LIV
Non so, maestro Pier, quel che ti pare
di questa nuova mia maninconia,
che io ho tolto Aristotele a lodare.
Che parentado o che genologia
questo ragionamento abbia con quello,
ch'io feci l'altro dì, della moria,
sappi, maestro Pier, che quest'è 'l bello:
non si vuol mai pensar quel che si faccia,
ma governarsi a volte di cervello.
Io non trovo persona che mi piaccia,
né che più mi contenti che costui:
mi paion tutti gli altri una cosaccia,
che fûrno inanzi, seco e dopo lui,
e quel vantaggio sia fra loro appunto
ch'è fra il panno scarlatto e i panni bui,
quel ch'è fra la quaresima e fra l'unto,
ché sai quanto ti pesa, duole e incresce
quel tempo fastidioso, quando è giunto,
ch'ogni dì ti bisogna frigger pesce,
cuocer minestre e bollire spinaci,
stringer melanze sin che 'l succo n'esce.
Salvando, dottor miei, le vostre paci,
io ho detto ad Aristotele in secreto,
come il Petrarca: “Tu sola mi piaci”.
Il qual Petrarca avea più del discreto,
in quella filosofica rassegna,
a porlo inanzi, come 'l pose drieto.
Costui, maestro Piero, è quel che insegna,
quel che può dirsi veramente dotto
e di vero saper l'anime impregna;
che non imbarca altrui senza biscotto,
non dice le sue cose in aria al vento,
ma tre e tre fa sei, quattro e quattro otto.
Ti fa con tanta grazia un argumento,
che te lo senti andar per la persona
fin al cervello e rimanervi drento.
Sempre con sillogismi ti ragiona
e le ragion per ordine ti mette;
quella ti scambia che non ti par buona.
Dilèttasi di andar per le vie strette,
corte, diritte, per fornirla presto,
e non istà a dir: “L'andò, la stette”.
Fra li altri tratti Aristotele ha questo,
che non vuol che gl'ingegni sordi e loschi
e la canaglia gli meni l'agresto.
Però par qualche volta che s'imboschi,
passandosi le cose di leggiero,
e non abbia piacer che tu 'l conoschi.
Ma quello è con effetto il suo pensiero:
se gli è chi voglia dir che non l'intende,
làscialo cicalar, ché non è il vero.
Come falcon che a far la preda intende,
che gira un pezzo suspeso su l'ali,
poi di cielo in un tratto a terra scende,
così par ch'egli a te parlando cali
e venga al punto, e, perché tu l'investa,
comincia dalle cose generali
e le squarta e minuzza e trita e pesta,
ogni costura e buco gli ritrova,
sì che scrupolo alcuno non ti resta.
Non vuol che l'uomo a credergli si mova
se non gli mette prima il pegno in mano,
se quel che dice in sei modi no 'l prova.
Non fa proemî inetti, non in vano:
dice le cose sue semplicemente
e non affetta il favellar toscano.
Quando l'incorre a parlar della gente,
parla d'ogniun più presto ben che male;
poco dice d'altrui, di sé niente,
cosa che non han fatto assai cicale,
che, volendo avanzarsi la fattura,
s'hanno unto da sua posta lo stivale.
È regola costui della natura,
anzi è lei stessa; e quella e la ragione
ci ha posto inanzi a gli occhi per pittura.
Ha insegnato i costumi alle persone:
la felicità v'è per chi la vuole,
con infinito ingegno e discrezione.
Hanno gli altri volumi assai parole,
questo è pien tutto e di fatti e di cose
e d'altro che di vento empir ci vuole.
O Dio, che crudeltà, che non compose
un'operetta sopra la cucina,
fra l'infinite sue miracolose!
Credo che la sarebbe altra dottrina
che quel tuo ricettario babbuasso,
dove hai imparato a far la gelatina;
che ti arebbe insegnato qualche passo,
più che non seppe Apicio né Esopo,
d'arrosto, lesso, di magro e di grasso.
Ma io che fo, che son come quel topo
ch'al leon si ficcò dentro all'orecchia
e del mio folle ardir m'accorgo dopo?
Arreco al mondo una novella vecchia,
bianchezza voglio aggiungere alla neve
e metter tutto il mare in poca secchia.
Io che soglio cercar materia breve,
sterile, asciutta e senza sugo alcuno,
che punto d'eloquenzia non riceve;
e che sia il ver, va', leggi ad uno ad uno
i capitoli miei, ch'io vo' morire
se gli è suggetto al mondo più digiuno.
Io non mi so scusar se non con dire
quel ch'io dissi di sopra: e' son capricci
ch'a mio dispetto mi voglion venire,
come a te di castagne far pasticci.