LIII
Amor, tu vòi ch'io dica
quel ch'io tacer vorrei,
né par che 'n tanto error vergogna curi.
Dirò con gran fatica
gli affanni e' dolor miei,
non perché speri dir quanto sian duri,
ma, se tu m'assicuri
di tue percosse acerbe,
vo' che mi veda e senta
quella che mi tormenta,
quasi un languido cigno su per l'erbe,
c'allor che morte il preme
getta le voci estreme.
Ben mi credeva, lasso,
che 'l mie cantare un tempo
grato fusse a l'orecchie alpestre e crude;
ché non è sterpo o sasso
c'almen tardi o per tempo,
vedendo le mie piaghe aperte e nude
e ciò che l'alma chiude,
a pietà non si mova
del mio doglioso stato.
Ahi sòrte, ahi crudo fato,
et a costei perché 'l mio pianger giova?
perché mi giunge affanno,
se 'l mio morir gli è danno?
Ver'è ch'io piansi sempre
con lacrimoso stile
de' miei gravi martìr la lunga guerra;
ma con soavi tempre
il bel nome gentile
cantando, ancor sperava alzar di terra;
che s'un marmo poi serra
la carne ignuda e frale,
almen di tanta gloria
qualche rara memoria
qui rimanesse eterna et immortale.
Or poi che a lei non piace,
la mia lira si tace.
Tacen le dolci rime
e que' pietosi accenti
che rilevar solean mie pene in parte;
ché se non è chi stime
queste voci dolenti
né chi gradisca il suon di tante carte,
a che l'ingegno e l'arte
perder, sempre piangendo
dietro a chi non m'ascolta?
s'è senno alcuna volta,
per non noiar altrui, soffrir tacendo?
Ché, per gridar più forte,
non si fugge la morte.
Alma, riprendi ardire
e dal continuo pianto
ti leva al ciel, che già t'affetta e chiama;
rifrena il gran desire,
e con più altero canto
ti sforza d'acquistare eterna fama;
ché chi di venir brama
in qualche chiaro grido,
non sol per mirar fiso
negli atti d'un bel viso
si pòte a vuolo alzar dal proprio nido.
Drizza le voglie accese
a più lodate imprese.
Non sa la turba sciocca
de' miseri mortali
qual pregio è rimaner dopo mill'anni.
Così la morte scocca
i velenosi strali
et in un punto sgombra i vani affanni.
Ma chi pensa a' suoi danni
potrà ben veder come
poca polvere et ossa
in una breve fossa
si chiuderanno, e fia sepolto il nome.
Però, mentr'ella è viva,
trove di sé chi scriva.
Quanto vedi, canzon, col tempo manca,
e li triunfi e i regni,
altro ch'i sacri ingegni.