LIV
A pié d'un verde faggio
Del bel Meandro a la sinistra riva,
Endimion s'udiva
Chiamar l'amato e fuggitivo raggio
De la cerva del cielo,
Vaga sorella del signor di Delo.
Era in su l'ora apunto
Che 'l celeste bifolco il carro guida
Ver l'Orsa che s'annida,
E la notte il suo manto avea trapunto
Di que' beati lumi
Che fan quaggiù correr di latte i fiumi,
Quand'il giovin dolente,
Bramoso di mirar la vaga luce
Ch'a morte lo conduce,
Con fredda lingua e con affetto ardente
Cose dicea sì nove
Ch'a pietà mosse Radamanto e Giove.
Allor fra selve e boschi
Mille ninfe s'udir, mille pastori
I mal graditi amori
Pianger di quest'amante, e i neri e foschi
Giorni de la sua vita
Ch'aspettan sol da la sua morte aita.
E perché fosse noto
L'eterno suo martir, l'eterno foco,
E inteso in ogni loco,
Quinci Euro e Coro e quindi Borea e Noto,
Ciascun per la sua parte
Lo sparse in mille lingue, in mille carte.
«Apri il balcon celeste»
Dicea «di novi lumi adorna e cinta,
Da tanti prieghi vinta;
E 'n quel petto di smalto alfin si deste,
O mia gelata face,
Qualch'ombra di pietà che mi dia pace.
Scopri serena al mondo
Quel più tranquillo e più sereno aspetto
Che suol produrre effetto
In terra più felice e più giocondo,
E con più tardo giro
Frena il tuo corso, mentr'io piango e miro.
Ecco il silenzio e 'l sonno,
Prodotti a un parto della notte, usciti,
Più dell'usato uniti,
Dalle cimmerie grotte, e, quanto ponno,
Fan con licor di Lete
Per l'oriente le campagne quete.
A queste piaghe mie
Pietoso il sol, con novo stile in fretta,
A chi di là l'aspetta
N'ha rimenato assai cortese il die;
Né corse quel sentiero
Ch'è di questa stagione il camin vero.
Ecco ch'ad una ad una
Espero chiama le dorate stelle,
Vie più lucenti e belle,
Per coronarne l'argentata luna;
Elle per torte strade
Vengon ratte a 'nchinar l'alma beltade.
La stellata corona
De la schernita giovane di Creta,
Più luminosa e lieta,
Veggio un che reverente a' pié ti dona
E tutto umil t'inchina,
Qual de le stelle in cielo alta regina.
Or lampeggia la stampa
De l'isola ove ancor la terra bagna
La tua fedel compagna,
là ov'Alfeo corre che fra l'onde avvampa,
Ove fu l'alto acquisto
Ch'il regno alluma tenebroso e tristo.
Ecco di nove fiamme
Adorno l'animal che Garamante
Tenne all'acceso amante
Di Bagrade fra l'onde; e par ch'infiamme
La parte ov'egli gira
E di tanto indugiar seco s'adira.
Quel tempestoso figlio
Mira di Ereo che festi in mezo il fiume
Privo di vita e lume,
E fu poi segno in ciel per tuo consiglio,
Ch'or, lieto e disarmato,
Stanca il petto chiamando il raggio amato.
Il vecchio che soggiorna
Converso in selce in su 'l gran lito moro
Vede le figlie al Toro
Fregiar la bocca e l'infiammate corna,
E se ne gode tanto
Ch'appaga il duol del variato manto.
E quella che mai sempre
L'inevitabil fato, il caso reo
Ond'arse Ilio e Sigeo
Pianse là sotto il polo in nove tempre,
E con l'inculto crine
Prediceva a' mortai doglioso fine,
Or già de le più vaghe
E luminose stelle a paragone,
Non più segno o cagione
Di mal ch'il mondo orribilmente impiaghe,
Fora di propri calli,
Mena con l'altre lascivetti balli.
Dolente a' dolor miei
Ne vien la bella Astrea con quella prole
Cui par non vide il sole:
Io dico del gran figlio di colei
Ch'in forma d'aureo nembo
Il fallace amator raccolse in grembo.
O che lucente schiera
Seco mena costui ch'in riva al mare
Trovò luci sì care!
Ecco Cassiopea sdegnosa e altera;
Ecco Cefeo appresso
Smarrito ancora per l'orribil messo;
E perché novi onori
Ti porge il ciel, questa superba volto
Ha nel suo loco il volto
Perché qual duce al tuo apparir t'adori,
Rotto il fatal destino
Di girar sempre il mondo a capo chino.
E tu, invida Notte
che, spronando i destrier foschi ed alati,
M'hai tolto i raggi amati
E l'ore del piacer spesso interrotte,
Pietosa a tanto affanno
Gira quel cerchio c'hai maggior nell'anno.
Di te più lieto giorno
Dal gran seno del tempo unqua non venne,
Se ben talor avvenne
Ch'un sol dì fosse di più soli adorno
S'or gira in terra il guardo
Colei per cui tant'anni agghiaccio ed ardo.
Dunque, o mio lume eterno,
O giel che m'ardi il core ott'anni interi,
O cagion di sì veri
Pianti ch'intenerir potrian l'inferno,
Deh mostra, omai cortese,
Quel ch'indarno fin qui la mente attese.
Io dissi: Un raggio solo,
Un picciol segno di pietà che faccia
Fede che non ti piaccia
Viver de la mia morte e del mio duolo;
Ché basteria sol questo
Il mio stato addolcir penoso e mesto.
Io so ch'altro non volsi
Da te già mai, e tu saper lo puoi,
Ch'il sol de gli occhi tuoi;
Né ad altro fin questa mia voce sciolsi
Se non perché ti chiami
Con la mia lingua il mondo e adori ed ami.
Bramai che tanti doni,
Tante doti celesti onde vai carca,
Non tronche man di Parca,
Ma l'alto tuo valor tanto risoni
Che vinca la memoria
D'ogn'età, d'ogni tempo e d'ogni istoria.
E se sperar dovea,
Per languir e servir con tanta fede,
Qualche giusta mercede
Un cor ch'adori in terra immortal dea
Con gli spirti sì accensi
Qual a Dio sol per debito conviensi,
Dillo nel tuo secreto
A te stessa, o d'amor fiera nimica;
Saggia, santa, pudica,
Face del mondo per divin decreto,
Scala ch'al sommo bene
D'una in altra sembianza ergi la spene.
Ma che pò far Medusa
Altro che trasformarmi in freddo sasso
Che spiri e mova il passo
E tra speme e timor sempre confusa
Tenga la mente e stille
Lagrime il volto e mandi il cor faville?»
Mentre piagato ed arso
Così bramando Endimion si strugge,
E pur s'asconde e fugge
Quel raggio che talor benigno è apparso,
Ecco venir dall'onde
Voce ch'ogni suo ben turba e confonde:
«Non ir più desiando,
O travagliato amante arso dal ghiaccio,
D'aver la luna in braccio;
Ma, 'l tuo frale terren stato mirando,
Frena il superbo ardire,
Ché non è da mortal tanto desire.
Ritorna al sonno antico;
Ivi la lunga fe', l'acceso core
Pasci d'ombre e d'errore.
Con quel vano sperar che t'è sì amico
Forse sognando avrai
Quel che non mai sperar desto potrai».