LIV. PROSOPOPEA DI PERICLE. ALLA SANTITÀ DI PIO VI.
Io de' forti Cecropidi
Nell'inclita famiglia
D'Atene un dì non ultimo
Splendor e maraviglia,
A riveder io Pericle
Ritorno il ciel latino,
Trionfator de' barbari
Del tempo e del destino.
In grembo al suol di Catilo
(Funesta rimembranza!)
Mi seppellì del Vandalo
La rabbia e l'ignoranza.
Ne ricercaro i posteri
Gelosi il loco e l'orme,
E il fato incerto piansero
Di mie perdute forme.
Roma di me sollecita
Se 'n dolse, e a' figli sui
Narrò l'infando eccidio
Ove ravvolto io fui.
Carca d'alto rammarico
Se 'n dolse l'infelice
Del marmo freddo e ruvido
Bell'arte animatrice;
E d'Adriano e Cassio,
Sparsa le belle chiome,
Fra gl'insepolti ruderi
M'andò chimando a nome.
Ma in van; chè occulto e memore
Del già sofferto scorno
Temei novella ingiuria
Ed ebbi orror del giorno.
Ed aspettai benefica
Etade, in cui sicuro
Levar la fronte e l'etere
Fruir tranquillo e puro.
Al mio desir propizia
L'età bramata uscìo;
E tu sul sacro Tevere
La conducesti, o Pio.
Per lei già l'altre caddero
Men luminose e conte,
Perchè di Pio non ebbero
L'augusto nome in fronte.
Per lei di greco artefice
Le belle opre felici
Van del furor de' secoli
E dell'obblío vittrici.
Vedi dal suolo emergere
Ancor parlanti e vive
Di Periandro e Antistene
Le sculte forme argive:
Da rotte glebe incognite
Qua mira uscir Biante,
Ed ostentar l'intrepido
Disprezzator sembiante;
Là sollevarsi d'Eschine
La testa ardita e balda,
Che col rival Demostene
Alla tenzon si scalda.
Forse restar doveami
Fra tanti io sol celato,
E miglior tempo attendere
Dall'ordine del fato?
Io che d'età sì fulgida
Più ch'altri assai son degno?
Io della man di Fidia
Lavoro e dell'ingegno?
Qui la fedele Aspasia,
Consorte a me diletta,
Donna del cor di Pericle,
Al fianco suo m'aspetta:
Fra mille volti argolici
Dimessa ella qui siede
E par che afflitta lagnisi
Che il volto mio non vede.
Ma ben vedrallo: immemore
Non son del prisco ardore:
Amor lo desta, e serbalo
Dopo la tomba Amore.
Dunque a colei ritornano
I fati ad accoppiarmi,
Per cui di Samo e Carnia
Ruppi l'orgoglio e l'armi?
Dunque spiranti e lucide
Mi scorgerò dintorno
Di tanti eroi le immagini
Che furo ellèni un giorno?
Tardi nepoti e secoli
Che dopo Pio verrete,
Quando lo sguardo attonito
Indietro volgerete,
Oh come fia che ignobile
Allor vi sembri e mesta
La bella età di Pericle
Al paragon di questa!
Eppur d'Atene i portici
I templi e l'ardue mura
Non mai più belli apparvero
Che quando io l'ebbi in cura.
Per me nitenti e morbide
Sotto la man de' fabri
Volto e vigor prendevano
I massi informi e scabri:
Ubbidiente e docile
Il bronzo ricevea
I capei crespi e tremoli
Di qualche ninfa o dea.
Al cenno mio le parie
Montagne i fianchi apriro,
E dalle rotte viscere
Le gran colonne usciro.
Si lamentaro i tessali
Alpestri gioghi anch'essi,
Impoveriti e vedovi
Di pini e di cipressi.
Il fragor dell'incudini,
De' carri il cigolìo,
De' marmi offesi il gemere
Per tutto allor s'udìo.
Il cielo arrise: Industria
Corse le vie d'Atene,
E n'ebbe Sparta invidia
Dalle propinque arene.
Ma che giovò? Dimentichi
Della mia patria i numi,
Di Roma alfin prescelsero
Gli altari ed i costumi.
Grecia fu vinta; e videsi
Di Grecia la ruina
Render superba e splendida
La povertà latina.
Pianser deserte e squallide
Allor le spiagge achive,
E le bell'arti corsero
Del Tebro su le rive.
Qui poser franche e libere
Il fuggitivo piede,
E accolte si compiacquero
Della cangiata sede:
Ed or fastose obbliano
L'onta del goto orrore,
Or che il gran Pio le vendica
Del vilipeso onore.
Vivi, o signor. Tardissimo
Al mondo il ciel ti furi,
E con l'amor de' popoli
Il viver tuo misuri.
Spirto profan, dell'Erebo
All'ombre avvezzo io sono:
Ma i voti miei non temono
La luce del tuo trono.
Anche del greco Elisio
Nel disprezzato regno
V'è qualche illustre spirito,
Che d'adorarti è degno.