LII – T.Tasso

By Giacomo Leopardi

Scesa dal terzo cielo,

Io che son di lui regina e Dea,

Cerco il mio figlio fuggitivo, Amore.

Quest'ier, mentre sedea

Nel mio grembo scherzando,

O fosse elezione o fosse errore,

Con un suo strale aurato

Mi punse il manco lato;

E poi fuggì da me ratto volando,

Per non esser punito:

Né so dove sia gito.

Io, che madre pur sono,

E son tenera e molle,

Usat'ho per trovarlo, ed uso, ogni arte.

Cercai tutto il mio ciel di parte in parte,

E la sfera di Marte, e l'altre rote

E correnti ed immote:

Né là suso ne' cieli

È luogo alcuno ov'ei s'asconda o celi.

Tal ch'or tra voi discendo,

Mansueti mortali,

Dove so che sovente ei fa soggiorno:

Per aver da voi nova

Se 'l fuggitivo mio qua giù si trova.

Ditemi: ov'è il mio figlio?

Chi di voi me l'insegna,

Vo' che, per guiderdone,

Da queste labbra prenda

Un bacio quanto posso

Condirlo più soave.

Ma chi mel riconduce

Dal volontario esiglio,

Altro premio n'attenda,

Di cui non può maggiore

Darlo la mia potenza,

Se ben in don gli desse

Tutto il regno d'Amore.

E per Istige i' giuro

Che ferme serverò l'alte promesse.

Ditemi: ov'è il mio figlio?

Ma non risponde alcun? ciascun si tace?

Non l'avete veduto?

Fors'egli qui tra voi

Dimora sconosciuto;

E da gli omeri suoi

Spiccato aver de' l'ali,

E deposto gli strali,

E la faretra ancor deposto e l'arco,

Onde sempre va carco,

E gli altri arnesi alteri e trionfali.

Ma vi darò tai segni,

Che conoscere ad essi

Facilmente il potrete,

Ancor che di celarsi a voi s'ingegni.

Egli, benché sia vecchio

E d'astuzia e d'etade,

Picciolo è sì, che ancor fanciullo sembra

Al volto ed a le membra;

E 'n guisa di fanciullo,

Sempre instabil si move,

Né par che luogo trove in cui s'appaghi;

Ed ha gioia e trastullo

Di puerili scherzi:

Ma il suo scherzar è pieno

Di periglio e di danno.

Facilmente s'adira,

Facilmente si placa: e nel suo viso

Vedi quasi in un punto

E le lagrime e 'l riso.

Crespe ha le chiome, e d'oro;

E 'n quella guisa appunto

Che Fortuna si pinge,

Ha lunghi e folti in su la fronte i crini,

Ma nuda ha poi la testa

A gli opposti confini.

Il color del suo volto

Più che foco è vivace.

Ne la fronte dimostra

Una lascivia audace.

Gli occhi infiammati, e pieni

D'un ingannevol riso,

Volge sovente in biechi: e pur sott'occhio,

Quasi di furto, mira;

Né mai con dritto guardo i lumi gira.

Con lingua che dal latte

Par che si discompagni,

Dolcemente favella, ed i suoi detti

Forma tronchi e imperfetti:

Di lusinghe e di vezzi

È pieno il suo parlare;

E son le voci sue sottili e chiare.

Ha sempre in bocca il ghigno;

E gl'inganni e la frode

Sotto quel ghigno asconde,

Come tra fiori e fronde angue maligno.

Questi da prima altrui,

Tutto cortese e umile

A i sembianti ed al volto,

Qual pover peregrino, albergo chiede

Per grazia e per mercede:

Ma poi che dentro è accolto,

A poco a poco insuperbisce, e fassi

Oltra modo insolente.

Egli sol vuol le chiavi

Tener de l'altrui core;

Egli scacciarne fuore

Gli antichi albergatori, e 'n quella vece

Ricever nuova gente;

Ei far la Ragion serva,

E dar legge a la mente.

Così divien tiranno

D'ospite mansueto,

E persegue ed ancide

Chi gli s'oppone e chi gli fa divieto.

Or ch'io v'ho dato i segni

E de gli atti e del viso

E de' costumi suoi;

S'egli è pur qui fra voi,

Datemi, prego, del mio figlio avviso.

Ma voi non rispondete.

Forse tenerlo ascoso a me volete?

Volete, ah folli, ah sciocchi,

Tenere ascoso Amore?

Ma tosto uscirà fuore

Da la lingua e da gli occhi

Per mille indizi aperti:

Tal ch'io vi rendo certi

Ch'avverrà quello a voi, ch'avvenir suole

A colui che nel seno

Crede nasconder l'angue;

Che co' gridi e col sangue alfin lo scopre.