LIV
Chi porrà modo al giusto desiderio
Del dolce amico nostro, nuovamente
Rapitoci di seno, anzi sbarbatoci
Del core in sul fiorir de' suoi verd'anni?
Chi darà termin, per brev'ore almeno,
O Ciconin mio caro, al nostro pianto?
Acciocché noi possiam, come ne sforza
Il reciproco amor, poner d'intorno
Al sacrato sepolcro i sezzi doni,
E pagargli le giuste cerimonie
Con gli alti tronchi de' cipressi accesi,
E qualche ghirlandetta semplicella,
Se non di fresche rose o bianchi gigli,
Forse narcisi, ovver fronzuti acanti,
D'immortale amaranto e vivace appio,
Che mal ne gli orti nostri fiorir veggionsi;
Con le vili erbe almen i picciol fiori
De l'isopo, del timo, e del serpillo,
E de la mammoletta verginella,
Ch'e boschi nostri non ci negheranno.
O tragica Melpomene, ora è tempo
Che tu ne aiuti onorar con le meste
Note del tuo più lamentevol plettro
La pia memoria e la funebre pompa
Del caro amico nostro; snoda adunque
Col tuo negro favor la lingua avvezza
Ne' gruppi, i quai troppo infelicemente
La strinser già mille infelici lacci,
Ascosi tra gli amori e tra lusinghe,
Di chi, se più ne inganna, più sen ride.
Dunque è pur ver, che quelle unghie crudeli
De l'ostinata vecchia, che fu figlia
De l'atra Notte e dello ingordo Inferno,
Per viva forza abbia tronco lo stame
In man de la sorella, che a la rocca
L'aveva avvolto appena? Egli è pur vero,
Che con la nebbia de lo eterno sonno
Gli abbi la sozza diva chiusi gli occhi?
Quegli occhi, onde le Carite spargevano
Sì gran splendore e così chiara lampa,
Che altro lume non cercava un saggio
A tòrsi de le tenebre del vulgo.
Dunque è pur ver, che quella avara mano
Chiuso abbia quella bocca, onde le Grazie
Spiravan la dolce aura dolcemente,
Per l'aura dolce che riempieva il core
De le dolcezze de gli eterni odori,
E ne accendeva d'estremo disio
L'uman voler di ritornar al cielo,
Dove quell'aura dolce ora respira?
O Prato, tu hai perduto il più bel fiore
Che mai scoppiasse in sen d'erba, o s'aprisse,
O la più bella boccia, a più ver dire;
Quella boccia, ch'appena porto odore
Avea di sé, ch'uno incognito vento
Languida cader félla e secca in terra.
Non senti tu l'odor che l'ha lasciato
Nel suo partir, che ne conforta ancora
L'odorante virtù così lontana?
O cari amici, che godeste in parte
Le sue dolci maniere e i bei costumi,
E che sapete ch'io ben dico il vero;
Porgete al petto mio qualche scintilla
Di quella pieta che per lui vi stringe,
Acciocché s'io non posso col mio affetto
Pianger com'io vorrei la tolta gioia,
La pianga almen, mercé del dolor vostro.
Ed è ben giusto, poi che s'è fuggito
Da voi ogni diletto, e vi ha lasciato
Ogni dolcezza; poi che vi è nascosta
La stella, il porto, l'ancora e la vela
De la sdruscita nave, ch'è restata
In mezzo al mare, al vento, a la tempesta,
Né ci è chi più la spalmi o più la regga.
Chi fia ch'or vi consigli in dubbia impresa?
Chi che la man vi porga, s'alcun cade?
Chi che vi aiti, se 'l bisogno il chiede?
E chi s'uno erra, che 'l rimetta in via?
O belle donne; e dico a quelle in cui
Pose Amor grazia, onestà e leggiadria,
Pietà, virtù, nobiltà e gentilezza,
Beltà Natura, e giovinezza il Tempo;
Piangete meco insieme, accompagnate
Le mie querele con le vostre lagrime,
Aiutate gli accenti, che interrotti
Dai soverchi martir, perdon la voce:
Ché voi smarrito avete un giovincello,
Di cui né più gentil né più cortese
Vide l'Etruria o 'n questa o 'n altra etade.
O ninfe, e' s'è da voi sottratto quello,
Che con la cetra sua già tante e tante
Volte vi tenne in gioia, e vi diè gioco.
O quante volte vi vidd'io già tutte
Mostrar ridendo una estrema allegrezza,
Scorgendo le lascive pecorelle,
E le snelle caprette l'erbe e i fiori
Lasciar, già tutte divenute vaghe
De l'armonia ch'uscia de la sua voce:
Anzi battervi il tempo e la misura,
Non altrimenti che voi vi facciate
In su le feste, ove Imeneo vi accoglie,
Merzé de' vostri amanti, che v'incitano
A carolar, per mostrarvi del core
Le battute, i sospetti e le paure,
Che, la vostra mercé, li tien sospesi.
Quante volte vidd'io fermar gli augelli,
Tratti dal suon de le medesme note,
Dimenticati di tornare al nido,
O portar da mangiare ai cari figli,
Star tutto il giorno sopra i verdi rami
A lui vicini, e risponder talora
A le parole sue con vari modi!
Vien tu, Cupido, ancora a pianger meco,
Che n'hai più ch'altro cagion giusta forse;
Che tu hai perduto un de' più fidi e cari,
Un de' più accorti e più cortesi amanti,
Che nel bel regno tuo servisse ancora;
Se ben gli avenne averne poco merto.
Ma chi de l'opre sue cerca mercede,
Non si metta a servir ne la tua corte.
O caro Ciconin, dunque è pur vero,
Che 'l nostro Gherardaccio è già 'n sul legno
Del canuto Caron, anzi è passato
Le torbide acque, e siede in su la ripa,
E guarda indietro, e di noi cerca, e duolgli
Del nostro vaneggiar, de' nostri errori;
E 'l buon Minos entro a' bei Campi Elisi
Orrevol luogo gli ha già dato, e postolo
Infra' più degni e più beati spirti;
Perché così chiedeano i merti suoi,
Così la sua virtù cercava, e 'l giusto
Tal lo sforzava, e la sua cortesia
E la pietà che a Dio portò valevano.
Dunque è pur ver che 'l nostro amico è morto?
Anzi, è menzogna, anzi non è possibile:
Or non lo vedi tu riderti ancora,
Chiamarti, e ragianar teco d'amore,
Di cortesia, d'onor, di gentilezza?
Sì ch'io lo veggio, e sento ch'ei mi dice:
– Vien meco, amico, siedi meco, amico. –
Ed io vo seco, e seco siedo, ahi lasso!
Con chi vad'io? Con chi seggio? Con l'ombra,
Con l'ombra seggio del mio Gherardaccio.
L'è l'ombra sua quella ch'i' veggio, è quella
Con chi vo, con ch'io seggio; è l'ombra sua
Che mi si para inanzi: ché lo amore
Che mi portava, traendone il cambio,
Lo sforzano a tornar ovunque io sia
Con l'imaginazion false, con l'ombre,
Poi che non puote tornarci col vero.
Che debb'io far? Che mi consigli adunque,
Amor, poi ch'io mi trovo in tanta doglia,
La tua mercé, se ben sei giusto adesso,
Se ben non mi dai biasmo, e non offendi
Altrui, come fa 'l tuo, falsa Ciprigna,
Che mi fa per le selve andar errando.
Ma ecco ch'ei ritorna, e mi si mostra
Pien di splendor, pien di gloria, e si duole
Del mio dolor, e pietoso mi asciuga
Con le sue man le lagrime, e mi dice
Tutto pietà, tutto amor, tutto fede,
Queste poche dolcissime parole:
– Non pianger, caro amico, io non son morto,
Ma sono asceso in cielo; ivi mi godo
I ben spesi anni, e caro ho che fur pochi:
Ché 'l prolungar la vita, ove la morte
Vince ogni cosa, ch'altro è che morire,
E turarne la via d'irne alla vita?
Dove ora attendo il vostro arrivo, e dove
Prego per voi il Signor, che, sua mercede,
Vi sviluppi da' sterpi, e da le ingorde
Brame vi tolga de le più feroci
Fiere di questa spaventevol selva,
Ch'a voi, lontan dal ver, par tanto bella;
Acciò possiate con spediti vanni
Ascender meco al regno ove l'invidia
Non rode il nostro ben, né 'l tempo il scema,
Né di livido il tinge iniqua lingua.
Tu odi, o Ciconin, quel che ci dice
Il caro amico nostro. Or non piangiamo
Le sue venture adunque, anzi mostrianci
Allegri tutti, ch'ei non creda o pensi
Che dispiacer de l'altrui ben ne sforzi:
E non ci paia grave esser restati
Senza il dolce compagno; ben c'incresca
Del tempo che noi siamo in questa valle,
Anzi in quest'aspra e 'n questa folta selva
Selvaggia sì, ch'ei non si scerne modo
Come uscirne sicuro, a starvi allegro.
Né facciam come l'ignorante vulgo:
Ché gli avien sempre, che mentre in lui luce
La virtù viva d'un de' nostri soli,
Ch'ei la riputa vil favilla; e poi
Che glie le oscura un'importuna nebbia
E toglie il bel splendor da gli occhi suoi,
Ch'allor lo preme un desiderio intenso
Di ricovrarla; allor d'ira e di sdegno
Trafitto, allarga a le lagrime il petto,
E coi sospiri accende l'aer tutto.
E però non piangiamo il guiderdone
Ben meritato, il dovuto riposo
Del caro amico, che col dolor nostro,
Con le nostre querele e nostre strida,
Non lo potrem ritor di man di quella,
Che a noi lo tolse, per metterlo in cielo:
Ché non consente il fatal ordin questo.
Sai tu, buon Ciconin, di chi si deve
Pianger la morte? Di chi muor vivendo,
E di chi lascia dopo morte un grido,
Un fremito, un romor, una vergogna,
Che di sé vergognar fa la natura;
Non di chi vive morto e di sé pone
Entro gli orecchi nostri, entro a' cuor nostri
Un nome, un plauso, una fama, uno onore,
Che d'invidia empir fa chi muore in vita,
E d'un bello sperar chi vive in morte.
Però serra, Melpomene, il tuo rivo,
Che ne porge le lagrime, e 'n suo luogo
Erato bella apraci il petto, e caccine
I più allegri, i più soavi accenti,
Che mai spargesse per amico amico;
Non dico amante, perché questo è 'l falso,
E quello il ver d'amor felice nodo.
Ed io, la tua mercé, il sacro sepolcro
Del santo amico mio, la ricca pompa,
Tutto d'amor acceso e di pietade,
Onorar con l'esequie de la laude
Tenterò, da giusto obligo forzato,
Non dal bisogno suo, perché quell'opre,
Che vivo l'onorar, l'onoran morto.