LIBRO SESTO.

By Luigi Alamanni

Or, perché tutti in ciel non vanno eguali

I dì che volge il Sol, ma tristi, e lieti,

Come piacque a Colui che vario infuse

Nelle stelle il valor che muove il mondo;

Molto val l'osservar del buon cultore,

La malizia o bontà ch'è in questo o in quello.

Cerchi prima fra sé, che il freddo lume

Del gran vecchio Saturno in parte giri,

Ove contento stia; dove aggia pace,

E riguarde i minor con dolce aspetto:

Che il fiammeggiante Dio del quinto cerchio

Senta in luogo lontan, ch'appena il veggia,

E non sia testimon dell'opre altrui:

L'amorosa Ciprigna e 'l pio Parente,

Da cui quanto è di ben ci piove in terra,

Si vagheggin fra sé con lieto sguardo:

Che 'l figliuol di Latona, e la sorella

Non sian contrari lor, non giunti insieme,

E non divisi ancor dal quarto albergo,

Ma gli possin mirar tra 'l terzo e 'l quinto.

Quando vedi allumar l'Aquario e 'l Toro

Dalla notturna Dea che Cinto onora,

Pianta le vigne allor, sotterra i frutti;

Se la capra Amaltea, se 'l Cancro avverso,

Se la donzella Astrea, se quella parte

Ch'al dì con spazio egual la notte libra,

O 'l cornuto Animal che in mezzo il mare

Condusse Europa; e tu nel grembo allora

Versa del tuo terren le biade e 'l grano.

Ma più di tutti, ben ci segna i giorni

Giocondi e gravi, trascorrendo in giro

Dal luminoso Sol, la casta Luna;

Ch'al nostro umano oprar tanto ha vicina

La possente sua luce, e in così breve

Tempo quante ha nel cielo erranti e fisse

Studia di visitar, che ciò che in esse

Truova di bene o mal, lo versa in noi.

Non dee molto impiagar le piagge e i colli

Il discreto bifolco, s'ella giace

Ascosa col fratello. Il quarto giorno

Che cornuta rivien, coi tre vicini,

Sacrati in terra son; ché in questo nacque

Già di Latona in Delo il biondo Apollo:

Pur l'agnello e 'l vitel potrà nel sesto

Di quel membro privar ch'è sposo e padre;

Benché l'ottavo in ciò più lode porte.

Nei cinque altri miglior che vengon dietro,

Può le piante innestar, spander i semi;

Può il frumento segar, tosar le gregge,

E donarle al monton chi maschio brami;

Tesser da ricoprir le mense e i letti,

E difender dal giel la sua famiglia.

Quel che segue costor, contrario al seme,

È secondo al piantar: ché 'l troppo umore,

Come in quello è nemico, in questo è caro.

Quando ella contro al Sol, con larga fronte,

Del fraterno suo raggio tutta splende,

Si den l'opre fuggir; ch'è lor molesto:

Sol aprir si convien con lieto canto

Del prezïoso vin l'antico vaso,

Che conservi il sapor nell'ultime ore:

Solo è il tempo a domar col nuovo giogo

L'aspro, torvo giovenco; e con lo sprone

E col morso al caval frenar l'orgoglio:

E chi femmine vuol, marite il giorno,

Delle mandre ch'ei tiene, il forte duce.

Fugga il quinto ciascun, con quelli insieme

Ch'hanno il nome da lui: ché in cotali ore

L'impie Furie infernali intorno vanno

Tutte, empiendo d'orror la terra e l'onde.

Quel che ne vien da poi ch'ella ha più lume,

Non si tocchin le piante; e l'altro appresso

Per ventilar il gran n'apporta l'ora:

Puosse in questo atterrar nei boschi alpestri

L'alto robusto pin, l'abete e 'l faggio,

Nel verno, a fabbricar palazzi e navi;

Benché forse indugiar, quando è più scema

L'alma sua luce in ciel, non spiace a molti.

Nel vigesimo dì, nell'altro innanzi,

Così benigno il Sol ci apporta l'ore,

Che ben puote il villan con ferma speme,

In quel che pregia più, dispensar l'opre:

E se creder si può, questo è quel giorno

In cui nascon color ch'hanno arte e senno

Di misurar fra noi le stelle e 'l cielo,

E narrar quel che può natura e fato.

Gli altri quattro dipoi speranza e tema

Di quel ch'aggia a venir, ne danno eguale:

I due son da fuggir che vengon poscia.

Negli altri giorni, allor ch'ella è vicina

Per ripigliar dal Sol novella face,

Puosse il toro domar, romper la terra,

Tirar le navi al mar, tagliar i legni,

E le sue botti aprir. Né sia schernita

L'antica osservazion; ché spesso alfine

Lo spregiar cose tali apporta danno:

Ché matrigna talor, talvolta madre

Vien la luce del dì nell'opre umane;

E sol l'incominciar può t"rre e dare

Tutto quel che si cerca: e ciò n'avviene

Perché piacque a Colui che tutto muove.

Non dico io già, che se 'l buon tempo e l'opra

Perde l'occasïon che non si deggia

Pur invocando Dio, tirar alfine

Quei che troppo indugiar gran danno f"ra.

E perch'il crudo giel, la pioggia e 'l vento

Che improvviso ci vien, può nuocer molto;

Qui il perfetto cultor la mente inchini

Al suo sommo Fattor, divoto, umìle

Sacrifici porgendo, preghi e voti,

Che il nostro in lui sperar non caggia indarno;

Né ch'al nostro sudor sia tolto il pregio:

Poi fra le stelle in ciel riguardi, e 'mpari

Qual ci dà troppo umor, qual troppa sete;

Chi ci muova Aquilon, chi ghiaccio apporte,

E con qual compagnia qual parte lustri;

Chi surga o scenda: e la natura e 'l nome,

Tutto aver si convien, né men che quelli

Ch'al tempestoso mar credon la vita,

O che il rozzo guardian che 'n parte dorme,

Ove ha capanna il ciel, la terra letto.

Questi i primi già fur, cui lunga pruova

Mostrò il corso lassù coi vari effetti

Ch'or di sì gran dottrina empion le carte,

Che dei primi inventor vergogna ha seco.

Non si sgomenti adunque, e certo speri

Il discreto villan poter d'altrui

Quell'imparar, che da sé stesso apprese

E 'l pastore e 'l nocchier tra i boschi e l'onde

Qualor Delia vedrem contraria o giunta;

O che dal quarto albergo irata guarde

Quel Pianeta crudel che mangia i figli;

Piogge porta in april, nel luglio nebbia,

Gran pruine all'ottobre, e nevi al verno.

Quando il padre riguarda, ovunque sia,

Rende in ogni stagion dolcezza e pace.

Scaccia il freddo e l'umor ch'al mondo truova,

Mirando Marte: e quando incontra o guarda

Ben vicino il fratel, turba ogni stato;

L'onda, l'aria, il terren rimuove e cangia.

Colla ciprigna Dea, secondo i tempi,

Umor reca e calor; pur nebbia e nevi

L'autunno e 'l verno, ma soavi e piane;

Ché dal regno d'Amor non cade asprezza.

Col divin Messaggier, maisempre quasi

Suole i giorni voltar ventosi e foschi.

Tutto quel che diciam, la vaga Luna

In men di trenta dì compie e rinnuova,

Trapassando in viaggio or questo or quello.

Ma quelli altri maggior ch'han sopra il corso,

Non così spessi già, ma di più forza

Fanno effetti quaggiù, secondo il loco

Che si truovan tra lor, secondo il tempo

Che 'l suo propio valor giungendo ad essi,

Puon crescer e scemar quel ch'ave in seno.

Qualunque errante in ciel incontri e guardi

L'alato Ambasciador, nell'aria sveglia

Sempre il rabbioso suon di Borea o Noto,

O di Zeffiro o d'Euro; o torbo o chiaro,

O con nevi o con piogge, come aggrada

Al compagno ch'egli ha; ch'a tutti è servo.

La stella Citerea, coll'avo antico,

Talor raffredda il ciel, talor lo bagna,

Ma dolcemente pur; ché mal si accorda

Col suo secco venen nemico a tutti:

Col gran pio genitor, in chiare tempre

Più soave il calor, meno aspro il gielo

Rende; e l'aria e la terra e l'onde insieme,

Di vaghezza e d'amor tutto riempie.

Al suo fero amator la fiamma e l'ira

Colle piogge e col gielo ammorza o spegne:

Al luminoso Sol, con fosche nubi

Pregne di largo umor la vista ingombra;

Forse temendo ancor, ch'un'altra volta

Non l'accusi a Vulcan, se Marte alloggia.

Grandini, piogge, nevi, lampi e tuoni

Tempestoso e crudel ci porta Apollo,

Ove incontri Saturno, ovunque il guardi.

Folgori, venti, giel raddoppia in terra

(Benché sì dolce sia), s'ei corre a Giove:

S'al bellicoso Dio, rabbiosi e secchi

E caldi fiati aviam; né stanno in posa

Tra i liti sicilian l'eterne incudi.

Con più terribil suon procelle e turbi,

Qualor Libra o Monton pareggia i giorni,

Saette al caldo ciel, poi folte nevi

Quando è più breve il dì, dal quinto foco

Nascon, dove ei talor rivolga il guardo

Nel gran Superïor: se Giove ha in vista,

Tempestoso pur vien, ventoso e torbo;

Né per nuova stagion la voglia cangia.

Se 'l gran padre e 'l figliuol ch'ebbero ognora

Sì diverso il voler s'incontran pure

O coll'occhio o col piè (che raro avviene);

Torbido e grave umor, tempeste e fuoco

Mandan per l'aria; e fanno al mondo fede

Che mai nulla fra lor fu pace e tregua.

Vuolsi saper ancor chi monti o scenda,

E chi sia presso al Sol, chi sia lontano

Dei celesti Animai, dell'altre stelle

Che stan fisse tra lor, né cangian loco,

Se non quanto le vien dal cerchio ottavo

Che nei cento anni appena un passo muove.

Quando al tempo novel dapprima il Sole

Al felice Monton le corna indora,

L'accompagnan quel dì Favonio e Coro.

Poiché verso il mattin, quasi in un punto

Il Corsier pegaseo si mostra e cela

Tra i crin di Apollo, si rinnuova il fiato

Che da settentrion le forze prende.

Indi che 'l buon Frisseo si mostra in parte

Scarco dal suo signor, tre giorni almeno

Soglion turbi venir tra piogge e nevi.

Già s'avvicina april; già verso l'alba

Il crudele Scorpion la coda asconde,

Che ci suol risvegliar Zeffiro ed Ostro

Con minaccioso ciel: poi quando al vespro

Si comincian veder tuffar fra l'onde

Le figliuole di Atlante, allor ne sembra

Ch'altro verno novel ci guasti aprile.

Quinci che il vago Sol, montando al Tauro,

S'accompagna con lor; ci dona spesso

Ai crescenti arbucei soavi piogge.

Quando al primo imbrunir di notte oscura,

Già in orïente appar d'Orfeo la Lira,

Ben minaccia il terren d'aspra procella.

Se la Capra al mattin si mostra aperta,

E si asconde tra i monti al tardo oscuro

L'ardente Sirio, allor pruine o piogge,

O 'l ciel cruccioso ci s'attenda intorno.

Or si mostra il Centauro, e seco adduce

Piovose nubi: e poi le sette stelle

Ch'or vanno innanzi al Sol sereno e dolce,

Ci rendon vento, e cel ritoglie Arturo,

Che cadendo sul dì, minaccia il cielo.

Qui tra i due buon German s'accoglie Apollo;

E l'Aquila vien fuor ventosa e molle:

Il pietoso Delfin da sera monta

Coi suoi Zeffiri in sen: or nell'aurora

Il suo crudo veneno asconde l'Angue

Tra l'onde salse, e fa turbar il tempo,

Non però sì, che col Favonio e l'Austro

Non sia sommo calor: poi la Corona

Della vaga Arianna, al primo aspetto

Del mattutino albòr si attuffa in mare

Con affanno e sudor: né lunge a lei,

E nel tempo medesmo, già in occaso

Va il Capricorno in parte: e 'nver la sera

Si può Cefeo veder, che ci minaccia

Pioggia e tempesta: e pur nel mondo sveglia

Quel soffiar di Aquilon, che il sermon greco

Prodromo appella, ch'a predir ci viene

Che l'uno e l'altro Can che han seggio in alto,

Tosto denno apparir là vêr l'aurora

Con sete e rabbia: e dopo lui riprende

L'Etesio il corso, e con più forza assai

Ci fa il mar tremolar, crollar le fronde,

Mentre che luce il Sol; poi dorme il vespro,

Così la notte ancor; né cangia stilo

Fino in quaranta dì. Già lassa Febo

Più che mezzo il Leon, sicché ci mostra

Poco avanti al mattino in mezzo il petto

La sua stella maggior ch'ogni altra avanza

Di possanza e d'onor; ma in quello stato,

L'aer puro e seren fa torbo e fosco.

Guarde il chiaro splendor ch'è il tesor primo

Della vergine Astrea, che 'l nome porta

Del buon vendemmiator, ch'or surge avanti

Al ritornar del Sole; e 'l freddo Arturo,

Già bagnando il terren, si asconde e fugge.

La Donna di Etiopia, amata e culta

Dal volator Perseo, nel primo bruno

Si mostra in oriente, e turba il mondo.

I due Pesci e 'l Monton, sotto all'occaso

Discendendo al mattin, di Noto e d'onde

Lascian segnati i dì che veggion giunto,

Per le notti adeguar, già in Libra il Sole.

Or nel tempo medesmo, al loco istesso

Si attuffa irato il tempestoso Auriga

Che sovente al villan fa guerra e danno.

Quando al freddo Scorpion Delio ritorna,

Si vede ir nel mattin con austro e pioggia

Il principio del Tauro all'occidente:

Or con brina o con giel caggiono in mare,

Quando ci spunta il Sol, le sette stelle

Ch'ei porta in fronte; e la sementa invita:

Or si asconde da noi Cassiopeia

Ventosa e turba; e tra ghiacciosi spirti

Il lucente Scorpion la fronte scuopre.

Già del canuto verno i dì son giunti,

Che 'l famoso Chiron riscalda Apollo:

Già minaccioso in ciel, tra piogge e venti,

Quando si colca il Sol, nasce Orïone.

Or quanti segni ha in ciel, quante facelle,

E surgendo e cadendo, a pruova fanno

Chi più nevi, tempeste e piogge adduca.

Poco creda il villan, poca aggia spene,

Quando va sotto il Can ch'innanzi caccia

La paventosa Lepre; e quando torna

L'Aquila nel mattin cogli altri insieme

Ch'ai buon tempi miglior vedea la sera;

E mentre scorre il Sol l'irsuto vello

Del barbato Animal ch'a noi furando

Sì gran spazio del dì, lo dona altrui;

E mentre umidi tien gli aurati crini,

Quasi rubello a noi, di Aquario in seno,

Ch'ogni sforzo lassù soggiace al verno.

Quando ripiglia alfin l'albergo in Pesci,

Già cresce il giorno assai, che viene appunto

Quando il fero Leon tutto è in occaso.

Qui dal settentrion, soave spira

Certo fiato gentil ch'Ornitio ha nome:

Fugge Calisto allora, e fuor ci manda,

Per le nevi addolcir, Favonio amato

Che quanto compie in ciel la Luna un corso,

Tien qui l'impero, e ci rimanda allora

O dai liti affricani o d'altra parte

Sopra i tetti a garrir la vaga Progne.

La celeste Saetta inver la sera

Pur con varie tempeste in alto sale;

Quella onde già pietoso il forte Alcide

Uccise il fero uccel ch'a Prometeo

Il rinascente cor gran tempo rose.

Poi si rivede il ciel aperto e chiaro;

E sette giorni e sette al tristo sposo,

Alla fida Alcïone Eolo prestare

Tranquillo e queto il mar, mentre ei fra l'onde

Van tessendo e formando il nido ai figli:

Ma quando veggion poi che tutta appare

Argo la nave in ciel; cotal gli accora

La rimembranza ancor del legno antico

Ove solcando già morì Ceice,

Che si ascondon temendo; e 'l re dei venti

Riprende il corso, e con Nettuno giostra.

Or non pur il saper come e 'n qual loco

Segghin le stelle in ciel, chi scenda o monti,

E la forza e 'l valor di questa e quella,

Pòn mostrar il seren, la pioggia e i venti

Al pratico cultor, ch'appresso vanno;

Ma il gran Padre del ciel pietoso ancora

Al suo buon seme uman, per mille modi

In aria, in terra, in mar, la notte e 'l giorno

Ci dà fermo segnal del suo pensiero,

Tanto innanzi al seguir, che ben si puote

Molti danni schivar per chi gli ha cura.

Quando tornando a noi novella Luna

Mostri oscure le corna, e dentro abbracci

L'aer che fosco sia; tema il pastore,

Tema il saggio cultor; ché larga pioggia

Debbe tutte inondar le gregge e i campi:

Ma se dipinte avrà le guance intorno

D'un virgineo rossor; di Borea in preda

Darà la terra e 'l ciel più giorni e 'l mare:

E s'al quarto suo dì ch'agli altri è duce,

Lieta la rivedrem, di puro argento,

Senza volto cangiar, lucente e chiara;

Non pur quel giorno allor, ma quanti appresso

Saran nel corso suo, sereni e scarchi

E di venti e di piogge andranno intorno.

Allor potrà il nocchier sicuro al porto

Drizzar la prora, e scior cantando i voti

A Glauco, Panopea, Nettuno e Teti.

Non men ci dona il Sol non dubbi segni,

Quando surge al mattin, quando s'attuffa

Tra l'onde al vespro; ; e ci ammaestra e 'nsegna

Qual si deve aspettar la luce e l'ombra.

S'al suo primo apparir ne mostra il volto

D'alcun nuovo color turbato o tinto,

E i dorati capei non sparge in lungo,

Ma gli annoda alla fronte, e gli inghirlanda

D'un doloroso vel; sia certo il mondo

Di bagnarse quel dì: ché 'l mar turbando,

Ci vien Noto a trovar, mortal nemico

Alle piante, alle gregge, ai culti colli.

Se riportando a noi la fronte ascosa

Tra spesse nubi pur, se in più d'un loco

Qualche raggio veggiam romper la gonna,

Spuntando intorno; o se la bianca Aurora,

Lassando il suo Titon, pallida surge;

Triste le vigne allor! ch'a salvar l'uve

Non è il pampino assai, sì folta il cielo

Con orribil romor grandine avventa.

Poi quando i suoi corsier vanno all'occaso,

Più si deve osservar; ch'assai sovente

Suol da noi dipartir con vario aspetto.

Il suo rancio color ci annunzia umore,

Borea il vermiglio; e se 'l pallor dell'oro

Già il fiammeggiante crin meschiato avesse

Di triste macchie ancor, vedrasse il mondo

Andar preda di par tra piogge e venti;

Non discioglia il nocchier dal lito il legno

In simil notte mai; né il buon pastore

Meni, il dì che verrà, le gregge ai boschi,

Né il discreto arator nel campo i buoi.

Ma quando ei ci ritoglie o rende il giorno,

S'ei mostra il lume suo lucente e puro,

Non avrem piogge allor; ma dolce e chiara

Verrà l'aura gentil crollando i rami.

Così ne mostra il Sol, chi ben l'intende,

Quel che la notte, il dì, l'estate e 'l verno

Deggia Zeffiro far, Coro, Euro e Noto,

E l'ore a noi portar serene o fosche.

Or senza alta tener la vista al cielo,

Mill'altri segni aviam, ch'aperto fanno

Quel che ci dee venir. Non sentiam noi,

Quando s'arma Aquilon per farci guerra,

Sonar d'alto romor gran tempo innanzi

Le selve alpestri, e minacciar da lunge

Con feroce mugghiar Nettuno i liti?

I presaghi dalfin fuggirse a schiera,

Ove il futuro mal men danno apporte?

E se dall'alto mar, con più stese ali

Rivolando tornar si sente il mergo,

E con roco gridar fra cruccio e tema

D'un non solito suono empier gli scogli;

O se l'ingorde folaghe intra loro

Sopra il secco sentier vagando stanno;

O il montante aghiron, poste in oblio

Le native onde sue, paludi e stagni,

Consideriam fra noi volando a giuoco

Sopra le nubi alzarse; allor chi puote

Ratto schivar il mar, si tiri al porto;

E chi ne sta lontan, nei voti appelli

E Castore e 'l fratel; ch'ei n'ha mestiero.

Or dal notturno ciel cader vedrai,

Quando il vento è vicin, lucente stella,

Di fiammeggiante albor lassando l'orme;

Or secchissima fronde, or sottil paglia

Gir per l'aria volando; or sopra l'onde

Leve piuma apparir, vagando in giro.

Ma se 'nvêr l'Aquilon son lampi e fuochi,

Se di Zeffiro o di Euro il ciel rintuona;

Nuotan le biade allor, né fia torrente

Che non voglia adeguar l'Eufrate e 'l Nilo;

E bagnandosi i crin, gravose e molli

Il turbato nocchier le vele accoglie.

Quanti son gli animai che ti fan segno

Della pioggia che vien! l'esterno grue

Dalle palustri valli al ciel volando,

La mostra aperta: il bue coll'ampie nari,

Sollevando la fronte, l'aria accoglie:

La rondinella vaga, intorno all'onde

S'avvolge e cerca; e dal lotoso albergo

Il noioso garrir la rana addoppia.

Or l'accorta formica a ratto corso

Con lunga schiera a ritrovar l'albergo

Intende, e bada alla crescente prole.

Puossi verso il mattin, tra giallo e smorto

Talor l'Arco veder, che l'onde beve

Per riversarle poi: dei tristi corvi

Veggionsi attorno andar le spesse gregge,

Di spaventoso suon l'aria ingombrando:

Ogni marino uccello, ogni altro insieme

Ch'aggia in stagno, in palude o 'n fiumi albergo,

Sopra il lito scherzar ripien di gioia

Veggiam sovente; e chi la fronte attuffa

Sott'acqua, e bagna il sen; chi nell'asciutto

S'accorca e s'alza, e ne dimostra aperto

Van desìo di levarse, e dolce speme.

Or l'impura cornice a lenti passi

Stampar l'arena, e con voci alte e fioche

Veggiam sola fra sé chiamar la pioggia.

Né men la notte ancor sotto il suo tetto

La semplice donzella il dì piovoso

Può dappresso sentir, qualor cantando

Trae dalla rocca sua l'inculta chioma:

Ché 'l nutritivo umor montando in cima

Dell'ardente lucerna ingombra il lume,

E scintillando vien di fungo in guisa.

Cotal si può veder tra l'acque e i venti

Il buon tempo seren ch'appresso viene,

A mille segni ancor: ciascuna stella

Mostra il suo fiammeggiar più vago e lieto;

E la Luna e 'l fratel più chiaro il volto:

Non si veggion volar per l'aria il giorno

Le leggier foglie, né sul lito asciutto

Spande il tristo alcïon le piume al sole:

Non coll'immonda bocca il lordo porco

Or di paglia or di fien sciogliendo i fasci,

Gli getta in alto, e già seggon le nebbie

Dentro le chiuse valli in basso sito,

Né quel notturno uccel ch'Atene onora,

Già spiato del Sol l'ultimo occaso,

Di noioso cantar intuona i tetti.

Vedesi spesso allor per l'aër puro

Niso in alto volar, seguendo i passi

Della figlia crudel, per far vendetta

Del suo purpureo crin: ma quella leve,

Pur coll'ali tremanti il ciel segando,

Va quinci e quindi, e già del padre irato

Troppo sente vicin l'adunco piede.

Sentonsi i corvi allor di chiare voci

Empier più spesso il ciel, poi lieti insieme,

Di dolcezza ripien, per gli altri rami

Menar festa tra lor, ché già le piogge

Veggion passate, e con desio sen vanno

I figli a riveder nel nido ascosi.

Già non voglio io pensar ch'augello o fera

Per segreto divin prevegga il tempo

Chiaro o fosco che vien, né sian per fato

Di più senno o veder creati al mondo;

Ma dove o la tempesta o 'l leve umore

Van cangiando il sentier (ché 'l padre Giove

Or con Austro or con Borea or grossa or rara

Fa l'aria divenir), gli spirti e l'alme

Diversi hanno i pensier che nascon dentro

Dal varïar del ciel: però veggiamo,

Quando torna il seren, tra i verdi rami

Dolce cantar gli augei, scherzar le gregge,

E più lieto apparir cantando il corvo.