Licida Orcomenio, Uranio Tegeo, 10 (293)
Dolce è il sentir di placid'aura il fremito
Mover tra fronda e fronda, e rio campestrico
Romper tra sassi e sassi il roco gemito;
Ma più dolce è 'l sentir Pastor silvestrico
Al suon di rozza canna il canto sciogliere
E l'eco affaticar da speco alpestrico.
Tu, che, se canti, a Pan l'onor puoi togliere,
Uranio mio, mostra a i venturi secoli
Quanto sai furor sacro in petto accogliere.
E in quest'elce i tuoi versi io segno, e recoli,
Perch'ogn'altro Pastor, ch'all'ombra assidasi,
Nel tuo valor le sue vergogne specoli.
Bavio, che tanto in suo cantar confidasi,
Leggali un giorno, e rompasi d'invidia,
Sicché da tutti il suo livor deridasi.
Perché dal guardo suo pien di perfidia
Sicuro sii, ti cingo il crin di baccheri:
Tre volte in sen ti sputa, e invan t'insidia.
Sai ch'il perfido un dì la piva e i naccheri
Al malaccorto Elpin trasse del zaino,
E nel fuggir tutto s'empié di zaccheri,
Che, vedendo venir Melampo a traino,
Guazzò 'l vicino rio tacito e celere
E via fuggìssi come Lepre o Daino.
Il vide Egon da quel cespuglio d'elere,
Ch'ivi entro per dormir corcato stavasi,
E fé noto ad Elpin l'ascoso scelere.
Ma vedi un'alma ria quanto depravasi:
Egli negollo, ed imprecossi i Numini;
Tal da sé stesso Uom scellerato aggravasi.
O prati, o selve, o valli, o monti, o flumini,
E 'l sostenete? e voi, scherniti fulmini,
A spezzar sol d'Epiro ite i cacumini?
Lasciam ch'il Cielo i monti sol disculmini:
La colpa a un empio cor pena è bastevole,
Che l'ange, più che s'atra nube il fulmini.
Tu canta omai, ché qui l'aura è piacevole,
Verdeggian gli arboscelli, i prati ridono,
E tutta la campagna è dilettevole.
Vedi che qui mille Pastor' s'assidono,
Senti mille sonar crotali e cetere,
E l'auree sfere al comun gaudio arridono.
Oh se tu mandi il tuo bel canto all'etere,
Quanto da invidiar, quanto da apprendere
Avran l'età future e l'età vetere!
Per entro i carmi tuoi veggio risplendere
Tutte le Grazie in un, tutte le Veneri,
Che san d'Amore i freddi marmi accendere.
Per or lascia il cantar d'Amori teneri,
Quanto nell'alma accesa ardi per Fillide,
E tutto il foco tuo cuopri di ceneri.
Canterai poi con Opico e Bacchillide
Delle tue fiamme, e sentirai rispondere,
Di tua Fillide al nome, Egle o Amarillide.
Licida, i tempi omai vansi a confondere:
L'etate è giunta (così 'l tutto mutasi),
Che l'arte del cantar convien nascondere.
Oggidì quegli sol saggio riputasi,
Che sa crescer peculio, e, quasi inutile
Peso del suol, degno Cantor rifiutasi.
Vedi le Muse lacerate e mutile
Errar mendiche, e trionfante il vizio
Ritrar dal folle Mondo onori ed utile.
Tempo fu ch'ebbe il Ciel tanto propizio
Titiro, che fé degno il suo tugurio
D'esser di grandi Imperadori ospizio.
Si vide allor con fortunato augurio
Regnar virtute, e l'aurea età risorgere
Dal secol già contaminato e spurio.
Potero allor tanti Poeti sorgere,
Ché grati si degnar' l'orecchio nobile
Duci e Monarchi al nostro canto porgere.
All'ombra allora o lungo un rivo mobile
Tentava ogni Pastor l'arte Palladia
Per far degno de' Regi il canto ignobile.
Dall'Acaica sponda alla Leucadia
E d'egloghe e di frottole e di cantici
Tutta sonava e risonava Arcadia.
Dal Gangetico Mare a i Monti Atlantici
Quinci volò del valor nostro il sonito,
E dagli Artici lidi a i Garamantici.
Stava ogn'altro Pastor muto ed attonito,
E fu chi, dato a i patrj campi esilio,
Venne a prender da noi costumi e monito.
E alcun dal pastoral nostro concilio
Uscì tal, che poté su gli altri eccellere
In guidar greggia, in modulare Idilio.
Tal fu Sincero, il cui gran nome espellere
Invan tenta l'obblio, che potrà vivere
Finch'avran fronda i Boschi e gli Agni vellere.
Egli seppe sì ben cantare e scrivere,
E incise versi in mille scorze d'Aceri,
Che norma ponno a ben cantar prescrivere.
Ma non languì tra pensier' foschi e maceri,
Ch'un tal buon Re, qual si foss'ei, d'Esperia
Lo trasse fuor de' panni oscuri e laceri,
E disse: “Ergiti omai da vil miseria:
Tuoi fian questi miei campi e questa edicola,
E miglior prendi al tuo cantar materia.
Fosti Pastore, oggi sarai Ruricola”;
E soggiunse ridendo arguto e lepido:
“Ti feci Vate, ora ti faccio Agricola.”
Ond'ei su breve cimba audace e intrepido
Ardì primier le Ninfe alme Castalie
Condur pescando in Mar tranquillo e trepido.
Poi, lasciate le Veneri Acidalie,
Cose altre disse, ad ogni età durabili,
Cose anco ignote alle Driadi Menalie.
Ma come varia il Ciel, seco gl'istabili
Casi umani traendo, e van precipiti
Rupi a cader, che parean ferme e stabili,
Sì gli aspri fati, a nostro mal bicipiti,
Rivolser faccia; e, fatti a noi malefici,
Mai più non si mostrar varj ed ancipiti.
Tutti ascosersi in mar gli astri benefici,
E sol Cornici inauspicate e Nottole
Stridi iterar', del nostro esilio prefici.
Quind'è ch'entro le selve, entro le grottole
Fuggiam, perché nessun ci oda ed esibili,
Fatti omai scherno al dileggiar di frottole.
Oh tempi al bene oprar crudi e terribili!
Dunque solo avran laude il vizio e l'ozio,
E la virtù derisioni e sibili?
Per questo avvenne, o mio gradito sozio,
Che, la sampogna mia data a Volpidio,
Tutto mi posi a migliorar negozio.
E fatto cura mia l'altrui fastidio,
Sol premo intento in un pensier più serio
D'accordar fra' Pastor' liti e dissidio.
Vien, se tanto di carmi hai desiderio,
Ove alla Ninfa un arboscello è dedito,
Ch'ebbe dell'Orse e più di sé l'imperio.
Ier consacrollo Olenio, Olenio predito
Di tanta arte Febea, ch'in versi pangere
Va con Titiro antico in egual credito.
Non profano Pastor l'ardisca frangere;
Qual s'a Pale sia sacro, ogn'uno onorilo;
Leggi lo scritto, e l'arboscel non tangere.
“Questo ad Iale real, crescente Corilo,
Quando null'altro può, consacra Olenio:
Pria chi passa l'inchini, e poscia infiorilo.
Qui risieda d'Arcadia il sacro Genio,
Qui l'Orcomenie Suore e le Despiadi,
Qui Pallade, qui Febo, e qui Cillenio.
Qui danzin le Napee coll'Amadriadi;
Ma né a scuoter di lui fronda, né germini
Svegli procelle il furiar dell'Iadi.
Qui sempre erbette e fior' la terra germini;
Qui lo zeffiro spiri e scherzi Clorida,
Ond'ove cade un fior, l'altro rigermini.
Non tocchi greggia vil quest'erba rorida;
Lungi, ah lungi, o profani: è sacra ad Iale
Questa d'almo terren parte più florida.
Rose e gigli piantate, Eunoe ed Egiale;
Mentr'io mirti ed allori in siepe accumulo,
A lei pianto quest'orto, e grato siale.
Non ricco è Olenio, e poche agnelle ha in cumulo:
S'altro foss'ei, non avria al cor rimprovero,
Che l'ergeria d'Indici marmi un tumulo.
Tu, c'hai nel Cielo, Alma gentil, ricovero,
Gradisci, qual si sia, questo mio munere,
Ché ben ricco è 'l desio, s'il dono è povero.
Fian chiari i gesti tuoi, chiaro il tuo funere,
Se tanto il suon potrà della mia fistola,
Perch'in parte il tuo affetto il cor rimunere.
Sol questa il cor mi punge acuta aristola,
Che nel cantar di lei forza è ch'io lacrime,
E forse in Ciel nel suo gioir contristola.
Ma in qualunque martir, ch'a lei consacrime,
Non isdegni l'umor che gli occhi stillano,
Ché son voci di laude ancor le lacrime.”
Tal sì bei versi a me l'alma tranquillano,
Qual se dopo Austro rio spira Favonio
E tutti in Cielo i rai del Sol sfavillano.
Tale al bel canto flebile Alcionio,
Quando ella il nido pon, Nettuno ondifero
Placa il tumultuar del flutto Ionio.
Ma già nel mar s'immerge il Sol flammifero:
Mira sorger la notte, e tutta involvere
La Terra e 'l Ciel nel manto suo stellifero.
Senti ch'un venticel fa l'aria solvere
In minuta rugiada: andiam, ch'offenderci
Poco può 'l caldo e la molesta polvere.
Già Siringo e Montan devono attenderci
All'agonal palestra, e in Ciel già Delia
Ciò, ch'il Sol ci rapì, comincia a renderci.
Vedi che là per via ci aspetta Ofelia,
Che con Mopso contende, e s'ange e strazia:
Forse tra lor del lor cantar si prelia.
Uniam la greggia, che qua e là si spazia.
Ma tu pur cerchi, avida Albina, pabulo,
Né del pasto d'un dì resti ancor sazia.
Via, via coll'altre in torma al vòto stabulo.