LIII – T.Tasso
Ma come annoverar potrò narrando
De' cari augelli le sì varie vite?
L'estrane gru dentro l'adunco piede
Portano 'l sasso onde si folce e libra
Tra l'aure incerte l'agitato volo,
Mentre, ne' giorni nubilosi e brevi,
Lascind'addietro il Termodonte o l'Ebro,
Passano i larghi mari, e 'n su l'apriche
Sponde soglion vernar de l'ampio Nilo.
Tal per savorra in mar, tra venti e l'onde
Altre rive cercando ed altre parti,
Regge 'l suo corso la spalmata nave.
Queste han di notte sentinelle e scorte,
Che mentre l'altre in placida quiete
Dormon sicure, van girando intorno,
E le notturne insidie, e i venti e l'aure
Spian da tutte le parti, impigre e pronte:
E poi, fornita quella guardia, e 'l tempo
Di lor vigilia, a suon quasi di tromba
Destan gli addormentati; e gli occhi al sonno
Danno per breve spazio: e 'n quella vece
Altri succede al faticoso ufficio.
Una precede l'altre, e quasi avanti
L'alte insegne precorre: e poi si volge
Nel tempo dato; e la sua sorte, e 'l loco
Che si conviene al duce, altrui concede.
Dimostran molto di ragione e d'arte
Le cicogne: e 'n tal guisa, al tempo istesso,
Quasi a spiegare insegne, in queste parti
Vengon da più lontano ignoto clima.
E le nostre cornici amica guardia
Lor fanno intorno, in ampio stuol congiunte;
E son fidata scorta al lungo volo
Contra la forza de' nemici augelli.
Ed in quella stagione in loco alcuno
Non ci appar la cornice: e poi ritorna
Tinta le piume d'onorate piaghe,
E del già dato aiuto i segni mostra.
Deh chi descrisse lor sì certe leggi
Di sì pietoso officio? o chi minaccia
Sì grave accusa o pur sì giuste pene
A chi gli ordini infermi e 'l proprio loco
Per viltate abbandona in guerra o 'n campo?
Quinci prendete esempio, egri mortali;
E l'uomo impari da gli augei volanti
Quai de gli ospiti sian le giuste leggi:
Né chiuda avaro albergator superbo
Le dure porte a' peregrini erranti
A mezza notte, o lor dineghi il cibo;
Se per gli estrani augelli i nostri augelli
Non ricusan d'espor la vita in guerra,
E de' perigli altrui si fan consorti.
Ma la pietosa Provvidenza e cara,
La qual de le cicogne è vecchia mastra,
Destar ben può de' figli il dolce amore
Verso gli antichi loro e stanchi padri.
Quelle d'intorno al genitor languente,
A cui per lunga età cadere a terra
Sogliono i vanni e le minute piume,
Stanno pietose; e le già afflitte membra,
E nude di pennute e lievi spoglie,
Scaldano al volator lassato e grave
Soavemente, colle proprie penne;
E gli portano 'l cibo ond'ei si pasca.
E sollevano ancora e quinci e quindi
Coll'ale il tardo veglio; e 'n questa guisa
Le disusate membra a l'uso antico
Già richiamando, danno aiuto al volo.
Ora prendiam lodato e caro esempio
Di materna pietate; e non si doglia
Di povertate o di miseria alcuno,
Né de la vita sua disperi e pianga;
Mentr'ei riguarda il magistero e l'opra
De la pietosa rondinella industre.
La rondinella, di minuto corpo,
Ma di sublime, egregio e chiaro affetto,
Povera e bisognosa, il proprio nido
Ella medesma pur compone e finge,
Prezioso viepiù di gemme e d'auro;
Perché d'ogni tesoro è vile il pregio
Allato a quell'albergo ove s'annida
La sapienza. E ben è saggia e scaltra,
Mentr'ella del volar mantiene e serba
La vaga libertate, e nutre e pasce
I pargoletti, ancor teneri, figli
Sicuri da l'insidie e da gli assalti
De gli altri augei, sotto i sublimi tetti
Là dove l'uom ricovra; e per usanza
Al conversar uman così gli avvezza.
E mirabile ancor l'ingegno e l'arte
Ond'a se stessa le sue proprie case
Fa, senz'aita d'architetto o fabro:
E le festuche pria prepara e sceglie,
E le cosparge di tenace fango
Per congiungerle insieme. E se co' piedi
Non può in alto portar tenero limo,
L'ali d'acqua si sparge, e poi di polve
Arida e leve; ond'ella fa di nuovo
La fangosa materia a l'umil casa.
Con questa quassi colla aggiunge insieme
Le già scelte festuche; e di lor forma
Il nido a' figli. A cui se gli occhi accieca,
Pungendo, alcuno; ella 'l perduto lume
A' ciechi rende colla medic'arte.
L'alcione, del mar picciolo augello,
Forma di palla in guisa il dolce nido,
D'arido fior che 'l mare in se produce.
E i pargoletti figli a mezzo il verno
Da la tenera schiude e frale scorza
Ne l'arenoso lito, in cui depone
De l'ova il caro suo portato peso.
E questo avvien quando da fieri venti
Il mare a terra si percuote e frange;
E biancheggiando, di canuta spuma
Sparge le molli arene e i duri scogli.
De l'alcione il desiato parto
È sopito 'l furor d'orridi venti,
Son quete l'onde tempestose, e 'ntorno
Sgombre le nubi, e serenato il cielo:
In sì tranquillo e sì felice aspetto
De' fidi augelli a la progenie arride.
E 'n sette prima di sì lieti giorni
Suol covar l'uova la pennuta madre,
Ne gli altri sette nutre i nati figli:
Ed a questi ed a quelli ha 'mposto il nome
Da l'alcione il navigante esperto;
Ed al candor di lucido sereno
Da tutti gli altri gli distingue e segna.
La tortorella, dal su' amor disgiunta,
Non vuol nuovo consorte e nuovo amore;
Ma solitaria e mesta vita elegge
In secco ramo; e 'n perturbato fonte
La sete estingue: e del marito estinto
Così rinnova la memoria amara.
A lui sua castità conserva e guarda,
A lui di moglie ancora il caro nome:
Perché solver non può l'iniqua morte
Le sante leggi di vergogna, e i patti
A cui s'astrinse volontaria in prima.
L'aquila in allevar la nobil prole
È viepiù d'altro disdegnosa e 'ngiusta:
Ché, di tre figli, i due percuote e scaccia
Con gli aspri colpi de suo' duri vanni;
E 'l terzo alleva, a cui non manchi 'l cibo
Che suol rapire il predator volante.
E forse altra cagion più bella e giusta,
Non avarizia del nutrir la spinge;
Ma severo giudicio onde riprova,
Com'a lei non convenga, indegno parto.
Perché volge i suo' figli inverso 'l sole,
Sospesi in aria ne l'adunco artiglio;
E quel che non dechina a' raggi ardenti
La ripercossa vista e 'l debil guardo,
Ma 'ntrepido nel Sol l'affisa e ferma,
È scelto a prova; e gli altri aborre e sdegna,
Pur, com'indegni di reale onore,
Con quel suo generoso e gran rifiuto.
Ma gli scacciati entro 'l suo nido accoglie
Quella che rompe l'ossa, e quinci 'l nome
Prende (od aquila sia bastarda, e nata
Di genitor deforme, od altro augello);
Né gli lascia perir d'orrida fame,
Ma, co' suo' figli, lo nutrisce e serba.
E tutti quei ch'hanno l'artiglio adunco,
Allorch'i figli timidetti il volo
Tentan primiero, e spiegan l'ale appena,
Con mal sicure ancora e 'ncerte penne;
Gli spingon tosto dal paterno nido:
E s'alcuno al partir è tardo o lento,
Coll'ali sue percosso e ripercosso
Precipitando 'l caccia il fiero padre.
Ma verso i figli suoi l'amore e 'l zelo
Da la cornice assai di laude è degno:
Che 'n atto di pietosa e fida madre,
Raffrena nel lor primo ardito volo
La debil prole; e lor ministra il cibo
Lunga stagion, perché s'avanzi e cresca.
Debbo ancor dir come ti svegli a l'opre
Di canoro augellin l'acuta voce,
Che lunge intuona, e 'l Sol richiama e desta
Il peregrin, e 'l buon cultor ne' campi,
L'uno al suo faticoso aspro viaggio,
L'altro a secar le già mature spiche?
O dir come ne rompa il dolce sonno,
E n'inviti a vegghiar con fida guardia,
Il tardo augel che già sottrasse al risco
La gran città, del mondo alta regina,
A lei scoprendo la notturna fraude,
E 'l Barbaro crudel, ne l'ombra occulto,
Che per oscure vie saliva in alto
A quel suo trionfale altero monte,
Ove già sorse in maestate augusta
Alta rocca a l'imperio, a Giove il tempio?