L'IDEALE

By Niccolò Tommaseo

La giovin donna ch'i'amo d'amore,

m'ama con tutte le forze del core.

Mai tutta trista, né mai tutta lieta:

queta è sua doglia, la gioia più queta.

Tutta coperta d'un semplice manto:

la sua parola un dolcissimo canto.

Vede, dormendo, di ciel visioni,

e le contèsse in sognate canzoni.

Ell'ha di vergine il timido amore,

di vedovetta il maturo calore.

Da sera al sommo degli anni fiorisce,

da mane invergina e ringiovanisce.

Siede nel sole, o, deposto ogni velo,

qual fior, riceve la pioggia del cielo.

Umor la nutre di schiette bevande

che per le gracili membra si spande,

e le commove d'un moto leggiero,

simile al moto d'un lieto pensiero.

Né mai, nell'atto d'andar, muta i passi,

ma, come uccello per l'aere, vassi,

o, come nave per l'acqua, procede,

che tutta mossa in un tratto si vede.

Ella si lascia libar da' miei baci

l'altera fronte e gli sguardi vivaci,

ma non mai, seno compressa con seno,

bevve degli ebri complessi il veleno.

Sempre la veggo, pur sempre la bramo:

non disse mai: tu se' buono; né: t'amo.

Alle sue docili orecchie amorose

suona una voce da tutte le cose;

un'aura spira, sottil ma sicura,

che le fa tutta sentir la natura.

Docile ell'è come stelo di fiore;

ma ferma tiensi in radici d'amore.

E sé conosce; e quel Dio che la ispira,

sente in se stessa: e però non s'ammira.

Sublime guarda, comprende profondo

però s'inchina ai misteri del mondo.

Ama tranquilla con ordin d'affetto

un fiore, i mondi, il Signor suo diletto.

Tutti ama; e meco si vive soletta

la mia fanciulla, la mia vedovetta.