LIBRO TERZO
Pietro appar nel deserto a prima vista,
e ver sembra il deserto, ed ei non finto;
lunga la chioma e di pel bianco ha mista,
e crespo il viso e di pallor dipinto;
la barba al sen gli scende in doppia lista,
e 'n bigi panni e d'umil corda è cinto;
e magro e scalzo, e 'n contemplar pensoso
tra 'l rivo e l'altro a piè d'un monte ombroso.
Or con ginocchia ignude aspro terreno
premere il vedi; e in suon devoto e basso
pensi d'udirlo ove percote il seno
e piange anzi la croce: or pare uom lasso
mentre giace su l'erba, o posa almeno
e si fa seggio d'un alpestre sasso.
I sogni ivi ombreggiò chi finse il sonno:
s'ombrar l'ombre con l'ombre ancor si ponno.
Poscia sembra ch'ei desto affretti il piede,
in guisa pur di pellegrino scarco;
vedilo ch'entra in nave; e parte e riede,
come sia lungo corso un picciol varco.
Passa e ripassa il mar; sostiene e vede
l'aspro giogo de' nostri e 'l grave incarco:
e visita il sepolcro e dorme al tempio
poi 'nfiamma Europa incontra 'l popol empio.
Non lunge in prezïoso aureo contesto,
di color varïato e di figure
si scorge in umil cava un vecchio onesto
fuggir il mondo e sue fallaci cure:
e le nubi toccar quel monte e questo,
e cader l'ombre ne le valli oscure;
e 'l sacro albergo in solitari e cupi
luoghi celarsi infra pendenti rupi.
Di tre corone poi la sacra chioma
il vedi cinto, e (come il ver s'esprime)
par che grave gli sia la nobil soma,
mentre egli siede in Vatican sublime;
e pare, indi lasciando Italia e Roma,
passar de l'Alpi le gelate cime:
e conosci a' sembianti Urban secondo,
ch'apre il cielo e l'inferno, e regge il mondo.
E par ch'alfin s'ascolti in gran consiglio
del pio sermone il fulminar veloce,
e di quei duci il nobile bisbiglio,
commossi al suon de la divina voce.
Tutti prender parean segno vermiglio
in bianco velo, e dispiegar la croce;
e quei che di portarla al petto scelse,
alzò vittoriose insegne eccelse.
Vedi ch'Europa tutta i segni inchina,
e tutta splende d'arme e di cavalli;
ch'avvampa ogni città d'atra fucina,
correndo in fiumi i liquidi metalli:
e dove a viva fiamma il ferro affina,
suonar i monti e rimbombar le valli;
e rinnovar su le sonore incudi
spade e lance ed usberghi ed elmi e scudi.
Perch'ogni chiuso albergo allor s'aperse
al rugginoso acciaio, ond'altri s'arme;
paiono aratri e falci ivi converse
in forme nòve, e 'n vie più lucid'arme;
e vedi ragunar genti diverse,
dove udir de le trombe il fèro carme
quasi l'uom crede; e come tutto adombra
il monte e 'l pian di mille insegne a l'ombra.
Vedi come pietà fra sé contende
in quei più cari a Dio felici tempi:
come lo stato suo disprezza e vende
Goffredo, e genti aduna incontra a gli empi:
come a Ruggero il suo fratello il rende,
ch'intorno accampa e segue i santi esempi;
e come varca a vie più giusta guerra,
questi il mar tempestoso, e quel la terra.
Da più eserciti mossa, Europa e tutto
par tremi il mondo, e quinci i salsi campi
spumanti a' rostri; e biancheggiar il flutto,
l'onda a' rai tremolar com'ella avvampi.
Quindi nubi di polve il suolo asciutto,
e incontra 'l sol vibrar de l'arme i lampi
vedi; e là selve d'aste, e qui d'antenne;
e le navi volar, com'abbian penne.
Par che d'angeli ancor lucido nembo
acqueti le tempeste e i venti affrene;
e faccia piano il procelloso grembo,
e l'alte vie del ciel tutte serene.
Il mar ceruleo il sen, spumoso il lembo,
e sparse d'alga ha le minute arene:
e crespa a l'aure, e senza usati orgogli
bagna la placid'onda i duri scogli.
Aprir sembrano i porti a' legni audaci,
e da lunge chiamar l'armata amica
con l'isola del foco e de' Feaci,
Eubèa, ch'illustre fe' la fama antica:
Dalmazia, Epiro, Illirio, e tu che giaci,
già sacra al sol, ne l'onde, o terra aprica;
e Creta ancor, di Giove ombrosa cuna,
ov'Ida sorge e la spelonca imbruna.
E Delo, ch'estimâro i Greci errante
pria che formasse il suo vagar Latona,
e il portuoso Egeo d'isole tante
adorno, onde canoro alto risuona.
Ma l'inospito mare il pin volante
passa, e d'augusto seggio alta corona;
e schiva Sesto, e de la Tracia il lido,
e Calcedone prende appresso Abido.
Vedi per monti e valli in altra parte,
e per campagne molli il buon Gualtiero;
vedilo trapassar rapido il marte,
quasi abbia intoppo, ed arrivar primiero
ne la città che la città di Marte
tenta agguagliar di gloria e d'alto impero:
e come pria saluta il greco Augusto,
e passa con le genti il mare angusto.
Pietro si mira in quel Cammino istesso
co' Bulgari contesa aver più dura:
e de l'accese fiamme udito il messo,
tornar invan, né via tener secura.
E Godescalo, e i suoi sconfitti appresso,
trovando in terra ostile aspra pastura,
ma fra' Greci pietà che gli altri accoglie,
dolenti alfin de le perdute spoglie.
Miransi poi lasciar la nobil reggia
e de l'Europa le contrade estreme,
e trapassar dove Ellesponto ondeggia
infra duo lidi e si ristringe e preme:
Pietro sembra il pastor d'errante greggia,
mentre le sparse genti accoglie insieme
là, 've cinto di mura un picciol borgo
in riva siede a quell'ondoso gorgo.
Italici e Germani uscir diresti,
e correr le campagne al mar vicine;
e quasi fatti a la Bitinia infesti,
là dentro riportar prede e rapine.
Gli vedi a piè d'un monte; indi più mesti
difender d'alta mole alte ruine:
e Soliman che, quasi orrida belva,
gli attende al varco ne l'antica selva.
Con spoglie di leone ispido ei sembra,
e con occhi il furor quasi spiranti,
con torvo guardo, e con robuste membra,
onde può simigliar gli empi giganti;
altrove abbatte i nostri, ancide e smembra
con l'arme sue, del sangue altrui stillanti;
e paion cento duci e cento squadre
sanguigne far quelle campagne ed adre.
Quivi estinto Gualtier, quivi Rambaldo
credi che 'l terren prema, e 'n rosso il tinga;
nullo ordine v'appare intero o saldo,
la 've il fèro soldàn gli urti e rispinga:
quasi a fuggir chi dianzi errò sì baldo,
dentro a' dirupi ivi a temer costringa:
in forma d'uom che sgrida alto, e minaccia,
la destra alzando e la terribil faccia.
E le parti piu alpestre e più selvagge,
da' suoi veggonsi prese insino al lito;
e tornar poscia a l'arenose piagge
Pietro, cui non diè fede il volgo ardito.
Vedesi ch'a la morte allor sottragge
quello stuol, già dolente e sbigottito:
come sanguigno e quasi voto ovile
scampi d'assalto d'empie fère ostile.
Poscia del pio Goffredo i giusti passi
tessuti il mastro avea con vari fregi;
com'egli i cari ostaggi or prenda, or lassi;
or parli, or mandi i messaggeri a' regi:
come vinca le insidie a' stretti passi,
e salvi scorga i suoi guerrieri egregi.
Parte Augusti ed eroi congiunge e lega;
e i Greci avversi or vince, or placa, or piega.
Altrove la città vedeasi intesta,
a cui diè Costantin l'imperio e 'l nome,
tre fronti alzando incoronar la testa,
donna di genti tributarie e dome.
Quivi Goffredo e i duci han d'òr la vesta
sovra l'arme lucenti e d'òr le chiome,
quai Grecia le dipinse al biondo Apollo,
e d'oro hanno il monil, di latte il collo.
Nel gran tempio sorgea sede suprema,
dove ne l'aureo manto e gemme ed ostri
portava Alessio, al crine alto diadema,
e i Greci eran congiunti ai duci nostri.
Par ch'ondeggi la turba intorno e frema;
sovra l'aquila spiega artigli e rostri:
e 'n vista ventilar fa rosse piume
ne l'aura a l'auro, e splende al chiaro lume.
Mostran poi di giurar ne' sacri altari
la man sul libro alzando, e gli occhi in alto,
e co' Franchi i Latini, i lidi e i mari
varcati, a l'Asia dar feroce assalto.
S'appiattan fra le selve i Turchi avari,
e tinto il lago è di sanguigno smalto:
e gran città v'appar cinta d'assedio,
in cui si raffigura il Rischio e 'l Tedio.
Quivi accolto parea da varie parti
l'esercito Latin, Germano e Franco;
e de gli altri, che fur divisi e sparti
del mar sul destro lido, o pur sul manco,
qual contr' a' Persi in guerra o contr' a' Parti,
Roma o Bizanzio non ha mosso unquanco:
poi schierato passava a stuolo a stuolo,
tutto ingombrando polveroso il suolo.
Non lunge, quai veggiam fantasmi o larve,
poi che nascoso è lo splendor diurno,
tale un corrier ne l'ombre oscure apparve
per non diritte vie cheto e notturno:
ed ove il maggior lume occulto sparve,
spiegan tremuli rai Giove e Saturno:
e scopre l'alta notte, in cui si cela,
com'egli, preso, a' nostri il ver rivela.
Quinci i fedeli senza indugio e pronti
stringean la gente al re del ciel rubella;
le mura di Nicea, le porte e i ponti,
in questa parte combattendo e 'n quella:
appresso discendea d'alpestri monti
l'empio soldàn com'orrida procella:
e seguia dietro innumerabil turba
quante l'arene son ch'Austro perturba.
Prima ogni cosa abbatte e poscia ei langue,
divenuto in sembiante frale e tardo;
ed a l'aspre percosse il vedi esangue
là dove il crolli e féra il gran Riccardo.
Tronche membra ei calcando e sparso sangue,
col suo Tancredi e con Ruggier gagliardo,
fea quasi laghi, ove fûr prati ed erbe,
già prese cento insegne alte e superbe.
Goffredo a l'arme ed a l'impresa illustre,
e i sommi duci avvien ch'ivi conosca
pugnare insin che 'l sol la terra illustre;
poi cacciare i nemici a l'aura fosca.
Qual leon torna a le lasciate lustre,
o drago a le paludi, ond'egli attosca;
tale il soldàn fuggìa sdegnoso, in atto
d'uom che rimiri il popol suo disfatto.
Da macchine avventati, al ciel rotando
tronchi capi ne gìan, qual grave pietra;
timido il difensor, d'alto mirando,
obliava adoprare arco e faretra:
chi finse il caso atroce, e 'l gran normando
ne' colori mostrò come s'impètra,
e come orror di morte e de' suoi scorni
vera imagine viva ancor ritorni,
de la vittoria ancora il grido e 'l moto
esprimer volle, variando a' sensi,
e co' suoi duci imperador devoto
nel tempio, che fumava arabi incensi,
e le insegne e i trofei sospesi in voto,
fra mille trombe e mille lumi accensi:
e spoglie e doni, vincitori e vinti,
quai d'oro adorni, e quai di ferro avvinti.
Sorgeano intanto le nodose travi,
con varie forme inverso 'l ciel costrutte,
e gran macchine, d'arme adorne e gravi,
onde sian l'alte mura arse e distrutte.
Vedeansi i carri trasportar le navi
non per ondose vie, ma per asciutte;
e la città, che da più lati è scossa,
e la gran torre ruinar percossa.
Di fumo ardente e fiamma oscura e negra,
mille torbide rote al cielo alzarsi;
e gran donna fuggìa timida ed egra,
co' figli a lato, i crini al tergo sparsi.
Da l'altra parte il difensor rintegra
le rotte mura, e i suoi ripari ha scarsi.
Nicea si rende; e schiva oltraggio e morte
l'errante del soldàn fida consorte.
Furto o rapina ingiusta, o forza o froda
non si vedea fra gli animosi fatti:
qual di vittoria il vincitor si goda,
che serbar volle invidïosi patti:
ma di portarne ei solo onore e loda
contento parve a' modi, al volto, agli atti;
veggendo i Greci alzar le insegne in cima,
là 've il sangue d'Italia è sparso in prima.
Move congiunta l'oste indi non lunge
là 've un fiume le vie rapido fende:
la divide un gran ponte e la disgiunge;
e diverso sentier diversa prende.
Ecco i sinistri (il sol nascendo) aggiunge
Soliman che da' monti ancor discende.
Ecco l'aspra contesa, e 'l bel Guglielmo
trafitto (ahi dolor grave!) usbergo ed elmo.
Ecco Tancredi vola al rischio estremo,
quasi (morto il fratel) morir gli caglia:
vedi come in soccorso a stuol già scemo
giunga; e gli assalitori il duce assaglia.
Ferìa, fugava il cavalier supremo;
recidea tele avvolte, piastra e maglia;
uccideva, abbattea; le spalle e 'l viso
calpestava, passando, al volgo ucciso.
Refugio ricercar, scampo, o latèbra
sembra poi l'empia turba a l'aer cieco,
e notte la copria d'alta tenèbra,
e l'alto sen le apria foresta o speco.
Di nuovo la vittoria ancor celèbra,
vòta occupando la Bitinia il Greco.
Ricco di preda il vincitor le spalle
quinci volge a' Gorgon', sanguigna valle.
Luoghi poi trapassare aridi ed ermi,
nudi monti, assetata arsa campagna:
ed armati languir vedeansi e inermi,
co' cani e co' destrier, fida compagna.
L'onda appar, vedi il fiume, e i quasi infermi
correre a l'acque in cui si beve e bagna;
vedi onusti i cameli, e i vasi colmi
su l'erba a piè de' salci, e d'alni e d'olmi.
Poi, quasi la vittoria allenti il corso,
vedi fère cacciar, cacciare augelli
in lieta selva, o dove il molle dorso
rigan d'un colle i liquidi ruscelli.
Vedi Goffredo in fèra lutta, e l'orso
che di sua mano ha sanguinosi i velli,
e di sua mano ancor reciso e tronco
l'orribil teschio affisso al verde tronco.
Rapido Balduin s'avanza e corre
sino al monte sovran ch'Asia divide:
e non resta città, castello o torre
contra Tancredi, ove il nemico annide.
Scuotere il giogo a' nostri, e 'l giogo imporre
vedeansi a prova a quelle genti infide;
e domar Lidi, Licaoni, Armeni,
da' monti al mar c'ha sì diversi seni.
Sanguigno, e di ruine ingombro ed arso
di Cilicia il terren fumava intorno;
dove Tancredi il sangue e 'l foco ha sparso,
e Riccardo di spoglie aurate adorno.
Men alta torreggiar Mamistra e Tarso
sembrava, e 'l Cidno andar con umil corno;
ma 'l vessillo mutato, e i vari segni
appena v'apparian d'ardenti sdegni.
Era aspro intoppo al corso ardito il Tauro,
orrido, nubiloso, ermo, silvestro;
ch'i boschi, a lo spirar d'Austro e di Cauro,
crolla, ma tocca il ciel col giogo alpestro;
e d'ampi fiumi porge al mar restauro,
in cui si lava il manco lato e 'l destro;
e quanti i precipizi ond'uom s'allenta,
tante le morti son di cui spaventa.
Con l'Eufrate facea duro contrasto,
sotto un turbato ciel, ch'in vista piange;
l'un fiaccate le corna e 'l fianco ha guasto;
l'altro è percosso e ripercuote e frange.
E, vinto il vincitor, la strada al vasto
mar non aprendo, il corso avvien ch'ei cange.
Pur ambe lor vittorie, e lor contese
vincer parea l'ardir ne l'alte imprese.
Veder si puo ch'ambo gli ascende e varca
fede animosa, e senza orgoglio e vanto,
e mira, adorna omai di spoglie e carca,
umìl l'Asia e soggetta, e i mari accanto,
e i popoli già vinti al gran monarca.
Né mai la croce al ciel s'alzò cotanto;
né trofeo sì vicino ebbe, o vessillo,
il sol che d'alto miri il mar tranquillo.
Oltr' il Tauro e l'Eufrate, oltra l'Oronte,
altri rendeansi, altri eran presi a forza.
Spargea di tronche membra il duro ponte
del pio Goffredo la terribil forza.
Cadea 'l gigante anciso; e verso il fonte,
come a gran turbo suol che l'onde sforza,
parea il fiume tornar gonfio di sangue:
per le rive giacea la gente esangue.
Fuor è Dafne, e Castalia, onde soleva
la voce uscir de gl'idoli bugiardi,
e Casio, a cui sì tosto il sol si leva,
che suole a gli altri fiammeggiar sì tardi:
con due facce il testor finto l'aveva:
con l'una d'esse par ch'il di riguardi,
e la notte con l'altra; e 'n bel lavoro
compartite avea l'ombre e i raggi d'oro.
Antiochia nel cerchio, in cui si spande
l'Oronte, chiudea valli e monti e piano,
scossa de le sue verdi alte ghirlande,
e combattuta da possente mano:
non potea circondarla (in guisa è grande)
l'esercito Latin, Franco e Germano:
qui 'l pio Goffredo accampa, ivi Roberto;
crolla Tancredi altrove il muro aperto.
Vari assalti poi finse il mastro accorto
a gli steccati, a' muri, a' paschi, a l'acque;
e con viso vi feo pallido e smorto
le madri, a cui la vita allor dispiacque.
D'alto mirò ciascuna il figlio or morto
che tra nemici oppresso in terra giacque,
e 'l capo afffisso a la nemica lancia;
e di pianto rigò l'arida guancia.
E variò le imagini dolenti
d'altra più vaga e più superba istoria:
presi in battaglia fe' destrier' correnti,
onde il duce adornò lieta vittoria.
Né la notte oscurar con l'ombre algenti
di Boemondo può l'eterna gloria;
ché ne gli alti silenzi al cielo scuro,
ardendo gran cometa, ascende il muro.
Città presa, notturno orror, tumulto,
ruine, incendi e peste ancor dipinse;
e re fugace, anciso e non sepulto:
poi d'aspro assedio i nostri intorno ei cinse.
E quell'alto valor non tenne occulto,
ch'i Siri e i Persi e i Babiloni estinse.
Fuga, terror, lutto, e mal fido scampo
v'aggiunse; e correr feo di sangue il campo.
Di tai figure la sublime tenda,
e di rami di palme, o pur d'allori
par ch'intorno verdeggi, e 'n mezzo splenda;
pascendo gli occhi e i generosi cori.
Qui, pria che i messi il pio Goffredo intenda
dal re mandati, e come suol gli onori,
i duci invita, a cui tal luogo denno
gentil sangue, valor, possanza e senno.
Avanti la gran tenda al suolo affisse
gran lance, e tronchi aveano aurei e dipinti,
quai porteriano appena Ettore, Ulisse,
Aiace, Achille e gli altri a Troia estinti.
Scudi (come l'usanza altrui descrisse)
eran sublimi in cima a l'aste avvinti;
in cui pinto e leon, od orso, o drago,
delfino, aquila, cigno, od altra imago.
Qui accolto è 'l fior di quell'etate acerba:
altri punge i destrieri al corso e volve;
altri nel campo aperto, e nudo d'erba,
i carri aggira ne la densa polve.
Altri, con vista più fiera e superba,
si corre incontra e l'arme rompe e solve:
e con varia fortuna in bella giostra,
ai duo messaggi il suo valor dimostra.
Ma vincitor nel periglioso arringo
Aristolfo il destrier già volve e sprona;
e d'Aristolfo il nome al ciel solingo vola,
e fra mille trombe alto risuona.
Raimondo ad Aristolfo, e 'l gran fiammingo
danno di nuova gloria alta corona.
Mirano i messi d'onorata parte
il valor peregrino, i modi e l'arte.
Ma poscia giunti anzi 'l regal cospetto
quei che chiamâro il suo, gran re de' regi,
vider Goffredo in un vestire schietto
seder fra duci e cavalieri egregi;
che verace valor, ben che negletto,
di sé risplende e de' suoi propri fregi.
Picciol segno d'onor gli fece Argante,
in guisa pur d'uom grande e non curante.
Ma la destra si pose Alete al seno,
e piegò il capo e chinò a terra i lumi;
e, qual di riverenza e d'orror pieno,
mostrò grave umiltà d'alti costumi:
poi, quasi sciolto a la sua lingua il freno,
dolci versò de l'eloquenza i fiumi:
e perch'i Franchi han l'idioma appreso
de la Sorìa, fu ciò ch'ei disse inteso.
–O degno solo, a cui d'imperio i degni
siano or soggetti e le più nobili alme,
ch'acquistâr sol per te provincie e regni,
ed ebber già per te corone e palme;
il nome tuo, ch'oltre le mète e i segni
passa, qual nave suol che tutta spalme;
e quella fama, onde ha sonora tromba
il tuo invitto valor, fra noi rimbomba.
E là oltra ond'il Nil d'alto caggendo
al suon de l'acque i suoi vicini assorda,
e dove non vien nube il sol coprendo,
né pioggia cade, o turbo in ciel discorda;
di te s'ascolta ancor (se il vero intendo)
fra gl'ignoti, e si parla, e si ricorda.
E stimo ch'ove il fiume asconde i fonti,
de la tua gloria pur si scriva e conti.
E se l'Indo l'ascolta e l'Etiòpo,
pur come suol gran meraviglia estrema;
qual sarà, ch'in Pelusio od in Canopo,
o 'n Menfi o 'n Tebe mai l'asconda e prema?
Ma 'l re, che ti fu amico in maggior uopo,
di ciò s'allegra, onde altri ha invidia e tèma.
Ama il valore, e volontario elegge
teco unirsi d'amor, se non di legge.
Da sì bella cagion dunque sospinto,
l'amicizia e la pace a te richiede;
e 'l mezzo, onde l'un sia con l'altro avvinto,
è la virtù, s'esser non può la fede.
Ma, perché inteso avea che t'eri accinto
per assalir alfin quant'ei possede,
volse, pria ch'altro danno indi seguisse,
ch'a te la mente sua per noi s'aprisse.
E 'l suo pensiero è tal che sia contento
di quel c'hai corso e soggiogato in guerra;
tornando in Antiochia a passo lento,
senza turbar questa sua amica terra,
e 'l re, che sua vecchiezza e suo spavento
ne l'alte mura anco ristringe e serra:
e se gire al sepolcro ancor t'aggrada,
prendi il bordone, e lascia omai la spada.
Quanto è migliore e più securo il varco,
ch'a' templi venerati apre la pace:
troppo la preda è periglioso incarco,
e 'l peregrino armato è troppo audace.
Contra gl'inermi qui saetta od arco
mai più non s'adoprò da man rapace;
però il tuo ferro è il tuo medesmo risco:
perdon chiedo, signor, s'io troppo ardisco.
Perché gran cose in picciol tempo hai fatte,
né lunga età fia ch'oscurar le possa:
cavalli in mar, navi per terra attratte,
l'onda ingombra e 'l terren di sangue e d'ossa:
eserciti, città prese e disfatte;
Africa spaventata, Asia percossa:
i regni soggiogati, i re dispersi,
vinti Cilici, Medi, Assiri e Persi .
Giunta è tua gloria al sommo; e per l'innanzi
fuggir l'incerte guerre a te conviene;
ch'ove tu vinca, sol un regno avanzi,
né 'l tuo nome maggior perciò diviene;
ma l'imperio acquistato e preso innanzi,
e l'onor perdi, se 'l contrario avviene.
Ben giuoco è di fortuna audace e stolto,
por contra al poco e dubbio, il certo e molto.
Ma 'l consiglio di tal cui forse or pesa
che tu gli acquisti a lungo andar conserve,
e l'aver sempre vinto in ogni impresa,
e quella brama che s'infiamma e ferve
e 'n magnanimo cor più vive accesa,
d'aver le genti tributarie e serve;
far potrian vil la pace e vile il mezzo,
perch'onor trovi sdegno, anzi disprezzo.
Loderan via sublime e via solinga,
quasi dal cielo al tuo valore aperta,
perché la spada tu non lasci, o scinga,
a cui più sempre ogni vittoria è certa;
fin che la nostra legge a noi ristringa
tra le Caucasee porte, o 'n più deserta
e più selvaggia terra. O dolci inganni,
de' miseri mortali eterni affanni!
Ma se l'affetto gli occhi a voi non benda,
né perturbando adombra alta ragione,
scorgerai ch'ove guerra inutil prenda,
hai di temer, non di sperar cagione:
che Fortuna ha sua rota e sua vicenda,
mandandoci venture or triste, or buone;
e per troppo salir si smonta, e spesso
a l'erta cima il precipizio è presso.
Dimmi: s'a' danni tuoi l'Egitto or move,
d 'oro e d'arme possente e di consiglio,
e s'avvien che la guerra anco rinove
il Perso e 'l Turco e di Cassandro il figlio;
quai forze opporre al fèro assalto, o dove
fuga, riparo e scampo ha il tuo periglio?
T'affida forse Augusto? Augusto il greco,
lo qual da' sacri patti unito è teco?
La fede greca a chi non è palese?
Tu da un peccato sol tutt'altri impara;
anzi da mille pur, se mille ha tese
insidie a voi l'infida terra avara.
Dunque chi dianzi il passo a voi contese,
per voi la vita esporre or si prepara?
Chi fu scarso del cibo, or sarà largo
del proprio sangue? a che parole io spargo?
Ma forse riponesti ogni speranza
in queste schiere, onde tu cinto or siedi:
e sovra que' congiunti aver possanza,
che sparsi già vincesti, ancor ti credi:
se ben l'oste è già scema, e più t'avanza
d'opera e di periglio, e tu tel vedi:
e già nuovo nemico a te s'accresce,
e gl'invitti coi vinti accoglie e mesce.
Or, se stimi del ciel legge fatale
che non ti possa il ferro vincer mai,
siati, signor, concesso; e siasi or tale
il decreto del ciel, qual tu tel fai:
vinceratti la fame; a questo male
qual refugio securo, o schermo avrai?
Vibri contra costei la lancia, e stringi
la spada, e la vittoria ancor ti fingi?
Ogni campo è d'intorno arso e distrutto;
e veder gli potrai nudi e fumanti:
e 'n chiuse mura e 'n alte torri è il frutto
riposto al tuo venir più giorni avanti.
Tu, ch'ardito sin qui ti sei condutto,
onde speri nudrir cavalli e fanti?
Dirai: l'armata in mar cura ne prende.
Da' venti dunque il viver tuo dipende?
Comanda forse or tua fortuna a' venti?
Ed a sua voglia pur gli scioglie e lega?
E 'l mar, ch'a' preghi è sordo ed a' lamenti,
mutando stile, al tuo voler si piega?
O non potranno ancor le nostre genti,
e le Perse co' Turchi unite in lega,
tante navi e tai legni insieme accorre
ch'a quel navigio tuo si possa opporre?
Doppia vittoria a te, signor, bisogna;
e 'n vario campo il gemino valore.
Una perdita, a voi danno e vergogna,
altrui può darne il trionfale onore.
Vinte le navi tue, che più s'agogna,
se qui senza contesa il campo muore?
E se tu perdi qui, vano trofeo
potran drizzare i tuoi sul mare Egeo.
Spoglie aggiungere a spoglie e palma a palma,
e due trionfi unire in un sol tempo
convienti, o qui lasciar la cara salma,
e tardi far quel che non fai per tempo.
Ma tanto error non cade in nobil alma.
Or fa' gran senno, e 'l meglio eleggi a tempo;
perché l'Asia di lutto omai risorga,
e pace il frutto sia ch'a voi si porga.
Né voi, che del periglio e de l'affanno,
e de la gloria a lui sète consorti;
sì il vostro rischio amate, e 'l nostro danno,
che nuove guerre a provocar v'esorti.
Ma, qual nocchier che da fallace inganno
ridutti ha i legni a' desiati porti,
raccôr dovreste omai le sparse vele,
né fidarvi di novo al mar crudele.–
Qui tacque Alete; e 'l suo parlar seguîro
con basso mormorar gl'illustri eroi;
e ben ne gli atti disdegnosi aprîro,
quanto ciascun quella proposta annoi.
Il capitan rivolse gli occhi in giro
una e due volte, e mirò in fronte i suoi;
e poi nel volto di colui gli tenne,
ch'appena il guardo e 'l suo splendor sostenne.
–Messaggier, dolcemente a noi sponesti,
ora cortese, or minaccioso invito.
Se 'l tuo re m'ama, e loda i nostri gesti,
è sua mercede, e m'è l'amor gradito;
ma perché poscia minacciar volesti
la guerra a noi di mezzo il mondo unito,
risponderò, senza temer gran turba,
che l'uom che spera in Dio nulla perturba.
Sappi che tanto abbiam sinor sofferto,
in mare, e 'n terra, a l'aria chiara e scura,
sol perché fosse il dubbio calle aperto
a queste sacre e venerabil'mura;
per acquistar grazia divina e merto
togliendo lor da servitù sì dura.
Né mai grave ne fia per fin sì degno
esporre onor mondano e vita e regno.
Ché non ambizïosi avari affetti
ne spronâro a l'impresa e ne fûr guida.
Sgombri il Padre del ciel da' nostri petti
peste sì rea, se in alcun pur s'annida:
né soffra che l'asperga, o che l'infetti
di venen dolce che piacendo ancida:
ma la sua man, ch'i duri cor penètra,
soavemente gli ammollisce e spetra,
questa ha noi mossi, e questa ha noi condutti,
tratti d'ogni periglio e d'ogn'impaccio:
questa fa piani i monti, i fiumi asciutti,
l'ardor toglie a l'estate, al verno il ghiaccio:
placa del mare i tempestosi flutti,
chiude il carcere a' venti e stringe il laccio:
quinci son l'alte mura aperte ed arse,
quinci l'armate schiere uccise e sparse.
Quinci ardire e speranza in tutti or nasce,
non da le frali nostre forze e stanche,
non da le navi, e non da quante or pasce
genti la Grecia, o da Germane e Franche.
Pur ch'ella mai non ci abbandoni e lasce,
non debbiamo curar ch'altri ci manche.
Chi sa come difende, e come fére,
soccorso a' suoi perigli altro non chere.
E ci giova sperar ch'a noi rlvolga
gli occhi suoi, per sua grazia, il Re superno;
e 'n veder serva la città si dolga
ov'ebbe a sofferir tormento e scherno:
e scuota il duro giogo, e i lacci sciolga
che le circonda il tenebroso inferno;
perché non resti il loco in vil servaggio,
ov'egli il mondo liberò d'oltraggio.
Ma quando ei di vittoria al fin ci privi
per gli error nostri, o per giudìci occulti,
chi fia ch'aver sepolcro o fugga, o schivi,
là 've i suoi membri già lascio sepulti?
Né già morendo invidia avremo a' vivi;
né morrem senza gloria, o pur inulti;
né l'Asia riderà del nostro pianto:
ché la morte ha corone e palme e canto.
Ma se tanto il tuo re la pace apprezza,
non offra pace vergognosa e grave:
però che tal da noi s'abborre e sprezza
più che la guerra non si fugge o pave;
comandi a gente a l'ubbidire avvezza,
ch'altro re non conosce, altro non ave;
e possedendo i propri regni a queto,
non faccia in santa impresa a noi divieto.–
Così rispose; e di pungente rabbia
la risposta ad Argante il cor trafisse.
Né 'l celò già, ma con enfiate labbia
si trasse avanti al sommo duce e disse:
–Chi la pace non vuol, la guerra s'abbia,
ché non mancan giammai discordie e risse:
e ben la pace ricusar tu mostri,
se non cangi sentenza a' detti nostri.–
Indi per l'aureo lembo il manto ei prese;
curvollo e fenne un seno, e 'l seno sporto,
così pur anco a ragionar riprese,
vie più che prima dispettoso e torto:
–O vincitor de le più dubbie imprese,
e guerra e pace in questo sen t'apporto:
tua sia l'elezione; or ti consiglia
senz' altro indugio, e qual più vuoi ti piglia.–
L'atto fèro e 'l parlar tutti commosse
a chiamar guerra in un concorde grido,
non attendendo che risposto fosse
dal magnanimo lor duce Goffrido.
Spiegò quel fèro il seno, e 'l manto scosse,
dicendo: –A guerra più mortal vi sfido.–
E 'l disse in atto si feroce ed empio,
che parve aprir di Giano il chiuso tempio.
Parve aprirlo al furor sanguigno, a l'onte
ed a Bellona, del flagel non parca,
e ch'abbia notte ne l'orribil fronte,
e ne gli occhi le furie, e 'n man la parca.
Tal era quel che monte impose a monte,
o chi torre drizzò d'error si carca:
e 'n cotal atto il rimirò Babelle
alzar la destra e minacciar le stelle.
Soggiunse allor Goffredo: –Or parti, e narra
al tuo signor che di venir s'affretti;
né ricerchiamo altra promessa od arra,
perché la guerra entro 'l suo Nilo aspetti.–
Ambo preser congedo, Argante inarra
dura notte co 'l ciel, co' propri affetti,
e co 'l proprio voler, che sì lo sferza,
ch'il destrier non avrà più dura sferza.
Indi, vòlto al compagno, è da lui ditto:
–Pur ce n'andrem, come pensasti, omai;
io a Gerusalemme, e tu in Egitto;
tu co 'l sol nuovo, io co' notturni rai;
ch'uopo di mia presenza, o pur di scritto,
esser non può cola dove tu vai.
Rendi tu la risposta; io dilungarmi
non vo' dal padre, e da' consigli ed armi.–
Così di messaggier fatto è nemico;
sia fretta intempestiva, o sia matura,
la ragion de le genti, o l'uso antico
s'offenda o no, poco ei vi pensa, o 'l cura.
Senza indugiar va col silenzio amico
de la tacita luna, a l'alte mura,
lasciando quelle d'Emaus a tergo,
e sprezzando le piume e 'l fido albergo.
Era la notte allor ch'alto riposo
han le onde e i venti, e parea muto il mondo:
gli animai lassi, e quei che il mare ondoso
o de' liquidi laghi alberga il fondo,
e chi si giace in tana, o 'n mandra ascoso,
e i pinti augelli ne l'oblio profondo,
sotto il silenzio de' secreti orrori
sopian gli affanni e raddolciano i cori.
Ma né Franco guerrier, né Franco duca
si discioglie nel sonno, o almen s'acqueta;
tanto e tale è 'l desio ch'in ciel riluca
omai l'aurora rugiadosa e lieta,
che lor mostri il cammino, e lor conduca
a la città ch'è quasi eccelsa meta.
Mirano ad or ad or se raggio alcuno
rischiara l'oriente oscuro e bruno.