LIII
Ancor non ti ho io detto della peste
quel ch'io dovevo dir, maestro Piero,
non l'ho vestita dal dì delle feste;
et ho mezza paura, a dirti il vero,
ch'ella non si lamenti, come quella
che non ha avuto il suo dovere intero.
Ell'è bizzarra e poi è donna anch'ella;
sai tutte quante che natura ell'hanno:
voglion sempre aver piena la scudella.
Feci di lei quel capitolo uguanno
e, come ho detto, le tagliai la vesta
larga e pur mi rimase in man del panno,
però de' fatti suoi quel ch'a dir resta,
con l'aiuto di Dio, si dirà ora;
non vo' ch'ella mi rompa più la testa.
Io lessi già d'un vaso di Pandora,
che v'era dentro il cancaro e la febbre
e mille morbi che n'usciron fuora.
Costei le genti che 'l dolor fa ebbre
saetterebbon veramente a segno;
le mandano ogni dì trecento lebbre,
perché par loro aver con essa sdegno;
dicon: “Se non s'apriva quel cotale,
non bisognava a noi pigliare il legno”.
In fin, questo amor proprio ha del bestiale
e l'ignoranza, che va sempre seco,
fa che 'l mal bene e 'l ben si chiama male.
Quella Pandora è un vocabol greco,
che in lingua nostra vuol dir “tutti doni”;
e costor gli hanno dato un senso bieco.
Così sono anche molte oppenioni,
che piglian sempre al riverso le cose:
tiran la briglia insieme e dan de sproni.
Piange un le doglie e le bolle franciose,
perché gli è un pazzo e non ha ancor veduto
quel che già messer Bin di lor compose:
ne dice un ben che non saria creduto;
leggi, maestro Pier, quella operetta,
ché tu arai quel mal, se non l'ha' avuto.
Non fu mai malattia senza ricetta:
la natura l'ha fatte tutt'e due:
ella imbratta le cose, ella le netta.
Ella trovò l'aratol, ella il bue,
ella il lupo, l'agnel, la lepre, il cane,
e dette a tutti le qualità sue;
ella fece l'orecchie e le campane,
fece l'assenzio amaro e dolce il mèle,
e l'erbe velenose e l'erbe sane;
ella ha trovato il buio e le candele,
e finalmente la morte e la vita,
e par benigna ad un tratto e crudele.
Par, dico, a qualche pecora smarrita:
vedi ben tu che da lei non si cava
altro che ben, perch'è bontà infinita.
Trovò la peste perché bisognava:
eravamo spacciati tutti quanti,
cattivi e buon, s'ella non si trovava,
tanto multiplicavano i furfanti;
sai che nell'altro canto io messi questo
fra i primi effetti della peste santi.
Come si crea in un corpo indigesto
collora e flegma et altri mali umori,
per mangiar, per dormir e per star desto,
e bisogna ir del corpo e cacciar fuori
(con riverenza) e tenersi rimondo
com'un pozzo che sia di più signori,
così a questo corpaccio del mondo,
che per esser maggior più feccia mena,
bisogna spesso risciacquare il fondo;
e la natura, che si sente piena,
piglia una medicina di moria,
come di reubarbaro o di sena,
e purga i mali umor per quella via;
quel che i medici nostri chiaman crisi
credo che appunto quella cosa sia.
E noi, balordi, facciam certi visi,
come si dice: “La peste è in paese!”;
ci lamentiam, che par che siamo uccisi,
che dovrebbemo darle un tanto al mese,
intertenerla come un capitano,
per servircene al tempo a mille imprese.
Come fan tutti i fiumi all'oceàno,
così vanno alla peste gli altri mali
a dar tributo e basciarle la mano;
e l'accoglienze sue son tante e tali
che di vassallo ogniun si fa suo amico,
anzi son tutti suoi fratei carnali.
Ogni maluzzo furfante e mendico
è allor peste o mal di quella sorte,
com'ogni uccel d'agosto è beccafico.
Se tu vuoi far le tue faccende corte,
avendosi a morir, come tu sai,
muori, maestro Pier, di questa morte:
almanco intorno non arai notai
che ti voglin rogare il testamento,
né la stampa volgar del “come stai”,
che non è al mondo il più crudel tormento.
La peste è una prova, uno scandaglio,
che fa tornar gli amici ad un per cento:
fa quel di lor che fa del grano il vaglio,
ché quando ella è di quella d'oro in oro,
non vale inacetarsi o mangiar l'aglio.
Allor fanno li amanti i fatti loro:
vedesi allor s'egli stava alla prova
quel che dicea: “Madonna, io spasmo, io moro”;
che se l'ammorba et ei la lasci sola,
s'e' non si serra in conclavi con lei,
si dice: “E' ne mentiva per la gola”.
Bisogna che gli metta de' cristei,
sia spedalingo e facci la taverna;
e son poi grazie date dalli dèi.
Non muor, chi muor di peste, alla moderna:
non si fa troppo spesa in frati o preti,
che ti cantino il requiem eterna.
Son gli altri mali ignoranti e indiscreti:
corrono il corpo per tutte le bande;
costei va sempre a' luoghi più secreti,
come dir quei che copron le mutande
o sotto il mento o ver sotto le braccia,
perch'ell'è vergognosa e fa del grande.
Non vòl che l'uom di lei la mostra faccia:
vedi san Rocco com'egli è dipinto,
che per mostrar la peste si dislaccia.
O sia che questo mal ha per istinto
ferir le membra ov'è il vital vigore
et è da loro in quelle parti spinto,
o veramente la carne del core,
il fegato e 'l cervel gli den piacere,
perch'ell'è forsi di razza d'astore;
questo problema debbi tu sapere
che sei maestro e intènditi di carne
più che cuoco del mondo, al mio parere.
E però lascio a te sentenzia darne:
so che tu hai della peste giudicio
e cognosci li storni dalle starne.
Or le sue laudi sono un edificio,
che chi lo vuol tirare infino al tetto
arà facenda più che a dir l'officio
non hanno i frati de san Benedetto;
però qui di murar finirò io,
lasciando il resto a miglior architetto.
E lascio a te, maestro Piero mio,
questo notabilissimo ricordo,
che la peste è un mal che manda Dio;
e chi crede altramente egli è un balordo.