzo di greggia a me rimaso

campato ho dal furor d'empi nemici;

e le sacre reliquie in duro caso,

signor, vi porto, e voi fedeli amici:

signor la cui pietate e la possanza

altrui porge spavento, a noi speranza.

Noi siam color ch'a ricomprarne astretti

fummo con l'òr tra l'onte e le percosse;

e noi siamo (o ch'io spero) in cielo eletti,

ch'in terra il sangue di Gesù riscosse.

Ma questo anzi i perigli, anzi i sospetti,

fece il tiranno, ed accennò qual fosse:

allor, varcando il mar ne' strani lidi,

auro e pietà cercai dove s'annidi.

Ora a sì avara fame auro non basta,

né basterebbe il sangue a l'empia sete;

ma gli edifici atterra, i templi ei guasta,

i fonti attosca, e strugge ove altri miete:

e mentre odio e timore in lui contrasta,

e co 'l furor d'Inferno oblio di Lete,

noi scaccia, e 'n alma di regnare ingorda,

la vendetta di Dio l'empio si scorda.

Ma dove ne discaccia? e 'n quale esiglio?

D'assedio e da servaggio, a certa palma;

a salute, da morte e da periglio;

a corona immortal, da grave salma.

O d'atra provvidenza alto consiglio!

o mar dove ogni mente indarno spalma!

o sol dove ha suoi lumi invan affissi!

o tenebre lucenti, o sacri abissi!

Ma tu, signor d'invitta gente e franca,

per cui speriam di non sperare invano;

miserere d'età tenera e stanca,

che ne gli estremi son del corso umano;

ma di questi altri, a cui vigor non manca,

degna in guerra adoprar robusta mano;

e quasi in porto da gli acuti scogli,

e gli uni e gli altri e me pregante accogli,

insin che piaccia a la pietà superna

scoter l'indegno giogo e l'aspre some.

Sì farem poi ch'ancor rimanga eterna

la tua memoria e 'l glorïoso nome,

mentre pruine e gel, quando più verna,

de' monti spargeran l'inculte chiome;

mentre avrà cervi il bosco, il lido arene,

ed onde il mare, e stelle il ciel serene.–

In tal modo parlava il vecchio saggio,

a cui risposta diede il sommo duce:

–Si potess'io da morte o da servaggio

liberar gli altri che 'l timor seduce,

come spero guardar d'onta e d'oltraggio

questi che tua pietà seco m'adduce;

e giunge inermi a le mie armate squadre,

o di pietà, d'onore, o d'anni padre.

Io dar a' disarmati arme prometto,

che vorran seguitar la nostra insegna,

ed al rischio comune esporre il petto

per l'alta patria, di servire indegna:

a la più stanca turba altro ricetto

ne la Soria, dove per noi si regna,

o 'n Cipri, o 'n Creta, o 'n più secura parte,

che lunge da' perigli il mar diparte.

Tu qual vorrai, più caro albergo scegli,

o qui sublime onore ed alto grado

fra' padri più onorati e fra' più vegli,

o se devi altra cura aver più a grado,

là dove il suon di squille altrui risvegli,

cerca al riposo il più securo guado;

né perturbi di morte empio tumulto

l'animo sacro e 'l suo pietoso culto.

Le lodi a Dio rivolgi; a lui conviensi

la prima laude, a lui si dia l'estrema,

com'a quel sol c'ha sempre i raggi accensi,

com'a quel mar che mai non cresce o scema.

Ei, che dà le vittorie, ei ci dispensi

la palma de' nemici ancor suprema.

A noi di preci or tua pietà sia larga,

perch'ei vinca i nemici, atterri, e sparga:

Ei che feo rilevar l'acuta lancia,

onde fu il manco lato a lui trafitto,

or l'arco spezzi, e ciò ch'avventa e lancia

l'Arabo, e 'l Perso, e 'l Siro, e quel d'Egitto:

e drizzi contra lor d'Italia e Francia

l'arme, e d'Europa, e salvi il volgo afflitto;

s'innalziam la sua lancia, e la sua croce

per lui spieghiam contra il rubel feroce.–

Qui si tace, e ripiglia il vecchio sacro:

–Fa degni, signor mio, questi egri lumi

di veder lei che sparse ampio lavacro,

e del sangue e de l'acqua i santi fiumi;

così quel gran mistero, ond'io consacro,

l'alma de' fidi suoi col vero allumi.

Parte mi narra (e 'n grazia ciò dimando)

dove fu ritrovata, e come, e quando.–

Goffredo incominciò: –Già cinto il Perso

Antiochia di grave ed aspro assedio,

ed esercito avea così diverso,

ch'al rischio non parea scampo o rimedio.

Noi stanchi costringeva il caso avverso

a soffrire il digiun, lo scorno e 'l tedio,

quando il Re con imagini non false

mostrar ne volle che di noi gli calse.

Perché ne l'ora che l'oscuro cielo

a l'appressar del novo dì s'inostra,

e ch'al pensier uman sotto alcun velo

de le cose future il ver si mostra,

Pier di Provenza, il qual con puro zelo

quindi seguita avea l'impresa nostra,

vide in sembianza placida e tranquilla

il divo che di manna Amalfi instilla.

Quel ch'ebbe a sostener tormenti e scempio,

ne l'alta croce sua vòlto sossopra,

vittoria promettea del popol empio,

e certo fin di sì laudabil opra,

del santo suo fratel mostrando il tempio,

e 'l proprio loco in cui s'asconda e copra

la sacra lancia; e quando il ciel s'inalba,

tre volte e quattro ritornò con l'alba.

Tre volte e quattro alme devote e pie

vider gli angeli eletti (o che lor parve)

e scendere e salir sublimi vie

in altro modo che fantasmi e larve;

e 'l divin raggio anzi 'l nascente die

lampeggiò, quasi in specchio, e poi disparve:

ne lo sparir segnando il sacro loco

con doppia riga di lucente foco.

Al principe Ademaro il fedel Pietro

non tenne occulti i suoi veraci sogni.

Ei venne al tempio; e corse il popol dietro,

pur come novità speri ed agogni.

Così, di loco tratta oscuro e tetro

fu l'arme sacra a gli ultimi bisogni;

onde il fedel, che sbigottì pur dianzi,

par che tutto osi e in ben oprar s'avanzi.

Quinci il superno Re mostrar si volle

più sempre a' Persi infesto, a noi secondo.

La sacra lancia ne l'uscir s'estolle;

quei non sostengon di tal vista il pondo.

Pugniam, vinciam, facciam sanguigno e molle

il campo; arme e cavalli Oronte al fondo

va rivolgendo e cavalieri estinti:

selve e spelonche son latèbra ai vinti.

Così le cose lor di male in peggio

poscia n'andâro, e 'l nostro imperio accrebbe;

e stabilissi a Boemondo il seggio,

che lui ritenne, e ben di ciò gl'increbbe:

io contra empi nemici ancor guerreggio,

sperando la vittoria ond'esser debbe.–

Così dicea Goffredo; e 'n parte giunse,

ov'era quella che il Signor già punse.

In mezzo a mille tende un tempio s'erge

con imagini sante e simolacri,

che si leva e ripone, e lustra e terge,

perch'ivi il sacerdote a Dio consacri:

quivi Simon di pianto il viso asperge

al lucente splendor de' lumi sacri,

vista la lancia e 'l prezioso sangue

che ne riscosse, e lasciò Cristo esangue.

Già presso al tramontar tepidi rota

il sole i raggi e poco al mar lontano;

quando ecco da provincia indi remota

(come ebbe avviso il cavalier sovrano)

giunser gran cavalieri in veste ignota,

con ricca pompa e 'n portamento estrano.

Del gran re de l'Egitto eran messaggi,

per terminar la guerra e i fieri oltraggi.

Alete è l'un, che da principio indegno

e da tenebre quasi al lume è sorto:

ma l'innalzâro a' primi onor del regno

parlar facondo, e lusinghiero e scorto,

pieghevoli costumi e vario ingegno,

al finger pronto, a l'ingannare accorto;

gran fabbro di calunnie, adorne in modi

novi; e paion talor lusinghe e lodi.

Argante è l'altro, intrepido guerriero,

che, da Giudea passando al re d'Egitto,

chiese da l'uno aita a l'altro impero,

e dal regno possente, al regno afflitto:

impazïente, inesorabil, fèro,

ne l'arme infaticabile ed invitto;

de' rischi sprezzator, che gloria elegge;

a cui la propria spada è nume e legge.

Ma 'l duce pio vuol ch'udïenza attenda

e l'uno e l'altro insino al dì che segue:

e per mostrar come pietà risplenda,

e si nieghino agli empi e pace e tregue,

fa tosto dispiegar sublime tenda,

opra d'armeni onde i palagi adegue;

che d'archi sostenuta e da colonne,

può albergar duci e cavalieri e donne.

E ricca è di materia e di lavoro

sì, che 'l fiero avversario se ne scorna,

e di serici fili intesta e d'oro,

di chiare imprese e di vittoria adorna:

e palma trionfale e verde alloro

fanno un bel fregio che la cinge ed orna:

in mezzo son battaglie, incendi, assalti,

mar, terra, laghi in più sanguigni smalti.