LII

By Agnolo Firenzuola

Ancor che le mie mal vergate carte

Possan poco o niente alzare il volo

Del chiaro nome vostro, che risuona,

Mercé del valor vostro, insin al cielo,

Isabetta gentil non men che bella;

Non di men presi ardir, quando pensai

Col turbo inchiostro mio col vil pennello

Pinger la bella imagine, di porre

Voi tra le quattro: e così 'l misi in opra,

Non ben sicur che non l'aveste a sdegno.

Perché inchinar le spalle a sì gran peso

Vid'io, se ben fei forza andare avanti;

E sotto vel copersi il vostro nome,

Com'anche feci e di questa e di quella,

Che m'aiutar con voi col lor esempio

Ad ombreggiar la mia finta chimera.

E quando io rivolgea per lo intelletto,

Che nome fusse degno al bello spirto,

A la grazia, a l'ingegno, al pregio, al grido,

A gli onori, a le lode, a le virtuti,

Di che vi fece il ciel sì largo dono,

Imeneo venne a me dolce e benigno,

Quello Imeneo, che sempre tenne cura

Del santo giogo marital, del giogo

Che fa soavi le fatiche umane,

E ne consola ne' terrestri affanni;

Quel pio signore, che vi legò a quel germe,

Di cui non vide Prato il miglior mai,

Donde son colti poi quei sì bei fiori,

Anzi quei frutti vostri, che faranno

(Viva io pur tanto) il bel Bisenzio allegro.

E disse: – Non cercar porle altro nome,

Che quel ch'entro al suo fronte leggerai,

Subito ch'i' sarò da te partita. –

E così detto, come fa saetta

Che di buon arco scocca, sparì via,

O come uccel che de la gabbia fugge.

Né prima fu da gli occhi miei perduta

La sacra vista, ch'anzi a me comparse

L'imagin vostra, che nel fronte avea

Scritto con lettre d'oro Amorrorisca.

E mentre ch'io attendea quel che importasse

Il nuovo nome, udi' scender di cielo

Sì dolce voce, ch'io ben dissi: – Questa

Voce è del cielo –; e disse: – Amorrorisca

Giogo soave importa, o dolce laccio. –

Questa fu la cagion dunque, Isabella,

Perch'entro al mio libretto io vi stampai

Con questo nome: e se maligno spirto

Altro contende, o 'nterpreta altrimenti

S'allontana dal ver, e per savere

Mostra poco saver: vuol tòrmi il nome

D'uomo integro, di pura e ferma fede.

Non son le merci mie, ben le conosco,

Né me ne inganna Amor, tal' ch'io mi pensi

Darle in don pur ad un, non tanto a due

Venderle; ma l'invidia, ai buon nimica,

Ognor nuove cagion d'odio mi cerca.

Io dico, e dirò sempre, e dirò 'l vero,

Non perch'io pensi farvi cosa grata,

Ché non vi fa mestier delle mie lode,

Che per lor stesse ormai son chiare e conte,

Ma per servire al retto, e mantenere

L'onor, giusta mia possa, integro e saldo,

Che 'l primo dì che in man presi il pennello,

Il primo dì che macinai il colore,

Per dipinger colei che tanti affanni

M'arreca, ancor che non sia cosa viva;

Il primo dì mi cadde nel pensiero

Con l'eccessive parti d'Isabella

Condurre a prosper fine il mio ritratto:

E pria fusti entra al core, Amorrorisca,

Ch'io vi stampassi dentro a le mie carte.

Cianci chi vuol cianciar, chi vuol dir dica.

S'altra in questo il pensier torse, o se mai

Io ebbi altra nel cor, tolgami Amore

Poter sperar di veder mai la rozza,

La cruda, la spietata e dolce vista

Di quella aspra Selvaggia pastorella,

Che quanto più la bramo, men la spero,

Vivendo col disio fuor di speranza

Favola e giuoco a voi, donne mie care.