LIII – T.Tasso

By Giacomo Leopardi

Ma come annoverar potrò narrando

De' cari augelli le sì varie vite?

L'estrane gru dentro l'adunco piede

Portano 'l sasso onde si folce e libra

Tra l'aure incerte l'agitato volo,

Mentre, ne' giorni nubilosi e brevi,

Lascind'addietro il Termodonte o l'Ebro,

Passano i larghi mari, e 'n su l'apriche

Sponde soglion vernar de l'ampio Nilo.

Tal per savorra in mar, tra venti e l'onde

Altre rive cercando ed altre parti,

Regge 'l suo corso la spalmata nave.

Queste han di notte sentinelle e scorte,

Che mentre l'altre in placida quiete

Dormon sicure, van girando intorno,

E le notturne insidie, e i venti e l'aure

Spian da tutte le parti, impigre e pronte:

E poi, fornita quella guardia, e 'l tempo

Di lor vigilia, a suon quasi di tromba

Destan gli addormentati; e gli occhi al sonno

Danno per breve spazio: e 'n quella vece

Altri succede al faticoso ufficio.

Una precede l'altre, e quasi avanti

L'alte insegne precorre: e poi si volge

Nel tempo dato; e la sua sorte, e 'l loco

Che si conviene al duce, altrui concede.

Dimostran molto di ragione e d'arte

Le cicogne: e 'n tal guisa, al tempo istesso,

Quasi a spiegare insegne, in queste parti

Vengon da più lontano ignoto clima.

E le nostre cornici amica guardia

Lor fanno intorno, in ampio stuol congiunte;

E son fidata scorta al lungo volo

Contra la forza de' nemici augelli.

Ed in quella stagione in loco alcuno

Non ci appar la cornice: e poi ritorna

Tinta le piume d'onorate piaghe,

E del già dato aiuto i segni mostra.

Deh chi descrisse lor sì certe leggi

Di sì pietoso officio? o chi minaccia

Sì grave accusa o pur sì giuste pene

A chi gli ordini infermi e 'l proprio loco

Per viltate abbandona in guerra o 'n campo?

Quinci prendete esempio, egri mortali;

E l'uomo impari da gli augei volanti

Quai de gli ospiti sian le giuste leggi:

Né chiuda avaro albergator superbo

Le dure porte a' peregrini erranti

A mezza notte, o lor dineghi il cibo;

Se per gli estrani augelli i nostri augelli

Non ricusan d'espor la vita in guerra,

E de' perigli altrui si fan consorti.

Ma la pietosa Provvidenza e cara,

La qual de le cicogne è vecchia mastra,

Destar ben può de' figli il dolce amore

Verso gli antichi loro e stanchi padri.

Quelle d'intorno al genitor languente,

A cui per lunga età cadere a terra

Sogliono i vanni e le minute piume,

Stanno pietose; e le già afflitte membra,

E nude di pennute e lievi spoglie,

Scaldano al volator lassato e grave

Soavemente, colle proprie penne;

E gli portano 'l cibo ond'ei si pasca.

E sollevano ancora e quinci e quindi

Coll'ale il tardo veglio; e 'n questa guisa

Le disusate membra a l'uso antico

Già richiamando, danno aiuto al volo.

Ora prendiam lodato e caro esempio

Di materna pietate; e non si doglia

Di povertate o di miseria alcuno,

Né de la vita sua disperi e pianga;

Mentr'ei riguarda il magistero e l'opra

De la pietosa rondinella industre.

La rondinella, di minuto corpo,

Ma di sublime, egregio e chiaro affetto,

Povera e bisognosa, il proprio nido

Ella medesma pur compone e finge,

Prezioso viepiù di gemme e d'auro;

Perché d'ogni tesoro è vile il pregio

Allato a quell'albergo ove s'annida

La sapienza. E ben è saggia e scaltra,

Mentr'ella del volar mantiene e serba

La vaga libertate, e nutre e pasce

I pargoletti, ancor teneri, figli

Sicuri da l'insidie e da gli assalti

De gli altri augei, sotto i sublimi tetti

Là dove l'uom ricovra; e per usanza

Al conversar uman così gli avvezza.

E mirabile ancor l'ingegno e l'arte

Ond'a se stessa le sue proprie case

Fa, senz'aita d'architetto o fabro:

E le festuche pria prepara e sceglie,

E le cosparge di tenace fango

Per congiungerle insieme. E se co' piedi

Non può in alto portar tenero limo,

L'ali d'acqua si sparge, e poi di polve

Arida e leve; ond'ella fa di nuovo

La fangosa materia a l'umil casa.

Con questa quassi colla aggiunge insieme

Le già scelte festuche; e di lor forma

Il nido a' figli. A cui se gli occhi accieca,

Pungendo, alcuno; ella 'l perduto lume

A' ciechi rende colla medic'arte.

L'alcione, del mar picciolo augello,

Forma di palla in guisa il dolce nido,

D'arido fior che 'l mare in se produce.

E i pargoletti figli a mezzo il verno

Da la tenera schiude e frale scorza

Ne l'arenoso lito, in cui depone

De l'ova il caro suo portato peso.

E questo avvien quando da fieri venti

Il mare a terra si percuote e frange;

E biancheggiando, di canuta spuma

Sparge le molli arene e i duri scogli.

De l'alcione il desiato parto

È sopito 'l furor d'orridi venti,

Son quete l'onde tempestose, e 'ntorno

Sgombre le nubi, e serenato il cielo:

In sì tranquillo e sì felice aspetto

De' fidi augelli a la progenie arride.

E 'n sette prima di sì lieti giorni

Suol covar l'uova la pennuta madre,

Ne gli altri sette nutre i nati figli:

Ed a questi ed a quelli ha 'mposto il nome

Da l'alcione il navigante esperto;

Ed al candor di lucido sereno

Da tutti gli altri gli distingue e segna.

La tortorella, dal su' amor disgiunta,

Non vuol nuovo consorte e nuovo amore;

Ma solitaria e mesta vita elegge

In secco ramo; e 'n perturbato fonte

La sete estingue: e del marito estinto

Così rinnova la memoria amara.

A lui sua castità conserva e guarda,

A lui di moglie ancora il caro nome:

Perché solver non può l'iniqua morte

Le sante leggi di vergogna, e i patti

A cui s'astrinse volontaria in prima.

L'aquila in allevar la nobil prole

È viepiù d'altro disdegnosa e 'ngiusta:

Ché, di tre figli, i due percuote e scaccia

Con gli aspri colpi de suo' duri vanni;

E 'l terzo alleva, a cui non manchi 'l cibo

Che suol rapire il predator volante.

E forse altra cagion più bella e giusta,

Non avarizia del nutrir la spinge;

Ma severo giudicio onde riprova,

Com'a lei non convenga, indegno parto.

Perché volge i suo' figli inverso 'l sole,

Sospesi in aria ne l'adunco artiglio;

E quel che non dechina a' raggi ardenti

La ripercossa vista e 'l debil guardo,

Ma 'ntrepido nel Sol l'affisa e ferma,

È scelto a prova; e gli altri aborre e sdegna,

Pur, com'indegni di reale onore,

Con quel suo generoso e gran rifiuto.

Ma gli scacciati entro 'l suo nido accoglie

Quella che rompe l'ossa, e quinci 'l nome

Prende (od aquila sia bastarda, e nata

Di genitor deforme, od altro augello);

Né gli lascia perir d'orrida fame,

Ma, co' suo' figli, lo nutrisce e serba.

E tutti quei ch'hanno l'artiglio adunco,

Allorch'i figli timidetti il volo

Tentan primiero, e spiegan l'ale appena,

Con mal sicure ancora e 'ncerte penne;

Gli spingon tosto dal paterno nido:

E s'alcuno al partir è tardo o lento,

Coll'ali sue percosso e ripercosso

Precipitando 'l caccia il fiero padre.

Ma verso i figli suoi l'amore e 'l zelo

Da la cornice assai di laude è degno:

Che 'n atto di pietosa e fida madre,

Raffrena nel lor primo ardito volo

La debil prole; e lor ministra il cibo

Lunga stagion, perché s'avanzi e cresca.

Debbo ancor dir come ti svegli a l'opre

Di canoro augellin l'acuta voce,

Che lunge intuona, e 'l Sol richiama e desta

Il peregrin, e 'l buon cultor ne' campi,

L'uno al suo faticoso aspro viaggio,

L'altro a secar le già mature spiche?

O dir come ne rompa il dolce sonno,

E n'inviti a vegghiar con fida guardia,

Il tardo augel che già sottrasse al risco

La gran città, del mondo alta regina,

A lei scoprendo la notturna fraude,

E 'l Barbaro crudel, ne l'ombra occulto,

Che per oscure vie saliva in alto

A quel suo trionfale altero monte,

Ove già sorse in maestate augusta

Alta rocca a l'imperio, a Giove il tempio?