LII

By Francesco Beccuti

Fra immaginate erbette e finte rose,

d'un tetto a l'ombra e non d'abeti o faggi,

mentre gìa rivolgendo or versi or prose,

rinnovando d'Amor gli avuti oltraggi,

mi sovvenne di voi che l'amorose

fiamme fuggite, come fanno i saggi,

per naturale istinto o pur ch'in voi

la ragion così regga i sensi suoi.

Del ciel cortese dono e grazia rara,

degna ben di non molti, a pochi infusa,

e, con l'altre virtù che insieme a gara

crescono in voi, meritamente è chiusa:

ma, come il saper vostro apre e fa chiara

l'arte ch'oggi è fra noi tanto confusa,

così fors'anco a l'altra gente insegna

vincer colui che sopra gli altri regna.

Con tal pensier in man la penna tolsi,

drizzando a voi queste mie note amiche,

non per troncar quel nodo onde mi sciolsi

né per curar le salde piaghe antiche:

tardi allor per consiglio a voi mi volsi

e fùr le stelle al mio desir nimiche;

onde ne porto al viso un segno impresso,

per cui mai sempre in odio avrò me stesso.

Ogni passato danno a dietro lasso,

che ricovrar non puote ingegno umano;

ché navilio dal mar battuto e lasso,

poi ch'è già rotto, arriva al porto invano;

tardi ancora si chiude al ladro il passo,

poi che via fugge col tesor lontano:

e, raccontando a voi queste passioni,

direste: — Ben tu vuoi gridar coi tuoni.—

Ciò non cerco io, ma perché fui del petto

bersaglio un tempo a questo iniquo arciero,

or sento drento a lui nuovo sospetto

che mi face tremar tutto 'l pensiero;

ch'il braccio, avvezzo a far l'usato effetto,

l'arco ripiglia e, s'io comprendo il vero,

par ch'a me tenda, e d'ora in ora sento

lo stral percuoter l'aria e 'l capo drento.

E ben, lasso! vegg'io ch'al primo assalto

da quel crudel sarò piagato e vinto:

so quanto io vaglio; io non ho 'l cuor di smalto,

ché più di un strale ha nel mio sangue tinto,

e stan sospese le mie spoglie in alto

sopra il mur del suo cieco labirinto,

e, di vittoria certo, ei già disegna

de' miei danni spiegar l'ultima insegna.

Ond'io, com'uom che non aspetta altronde

più saldo aiuto o più fedel consiglio

che da voi sol, cui grazia il cielo infonde

(ché non soggiace a l'amoroso artiglio

il vostro saggio petto, anzi confonde

gli statuti di Venere e del figlio),

a voi mi volgo e nel mio dir conchiudo

ch'armiate il petto mio del vostro scudo.

Scudo vostro saranno i saggi detti

d'alto saper vestiti e chiare prove

e la grave eloquenza che dai petti

ogni ostinato cuor volge e rimove,

da levare a Giunon tutt'i sospetti

e porre in odio il suo troiano a Giove

e far che Vener sia da Marte sciolta

e ch'Amor fugga Psiche un'altra volta.

Or se maggior pensier seco vi tira,

deh, vogliate per me porlo in disparte

e, con quel gran favor che 'l ciel vi spira,

di rime ornar le desiate carte;

Febo vi porge a mezzo de la lira

e dal vostro Ulpian tutto diparte;

né mi mancate, ch'in servizio vostro

il sangue spenderò non che l'inchiostro.