L'imagine crudele.
Ben più ch'altro Pittor felice assai
il fabro del tuo angelico ritratto,
Donna bella e crudel, gradire omai
deve l'alto favor che tu gli hai fatto;
quando temea, vicino ai chiari rai
arrestando la man stupido in atto,
quante glorie in molt' anni ebbe fra noi
perder a un guardo sol degli occhi tuoi.
Ma se volea con immortal pittura
grato a tanta mercé mostrarsi in parte,
il difetto, che 'n te pose Natura,
cautamente emendar devea con l'arte;
e come la beltà de la figura
rappresentò ne le vivaci carte,
così 'l bel volto ornar di pietà finta,
e mostrarti pietosa almen dipinta.
Misero amante, e qual potrà mai pace
sperar dal tuo rigor la pena mia,
s' un conforto insensibile e fallace
mi neghi ancor, fera superba e ria?
Né d'aver pur imagine ti piace,
che te rassembri, e che crudel non sia;
anzi può dar l'effigie tua crudele
spirto di crudeltate anco a le tele.
Pur l'ombra del mio Sol, ben che mentita,
ebro d'alto piacer, contemplo e miro.
A lei ragiono, a lei dimando aita,
seco piango talor, seco sospiro.
Quando la speme poi veggio schernita,
di lei mi doglio, e 'ncontr'a me m'adiro.
Ma mentre inteso a vagheggiar vaneggio,
è sì dolce l'error, ch'altro non cheggio.
D'un falso sogno Endimion fu vago,
d'un sembiante specchiato arse Narciso,
Pigmalione una leggiadra imago
d'avorio amò, da dotta mano inciso.
Io, che non men di vanità m'appago,
adoro l'ombra d'un dipinto viso,
e scòrto ognor da volontari errori
seguo i miei folli e fuggitivi amori.
Fanciul sembr' io, ch'effigiato vede
in opaco cristallo il proprio volto,
stende la destra pargoletta, e crede
prender l'oggetto entro 'l bel vetro accolto,
e scherzando e ridendo indarno chiede
il fin del suo desir semplice e stolto.
Del vano trastullar s'accorge intanto,
ed ogni scherzo suo termina in pianto.
Veggio pur de' begli occhi il doppio Sole,
in cui spirto d'Amor si gira e move,
ma non ascolto il suon de le parole,
onde tanta dolcezza al cor mi piove.
Credulo il senso altro piacer non vòle,
né certezza maggior ricerca altrove.
L'orecchio a l'occhio il proprio ufficio cede,
quel non ode il parlar, ma questo il vede.
Oh quante volte con baldanza sciocca
dopo lungo pregar Oracol sordo,
stendendo va l'innamorata bocca
a l'inganno soave il labro ingordo!
Lassa, ma fuor che tela, altro non tocca,
misero, e l'ombra stringo, e l'aura mordo;
e tra baci delusi il mio pensiero
trova nel color finto il dolor vero.
Ma tu de' lini animatore industre,
saggio maestro, e quanto saggio ardito,
che di tanta beltà l'oggetto illustre
in spettacolo vivo hai colorito:
come senza abbagliarti, augel palustre,
osasti d'affisar lume infinito?
Chi sostenne il tuo volo? o che sperasti,
quando i pensieri a sì gran mèta alzasti?
Volesti dunque i luminosi raggi
furar Prometheo a la più ardente sfera?
Tentar Fetonte insoliti viaggi?
Spiegar Icaro al Ciel piume di cera?
Pingi, fingi, se sai, forma, ritraggi
porpore e rose, Aurora e Primavera.
Scegli de l'Indo i più lucenti e fini
preziosi colori oltramarini.
Vano lo studio fia, vano lo stile:
non giunge a tant'onor pennello indegno.
Indarno suda a l'opera gentile
l'esperta man d'ogni famoso ingegno.
Chi ritrar vuol costei, sì che simile
corrisponda al suggetto il bel disegno,
convien, poi ch'ogni dì divien più bella,
che ritrovi ogni dì forma novella.
Or di questa, ch'al ver tanto somiglia,
chi fu l'autor? chi fu, che seppe, e come,
latte a la fronte, ed ebeno a le ciglia,
ostro dar a le guance, oro a le chiome?
O mirabil fattura, o meraviglia,
presso a cui perde ogni altra il pregio, e 'l nome!
Opra non sei terrena, il tuo Pittore
non fu (quant'io mi creda) altri ch'Amore.
Amor divino artefice fu quello
che l'essempio a l'Idee tolse dal Cielo,
e de l'aurato stral fece pennello,
e la tela adoprò del proprio velo,
e diede al suo lavor nobile e bello
tempre di foco da stemprare il gelo;
ma per tritare i bei colori (ahi lasso)
prese d'un duro core il vivo sasso.
Deh qual fuso fatale ottenne in sorte
d'ordir le fila tue, lino celeste?
Deve certo la Parca averle attorte,
del mio stame vital furo conteste:
poscia che la mia vita, e la mia morte
per miracol d'Amor pendon da queste;
e da le linee, onde vergato sei,
è prescritta la linea agli anni miei.
Dimmi, sei tu beltà dipinta, o viva?
Vorrei saver, sei tu pittura, o foco?
Se pittura sei tu, donde deriva
quell'ardor che mi strugge a poco a poco?
E chi de' dolci (oimè) detti mi priva,
ch'usurpar non mi può tempo, né loco?
Se foco sei, deh con qual forza offendi,
che la tela non ardi, e l'alma accendi?
O de la vita mia viva sembianza,
o pegno raro, o magistero eletto!
Tutto ciò che 'n me manca in te s'avanza,
scorgo ben nel tuo eccesso il mio difetto.
S'adombra a l'ombre tue la mia speranza,
ne' tuoi lumi s'abbaglia il mio diletto:
mirando i tuoi colori, io mi scoloro,
tu spiri, e vivi, ed io sospiro, e moro.
Simulacro spietato, Idolo avaro,
pittura adulatrice, Amor bugiardo,
avess'io pur dal ciglio amato e caro
men crudo almen, se non pietoso un guardo!
Spesso ti lavo col mio pianto amaro,
ma non scemo favilla al foco ond'ardo:
perché cresce a l'umor che 'n te vers'io
con la bellezza tua l'incendio mio.
Questo sol tempra, o del mio bel tesoro
dolce reliquia, il gran dolor ch'io sento:
che non mi fuggi almen, quando t'adoro,
né ti nascondi mai, se mi lamento.
Né fia di tanto mal picciol ristoro,
se 'l pensier ne l'essilio e nel tormento
consola in parte la memoria trista,
ch'abbia qualche conforto anco la vista.