LIBRO SETTIMO

By Torquato Tasso

Ma d'altra parte le rinchiuse genti

sperano in stato dubbio e mal securo,

ch'oltra il raccolto cibo, integri armenti

son lor dentro condotti al cielo oscuro:

e di macchine e d'arme e fochi ardenti

munito fia verso Aquilone il muro:

e la onde già maggior fatica alzollo,

non mostra di temer percossa o crollo.

E 'l re pur sempre e queste parti e quelle

gli fa innalzare e rinforzare i fianchi,

o l'aureo sol risplenda, od a le stelle

ed a la luna il fosco ciel s'imbianchi:

e 'n far per sì gran rischio arme novelle

sudano i fabbri affaticati e stanchi.

In sì fatto apparecchio intolerante

a lui sen venne e ragionogli Argante:

–E 'nsino a quando ci terrai prigioni

fra queste mura in vile assedio e lento?

Odo ben io strider incudi, e suoni

d'elmi, di scudi e di corazze io sento;

ma non veggio a qual uso: e que' ladroni

scorron per tutto omai senza spavento;

né v'è di noi chi mai lor passo arresti,

né tromba che dal sonno almen gli desti.

A que' non son turbati i prandi e rotti,

né quelle cene mai superbe e liete,

anzi i dì lunghi e le serene notti

traggon securi in placida quïete:

voi da' disagi e da la fame indotti

a render l'arme a lungo andar sarete,

od a morirne qui come codardi,

quando l'oste d'Egitto anco ritardi.

Io non consento già ch'ignobil morte

i giorni miei d'oscuro oblio ricopra;

né vo ch'al novo dì fra queste porte

l'alma luce del sol chiuso mi scopra.

Di questo viver mio faccia la sorte

quel che già stabilito è là di sopra:

non farà già che senza oprar la spada

inglorïoso e 'nvendicato io cada.

Ma quando pur del valor nostro usato

fosse rimasto in noi scintilla o seme,

non di morir là giù nel campo armato,

ma di vittoria avrei più certa speme.

A incontrare i nemici e 'l nostro fato

lasciane tutti andar congiunti insieme,

perch'assai spesso, ove fu gran periglio,

parve il più ardito assai miglior consiglio.

Ma se nel troppo osar tu poco speri,

cinto di squadre e d'alte mura intorno;

tenta ch'ogni tenzon per duo guerrieri

or sia fornita, e destinato il giorno:

ch'accetteran l'invito i Franchi alteri,

cui più superbi rende il primo scorno:

e, ben che scelgan l'arme, invitta destra

non teme d'arte o di virtù maestra.

E se 'l nemico avrà due mani, ed una

anima sola, ancor ch'ardita e fèra,

io non avrò di lui temenza alcuna,

ed avverrà ch'alfin sia vinto, o pèra.

Darà in vece di fato o di fortuna,

questa mia spada a noi vittoria intera:

confida al proprio figlio, o padre, il regno,

e sia la sua virtù securo pegno.–

Rispose il re: –La tua virtute ardente

non sdegni il fren di questa età senile,

perch'al ferro io non ho le man sì lente

né sì quest'alma è neghittosa e vile.

Ch'anzi morir volessi ignobilmente,

che di morte magnanima e gentile;

ma spesso per indugio altrui s'avanza,

perch'il tempo conferma ogni possanza.

Ma quel ch'altrui si tien celato ad arte,

essere al figlio dee chiaro e palese.

Soliman di Nicea, che brama in parte

di vendicar le gravi e 'ndegne offese,

de gli Arabi le schiere erranti e sparte

raccolte ha già sin da l'arene accese;

e spera di portar, quasi nel corso,

danno a' fèri nemici, a noi soccorso.

Tosto fia che qui giunga: or se fra tanto

afflitte son le turbe estranie o serve,

non ce ne caglia; altrui sia 'l duolo e 'l pianto,

pur che la nobil reggia io mi conserve.

Tu questo ardire e questo ardore alquanto

tempra, figliuol, ch'in te soverchio ei ferve:

ed opportuna la stagione aspetta

a la tua gloria ed a la mia vendetta.–

Turbossi alquanto il cavalier audace,

ché tra 'l soldano e lui fu sdegno antico

e contesa di gloria; or non gli piace

ch'ei tanto si dimostri al padre amico.

–A tuo senno, risponde, e guerra e pace

farai, signor; nulla di ciò più dico:

s'indugi pure, e Soliman s'attenda;

e chi perdé 'l suo regno, il tuo difenda.

Vengane pur, quasi celeste messo,

liberator del popolo pagano;

ch'io, quanto a me, bastar credo a me stesso,

e sol vo' libertà da questa mano.

Or nel riposo altrui mi sia concesso

ch'io giù discenda a guerreggiar nel piano;

privato cavalier, non tuo campione,

verrò co' Franchi a singolar tenzone.–

–Figlio, a lui dice il re, gloria e fortezza

de la corona e de la stanca etade,

a la tremante e debole vecchiezza

che ruinosa omai vacilla e cade,

serba te stesso pur; ché più s'apprezza

la tua di mille peregrine spade.

Non voler ch'ogni rischio al vecchio padre

perturbi il volto ed a l'afflitta madre;

ed a la tua moglier dolente e trista

che per te spesso si lamenta e piange.–

–Padre (ei risponde pur turbato in vista),

sì poco noto io sono al Nilo, al Gange,

sì poca fede il mio parlare acquista

ch'ogni periglio ti spaventa ed ange?

Deh lascia lagrimar fanciulli e donne,

e rimanga il timor fra molli gonne.

E si conceda a me ch'omai dimostri

il mio valor che non dee star rinchiuso.–

Vinto il re cede ch'ei combatta e giostri:

e: –Nulla, dice, o figlio, a te ricuso;

ma 'l Ciel secondi i tuoi pensieri e i nostri.–

Segue Argante di guerra il nobil uso,

e manda giù Pindoro, araldo ardito,

che faccia al duce Franco il fèro invito;

e d'appiattarsi un cavaliero in questo

cinto di mura (ei dica) a sdegno prende,

onde vuol far con l'armi or manifesto,

quanto il valore in campo oltra si stende.

E già a la prova di venirne è presto

nel pian ch'è tra le mura e l'ampie tende:

e sinch'il sol tramonti ivi disfida

qual più de' Franchi in sua virtù si fida.

E da brama d'onor verrà sospinto,

non pur contra uno o due di schiera ostile,

ma lor vincendo, il quarto invita e 'l quinto,

o sia di regia stirpe o di gentile:

dia, se vuol, securtate; e resti il vinto

co 'l vincitor, come di guerra è stile:

o gli conceda almen le spoglie e l'armi,

perché ne siano adorni i bianchi marmi.

–Prendasi queste pur ch'indosso io porto,

s'io muoio ed a la madre il corpo torni:

ma spero anzi veder ch'ei preso o morto

faccia de le sue insegne i tempî adorni:

e 'l suo sepolcro in qualche riva o porto,

sia mostro poi là ne gli estremi giorni,

per nostro onor, dal peregrin passando.–

Così gli disse: e quel partì spronando.

E giunto al duce, a l'alta sua presenza

disse: –Il soverchio ardir mi si perdoni,

ed al buon messaggier si dia licenza

ch'egli liberamente a voi ragioni.–

–Diasi (rispose il pio Goffredo), e senza

alcun timor la tua proposta esponi:

ch'ascoltar fido messo avvien di rado.–

E quegli: –Or si parrà s'io parlo in grado.–

E seguì poscia, e la disfida espose

con parole magnifiche ed altere.

Fremer s'udîro, e si mostrâr sdegnose

al suo parlar quelle feroci schiere.

E senza indugio il capitan rispose:

–Di faticosa impresa il vanto chere

il tuo signore, e perch'a lui n'incresca,

uopo forse non fia ch'il quinto n'esca.

Ma venga in prova pur; ché d'ogni oltraggio

io gli offro il campo libero e securo;

e seco pugnerà senza vantaggio

alcun de' miei guerrieri; e così giuro.–

Tacque; e tornò il re d'arme al suo vïaggio

per l'orme ch'al venir calcate fûro:

e non ritenne il suo veloce passo,

sì ch'entro a la gran torre ei fu già lasso.

–Armati (dice), alto signor; che tardi?

contra i superbi cavalier cristiani;

ché d'affrontarsi teco i men gagliardi

mostran desio, non ch'i guerrier soprani;

e mille vidi minacciosi sguardi,

e mille pronte al ferro armate mani.

Loco securo il duce a te concede.–

E di lor tutte adorno appar repente;

e de l'indugio sol si turba e lagna.

Disse a Clorinda il re, ch'era presente:

–Com'esser può ch'ei vada e tu rimagna?

Mille adunque di nostra inclita gente

prendi in sua securezza, e l'accompagna;

ma vada innanzi a giusta pugna ei solo;

tu lunge alquanto a lui ritien lo stuolo.–

Tacque, ciò detto; e poi che fûro armati,

Baldacco e gli altri uscîro al campo aperto.

Argante innanzi de gli arnesi usati

sovra un alto destrier sen gìa coperto.

Loco fu tra le mura e i verdi prati

ove s'adegua il diseguale e l'erto,

ampio e capace; e parea fatto ad arte

perch'egli sia teatro al fèro marte.

Ivi solo discese, ivi fermosse

in vista de' nemici il fèro Argante;

per gran cor, per gran corpo, e per gran posse,

superbo, anzi terribile al sembiante,

qual ne l'Africa Anteo, ch'Alcide scosse,

o in ima valle il Filisteo gigante:

ma pur molti di lui tèma non hanno;

ché quanto egli sia forte ancor non sanno.

Alcun però dal pio Goffredo eletto,

come il migliore, anco non è fra molti:

ben si vedean con desioso affetto

tutti gli occhi in Tancredi esser rivolti:

e il dichiarò fra quei miglior perfetto

manifesto favor di mille volti:

e s'udia non oscuro ivi il bisbiglio

ch'egli sia più che pari al gran periglio.

Già cedea ciascun altro; e non secreto

del sommo duce era il voler mirando:

–Vanne a lui (disse), a te l'uscir non vieto,

gloria d'Italia e del valor normando.–

Ei tutto in vista baldanzoso e lieto,

per sì alto giudicio, Iddio lodando,

a lo scudier chiedea l'elmo e 'l cavallo;

poi, da molti seguìto, uscia del vallo.

Ed a quel verde pian molto vicino,

dove Argante l'attende, anco non era,

quando in leggiadro aspetto e pellegrino

s'offerse a gli occhi suoi l'alta guerriera;

bianche via più di candido armellino,

le sopravveste avea con pompa altera;

su l'elmo d'aureo fior quasi corona;

al fianco di fin òr gemmata zona.

Parte scopria del volto a chi più basso

rimira, quale e quanta al ciel s'estolle.

Move Tancredi, e così passo passo

gli occhi rivolge ov'è colei sul colle;

poscia immobil si ferma, e pare un sasso

gelido tutto fuor, ma dentro ei bolle:

sol di mirar s'appaga, e di battaglia

sembiante ei fa che poco omai gli caglia.

Argante, che non vede alcuno in atto

che mostri di voler battaglia o giostra:

–Da bel desio d'onore io qui fui tratto,

(grida); or chi viene innanzi e meco giostra?–

L'altro, sì come a lui non tocchi il fatto,

o di ciò nulla intende, o nol dimostra.

Spinse allor suo cavallo Ivon solingo,

tal che primiero entrò nel vòto arringo.

Questi un fu di color che dianzi accese

di gir contra il pagano alto desio;

pur cedette a Tancredi, e 'n sella ascese

fra gli altri che seguîrlo, e seco uscìo.

Or veggendo sue voglie altrove intese,

e starne lui quasi al pugnar restio,

brama il primo tentar fra mille lance,

come sorte e valor s'apprenda in lance.

E veloce così, ch'in selva il pardo

o tigre segue il cacciator men presta,

corre a ferire il cavalier gagliardo,

che d'altra parte la gran lancia arresta.

Si scuote allor Tancredi e dal suo tardo

pensier, quasi dal sonno, alfin si desta,

e grida ei ben: –La pugna è mia; rimanti:–

ma troppo Ivone è già trascorso avanti.

Ma il canuto soldàn ne l'ampia torre,

u' di Borea si rompe ogni procella,

co' più vecchi venìa, che quivi accôrre

solea, mirando or questa parte or quella,

e il figlio suo che, quasi novo Ettorre,

i suoi nemici a la battaglia appella,

e quei ch'usciano a schiera, e 'l campo tutto,

che mar simiglia allorch'inalza il flutto.

Assagurro, Aladin, Orcan famoso

sedean, canuto il crin, severo il ciglio,

con altri che da l'arme avean riposo;

ma pronti eran di lingua e di consiglio,

e cicale pareano in tronco ombroso

d'antichissima selva, al gran bisbiglio,

quando intorno del canto, a' giorni estivi,

suonano i boschi più frondosi e i rivi.

Qui Nicea, che si lagna e si querela

d'empia fortuna, il re chiamar facea,

e la trovâr che doppia e larga tela

d'aureo e serico stame ella tessea.

Subito a quel chiamar si veste e vela,

qual ninfa in vista, o qual terrena dèa,

lasciando l'opre in cui le guerre antiche

e de' Turchi ha conteste aspre fatiche.

Sol con quattro donzelle apparve fòra,

e lagrime spargea da' suoi begli occhi,

come candida rosa in su l'aurora,

in cui la pioggia e 'l sol risplenda e fiocchi.

E veramente il duol che sì l'accora,

materia è da coturni e non da socchi;

ché dal suo regno in Grecia andò cattiva,

vergine prima errante e fuggitiva.

Pria vide ancise e rotte amiche squadre,

e 'l paese nativo arso e combusto;

fuggir piagato Solimano il padre;

sé venduta da' suoi con prezzo ingiusto:

poi co 'l fratello, e con l'afflitta madre

prigioniera restò del greco Augusto,

che donolla a Tancredi: ed ei la rese,

e qui fu castità l'esser cortese.

Ma come giunta fu, levando il velo

da gli occhi sparsi d'amorose stille,

scaldò ne' vecchi petti il pigro gelo,

e dentro vi destò dolci faville.

Tutti dicean: –Maggior bellezze il cielo

non vide; e a dura vita (oimè!) sortille.

Quando ebber mai gli antichi imperi e i regni

d'amor sì cari e preziosi pegni?–

Il re, volgendo in lei pietose ciglia,

ch'ad un de' figli suoi sposarla estima:

–Qui (disse) meco siedi, o cara figlia,

e 'nsieme rimiriam da l'alta cima

quei che d'Ascanio già l'onda vermiglia

tu far vedesti, i quai conosci in prima;

ché di lunga prigion, di lungo assedio

hai sofferto due volte il grave tedio.

Chi è dunque colui, se ti sovviene,

lo qual leggiadro in vista, e fèro è tanto?–

A quella, in vece di risposta, or viene

su le labra un sospir, su gli occhi il pianto:

pur gli spirti e le lagrime ritiene;

ma non così, che lor non mostri alquanto,

ché gli occhi tinse un bel purpureo giro,

e mezzo fuori uscì roco sospiro.

Pur come può s'infinge, e 'n sé nasconde

sotto 'l manto de l'odio altro desio:

–Oimè, ben il conosco, ed ho ben donde;

fra mille riconoscerlo degg' io,

perché niun più spesso i campi e l'onde

già del sangue spargea del popol mio.

Ahi quanto è fèro nel ferire! a piaga

ch'ei faccia, erba non giova od arte maga.

Egli è Tancredi; e prigioniero un giorno

solo il vorrei, e nol vorrei già morto,

perch'egli fosse al mio sì grave scorno

dolce vendetta, o pur dolce conforto.–

Così da sue parole il vero adorno

da chi l'udiva in altro senso è torto;

e fuor venia con le parole estreme

un gran sospir, ch'invano asconde e preme.

Ei soggiungeva: –Oltre i guerrieri egregi

mira schierati; e quel senz' elmo avante

c'ha purpureo l'ammanto ed aurei i fregi,

è grande assai, ma pur non è gigante;

ma nel volto simiglia Augusti e regi,

così bello e magnanimo ha 'l sembiante,

e tanta maestate in lui riluce.–

–E' (rispose Nicea) Goffredo, il duce.

Ei sembra nato a più sublime impero,

così di guerra sa gli ordini e l'arti.

Non so se miglior duce o cavaliero

del gemino valor tutte ha le parti:

né fra turba sì grande uom più guerriero

o più saggio, o miglior saprei mostrarti.

Tal risuona di lui publica voce;

ma che giova lodar chi tanto nòce?–

Ei soggiungea: –Ben ho di lui contezza,

e 'l vidi ove Sangario inonda i campi:

era io fra gente a raggirare avvezza

carri, cavalli e in brevi cerchi e 'n ampi.

Pria seppi allor ch'i vinti egli non sprezza,

e prima seppi ancor come s'accampi;

poi che lasciando noi col fiume a tergo

si fece il vallo e non volse altro albergo.–

Poi, riguardando il suo gentil fratello,

pur a dito il dimostra e pur le chiede:

–Chi è colui che nel purpureo vello

d'òr non riluce, e seco a par si vede,

che men robusto par ma dritto e snello

gli altri col capo, e con le spalle eccede?–

–E Baldovin (risponde): e ben si scopre

nel volto a lui fratel, non pur ne l'opre.

Or rimira colui che quasi in modo

d'uom che consigli sta da l'altro fianco.

Quegli è Giovanni, il qual per fama io lodo

di senno e di sapere, uom veglio, e stanco.

Raimondo è presso, e meglio inganno o frodo

tesser di lui non sa Latino o Franco.

Ma quell'altro più in la ch'òrato ha l'elmo,

del re britanno è il buon figliuol Guglielmo.

E' Guelfo seco; e l'uno ancor la guancia

di peli non copria se mi rimembra.

L'altro che tien sì grossa e grave lancia

e sì alto destrier, sì forti membra,

per cui non ha la Magna invidia a Francia,

d'anni è maturo e sì robusto ei sembra.

I duo vestiti a brun son due Ruberti,

chiari per sangue illustre, e 'n guerra esperti.

Quel ch'è maggior fra' più membruti ed alti,

ed ha conforme a lui scudo e cavallo,

è il gran Fiammingo; e ne' feroci assalti

è quasi muro a tutto il campo e vallo.

L'altro minor par che valore esalti

sovra i Normandi e mai non corre in fallo:

ma tutti sempre indrizza al segno i colpi

perché natura in lui nulla s'incolpi.

Ma con gli occhi io ricerco, e pur non veggio

o 'l forte Boemondo o 'l gran nepote

ch'amar non posso, e forse odiar i' deggio,

benché mi dia la libertade in dote.

Ben veggio l'altro ond'io nel duol vaneggio.–

Così dice, e pur bagna umide gote,

e co 'l vago dolor, mentre s'infinge,

seco tutt'altri a lagrimar costringe.

Tancredi intanto d'ira infiamma il petto;

e per vergogna pur, qual fiamma, è rosso,

perch'ad onta si reca ed a dispetto,

ch'altri si sia primiero in giostra mosso.

Argante nel fin elmo, a prova eletto,

a mezzo il corso è già da Ivon percosso.

Egli a l'incontro a lui rompe lo scudo,

poscia l'usbergo, in guisa il colpo è crudo!

Cade il guerriero, e per dolore acerbo

par ch'il gran colpo da l'arcion lo svella:

e 'l pagan disse: –A morte or ti riserbo,

s'aspetti l'altro o se ritorni in sella.–

Indi con dispettoso atto superbo,

sovra il caduto cavalier favella:

–Renditi vinto, e per tua gloria basti

che raccontar potrai con chi pugnasti.–

–No, gli risponde Ivon, fra noi non s'usa

così tosto depor l'arme e l'ardire:

altri del mio cader farà la scusa;

io vo' far la vendetta, o qui morire.–

In sembianza d'Aletto o di Medusa,

Argante freme, e par che rabbia ei spire;

–Conosci or, dice, il mio valore a prova;

poi che la cortesia sprezzar ti giova.–

Spinge il destriero in quella, e tutto oblia

quanto di cavalier virtù richieda.

Fugge Ivon quello scontro, e si disvia,

e, perché il suo destrier ferirgli ei creda,

fere la gamba, e la percossa è ria,

bench'il ferro tornar lucente ei veda,

ma non fa piaga il colpo al vincitore

né toglie forza, e giunge ira e furore.

Argante il buon destrier nel corso affrena,

e 'ndietro il volge, e sì veloce è volto,

che se n'accorge il suo nemico appena,

e d'un grand'urto a l'improvviso è colto.

Tremar le gambe e indebolir la lena,

sbigottir l'alma, e impallidire il volto

gli fece il grande incontro, e frale e stanco

sovra il duro terren battere il fianco.

Ne l'ira Argante arrabbia, e fèra strada

sovra il corpo del vinto al destrier face:

–E così, dice, ogni cristiano or vada,

come costui che sotto i piè mi giace.–

Ma l'invitto Tancredi allor non bada

che quella crudeltà troppo gli spiace;

e vuol ch'il suo valor con chiara emenda

copra il suo fallo e, come suol, risplenda.

Fassi innanzi gridando: –Anima vile,

ancor ne le vittorie infame sei.

Qual titolo di laude alto e gentile

da modi attendi sì scortesi e rei?

Fra ladroni d'Arabia, o fra simìle

barbara turba avvezzo esser tu déi:

fuggi la luce e va' con l'altre belve

a incrudelir ne' monti e tra le selve.–

Tacque; e 'l nemico al sofferir poco uso,

rodesi dentro e di furor si strugge.

Risponder vuol, ma n'esce il suon confuso,

sì come strido d'animal che rugge:

e com'apre le nubi ond'egli è chiuso

impetuoso il fulmine, e sen fugge;

o come spirto da sulfurea tomba:

così dal petto acceso il tuon rimbomba.

Ma poich'in ambo il minacciar feroce

quinci e quindi infiammò l'orgoglio e l'ira,

l'un come l'altro rapido e veloce

del campo prende, e subito si gira.

Musa, or mi dà canora ed alta voce,

e furor pari a quel furor m'inspira,

sì che non sia de l'opra indegno il carme,

ma s'agguagli il mio canto al suon de l'arme.

Posero in resta e gîr drizzando in alto

i duo guerrier le due gravose antenne,

né fu di corso mai, né fu di salto,

né fu mai tal velocità di penne,

né forza o furia eguale al fèro assalto,

quando Argante e Tancredi in giostra venne.

Rupper l'aste ne gli elmi, e volâr mille

e tronchi e schegge e lucide faville.

Sol de' colpi il rimbombo intorno mosse

l'immobil terra, e risuonâro i monti;

ma l'impeto di gravi aspre percosse

nulla piegò de le superbe fronti.

L'uno e l'altro cavallo in guisa urtosse,

che non fûr poi, cadendo, a sorger pronti.

Lasciâr le staffe, e i piè fermâro in terra,

cominciando i guerrier spietata guerra.

Questo e quel con molta arte a' colpi move

la destra, a' guardi l'occhio, a' passi il piede:

si reca in atti vari, e 'n guardie nòve:

or gira intorno, or cresce innanzi, or cede:

or qui ferire accenna, e poscia altrove,

dove non minacciò ferir si vede;

or di sé discoprire alcuna parte;

e tenta di schernir l'arte con l'arte.

De la spada Tancredi, e de lo scudo

mal guardato al pagan dimostra il fianco:

tenta allor di ferirlo Argante il crudo,

ma discopre frattanto il lato manco.

Tancredi con un colpo il ferro ignudo

al nemico ribatte, e lui fere anco;

né poi lento s'arretra, o più ritarda,

ma si raccoglie, o si ristringe in guarda.

Il fèro Argante, che se stesso or mira

del proprio sangue suo macchiato e molle,

con insolito orror freme e sospira,

di sdegno e di furor turbato e folle:

e, portato da l'impeto e da l'ira,

con la voce la spada insieme estolle,

tornando per ferir; ma fèra punta

il piaga ove la spalla al braccio è giunta.

Qual orsa alpestra, che s'avvalli e senta

duro spiedo nel fianco, in rabbia monta

e contra l'arme se medesma avventa,

e i perigli e la morte audace affrontata;

tale il feroce cavalier diventa

giunta or piaga a la piaga, ed onta a l'onta;

e l'alma in guisa è di vendetta ingorda,

che sprezza scherni, rischi, o pur gli scorda.

E congiungendo a temerario ardire

estrema forza e infaticabil lena

vien che sì impetuoso il ferro aggire,

che ne trema la terra e 'l ciel balena.

Tancredi onde si copra, onde respire,

non ha pur tempo, e si difende a pena:

né schermo v'è ch'assicurare il possa

da rabbia ostile e da contraria possa.

Tancredi, in sé raccolto, aspetta invano

che de' colpi tempesta orrida passi.

Or v'oppon le difese, ed or lontano

sen va co' giri e con veloci passi.

Ma poi che non s'allenta Argante insano,

è forza alfin ch'ei trasportar si lassi,

e con veloci rote intorno volga

la fèra spada, onde il pagan si dolga.

Vinta da l'ira è la ragion e l'arte,

e le forze il furor ministra e cresce;

sempre che scende il ferro, o f¢ra o parte

o piastra o maglia, e 'nvan colpo non esce.

Sparsa è d'arme la terra, e l'arme sparte

di sangue, e 'l sangue co 'l sudor si mesce.

Al romor tuono, al fiammeggiare un lampo

sembra la spada, e fulminato il campo.

Questo esercito e quello incerto pende

da sì crudele assalto e sì feroce;

e fra tema e speranza il fine attende,

mirando or ciò che giova, or ciò che nòce.

E non si vede pur, né pur s'intende

mover piè, batter occhio, o spirar voce;

ma se ne sta ciascun tacito e immoto,

se non che trema il cor nel dubbio moto.

Già lassi erano entrambi, e giunti forse

sarian, pugnando, ad immaturo fine;

ma sì oscura la notte intanto sorse,

che nascondea le cose ancor vicine:

quinci un araldo e quindi un altro accorse

per dipartirgli, e gli partîro alfine.

L'uno Evardo il troian, Pindoro è l'altro,

che portò la disfida, uom saggio e scaltro.

I pacifici scettri osâr costoro

fra le spade interpor fère e pungenti,

con quella securtà che porgea loro

l'antichissima legge de le genti:

–Sète, o guerrieri (incominciò Pindoro),

con pari onor di pari ambo possenti.

Cessi col dì la pugna, e non sian rotte

le care tregue de l'amica notte.

Tempo è da travagliar mentre egli dura,

ma ne la notte ogni animale ha pace;

e generoso cuor non molto cura

notturno pregio che s'asconde e tace.–

Rispose Argante: –A me per notte oscura

la mia battaglia abbandonar non piace:

ben avrei caro il testimon del giorno;

ma che giuri costui di far ritorno.–

Soggiunse allor Tancredi: –E tu prometti,

e rendi senza indugio il tuo prigione,

però che senza lui non fia ch'aspetti,

per contesa crudel, lunga stagione.–

Così giurâro; e poi gli araldi, eletti

a prescriver il giorno a la tenzone,

a le sanguigne piaghe ebber riguardo

bench'il tempo lor paia e lungo e tardo.

Lasciò la pugna orribile nel core

de' fieri Turchi e de' fedeli impressa

un'alta meraviglia, un novo orrore

che ripensando in lor punto non cessa.

Si parla sol del raro alto valore

de' gran guerrieri, e de la fé promessa;

ma qual si debba di lor due preporre,

vario e discorde il volgo in sé discorre.

E sta sospeso in aspettando il male,

de la crudel tenzone al fine intento,

o s'il furore a la virtù prevale,

o se cede la rabbia a l'ardimento.

Ma più di ciascun altro a cui ne cale,

Nicea n'ebbe pensiero, anzi tormento,

perché da l'un, dopo l'alta ruina

del regno, ella ebbe onor d'alta regina.

L'onorò, la servì, di libertate

accrebbe il dono il cavaliero egregio,

e tutte da lui fûro a lei lasciate

le gemme e l'oro e ciò che vale il pregio:

ella, veggendo in giovenile etate

e 'n leggiadri sembianti animo regio,

restò presa d'amor, che mai non strinse

laccio di quel più fermo onde l'avvinse.

Così s'il corpo libertà riebbe

fu l'alma in dura servitute astretta.

Ben molto a lei d'abbandonare increbbe

il signor caro e la prigion diletta;

ma la regia onestà, che mai non debbe

da magnanima donna esser negletta,

la costrinse a partirsi, e con l'antica

madre ricoverossi in terra amica.

In Elia venne, e qui Nicea raccolta

dal gran tiranno fu del regno ebreo:

ma de la madre sua, ch'ancisa e tolta

le fu da morte, pianse il caso reo:

né 'l dolersi per lei, ch'era sepolta,

né l'esiglio infelice unqua poteo

spegner favilla in lei di tanta fiamma,

ond'ella si consuma a dramma a dramma.

Ama ed arde la misera; e sì poco

in tale stato che sperar le avanza,

che nudrisce nel sen l'occulto foco

di memoria vie più, che di speranza:

e quanto è chiuso in più secreto loco,

tanto ha l'incendio suo maggior possanza;

ma di nuovo destò la dolce speme,

quando vide i nemici accolti insieme.

Sbigottîr gli altri a l'apparir di tante

genti nemiche, e sì diverse e fère:

serenò ella il torbido sembiante,

e lieta rimirò le squadre altere:

e con bramosi sguardi il caro amante

cercando gìo fra quelle armate schiere.

Cercollo invan sovente, e 'l vide spesso:

–Eccolo,– disse; e 'l riconobbe espresso.

E da la torre, che sublime sorge

tra 'l Borea e 'l Cauro in su l'antiche mura,

mirar le genti suol, ch'indi si scorge,

vaga di morte e del suo mal secura:

quivi, da che il suo lume il sol ne porge

insin che poi la notte il mondo oscura,

s'asside, e i suoi begli occhi al campo gira,

e co' pensieri suoi parla e sospira.

Quinci vide la pugna, e 'l cor nel petto

sentì tremarsi in quel punto sì forte,

come s'egli dicesse: –Il tuo diletto

corre periglio d'immatura morte.–

Così d'affanno piena e di sospetto,

mirò del cavalier la dubbia sorte:

e del nemico il ferro ella sentia

ne l'alma, e i duri colpi, onde languia.

Ma, poi che il vero intese, e 'ntese ancora

ch'essi vorran di nuovo anco provarsi,

insolito timor così l'accora,

che sente il sangue suo di ghiaccio farsi:

talor secrete lagrime e talora

sono occulti da lei sospiri sparsi.

Pallida, esangue, e sbigottita in atto,

lo spavento e l'orror avea ritratto.

Con dolorosa imago il suo pensiero

ad or ad or la turba e la sgomenta;

e vie più che la morte il sonno è fiero,

sì strane larve il sogno le appresenta:

parle veder l'amato cavaliero

piagato e sanguinoso, e par che senta,

ch'egli aita le chieda o morte almeno,

e, desta, umidi trova i lumi e 'l seno.

Né sol la tema di futuro danno

il sospiroso cor le affligge e scote;

ma de le piaghe sue piì grave affanno

è cagion che quetar l'alma non pote:

e la fama talor con falso inganno

le cose accresce incognite e remote:

pur, com'egli vicino a l'ora estrema

languido giaccia, e si lamenti, e gema.

Ella, che ben conosce in quel paese

qual più secreta sia virtù ne l'erba,

e con qual succo ne le membra offese

la doglia de le piaghe è meno acerba:

arte gentil che da la madre apprese,

di cui memoria ed uso anco riserba,

vorria di sua man propria a le ferute

di chi il cor le ferìo recar salute.

Ella l'amato medicar desia,

e curar il nemico a lei conviene.

Pensa talor d'erba nocente e ria

succo spargere in lui che l'avvelene:

ma schiva poi la man cortese e pia

trattar l'arti maligne, e se n'astiene.

Brama ella almen ch'in uso tal sia vòta

di sua virtute ogni erba ed ogni nota.

Né già d'andar fra la nemica gente

temenza avria; ché peregrina er' ita,

e visto guerre e morti avea sovente,

e scorsa dubbia e faticosa vita;

sì che per uso la feminea mente

sovra il corso mortal divenne ardita,

né tosto si perturba o tosto pave

ad ogni imagin di terror men grave.

E crederebbe al ciel oscuro e fosco

(in guisa ogni temenza Amor disgombra)

errar secura; e 'n mar turbato, e 'n bosco

ardita disprezzar tempesta ed ombra,

e di belve africane artigli e tosco;

ma duolsi poi che chiara fama adombra,

e fan dubbia contesa in gentil core

due possenti nemici: Onore e Amore.

–Vergine (dice l'un), d'amor rubella,

che le mie leggi insin ad or serbasti;

io, mentre ch'eri de' nemici ancella,

ti conservai la mente e i membri casti;

e tu, libera, or vuoi perder la bella

verginità che 'n prigionia serbasti;

ahi nel tenero cor questi pensieri

chi svegliar può? che pensi? oimè! che speri?

Dunque il titolo omai d'esser pudica

sì poco stimi, e d'onestate il pregio,

che te n'andrai fra gente a' tuoi nemica,

notturna amante a ricercar dispregio?

Onde il superbo vincitor ti dica:

–Perdesti il regno, e 'n un l'animo regio:

non sei di me tu degna;– e ti conceda

volgare esempio altrui d'ignobil preda.––

Da l'altra parte il consiglier fallace

dolce l'alletta, e dolce ancor lusinga:

–Già tu nata non sei d'orsa rapace,

o di scoglio che 'l mar percuota e cinga:

perché sprezzi d'amor l'arco e la face?

e lunge fuggi il tuo piacer solinga?

Né petto hai tu di ferro o di diamante,

che vergogna ti sia l'essere amante.

Vattene omai dove il desio t'invoglia.

Ma qual ti fingi vincitor crudele?

Non sai com'egli al tuo dolor si doglia?

e si turbi al tuo pianto, a le querele?

Crudel sei tu ne la feminea spoglia,

che dar nieghi salute al tuo fedele?

Langue, o fèra ed ingrata, il pio Tancredi,

e tu de l'altrui vita a cura or siedi.

Sana tu pur Argante, acciò che poi

il tuo liberator sia spinto a morte:

così disciolti avrai gli obblighi tuoi;

e sì bel premio fia ch'ei ne riporte.

E' possibil però che non t'annoi

questo officio crudel per dura sorte?

E non basta la noia e l'orror solo

a far che tu di qua ten fugga a volo?

Deh ben fora a l'incontro officio umano,

e ben n'avresti tu gioia e diletto,

se la pietosa tua medica mano

avvicinassi al valoroso petto;

ché per te fatto il tuo signor poi sano,

colorirebbe il suo smarrito aspetto,

né ti saria di sua bellezza avaro,

o d'altro don che sia gradito e caro.

Parte ancor poi ne le sue lodi avresti,

e ne l'opre di lui alte e famose;

e lieta ei ti faria di baci onesti,

e di nozze (o ch'io spero) al volgo ascose.

Poi glorïosa ed onorata andresti

tra le più liete e più felici spose,

là ne la bella Italia, ov'alta sede

ha 'l valor vero e la più vera fede.–

Da tai speranze lusingata (ahi stolta!)

somma felicità finge e figura;

ma pur si trova in mille dubbi avvolta,

come partir si possa indi secura;

perché vegghian le guardie, e sempre in volta

vanno dintorno a le guardate mura,

sin che si mostra il dì ne l'orizzonte;

né mai s'apre la porta, o cala il ponte.

Costei soleva in compagnia sovente

de la guerriera far lunga dimora.

Seco la vide il sol da l'occidente,

seco la vide la novella aurora:

e quando son del dì le fiamme spente,

un sol letto le accolse ambe talora;

e nullo altro pensier che l'amoroso,

l'una vergine a l'altra avrebbe ascoso.

Questo Nicea sol tiene a lei secreto,

e s'avvien che talor si dolga e lagne,

reca ad altra cagion del cor non lieto

gli affetti, e più s'infinge ov'ella piagne.

In tale stato a lei senza divieto

spesso venìa, lasciando altre compagne.

Né uscio al giunger suo giammai si serra,

siavi Clorinda, o sia in consiglio, o 'n guerra.

Vennevi un giorno ch'ella in altra parte

si ritrovava, e si fermò pensosa,

pur tra sé rivolgendo i modi e l'arte

de la bramata sua partenza ascosa.

Mentre in vari pensier divide e parte

l'incerto animo suo, che non ha posa,

sospese di Clorinda in alto mira

l'arme e le sopravveste, e ne sospira.

E tra se dice sospirando: –O quanto

felice è la fortissima donzella!

Quanto io l'invidio; e non le invidio il vanto

e 'l pregio feminil de l'esser bella.

A lei non tarda i passi il lungo manto,

né 'l suo valor rinchiude invida cella;

ma veste l'arme, e se d'uscirne agogna,

vassene, e non la tien tema o vergogna.

Ahi! perché forti a me natura e 'l cielo

altrettanto non fêr le membra e 'l petto,

onde potessi anch'io la gonna e 'l velo

cangiar in gran corazza e 'n fino elmetto?

Ché sì non riterrebbe arsura o gelo,

né turbo o pioggia il mio infiammato affetto,

ch'al sol non fossi ed al notturno lampo,

o fra compagni o sola, armata in campo.

Già non avresti, o dispietato Argante,

tu fatto guerra al mio signor primiero,

ch'io sarei corsa ad incontrarlo avante;

e forse or fôra qui mio prigioniero:

e sosterria de la nemica amante

giogo di servitù dolce e severo;

e già per li suoi nodi i nodi miei

fatti soavi e più leggeri avrei.

O vero a me da la sua destra il fianco

sendo percosso, e riaperto il core,

sanato almen così nel lato manco

colpo di ferro avria piaghe d'amore.

Ed or la mente in pace e 'l corpo stanco

avrian riposo, e col riposo onore

ch'ei forse avrebbe il mio cenere e l'ossa

onorate di lagrime e di fossa.

Ma, lassa, i' bramo non possibil cosa,

e tra folli pensieri invan m'avvolgo:

io mi starò qui timida e dogliosa,

com'una pur del vil femineo volgo.

Ah! non starò: cor mio confida ed osa.

Perch'una volta anch'io l'arme non tolgo?

Perché per breve spazio or non potrolle

sostener, ben che sia tenera e molle?

Sì, potrò ben; ché mi farà possente

a sostenere il peso amor tiranno,

da cui sospinti ancor s'arman sovente

d'ardir timidi cervi e guerra fanno.

Io, se non guerra a la nemica gente,

farò con l'arme un ingegnoso inganno.

Finger mi vo' Clorinda, e ricoperta

sotto l'imagin sua, d'uscir son certa.

Non temerò più guardie o ver custodi,

ch'a lei non si farebbe ingiuria alcuna;

io pur ripenso e non veggio altri modi:

aperta è, credo, questa via sol una.

Or favoreggi le innocenti frodi

con amor che le inspira, alta fortuna.

Che temerò ne la dubbiosa luce,

se fortuna è compagna, amore è duce?–

Così ragiona; e, stimolata omai

da le furie d'amor, più non aspetta;

ma, raffrenando i suoi dogliosi lai,

l'arme involate di vestir s'affretta.

E farlo puote, e n'avrà tempo assai,

perch'ivi dianzi si restò soletta;

e la notte i suoi furti allor copria,

ch'a' ladri amica ed a gli amanti uscìa.

Essa, veggendo il ciel d'alcuna stella

già sparso intorno divenir più nero,

precipita gl'indugi, e 'nsieme appella

con bassa voce un suo fedel scudiero

ed una cara sua diletta ancella,

e parte scopre lor del suo pensiero:

scopre la fuga e la colora, e finge

ch'altra cagione a dipartir l'astringe.

Pronto il fanciullo e la donzella è presta,

e l'uno e l'altro al suo parlar dà fede.

Nicea si spoglia la feminea vesta,

che da gli omeri scende insino al piede:

e con vestire schietto ancora onesta

e bella è sì, ch'ogni credenza eccede;

simile a chi già corse a' pomi d'oro,

ed a lei che diè nome al verde alloro.

Col durissimo acciar preme ed offende

il delicato collo e l'aurea chioma,

e la tenera man lo scudo prende,

pur troppo grave e inusitata soma.

Così tutta di ferro omai risplende,

e 'n atto militar se stessa doma.

Gode Amor, ch'è presente, e così ride,

com'allor ch'egli avvolse in gonna Alcide.

Oh! con quanta fatica ella sostiene

l'inegual peso, e move lenti i passi,

ed a la cara compagnia s'attiene

di cui guida ed appoggio insieme fassi;

ma rinforzan gli spirti amore e spene,

e crescono il vigor de' membri lassi;

sin ch'insieme a' destrier gravâro il dorso,

che presti sono al passo e presti al corso.

Con le mentite insegne occulta, ascosa,

e per secreta via con lor si parte:

pur in molti s'avviene, e l'aria ombrosa

splender di ferro vede in qualche parte;

ma impedir quel viaggio altri non osa

cui la fortuna sua mena in disparte:

e la notte gli affida, o pur la tigre

temuta insegna è fra le genti impigre.

Nicea, benché 'l suo dubbio alquanto sceme,

non va per quelle vie molto secura;

ché d'esser conosciuta a la fin teme,

e dal suo troppo ardir nasce paura.

Ma pur, giunta a la porta, il timor preme,

ed inganna colui che n'ha la cura.

–Io son Clorinda, disse, apri la porta,

ch'il re m'invia dove l'andare importa.–

La voce feminil sembiante a quella

de la guerriera, agevolò l'inganno.

Chi crederia vedere armata in sella

una de l'altre ch'arme oprar non sanno?

Si ch'il portier tosto ubbidisce; ed ella

n'esce veloce, e i duo che seco or vanno.

E per lor securezza entr' una valle

discendon per obliquo e lungo calle.

Poi che la donna in solitaria ed ima

parte si vede, alquanto i passi allenta,

ch'i primi rischi aver passati estima,

né d'esser ritenuta omai paventa.

Or pensa a quello a che pensato in prima

non bene aveva, ed or le s'appresenta

pericoloso più che pria non parve,

l'entrar nel campo in sì mentite larve.

–Esser mio messaggero a te conviene,–

dice ella al servo suo pronto e sagace.

–Vattene al campo, e con secura spene

trova Tancredi ove languendo ei giace,

a cui dirai che donna a lui sen viene,

che gli apporta salute e chiede pace,

e benigna accoglienza e fida aita;

perché l'una sia salva, e l'altra vita.

E ch'in lui solo ha certa e viva fede,

né teme in suo potere onta né scorno.

Di' sol questo a lui solo, e s'altro ei chiede,

di' non saperlo, e affretta il tuo ritorno:

io (che questa mi par sicura sede)

in questo mezzo qui farò soggiorno.–

Così disse la donna; e 'l fido servo

veloce se n'andò qual damma o cervo.

E 'n guisa oprar sapea, che senza indugio

entro a' chiusi ripari ei fu raccolto,

e poi condotto al suo dolce refugio,

che 'l messaggiero udìo con lieto volto.

Poi dicendo: –Signor, più non indugio,–

verso la donna sua si fu rivolto;

e riportava a lei dolce risposta,

che fida scorta avria d'entrarvi ascosta.

Ma ella intanto desiosa, a cui

ogni dimora par noiosa e greve,

numera fra se stessa i passi altrui,

e pensa: –Or giunge, or entra, or tornar deve.–

E già le sembra al ritornar colui,

men ch'egli non solea spedito e leve.

Spingesi alfin avanti, e 'n parte ascende

da cui comincia a discoprir le tende.

Era la notte, e 'l suo stellato velo

chiaro spiegava e senza nube alcuna,

e già spargea rai luminosi e gelo

di vive perle la sorgente luna.

L'innamorata donna iva col cielo

le sue fiamme sfogando ad una ad una,

e secretari del suo amore antico

fa i muti campi e quel silenzio amico.

Poi, rimirando il campo, ella dicea:

–O belle agli occhi miei tende latine!

Aura spira da voi che mi ricrea,

e mi conforta pur ch'io m'avvicine:

così a mia vita faticosa e rea

qualche onesto riposo il ciel destine,

come in voi solo il cerco, e solo or parme

che trovar pace io possa in mezzo a l'arme.

Raccogliete me dunque, e 'n voi si trove

quella pietà che mi promise amore,

e ch'io già vidi prigioniera altrove

nel mansueto mio dolce signore:

né già desio di racquistar mi move

con l'armi vostre il mio reale onore:

quando ciò non avvenga, assai felice

io mi terrò, se 'n voi servir mi lice.–

Così parla costei che non prevede

de la fortuna sua nòve tempeste.

Ella era in parte ove risplende, e fiede

l'arme lucenti il bel raggio celeste,

sì che da lunge lo splendor si vede,

e 'l bel candor che le circonda e veste;

e l'empia fèra in fino argento impressa

riluce sì, ch'ognun direbbe: –E' dessa. –

Ma come volle la sua dura sorte,

i duo fratei qui tesi avean gli aguati,

di cui pose Clorinda il padre a morte;

ed ora difendean quel passo armati,

la 've menar solean notturne scorte

armenti e gregge da gli erbosi prati:

e se l'altro passò, fu perch'ei torse

lunge il cavallo, e subito trascorse.

Al più giovin fratello, a cui fu il padre

co' duo germani da Clorinda ucciso,

viste le spoglie candide e leggiadre,

fu di veder l'alta guerriera avviso;

e contra le irritò l'occulte squadre,

né frenando del cor moto improvviso,

come l'ira volea subita e folle,

gridò: –Sei morta,– e l'asta invan lanciolle.

Sì come cerva, ch'assetata il passo

mova a cercar d'acque lucenti e vive,

ove un bel fonte distillar d'un sasso,

o vide un fiume tra frondose rive,

se incontra i cani, allor ch'il corpo lasso

ristorar crede a l'onde, a l'ombre estive,

si rivolge fuggendo, e sua paura

la stanchezza obliar face e l'arsura;

così costei, che l'amorosa sete,

onde l'infermo core arde e sfavilla,

temprar ne l'accoglienze oneste e liete

credeva, e far la mente in lor tranquilla;

or che contra lei vien chi gliel diviete,

(quasi obliando chi primier rapilla)

se stessa e 'l suo desir quivi abbandona,

e 'l veloce destrier timida sprona.

Fugge Nicea, temendo al suono, al grido,

e la donzella sua paurosa e mesta,

d'augello in guisa a cui del dolce nido

preciso è 'l calle, e quel seguir non resta.

Ecco già da le tende il servo fido

con la tarda novella aggiunge in questa:

e l'altrui fuga ancor dubbio accompagna,

e gli sparge il timor per la campagna.

Tancredi, a cui pur dianzi il cor sospese

quell'avviso primiero, udendo or questo,

com'egli era magnanimo e cortese,

da l'altrui rischio e dal suo amore è desto:

onde vestito del suo grave arnese,

monta a cavallo e tacito esce e presto:

e seguendo gl'indizi e l'orme nòve,

rapidamente a tutto corso il move.