LIV – T.Tasso
Amate i padri, o voi pietosi figli;
E voi, pietosi padri, i figli amate;
Ché natura il v'insegna, e ven costringe.
S'ama la leonessa, orrida belva,
I pargoletti suoi; se 'l fero lupo
Difende i lupicini, e 'nsino a morte
Per lor combatte; avrà i suoi nati a scherno,
Più crudel de le fere, il crudo padre?
Tanto rigor, tant'odio e tanto obblio
Di natura sarà nel petto umano?
O del materno amor soave e dolce
Forza, che pieghi la feroce tigre,
E da la preda, a cui vicina e stanca
Corre anelando, la rivolgi indietro
A la difesa de' suoi cari parti!
Com'ella trova depredato e sgombro
Il suo covil da la gradita prole,
Repente corre, e le vestigia impresse
Preme del cacciator che seco porta
La cara preda. E quel rapido innanzi
Fugge, portato dal destrier corrente:
E per sottrarsi a la veloce belva
(Ch'altra fuga non giova, od altro scampo),
Con questa fraude d'ingegnoso ordigno
Delude la rabbiosa, e sé difende.
Perché di trasparente e chiaro vetro
Una palla le getta innanzi a gli occhi:
Onde, schernita da la falsa immago,
La si crede sua prole; e ferma il corso,
E l'impeto raffrena; e 'l dolce parto
Brama raccor nel solitario calle,
E riportarlo a la sua fredda cava.
E rinvenuta pur dal falso inganno
De le mentite forme, anco ritorna
(Ma più veloce assai, ch'ira l'affretta)
Dietr'a quel predator, ch'innanzi fugge;
E gli sovrasta omai rabbiosa il tergo.
Ma quel di nuovo, col fallace obietto
De lo speglio bugiardo, affrena e tarda
Il corso de la tigre; e si dilegua.
Né la madre per obblio si perde
La sollecita cura e 'l pront'amore:
Ma l'infelice si raggira intorno
A quella vana e 'ngannatrice immago,
Quasi dar voglia a' propri figli il latte.
E 'n questa guisa la schernita belva
La cara prole, e la vendetta ancora
Perde in un tempo, ch'è bramata e dolce.
E se 'n tal guisa suol amar la tigre,
O la consorte del leon superbo
O del famelic'orso, i propri figli;
Qual meraviglia fia s'amar vedrassi
La mansueta ed innocente agnella,
E la cerva selvaggia e fuggitiva,
Il dianzi nato, ancor tenero parto?
Fra molte pecorelle in ampia mandra
Il semplicett'agnel, scherzando a salti,
Esce dal chiuso ovile; e di lontano
Ei riconosce la materna voce.
E ricercando del suo proprio latte
I dolci fonti, affretta il debil corso:
E dove sian le desiate mamme
Vote del proprio umore, ei se n'appaga;
Né sugge l'altre più gravose e piene,
Ma le tralascia; e 'l suo dovuto cibo
Sol da la madre sua ricerca e brama.
La madre il dolce e pargoletto figlio,
Fra mille e mille, al suo belar conosce.
In questa guisa, di ragion sublime
Ogni difetto un largo senso adempie,
Che per natura in umil greggia abbonda,
Forse acuto viepiù del nostro ingegno.
Ma nel suo partorir solinga cerva
Mostra viepiù d'accorgimento e d'arte,
D'altr'animai in cui sia parte o seme
Di providenza, e di ragione industre.
Però piuttosto a la pietade umana
De' suoi cerbiatti crede il nuovo parto,
Ch'a le fere tremende; e l'aspre rupi,
E le selvagge lustre, e i lochi inculti
Fugge la paurosa; e dove scorge
De' piedi umani le vestigia impresse,
Press'a le vie da lor calcate e corse,
Ivi sicura il suo portato espone;
O ne le stalle si ricovra, e scampa
Gli artigli e i denti di selvaggia belva;
O dura cuna in rotta pietra elegge
Là dove s'apre un solo e picciol varco,
E i pargoletti suoi difende e guarda.