LIV – T.Tasso

By Giacomo Leopardi

Amate i padri, o voi pietosi figli;

E voi, pietosi padri, i figli amate;

Ché natura il v'insegna, e ven costringe.

S'ama la leonessa, orrida belva,

I pargoletti suoi; se 'l fero lupo

Difende i lupicini, e 'nsino a morte

Per lor combatte; avrà i suoi nati a scherno,

Più crudel de le fere, il crudo padre?

Tanto rigor, tant'odio e tanto obblio

Di natura sarà nel petto umano?

O del materno amor soave e dolce

Forza, che pieghi la feroce tigre,

E da la preda, a cui vicina e stanca

Corre anelando, la rivolgi indietro

A la difesa de' suoi cari parti!

Com'ella trova depredato e sgombro

Il suo covil da la gradita prole,

Repente corre, e le vestigia impresse

Preme del cacciator che seco porta

La cara preda. E quel rapido innanzi

Fugge, portato dal destrier corrente:

E per sottrarsi a la veloce belva

(Ch'altra fuga non giova, od altro scampo),

Con questa fraude d'ingegnoso ordigno

Delude la rabbiosa, e sé difende.

Perché di trasparente e chiaro vetro

Una palla le getta innanzi a gli occhi:

Onde, schernita da la falsa immago,

La si crede sua prole; e ferma il corso,

E l'impeto raffrena; e 'l dolce parto

Brama raccor nel solitario calle,

E riportarlo a la sua fredda cava.

E rinvenuta pur dal falso inganno

De le mentite forme, anco ritorna

(Ma più veloce assai, ch'ira l'affretta)

Dietr'a quel predator, ch'innanzi fugge;

E gli sovrasta omai rabbiosa il tergo.

Ma quel di nuovo, col fallace obietto

De lo speglio bugiardo, affrena e tarda

Il corso de la tigre; e si dilegua.

Né la madre per obblio si perde

La sollecita cura e 'l pront'amore:

Ma l'infelice si raggira intorno

A quella vana e 'ngannatrice immago,

Quasi dar voglia a' propri figli il latte.

E 'n questa guisa la schernita belva

La cara prole, e la vendetta ancora

Perde in un tempo, ch'è bramata e dolce.

E se 'n tal guisa suol amar la tigre,

O la consorte del leon superbo

O del famelic'orso, i propri figli;

Qual meraviglia fia s'amar vedrassi

La mansueta ed innocente agnella,

E la cerva selvaggia e fuggitiva,

Il dianzi nato, ancor tenero parto?

Fra molte pecorelle in ampia mandra

Il semplicett'agnel, scherzando a salti,

Esce dal chiuso ovile; e di lontano

Ei riconosce la materna voce.

E ricercando del suo proprio latte

I dolci fonti, affretta il debil corso:

E dove sian le desiate mamme

Vote del proprio umore, ei se n'appaga;

Né sugge l'altre più gravose e piene,

Ma le tralascia; e 'l suo dovuto cibo

Sol da la madre sua ricerca e brama.

La madre il dolce e pargoletto figlio,

Fra mille e mille, al suo belar conosce.

In questa guisa, di ragion sublime

Ogni difetto un largo senso adempie,

Che per natura in umil greggia abbonda,

Forse acuto viepiù del nostro ingegno.

Ma nel suo partorir solinga cerva

Mostra viepiù d'accorgimento e d'arte,

D'altr'animai in cui sia parte o seme

Di providenza, e di ragione industre.

Però piuttosto a la pietade umana

De' suoi cerbiatti crede il nuovo parto,

Ch'a le fere tremende; e l'aspre rupi,

E le selvagge lustre, e i lochi inculti

Fugge la paurosa; e dove scorge

De' piedi umani le vestigia impresse,

Press'a le vie da lor calcate e corse,

Ivi sicura il suo portato espone;

O ne le stalle si ricovra, e scampa

Gli artigli e i denti di selvaggia belva;

O dura cuna in rotta pietra elegge

Là dove s'apre un solo e picciol varco,

E i pargoletti suoi difende e guarda.