LIBRO VIGESIMO
Usciva omai dal molle e fresco grembo
de la gran madre sua la notte oscura,
aure lievi portando e largo nembo
di sua rugiada prezïosa e pura:
e del velo scotendo il nero lembo,
spargea col vivo gel l'estiva arsura:
e i venticei battendo intorno l'ali,
i sonni lusingâr d'egri mortali.
E quegli ogni pensier che il dì conduce
tuffato avean nel dolce oblio profondo;
ma vigilando ne l'eterna luce,
sedeva al suo governo il re del mondo:
e da stellante seggio al Franco duce
volgea lo sguardo più lieto e giocondo:
quinci un segno mandò tra 'l giorno e l'ombra,
di raggio in guisa, ond'atro orror disgombra.
Non lunge a l'aurea porta ond'esce il sole,
è porta di zaffiro in orïente,
che sol per grazia avanti aprir si suole
che si disserri l'uscio al dì nascente.
Di questa escono i sogni ond'egli vuole
le tenebre illustrar d'umana mente.
Ed ora quel che al pio signor discende.
l'ali dorate in verso lui distende.
Sommo sol, il cui raggio è luce a l'alma,
e dolce ardor perché non giaccia e geli;
e voi che, sciolti da terrena salma,
rapti volaste ov'egli illustra i cieli;
qual sia gloria là su, corona, e palma
per me, con vostra pace, or si riveli,
come già lessi; e i gradi, e i cori, e 'l canto,
e ciò che in luce involve il regno santo.
Lunge siate, o profani, e voi che adugge
l'ombra di morte e 'l cieco orror d'inferno,
che ricercate pur latebre ed ugge
al peccar vostro ed al nemico interno:
e voi ch'il vano amore infiamma e strugge,
o l'odio indura al più gelato verno.
Ma chi di santo ardor mi purga il labro,
se l'opre or narro del celeste fabro?
Nulla mai visïon nel sonno offerse
imagini del ver lucenti e belle,
più di questa che a lui dormendo aperse
i secreti del cielo e de le stelle;
anzi i divini, e quasi in speglio ei scerse
misteri d'opre antiche e di novelle:
e 'nsieme gli apparì la terra e 'l cielo,
come in teatro a cui si squarci il velo.
Vide repente uscir duo vaghi Amori,
e quinci e quindi far contrario il volo,
e l'un girar con incostanti errori
la terra, e non partir da l'umil suolo:
e l'altro circondar gli eterni cori
del ciel sublime, e gir di polo in polo,
con ali più del sol lucenti e preste,
fabro immortal d'alta città celeste.
E quel facea là su mirabil opra
di chiarissima luce e d'òr serena,
ove notte non è che il sol ricopra
né 'l pigro verno i dì correnti affrena.
Questi fra noi, senza mirar di sopra,
a sua voglia formò città terrena,
e d'idoli e di mostri albergo e tempio,
tanto è diversa a quel divino esempio.
Egli primier parea de' sacri monti
con l'aratro segnar la terra intorno,
ed indur l'ombre dolci a' chiari fonti,
ove faccia al gran di lieto soggiorno:
e d'alte torri a le superbe fronti
far gran corona, e 'l suo edificio adorno:
e d'aurea pompa ornar la nova reggia,
ove pria s'invaghisce e poi vaneggia.
Quinci d'alto signor gli occhi lusinga
bellezza ignuda e senza velo o gonna,
perché a l'opra crudele il re costringa,
co 'l possente desio che in lui s'indonna:
e par che penitenza il muova e spinga
in antro oscuro, ove d'ignobil donna
pianga l'amore e i suoi diletti immondi,
e 'l sangue sparso, e d'altro umor s'inondi.
E quel medesmo al maggior figlio infiamma
di più iniquo desio più molle core;
e non si vide mai cervo né damma
cercar del rivo al più cocente ardore,
com'egli il refrigerio a tanta fiamma
cercando già di non concesso amore:
parte, di donna che si turba e piange,
appar l'onesto sdegno e 'l duol che l'ange.
Poscia lume celeste al cor gl'informa,
quasi pittor de le memorie antiche,
del più saggio figliuol la vera forma,
con tante sue non pure e non pudiche
illegittime fiamme, e varia torma
d'estranie donne e di mal fide amiche;
e tra quelle lascive e immonde gregge,
contaminata la paterna legge.
Quivi non solo incoronata il crine
di Faraon la figlia a lui si mostra;
ma settecento ancor quasi regine
quell'interno pittore ingemma e 'nostra;
le Idumee, le Sidonie, e le vicine
Cetee col re canuto in verde chiostra;
e quelle di Moab figura insieme,
e le figlie d'Amon, dannato seme.
Di pio, di saggio, empio diviene e stolto,
fra tanti amori il veglio e tanti scorni,
ed al vero suo Dio lo cor ritolto,
i falsi adora anzi gli estremi giorni.
Un bosco, un tempio è lor sacrato e c¢lto;
par che la diva Astarte ancor s'adorni:
sembran ne' sacrifici i fochi accensi,
e dintorno fumar gli arabi incensi.
Turbato il Re del cielo al culto indegno,
onde onora gli dèi falsi e bugiardi,
par che il minacci, e con paterno sdegno
a lui rivolga le parole e i sguardi.
Di manto in guisa alfine è scisso il regno,
tanto il giusto furor vien grave e tardi;
e pur sovente e questa parte e quella
si mostra a lui ritrosa, anzi rubella.
Altari e statue, e senza luce i boschi
alzati son sovra ogni eccelso colle,
e sotto a' rami più frondosi e foschi,
dal volgo nel piacer languente e molle:
e, come al suo splendor sian ciechi e loschi,
il vero culto al vero Dio si tolle.
La plebe in mille colpe erra e trascorre,
e 'n tutto ciò che il Ciel sdegnando abborre.
Più dura poi de la macchiata fede
vendetta par che lasci il regno afflitto,
ché di regi tesori avare prede,
fa, dispogliando il tempio, il re d'Egitto:
e con le spoglie d'òr, superbo ei riede;
l'altro riman com'era in ciel prescritto,
facendo, a tanto mal quasi restauro,
ne gli scudi il metallo in vece d'auro.
Ma né questo ned altro iniquo oltraggio,
né i regi avvinti di catene e spesse
volte a morte rapiti od a servaggio,
né di vergogna alte colonne impresse,
par che facciano il volgo al ver più saggio;
né 'l giogo pur che gli ostinati oppresse;
ma ribellante, e 'n lungo errar protervo,
or d'un idolo or d'altro il vile è servo.
Qui 'l dio dell'Ellesponto ha speco e selva
e simulacro, e 'l re lasciva madre
che a que' misteri è intenta, e si rinselva
fra le spelunche vergognose ed adre;
là Belzebub risponde, o mostro o belva
s'adora, e d'alto ciel sublimi squadre,
o 'l sol che pien di scorno il dì n'apporta,
o la strada de' segni obliqua e torta.
Nel tempio istesso ove il Signore alberga,
cavalli ha il Sol, Baal profani altari:
e perch'altri gli atterri e gli sommerga
e ne scacci gli dèi d'Averno avari,
par che di nuove macchie ancor s'asperga,
né laverian senza sua grazia i mari;
ma risorgon le statue e 'n verde spoglia
questo e quel bosco inciso ivi germoglia.
E fantasmi a fantasmi, e larve a larve
succeder gli parean, com'onde in fiume;
e sempre che una imago a lui disparve,
l'altra s'offerse al più verace lume.
Distrutto il tempio e rinovato apparve,
mutata è stirpe a' regi e lor costume:
e di gente Idumea nel seggio antico
assiso il re del grande imperio amico.
Quinci il terreno amor d'augusta lode,
amor di regno e di caduca altezza,
sospinge a l'opre nuove il forte Erode,
che le sue antiche leggi abbassa e sprezza.
Egli ama, anzi arde, e per dolor si rode,
tutto infiammato di mortal bellezza.
Pria sparge il giusto e poi 'l femineo sangue,
e, d'amore egro e d'odio, invecchia e langue.
Poi gli parea veder turbato il sole,
quasi tenebre a tutti il ciel pareggi;
e ruine minacci eterna mole,
al varïar de le sue certe leggi:
e la terra tremar, ch'egra si duole,
rendendo l'alme a' lor celesti seggi:
e i monti al duro crollo, e i marmi ha scissi,
ed aperti i sepolcri e i ciechi abissi.
Guerra aspra alfine e fame orrida e tetra,
e crudeli vivande, e morti e scempi,
e di giustizia che vendetta impetra,
vedea Goffredo i più temuti esempi;
né pietra rimaner congiunta a pietra,
e 'l popol già fedel servire a gli empi,
disperso oltra l'Eufrate, oltra l'Idaspe,
a la Caucasea porta, a l'onde Caspe.
E dove fece il Re del ciel sanguigna
la sua corona e fèra morte il morse,
marmorea (ah vituperio!) alzar Ciprigna,
lasciva dèa, nel sacro monte ei scorse:
e la statua di Giove, opra maligna,
non lontana appari dov'ei risorse:
e dove giacque in fasce, il ver rassembra
il vago Adon con lascivette membra.
Tali immagini e tante ha in sonno offerte
il divin sogno a quel signor pietoso,
che le luci de l'alma in sé converte,
mentre è da l'opre esterne almo riposo.
Quando ecco al ciel son già, tonando, aperte
l'eccelse porte ov'aspirò bramoso:
e città nuova or da' celesti regni
scende, perch'ei v'ascenda e 'l varco insegni.
Come sposa real che in gioia e 'n festa
le prezïose pompe altrui dispieghi,
e 'l suo candido seno e l'aurea testa
di rare gemme e d'òr circondi e leghi,
fa con le grazie di beltate onesta
che ogni alma ad onorarla inchini e pieghi,
così parea quella cittade adorna,
che di luce immortal mai sempre aggiorna.
Al diaspro quel lume era sembiante,
ed al cristallo in cui lo sol fiammeggia:
grande ed alto il suo muro, e poscia od ante
maggior non sorse, e solo ei sé pareggia.
Dodici porte avea, tre vêr levante,
tre vêr l'occaso la sublime reggia,
tre son vòlte al piovoso e nubilo Austro,
l'ultime tre converse al freddo plaustro.
Un angelo vedea del sommo coro
che ciascuna di lor guarda e difende;
e 'l nome antico, scritto in bel lavoro,
de' figli d'Israel quivi risplende:
porte di bianche perle e piazza ha d'oro:
tutto e diaspro quanto il muro estende:
di varie gemme i fondamenti illustri
sono, ognor saldi al varïar de' lustri.
Quivi è l'iaspe il cui splendor rinverde,
e 'l ceruleo zaffiro il ciel simiglia:
e 'l calcedonio impallidisce e perde,
qual lume suol che a leve umor s'appiglia.
Vince il lieto smeraldo il più bel verde,
e 'l sardio sparge ancor luce vermiglia,
ma sol di sangue ei si colora e tinge;
seco il sardonio i tre color dipinge.
Raggi d'òr vibra e d'òr vaghe faville
il crisolito, e v'è il berillo ancora:
e tutte avanza al sol chiare e tranquille
gemme il topazio, e 'l suo cilestro indora:
e 'l suo bel verde pur d'aurate stille
asperge il crisopasso e quasi irrora:
sembra il giacinto l'aria; e l'ametisto
come di rosa e di vïola è misto.
Di varia luce fiamme ardenti e vive
parean confuse, e colorati i raggi;
e de l'Agnello il nome in lor si scrive,
e de' dodici fidi alti messaggi.
D'uopo non v'è di sol ch'il giorno avvive,
girando per gli obliqui erti viaggi;
o pur di luna che ora scema, or cresce,
varïando il suo albergo in Tauro, o 'n Pesce.
Ma da lume divin dolce conforto
la città prende, e di tempesta e guerra
l'Agnel mostra la pace, e quasi il porto
ch'invan si cerca, e non si trova in terra.
L'Agnel che non ci varia occaso, od òrto,
né per distorte vie si volge ed erra;
né quelli a cui sparisce il Carro e l'Orsa,
de la sua luce e de la gloria inforsa.
Porta non vi si chiude, e notte oscura
mai non vi sorge e non le adombra 'l seno.
I regi de la terra in lei sicura
fanno sua strada a lo splendor sereno.
Non v'entra gente maculata e 'mpura,
che sparse il sangue o distemprò veneno;
non v'adorna menzogna inganni o falli,
né d'idolo superbo alti metalli.
Ma i duci invitti e' gloriosi Augusti
vi portano auree spoglie e ricche salme,
domi i tiranni d'Orïente ingiusti,
e v'offron trïonfando e pompe e palme
d'Assiri, e d'Indi, e d'Etiòpi adusti,
scritti nel libro il qual dà vita a l'alme;
tempio non vede, o morte in cieco avello;
Dio vivo è 'l tempio, e 'l suo lucente Agnello.
Lutto non ode in lagrimose note
ne la città ch'è tutta eguale e quadra,
ma laude e canto: e Chi sol vuole e pote,
con aurea canna la misura e squadra:
Egli medesmo a le stellanti rote,
luce agguagliando ad ombra oscura ed adra,
numera i giri, e 'l lor cammin rotondo,
e sol libra la terra e folce il mondo.
Poscia un fiume vedea di lucide onde
fender l'alta città quasi per mezzo,
più bel del Nilo, ove il principio asconde,
o d'altro ch'al ciel mandi il fumo e 'l lezzo:
che dal seggio divin, tra fronde e fronde,
esce odorato, mormorando al rezzo:
fa il legno de la vita i frutti e l'ombre,
e par che quella sponda e questa ingombre.
Quinci veder pareagli in riva a l'acque
d'angeli un nembo che lampeggia e vaga;
quindi l'umano stuol ch'infermo giacque,
e vi risana di vetusta piaga;
qual dove d'alta selva agli occhi piacque
fiorita vista, o d'un bel rio ch'allarga,
volano infra le foglie augei dipinti,
e l'api tra narcisi e tra giacinti.
Parea Goffredo a quel piacer contento,
ch'ogni altro suo pensier dal core avulse;
quando più lampeggiò senza spavento
il ciel, ch'al suo valor non diè repulse:
e luminosa più di puro argento
e d'or fino alta scala indi refulse,
stesa da l'ime parti a le superne,
e tutta fiammeggiò di luci eterne.
Qual discendea, qual v'ascendea poggiando
de gli angeli del ciel sublimi e snelli,
che non ebber di la contesa o bando,
e parean mescolarsi e questi e quelli.
Da l'altra parte il santo Amor volando,
stendea catena di gemmati anelli:
egli fu 'l mastro; ei le belle alme avvinse,
e tutte a sé rapite a Dio le strinse.
Quegli or la scala rimirava, or queste,
pur quasi gemme in bel lavoro e nodi,
d'occulto lume e di splendor celeste
lucidi e sfavillanti in vari modi.
Non vanti Grecia omai l'opre conteste
da' falsi divi e le bugiarde lodi;
e Venere e 'l suo drudo avvinto or taccia:
ch'a questa il mondo stesso e 'l ciel s'allaccia.
Di Goffredo fu rapto al ciel repente
lo spirto in sogno; e d'ogn'intorno ei scerse
un bel sereno candido e lucente,
tutto d'auro e di stelle ivi cosperse:
simile a quel candor d'alma innocente
a cui nel Capricorno 'l ciel s'aperse;
se questo è l'uscio onde varcar si creda
mente che peregrina a Dio sen rieda.
Goffredo in quel sublime eterno loco
maravigliossi, ove il suo amor sortillo;
e dentro al lume di celeste foco
vide un guerrier, quasi nel mar tranquillo;
e 'n suono, a cui saria stridente e roco
qual più dolce è quaggiù, parlare udillo:
–Non riconosci (e lo chiamò per nome)
il padre Eustazio a le canute chiome?–
Ei risponder pareva: –Il nuovo aspetto,
che di luce e d'onor se stesso avanza,
pur tardi raffiguro, e dentro al petto
già sento del mio amor l'antica usanza.–
Circondò poi con dolce e caro affetto
tre volte il collo a l'immortal sembianza;
e tre fiate la divina imago
rassembrò spirto leve od aër vago.
Sorridendo ei dicea: –Come tu credi,
non son più cinto di terrena veste,
ma nudo spirto e pura forma or vedi;
la spoglia incenerita al mondo resta.
Qui di città celeste adorne sedi
il Re superno a' suoi fedeli appresta.
Qui avrai (ma tardi al tuo desio, m'avveggio)
co' tuoi fidi compagni eterno seggio.
Qui non di lauro e non di fiori e d'erba,
onde il mondo bramò pregi e ghirlande,
ma di giustizia a te s'ingemma e serba
corona, o figlio, luminosa e grande:
l'altra ch'ornar potria fronte superba
la dove mortal fama il volo spande,
rifiuterai, so certo; e non t'incresca,
perch'indi la tua gloria in ciel s'accresca.
Ma perché più lo tuo desire avvampi
ne l'amor di qua su, piu fiso or mira
questi lucidi alberghi, e i vari campi
di tante spere, e chi gl'informa e gira,
e de gli angeli i raggi e i chiari lampi,
e 'ntanto ascolta la celeste lira,
e d'angelico suon la chiara tromba:
ecco Dio che rifulge e già rimbomba.–
Già sovra 'l sole e la stellante chiostra
è posto di smeraldo un seggio in alto,
in cui le due nature il Re dimostra,
tinta l'umana di sanguigno smalto.
l'iride santa in giro al soglio inostra
segno di pace, e nol perturba assalto.
Seggion, d'òr coronati, intorno i vegli
con bianca stola intra lucenti spegli.
Folgoreggiando uscìan del seggio eterno
fulmini e foco, spaventosi in vista,
e voci, come tuoni a mezzo il verno,
correan per l'aria tenebrosa e mista.
E sette lampe avante al Re superno
il cui santo splendor nulla contrista,
spiravan dolci spirti e chiare fiamme,
onde l'alma s'illustri e 'l cor s'infiamme.
E di ceruleo vetro un mar più largo
di quello onde il Centauro a noi pervenne,
o d'altro che solcasse o Scilla od Argo,
o di quanti portâro al lido antenne,
ondeggia incontra: e con mill'occhi d'Argo
hanno i quattro animai dipinte penne:
ciascun sei ali spiega, e 'n varie forme
par ch'intorno a quel seggio il vero informe.
Pur davanti a la sede un lume accenso
di sette, come stelle, ardenti faci,
un altar d'oro illustra, e spira incenso
odorato di lodi a Dio veraci,
da cui perde la Musa, e perde il senso,
perdono tutti i pensier nostri audaci,
né bastar ponno adamantine lingue;
ma 'l Suo spirto le spira e 'l ver distingue.
D'altro lato apparian le spoglie eccelse
del superbo dragon che pur contrasta;
e tante stelle al suo cader divelse,
da Michel vinto al fulminar de l'asta:
e di chi ribellando in guerra ei scelse,
sparsa la parte temeraria e guasta,
vacue le sedi, e rotti i carri e i vanni,
e del gran precipizio antichi danni.
E 'l trofeo de la Croce, e 'l sangue sparso
de l'uom che vince e 'l suo morir perdona,
rai purpurei spargendo, è quivi apparso
con pungente di spine aspra corona:
con l'altre sue, che nulla avaro e scarso
de le sue grazie, altrui comparte e dona,
d'oro e di raggi, e co 'l natio diadema
di pura umanità gloria suprema.
Maria, di sol vestita, ha il crine adorno
d'alta corona di lucenti stelle;
e sotto i piedi è l'uno e l'altro corno
de la candida luna: e, quasi ancelle,
le celesti virtù le sono intorno,
pure, leggiadre, grazïose e belle.
Ella da gli occhi e dal suo casto grembo
versa di mille grazie un dolce nembo.
Sembran gli angeli eterni augei volanti,
e nove rote fan col terzo giro,
vari di nome e d'opre e di sembianti;
e i più beati a Dio via più s'unîro:
e di sua luce han gloriosi ammanti,
men gli altri che più lunge il ciel sortîro:
l'un l'altro illustra e i doni altrui comparte,
transfusi da sovrana ad ima parte.
Da coronata fiamma 'l primo Amore
cospargea, sfavillando, a' primi cerchi
più chiara luce e più soave ardore,
e grazia che non scemi e non soverchi.
Perché di grado in grado al sommo onore
l'infimo si pareggi e più non cerchi,
ma, contento, il Signor ch'il mondo folce,
lodi con armonia sonora e dolce.
Come fremito d'a cque e di torrenti.
precipitando per montagna alpestra,
o mormorar de' più sereni venti
via più rimbomba a la magion silvestra:
così mai non cessâr divini accenti
lodando il re da la possente destra,
de le vendette il Dio nel santo carme,
che vince e dona e toglie i regni e l'arme.
–Santo Signor, Santo (gridâro) e Santo
de gli eserciti Dio, temuto in guerra;
piena è la terra di tua gloria, e quanto
ella nel giro suo circonda e serra.
Non rimbomba caggendo il Nil cotanto,
il Nil ch'esce più volte e va sotterra;
e se i vicini a quel rimbombo assorda,
è perch'il senso umano e 'l suon discorda.
Ma concorde armonia con dolci tempre
da pure menti è su nel cielo intesa,
dove non è giammai chi turbi o stempre
i lumi o i cori, o faccia a l'alme offesa.
Quivi par che misuri 'l corso e tempre
il sol rotando la sua lampa accesa
tra fiamme ardenti e lucidi cristalli,
e faccia al Re del ciel concenti e balli.
Con cento nomi, in cento suon diversi,
il gran Re de le stelle ivi s'adora:
e 'n angeliche note i santi versi
l'alta reggia del ciel fan più sonora.
“Tu 'l Bello e l'Un: tu Luce, e luce versi,
tu sol, tu stella sorta anzi l'aurora:
tu foco e fiamma sei, che l'alme accendi:
tu, santo Amor, ch'a noi per noi discendi.
Tu de' secoli il Re: tu sei 'l Vetusto
e 'l Novissimo: tu Principio e Fine:
e la Giustizia ancor, non pur il Giusto:
Forza, Mente, Ragion d'opre divine:
mezzo fra 'l Padre e il peccatore ingiusto,
che ritogli a l'Inferno alte rapine:
tu Vita, ch'empia morte assorbe e strugge:
e Salute, onde l'alma a Dio rifugge.
Tu Verita, tu Via, tu Porta e Tempio:
sacerdote ed agnel: leone ed angue:
pastor: medico pio, ch'il fèro scempio
soffristi, e per altrui versasti il sangue:
tu Imago eterna, e de l'Imago esempio:
ristoro e pace a chi guerreggia e langue:
e Pietra, e Fonte, e Fiume, ed umil Verme:
Vite d'uve feconda, e Fiore, e Germe.
L'Altro e l'Istesso: or grande il mondo accogli
nel pugno, or vuoi ch'un picciol cor ti copra:
simile e dissimìl, che leghi e sciogli
Satàn rubello: e vai sotterra e sopra
il ciel trionfi, e 'l tuo mortal dispogli,
poi il rendi eterno, e premi 'l merto e l'opra:
Re de' regi e dator di sante leggi;
Dio degli dèi, che sol puoi tutto e reggi”.
Mentre il sonno al buon duce i sensi lega,
de gli angelici canti 'l dolce suono
sveglia la mente, ond'ella e loda e prega
e 'mpetra a sé vittoria, a' suoi perdono.
L'alta gloria de l'alme indi si spiega,
ch'ebber d'eterna grazia il santo dono;
e' n novo ordine pur diviso assembra
l'altro che non vestì terrene membra.
Qual di purpuree rose e di sanguigne
qual di ligustri avea corona a' crini;
altri il pallor, che l'umiltà dipigne
ne le vïole, illustra a' rai divini.
Ma tutte risplendean l'alme benigne,
con la stola di gloria in bianchi lini,
quasi in manto di luce; e un verde ramo
mostra ciascun dietro al vetusto Adamo.
Come s'in orïente il dì rinasce,
e di candida luce il ciel s'inalba,
splende con bianche e con dorate fasce,
fra rugiadose nubi 'l sole o l'alba:
così ne' raggi par s'ammanti e fasce
la stirpe nata innanzi il regno d'Alba,
a cui già s'ombreggiava il lume occulto
pria che 'l vel rimovesse il re sepulto.
Tronco avea di fin'òr fondato e saldo
la pianta che sorgea d'alta radice,
e i rami frondeggiâr quasi smeraldo,
facendo 'l rogo a l'immortal Fenice.
Spirava, ardente d'amoroso caldo,
nel grand'arbor di Jesse aura felice:
e germogliava il fiore a cui tranquilla
l'onda di santo fiume il crine instilla.
Era da questa parte a l'ombre assiso
il duce d'Israel co' regi invitti;
e color che nel regno in sé diviso,
fûr di percossa o d'aspro giogo afflitti;
ma quei ch'illuminò l'Agnello anciso,
rimovendo i sigilli a' nomi inscritti,
sedeangli incontra in coronata chioma.
famosi Augusti de la nobil Roma.
D'eterni seggi, e di colonne e d'arme,
e di scettri e corone 'l lume abbaglia;
né qui sono i metalli impressi e i marmi,
né rigido diaspro ancor s'intaglia
d'imprese occulte e di leggiadri carmi,
o di vago trofeo d'alta battaglia:
com'ivi sculta e prezïosa gemma,
ch'in sacre note i suoi misteri ingemma.
Ne l'alto suo pensier, qual sole in vetro,
sembravan fiammeggiare i raggi interni;
e 'l padre dir parea: –Qual grazia impètro
teco dall'alto Re de' regni eterni?
Ch'abbi lui visto in pura luce, e Pietro,
il cui splendore a pena omai discerni:
mira le sante chiavi, e mira appresso
Lino e Clemente pur nel giro istesso.
Mira i più celebrati in sacra istoria:
Silvestro, a cui d'Italia il don si fece,
ch'assai d'invitto imperator si gloria,
più del signor ch'ivi è di Pietro in vece.
Mira la il Magno, e l'immortal vittoria,
per cui di nuovo trionfando ir lece
de l'avaro Satàn; e l'alma augusta
traslata al ciel ove ogni grazia è giusta.
Mira vacue le sedi alte e lucenti,
e di gloria immortal sacri diademi,
là 've poi saliran Paoli e Clementi,
ne' secoli più tardi e quasi estremi.
Nel settimo parran smarriti e spenti
i rai del sol, non che turbati e scemi:
cieca Roma, orbo il mondo, e preso il tempio,
ch'è di questo immortal sereno esempio.
Egli medesmo poscia orna e circonda
l'augusta chioma di corone e d'auro,
rara clemenza! e di sue grazie abonda,
e di quel suo celeste ampio tesauro,
acciò ch'il vincitor la terra e l'onda
trascorra, e domi il fèro Scita e 'l Mauro:
e penitente, anzi gli stremi giorni,
più che di gran trionfo il cielo adorni.
Ma poi che giunto a la sacrata verga
l'ottavo sosterrà di Pietro il manto:
dal ciel richiameralla, in cui s'alberga
con la giustizia e con la fede accanto:
pria cèrco avendo, ov'il sol chini o s'erga,
come suol messagger del regno santo;
che loco in terra d'illustrar non lascia,
fra gli estremi del mondo ond'ei si fascia.
Né Pio, fra gli stellati eterni seggi
fia più di gran vittoria in ciel contento;
né di mole ch'Olimpo alta pareggi,
Sisto a l'opre laggiù pietose intento;
che d'aver dato a le severe leggi
chi suo rigor contempre e suo spavento;
padre a' regi e pastor, sostegno al mondo,
ministro a Dio ch'in lui n'appoggia il pondo.
La Francia, adorna or da natura e d'arte
squallida allor vedrassi in manto negro,
né d'empio oltraggio invïolata parte,
né loco dal furor rimaso integro:
vedova la corona, afflitte e sparte
le sue fortune, e 'l regno oppresso ed egro:
e di stirpe real percosso e tronco
il più bel ramo, e fulminato il tronco.
Ei solo (oh quanto lunge a' tempi nostri
trascorro!) ei solo il re può dare al regno
e 'l regno al re, dòmi i tiranni e i mostri
e placarli del Cielo il grave sdegno.
E i duo nepoti eletti ai lucid'ostri
chiama, onde l'uno e l'altro in prima è degno:
nunzi o ministri, e fidi, e gravi, e saggi,
che spargeran de le sue grazie i raggi.
Roma che rimirò nel secol prisco
duo soli, e maraviglia e timor n'ebbe,
come vedesse in ciel spavento e risco,
tanti soli scorgendo, or che direbbe?
Nel cui lume affissarti a pena ardisco
tanto lor gloria al sommo sol s'accrebbe
ch'è vivo fonte pur che luce infonde,
e rai sparge e faville in fiume e 'n onde.
Quinci ne' sacri regi ella deriva:
e, se terreno affetto in mezzo e posto,
qual luna suol ch'al sommo cielo arriva
ed abbia il maggior lume incontra opposto
l'augusta gloria imbruna, e fosca e priva
quasi d'onor, tiene il suo raggio ascosto.
Questa è l'ecclissi in ciel, ch'in nubi e 'n ombra
la real maestà sovente adombra.
Mira come s'offusca (ahi terra avara!)
dianzi nel padre, ed or nel figlio Enrico:
ma volgi gli occhi ove più bella e chiara,
risplende in quel sì grande a Cristo amico,
ch'a' rai del suo Vicario arda e rischiara
il mondo tutto; e lascia il seggio antico.
Quel, fiammeggiante in guisa di piropo,
è Costantino; e 'l buon Teodosio è dopo.
In quel gran seggio, ov'è la santa Libra
in cui la terra in lance e 'l mar si pone,
Giustiniano è quel ch'il mondo libra,
tutto di palme adorno e di corone.
Ne l'altro Foca: appresso i raggi vibra
il magnanimo Carlo e 'l primo Ottone:
oh quante cose astringo in picciol fascio,
e quanti nomi illustri addietro lascio!
Però ch'a dipartir n'affretta il tempo,
ed il sol, che i mortali omai richiama
là giuso a l'opre, ove regnare a tempo,
figlio, devrai con glorïosa fama:
poi qui, dov'io men vivo e non m'attempo,
tornare al ciel che ti conforta e chiama:
e gran sede prepara a l'alma stanca,
in cui di lucide ali 'l cigno imbianca.
Tu sei quel cigno, anzi il morir sì lieto
d'un bel presagio a cui non sorse eguale;
e dal regno terren senza divieto
al ciel dispiegherai le candide ale:
poscia (conserva al cor l'alto secreto)
là dée regnar il tuo fratel mortale:
e, vòlta a Dio la faccia, al mondo il tergo,
a te qui salirà ne l'aureo albergo;
perché di Leda i favolosi figli,
ch'antica fama uniti in ciel figura,
la nuova età non lodi 'nfra perigli
de la tempesta e de la notte oscura:
ma 'l vostro esempio e i vostri alti consigli
segua, dove minaccia aspra ventura:
e gemino voi siate e vivo lampo,
ch'altrui risplenda in tempestoso campo.–
Appresso gli apparian, quasi congiunti,
tre seggi e quattro, in cui nessuno asside;
ma quasi raggio che turbato spunti,
la gemma de l'estremo ombrata ei vide.
Questi de' sette regi, a' primi aggiunti,
avranno (udì) l'alme devote e fide.–
Parte il ciel si turbava, e fiera pioggia
cadea di sangue in disusata foggia.
Dir parve il padre, e non col viso asciutto
(se per pietate in ciel si plora e geme):
–Ahi! di regno infelice, e pur distrutto,
caduta è la corona e spento il seme.
Non ricercar de' tuoi l'amaro lutto,
e le percosse e le ruine estreme.
Non rimirar la giù le statue ignude,
come ciascuna par che pianga e sude.–
Poi, qual di tomba tenebrosa, o d'arca,
uscì dolente e lacrimosa voce,
e di donna sembrò, che si rammarca:
–Preso è 'l sepolcro e svelta in me la croce;
macchiato il tempio, e d'infedel monarca
sostegno, orba regina, il giogo atroce.–
Tuoni di voce allor quasi lugubri
scorrean da l'Ellesponto a' lidi rubri.
Di novo il sol con vergognosa fronte
mirar pareva, e con turbate ciglia
soffrir gli oltraggi di catene e l'onte
di Sion, mesta e nubilosa figlia;
e 'n Acra alzarsi e ne l'opposto monte,
non più la croce del Signor vermiglia;
ma de l'Egitto la superba insegna,
e 'l trofeo di Satàn, ch'è sciolto e regna.
Poscia di fiero colpo il sol percosso
vedeasi in vista spaventosa e negra.
E le stelle cader dal ciel commosso,
né rimaner là su la spera integra:
fervido il mar di Tracia e tinto in rosso;
il lido e 'l campo omai simiglia a Flegra:
e schiere di giganti orribil corso
fanno, con testa di serpente e d'orso.
Grande e terribil drago or vola, or serpe
e sparge fiamme, e versa il tosco, e fischia
dintorno a la gentile antica sterpe,
dove l'aquila annida, e pur s'arrischia.
Co' nodi avvolta è la tartarea serpe
a quel sacrato augello in fiera mischia.
Lo scaccia alfin dal nido ingombro e guasto,
e due regni divora: ahi fiero pasto!
Oltra i mari, oltra i monti, il fosco e l'aura
del tenebroso ciel trapassa e fende
l'augel volante, e 'l nido orna e restaura
dove ricovra, e 'nsino al cielo ascende.
Ed a due capi alte corone inaura;
l'ali al Borea, a l'Occaso innalza e stende,
e i popoli e i paesi a l'ombra ammanta,
e chi d'antica libertà si vanta.
Al gran sol di giustizia il chiaro sguardo,
e i figli coronati a prova affisa,
al cui volo sublime ogni altro è tardo
sovra la terra ch'è del mar divisa;
né vola al segno mai saetta, o dardo,
com'ella al ciel, né l'è sua via precisa:
e mentre gira pur di cerchio in cerchio,
nulla s'abbaglia a lo splendor soverchio.
Mira Goffredo, e de' guerrieri egregi
spirti far gli parean lucente rota;
e per fama ei conosce i nomi e i pregi,
s'è pur d'alcun l'alta sembianza ignota.
Quivi Ugon risplendea, da' Franchi regi
nato, e Goffredo il zio, l'alma devota:
e de la gente d'Azio a tutti innanzi
Guelfo apparia, che si partì pur dianzi.
Seco girar parean, qual fiamme accese,
l'alme de' prischi eroi, nel ciel consorti,
cbe per l'Italia in onorate imprese
piaghe soffrîro e glorïose morti:
e del barbaro orgoglio a l'aspre offese,
fûr quasi scogli in mar turbato, o porti:
Caio, Aurelio, Foresto, il nuovo Ettorre
contra Attila, e di guerra eccelsa torre.
Il luminoso cerchio in giro volve
Acarino, il primo Azzo, il pio Germano,
che trionfâr di lei che 'l vel dissolve,
con piaghe adorne di splendor sovrano:
di sua luce Aforisio ancor s'involve,
vincitore altri d'Unno, altri d'Alano,
d'Erulo altri o di Goto; e par che segua
Valerïano il padre, e 'l padre adegua.
Già de gli schiavi il vincitore Ernesto
ancor fiammeggia infra l'eterne luci:
e tu, al Lombardo re grave e molesto,
quivi, Adoardo, al pio signor riluci.
Enrico e Berengario il bel contesto
adorna; e dopo gli altri invitti duci,
Ottone e i figli; e già con lor rotando
Patrizio, Belisario, Anselmo, Orlando.
Traslato in maggior tempio, allegro or gode
Americo de' suoi ch'in terra ei lassa,
dove le rive il Po distringe e rode,
la cui forma co 'l mondo ancor trapassa:
molti Azzi han seco in cielo eterna lode,
verso di cui l'umana e vile e bassa,
e Tedaldo, e Matilde ancor si vela
di casta luce, e fra gli eroi s'inciela.
E tra il chiaro candor del puro latte,
e l'acceso del foco e vivo raggio,
trionfa or co' Normandi, e non combatte,
né v'è sdegno fra lor di vecchio oltraggio.
Aure o fiamme già mai non fûr sì ratte
né sol girando obliquo erto vïaggio,
come girar parean Latini e Franchi,
pronti e leggieri a' pensier gravi e stanchi.
Poi vedea quei che a la spietata rabbia
far contrasto solean del Mauro infido:
e spesso gli serrâr quai fère in gabbia,
o vinti gli cacciâr di lido in lido.
Ruïdiàs il primo: e par ch'egli abbia
compagni di gran nome e d'alto grido.
Vedea de' Greci alme lucenti e vaghe,
contente in ciel de l'onorate piaghe.
Ma pur volger pareva al pio guerriero
gli occhi già stanchi e di mirar non sazi,
là 've, poi che avrà pieno il corso intero
de la vita mortale e i brevi spazi,
alma real degnissima d'impero
dée seder fra smeraldi e fra topazi.
–Quei seggi (disse il padre) il cielo estolle
a la stirpe che a l'altre il pregio tolle.
Da l'Austro il nome, e 'ncontra l'Austro avranno
ne l'estreme del mondo avverse parti,
corone e scettri, oltre il cammin de l'anno
e del sole, ove i raggi appena ha sparti:
non fia de l'Occidente empio tiranno
che non tremi il valor, e l'armi e l'arti;
e dal destro d'Europa e dal sinistro
lato, gloria daranle Ibero ed Istro.
Né prole augusta mai sì nobil parto
di tanti re, di tanti eroi vi scorse,
com'ella poi ch'il sesto appresso il quarto
vedrà regnar fra le Colonne e l'Orse,
ed oltre. E te da' tuoi nulla diparto,
né d'altro successor la mente inforse,
né mèta a quel valor, né pari al seggio,
né confine a l'imperio in terra io veggio.
Di questa nascer dée l'invitto Carlo,
promesso a lei da' lumi erranti e fissi,
anzi da Dio, ch'altrui vorrà mostrarlo,
qual raggio suo, dopo l'oscura ecclissi.
Farà più bello il mondo; e ciò che io parlo
è breve stilla d'infiniti abissi;
e stenderà l'imperio e quinci e quindi,
vittorïoso, a' Mauritani, a gl'Indi.
Già sin ora tremar gli antri profondi
veggio d'Ercinia e de l'antica Ardenna;
e i regni di Baldacco, e i templi immondi,
e l'arca infame di cadere accenna:
e ne l'ampio Oceàno in novi mondi,
dove or non spiega il volo ardita antenna:
muto è l'idol bugiardo a plebe inferma,
o 'l precipizio, mugghiando, afferma.
Carlo che avrà portato il grave incarco
del mondo che ruina alfin minaccia,
in quel sarà c'ha le colonne, e 'l varco,
perché d'Alcide il corso omai si taccia:
benché Lerna spaventi al suon de l'arco,
e plachi 'l bosco d'Erimanto in caccia:
né tanto ei circondò d'estrania terra,
mostri domando, o pur tiranni in guerra;
né Bacco, il qual frenò da l'alto giogo
di Nisa al carro suo l'orrida tigre,
né quel che pose a' Persi 'l duro giogo,
e correr fece servi Eufrate e Tigre:
né Cesare, o Traian; ché tempo, o luogo
non manca a l'o pre del valor impigre.
E dubbi siam, restando ove combatti,
stender virtù con gli animosi fatti?
Là vedi il trono, e vedi inscritto il nome
di Ferdinando e del gran figlio eletto,
perché gli empi rispinga e l'aspre some,
sin che muoia il dragon da rabbia astretto:
e di Rodolfo a cui le sacre chiome
veder di gloria incoronate aspetto
e di tanti altri, a cui virtù divina
ed origin celeste i regi inchina.
In quell'età non fia maggior sostegno,
che 'l barbaro crudel ritenga a bada,
d'Alfonso invitto; e quell'imperio 'ndegno
vincer potria con l'onorata spada:
nato a gli onori, a le vittorie, al regno,
mostrerà di valor sublime strada;
né man più forte o degna ha palma o scettro,
o sì grand'alma in ciel lucido elettro.
Lasciam le caste e glorïose donne,
schiera d'un bel silenzio assai contenta;
e d'alto soglio mira alte colonne,
onde l'eternitate il ciel sostenta:
per cui varca la fama, e non assonne,
ben che la vita sia caduca e spenta:
né fôra egual sostegno Abila e Calpe
a tanto onore, ovver Pirene ed Alpe.
Là di vittorie e di corone adorno
(se pur vita mortale in terra è lunga)
farà veglio Filippo al ciel ritorno.
Dov'egli gloria a la sua gloria aggiunga;
poi che avrà sparso il suo gran nome intorno,
ovunque i regni estremi il mar disgiunga,
domi popoli, genti, e regi avversi,
vinti in terra i nemici, e 'n mar dispersi.
Altri salvati, altri d'incerte e false
leggi d'error conversi al proprio culto,
ed illustrato in mezzo a l'onde salse
con l'arme e con la fede il vero occulto;
là dove Alcide a trapassar non valse,
né 'l Greco che fu errando in mar sepulto,
o nave che afferrò con duro morso
Asia od Europa, o sciolse altronde il corso.
Veggio sul lido estremo al polo alzarsi,
non pur su quelli onde fu domo Anteo
e 'n fiammeggianti stelle altrui mostrarsi
la croce, eterno al Re del ciel trofeo.
Veggio altri lumi a' naviganti apparsi,
poi che Boote e 'l carro in mar cadéo.–
Ma chi sommerge e scaccia infida turba,
che tutti i nostri lidi omai perturba?
Angelo par, che tenga al freno avvinto
Euro con Austro, e che gli schiuda e sciolga.
Angel certo è, di zona in guerra accinto,
e dà vittoria ove secondo ei volga.
L'altro ha la verga; e d'ostro e d'òr dipinto,
par che sparga le nubi o pur le accolga.
Il terzo co 'l tridente arde e sfavilla,
e fa l'onda turbata e poi tranquilla.
Paiono isole o selve, in torbida onda
d'arbor volanti; e 'l mar s'innalza e mugge.
Chi tante navi prende, e parte affonda?
altre n'infiamma, e vincitor distrugge?
Vola intorno a' trofei di sponda in sponda
l'aquila imperïosa, e 'l leon rugge:
cerca 'l drago crudel speco o latebre:
copre Bizanzio ed Asia orror funebre.
La regina del mar di lucid'ostro
lieta risplende, e mille tempi alluma,
e de' sacri animai gli artigli, e 'l rostro
loda, e quel suo che i vanni al volo impiuma
E Partenope ancor del vinto mostro
canta la fuga, e 'ncende odori, e fuma:
Roma rinova le sue antiche pompe
al glorïoso, che l'incontra e rompe.
Di Gedeone ancora il puro vello
quivi i sacri misteri alfin rinova.
Ma qual pria narrar debbo, o questo o quello,
di tanti eroi che 'l porteranno a prova?
E i nomi ignoti di splendor novello
farà lucenti in bella etate e nova?
Te, Cosmo invitto, al tuo splendor conosco,
o saggio fondator del regno Tosco.
Tu c'hai del mondo 'l nome, e 'l ciel riempi
de la tua fama, e 'l fai più adorno e chiaro,
a' tuoi figli darai sublimi esempi
da sprezzar Dite ed Acheronte avaro;
vincendo quei che ne gli antichi tempi
statue o colonne a la giustizia alzâro:
e mentre lieto corre e l'Arbia e l'Arno,
catenato il furor si rode indarno.
Ma Ferrando, al cui saggio alto governo
placate ubbidiran la terra e l'onde,
men in sue squadre e nel furore esterno
di gente mossa a guerreggiar altronde,
meno in tesor che ne l'amore interno,
e 'n se medesmo, e 'n sue virtù profonde,
fonderà quel potere ond'ei corregge
Toscana, a sé di sé corona e legge.
Del Bavarico duce invitta prole
par ch'in Germania il primo onor confermi
e glorïosa, e più chiara che 'l sole,
la veggion de' nemici i lumi 'nfermi:
e de l'imperio la gravosa mole
in lei sostegni avrà costanti e fermi,
e 'n prisca nobiltà pace tranquilla,
e fede che non teme e non vacilla.
De gli Avali 'l valor non lunge io scorgo,
come illustre risplende e chiaro avVampa,
in monte, 'n lido, 'n tempestoso gorgo,
e vincitore in varie parti accampa.
Qui del buon Doria, il veglio, ancor m'accorgo,
ch'in mezzo a l'onda par lucida lampa
d'eterna gloria; e 'n sommo grado il giunge
Andrea 'l nipote, e palme a palme aggiunge.
Sarà terror de l'Africana piaggia
il gran Ferrando, e de l'algente Reno;
là dove fugga sanguinoso, e caggia
l'empio, mordendo il suo natio terreno.
Non avrà man più forte, alma più saggia,
cittati, e regni, a cui ristringa il freno;
ma di Corduba il nome, e di Cardona
con altissime laudi al ciel risuona.
La gloria di Consalvo, altrui molesta,
il buon duca di Sessa ancor lusinga;
e col suon de' trofei virtù si desta,
e poggia a' primi onori alfin solinga.
Né di Zuniga il merto o cessa o resta,
dove a l'eccelse imprese alcun s'accinga;
ma di Zuniga il nome e di Miranda
avvien che glorïoso l'ali spanda.
Né quel di Feria, o del suo duce, adombra
futura età, né fia men chiaro il grido:
o pur quel di Toledo, onde s'ingombra
d'Africa quasi o pur di Spagna il lido:
altri regge l'Italia, e scaccia e sgombra
altri, Malta salvando, il Trace infido:
qual varca l'Albi algente, o dove il lasso,
che serri ad un de' nostri il duro passo?
Ahi, chi tanto valore in vane imprese,
e 'n periglioso campo oscura a torto?
Che altrove quelle insegne alfin distese,
sarian temute da l'Occaso a l'Orto.
Cessin, sangue real, sì gravi offese:
e gitta l'armi, o tu correggi il torto;
o le rivolgi 'ncontra 'l fero Trace,
dando a' popoli tuoi salute e pace.
Tu, Carlo, tu primiero a tanti sdegni
pon fine, e queta le discordie antiche,
tu che prendi i gran regi e doni i regni,
ed in gelate parti, e 'n parti apriche;
tu che di perdonar, vincendo, insegni,
e premio stimi 'l ciel d'alte fatiche,
a cui, vivendo ancora, il calle aprirti
potrai d'Olimpo infra divini spirti.
Ma Filiberto vince, e vince 'n modo,
che d'eterna vittoria ha pace i frutti:
e tra possenti regi ordisce il nodo,
per cui torna d'Europa in festa i lutti.
L'arti di Guidobaldo, o l'arme io lodo,
o 'l senno, o quel valor che è luce a tutti?
O la gloria del padre io più sublimo,
o lui felice più d'un figlio estimo?
Già per le vie dell'avo al cielo aspira
il magnanimo figlio in più verd'anni;
e fra' regi, e fra l'armi e splende e spira
la fama del suo onore, e spiega i vanni:
novo Alessandro a l'Orïente or gira
la nobil destra; e gravi e lunghi affanni
sostien poi ne l'Occaso, e 'l vince e doma:
più d'altri non si gloria Italia o Roma.
Glorïosa colonna a l'empia forza
de' barbari in mar sembra orrido scoglio,
tra fulmini di guerra; e si rinforza,
e frange di quegli empi 'l duro orgoglio:
al nome sol de l'onorato Sforza,
verga l'eternità più lungo foglio.
Segue Vespasiano alti vestigi,
sempre lunge da' laghi Averni e Stigi.
Chi potrebbe tacer l'invitte posse
di Luigi o di Carlo, altera coppia?
Cadran le schiere a quel valor percosse,
e le mura, ove il ferro i rischi addoppia:
e i gran giganti a le feroci scosse,
e ciò che la possanza e l'arte accoppia:
e dove quel valor percote, o 'ncontra,
non fia forza o furor securo incontra.
Chi d'un altro Ferrante il core e 'l senno,
o la man larga a l'oro, a lo stil pronta,
o quanti seco in un silenzio accenno
di progenie, ch'al ciel poggia e sormonta?
Potrian chiudere il passo a Pirro, a Brenno,
e fare ad Annibàl vergogna ed onta,
que' valorosi, che alzeranno in guerra
l'Orsa sublime in ciel, sublime in terra.
Veggio Onorato pur co 'l vello d'oro,
o gli altri suoi che l'aquila d'argento
dispiegheranno; al trionfale alloro
già veggio Pietro, 'l valoroso, intento;
e, lungo il Reno, o sovra il mar sonoro,
co 'l duce suo fra cento squadre e cento,
veggio Savelli e Conti, e quindi e quinci;
e te che l'orso a la colonna avvinci.
Ecco de' regni che divide il mare,
partendo i monti con sentiero angusto,
due regie stirpi, e glorïose e chiare,
in cui riluce lo splendor vetusto:
e ne l'una e ne l'altra a prova appare
cortesia, largità degna d'Augusto.
E Luigi di qua dal breve golfo
scenderà da Guglielmo e da Aristolfo.
Co' figli di valor, di gloria adorni,
fra' quali or fonda Alfonso in salda pietra;
e fia ch'Italia al primo onor ritorni,
s'ella mai grazia d'adorarlo impètra.
E Carlo, a cui par che Venosa adorni
armi e corone, e la famosa cetra.
Quei l'insegna dal cielo e 'l gran cognome
avran da genti sparse, ancise e dome.
Gli africani trofei, le spoglie, e l'armi,
le vittorie d'Epiro, ovver de' Sardi,
non pur fian degne di sublimi carmi
ne' tempi fortunati a venir tardi;
ma n'intagli Ierace i bianchi marmi,
in cui l'antiche imprese altri risguardi.
Ma sol Giovanni io scelgo, e solo ardisco
di farlo paragone al secol prisco.
L'un suocero, d'onore e d'anni antico,
duce sarà d'Eràclea; al fin del corso,
gl'Insubri reggerà, di Carlo amico,
gran tempo innanzi a lui nel ciel precorso.
Principe l'altro fia nel suolo aprico,
ove il foco de' monti infiamma il dorso:
né d'altri più Sicilia allor si vanti,
ben che molti Ieroni onori e canti.
Saria più degna d'irnmortale stato
la fé di lui che Bisignano onora,
e tutta Europa, ond'egli al ciei traslato
celesti grazie a l'alta stirpe irrora.
Quel di Stigliano e di Sulmona a lato,
a cui virtù corone e scettri indora:
coppia degna del ciel, che in varie forme
par che le vie sublimi a' figli informe.
Fia in quei di Capua alta fortuna ad alta
virtù congiunta, il che di rado avviene:
e benché ingiurïosa Italia assalta,
ora i monti varcando, ed or l'arene,
la nobiltà, che i gran principi esalta,
il pregio antico e 'l prisco onor mantiene.
Ma nel prence di Conca al sommo poggia,
e splende adorna in disusata foggia
Chi il buon prence d'Avella, e i saggi e forti
cavalier di quel sangue alzar potrebbe,
se fian da sua virtute al cielo scòrti,
co 'l grande onor che a pochi unqua si debbe?
Debbo a' Romani, o debbo a' Greci opporti,
in cui lo studio pregio a l'armi accrebbe,
o di Napoli gloria e di Nocera,
successor d'Alessandro, e prole altera?
Oh! quanti duci di lontano io veggio,
come gran lumi in lucido sereno:
quel d'Atri al cui splendor pochi io pareggio,
pien di filosofia la lingua e 'l seno.
Quel di Termoli è seco in alto seggio,
e 'l Cosso che Fortuna ha sotto il freno:
d'alto intelletto il Sangro eccelsa torre,
due Spinelli, il Ghevara, il novo Ettorre.
E quel d'Eboli ancora a cui Fortuna,
che le cose quaggiù confonde e mesce,
non toglie la sua luce, e non l'imbruna;
ma, scemando i tesori, i merti accresce.
E quel di Massa appo l'antica Luna,
e quel, che ne lo scudo ha l'onde e 'l pesce.
E non men ricchi di virtù che d'auro,
lo Spinola, il Pinello e quel di Lauro.
E 'l gran Loffredo, il qual fra' Belgi e Celti,
ne l'arme splenderà con vivo raggio,
quand'i bei gigli d'or fian quasi svelti,
e Francia afflitta da crudele oltraggio.
E i Capeci con altri a prova scelti
animosi guerrier d'alto coraggio:
e 'l cortese Pignone, e 'l Gambacorta,
con l'alta sua progenie alfin risorta.
E di Circello e d'Ansa altri marchesi,
e 'l figlio, indegno di fortuna avversa,
gli animi avranno al vero onore accesi,
e 'l conte di Loreto, e quel d'Anversa.
Fra' cavalier magnanimi e cortesi
risplende il Manso, e doni e raggi ei versa.
Ma cieco oblio già non asconde e copre
del buon duca di Sora il nome e l'opre.
Roma, che a tutti gli altri fama or tolli,
l'arme e quel mansueto alto governo,
tu loderai ne' più sublimi colli;
ne tremerà Ginevra e 'l lago Averno.
Tu, Bonel, tu, Sfondrato, e tu ch'estolli
scala celeste, avrai l'onore eterno,
Aldobrandino, asceso in degno grado,
purgando de' ladroni il varco e 'l guado.
E tu Michele, in cui sì cara aggiunge
virtute, e 'n verde età gran pregio acquista.
Oh qual novo splendor veggio io da lunge,
cui nulla oscura nube alfine attrista!
Cesare quegli fia che in sé congiunge
senno e valor, così pensoso in vista;
degno che serbi in lui virtute amica
la stirpe d'Azio e la sua gloria antica.
Ma Vincenzo a l'Olimpo il cor pareggia,
la fede al cielo, e la sua fama al mondo;
né mai 'l più degno a la stellante reggia
salse, o sprezzò d'inferno orror profondo:
non quel di cui si canta e si vaneggia
che portasse d'Atlante 'l grave pondo,
non Enea, ch'i nepoti a l'ombre scorge;
ma più vera pietà l'illustra e scorge.
Pietà, giustizia, fede, amiche scorte
saran del nobil duce a certi passi:
così l'uom vince la seconda morte,
e sale al ciel pria che la spoglia ei lassi.
Fama mortal che le Caucasee porte
sorvoli, e quel gran monte indi trapassi,
ed oltre il Gange nuoti, al fine è nulla:
spesso è meglio il morir ignoto in culla.
Che gioverà, ch'al suo valore estenda
l'angusto spazio Carlo, o 'l gran Filippo
oltra le mète, e sia chi i nomi intenda,
e nel marmo gl'intagli, altro Lisippo?
A chi l'invido sguardo altrove intenda,
e paia cieco a tanta luce, o lippo?
Tu volgi gli occhi;– e dimostrolli a dito
la terra, cinta d'arenoso lito.
–Quanto e bassa cagion d'alta virtude!
E d'eterno valor vano contrasto!
In picciol giro astretto, e in erme e nude
solitudini è chiuso 'l grido e 'l fasto.
Lei, com'isola, il mare inonda e chiude;
e lui, che ora Oceàn chiamate, or vasto,
null'ha, fuor che tai nomi, altero e magno;
ma è bassa palude e breve stagno.–
Così l'un disse; e l'altro a terra i lumi
volse, quasi sdegnando: indi sorrise,
che vide a un punto sol mar, terre e fiumi,
che qui paion distinti in mille guise,
e disdegno che pur a l'ombre, a' fumi,
la nostra folle umanità s'affise;
servo imperio cercando e muta fama,
né miri il ciel che a sé ne invita e chiama.