LIX – C. Magno

By Giacomo Leopardi

Me stesso io piango, e de la propria morte

Apparecchio l'esequie anzi ch'io pera;

Ch'ognor in vista fera

M'appar davanti, e 'l cor di tema agghiaccia:

Chiaro indicio che già l'ultima sera

S'appressi e 'l fin di mie giornate apporte.

Né piango perché sorte

Larga e benigna abbandonar mi spiaccia:

Anzi or con più che mai turbata faccia

Fortuna provo a farmi oltraggio intenta.

Ma se in cotal pensier l'anima immersa

Geme, e lagrime versa,

E del suo amato nido uscir paventa;

Natura il fa; che per usata norma

L'imagine di morte orribil forma.

Lasso me, che quest'almo e dolce lume,

Questo bel ciel, quest'aere onde respiro,

Lasciar convegno; e miro

Fornito il corso di mia vita omai:

E l'esalar d'un sol breve sospiro

A' languid'occhi eterna notte adduce:

Né per lor mai più luce

Febo, o scopre per lor più Cintia i rai.

E tu lingua, e tu cor, ch'i vostri lai

Spargete or meco in dolorose note;

E voi piè, giunti a' vostri ultimi passi;

Non pur di spirti cassi

Sarete, e membra d'ogni senso vote;

Ma dentro a la funesta oscura fossa

Cangiati inmassa vil di polve e d'ossa.

O di nostre fatiche empio riposo,

E d'ogni uman sudor meta infelice!

Da cui torcer non lice

Pur orma; né sperar pietade alcuna.

Che val, perch'altri sia chiaro e felice

Di gloria, d'avi, o d'oro in arca ascoso,

E d'ogni don gioioso

Che natura può dar larga, e fortuna;

Se tutto è falso ben sotto la luna,

E la vita sparisce a lampo eguale,

Che subito dal cielo esca e s'asconda?

E s'ove è più gioconda,

Più acerbo scocca morte il crudo strale?

Pur ier, misero, io nacqui; ed oggi il crine

Di neve ho sparso, e già son giunto al fine.

Né per sì corta via vestigio impressi

Senz'aver di mia sorte onde lagnarme:

Ché l'empia assaltarme

Vidi con alte ingiurie a ciascun varco.

Contra la qual da pria non ebbi altr'arme,

Che lagrime, e sospir da l'alma espressi:

Poi de' miei danni stessi

L'uso a portar m'agevolò l'incarco.

Quinci a studio non suo per forza l'arco

Rivolto fu del mio debile ingegno,

Tra 'l roco suon di strepitose liti:

Ove i dì più fioriti

Spesi: e par che 'l prendesse Apollo a sdegno;

Ché se fosser già sacri al suo bel nome,

Forse or di lauro andrei cinto le chiome.

Ma qual colpa n'ebb'io, se 'l Cielo avverso

Par che mai sempre a' bei desir contenda?

E virtù poco splenda

Se luce a lei non dan le gemme e l'oro?

Né quanto il dritto e la natura offenda

S'accorge il mondo in tal error sommerso?

Al qual anch'io converso,

De le fortune mie cercai ristoro:

Ben che parco bramar fu 'l mio tesoro,

Con l'alma in se di libertà sol vaga,

E d'onest'ozio più che d'altro ardente:

Resa talor la mente,

Quasi per furto, infra le Muse paga;

Che de' prim'anni miei dolci nodrici,

Fur poi conforto a' miei giorni infelici.

Un ben ch'ogni mal vinse, il Ciel mi diede,

Quando degnò de la sua grazia ornarmi

L'alta mia patria, e farmi

Servo a se, noto altrui, caro a me stesso.

Onde umil corsi ov'io sentii chuiamarmi,

A più nobil cammin volgendo il piede.

Così a l'ardente fede

Pari ingegno e valor fosse concesso,

O pria sì degno peso a me commesso:

Ché saldo almen sarebbe in qualche parte

L'infinito dover che l'alma preme.

Quinci in quest'ore estreme

Ella con maggior duol da me si parte:

Ch'ove a l'obbligo scior la patria invita,

Non pon mille bastar, non ch'una vita.

Dunque s'ora il mio fil tronca la dura

Parca, quanti ho de' miei più cari e fidi

Amor cortese giudi

Al marmo in ch'io sarò tosto sepolto;

E la pietà che in lor mai sempre vidi

Qualche lagrima doni a mia sventura.

E se pur di me cura

Ebbe mai Febo, anch'ei con mesto volto

Degni mostrarsi ad onorar rivolto

Un fedel servo, onde la morte il priva.

Prestin le Muse ancor benigno e pio

Officio al cener mio:

E su la tomba il mio nome si scriva;

Acciò, se 'l tacerà, d'altro onor casso,

La fama, almen ne parli il muto sasso.

Andresti e tu più ch'altri afflitto e smorto

A versar sovra me tuo pianto amaro,

Mio germe unico e caro;

S'in tua tenera età capisse il duolo.

Ahi, che simile al mio destino avaro

Provi: ch'a pena anch'io nel mondo scorto,

Piansi, infelice, il morto

Mio genitor, restando orbato e solo.

Misero erede: a cui sol largo stuolo

D'affanni io lascio, in pura povertade,

Chiudendo gli occhi, oimè, da te lontano.

Porgi, o Padre sovrano,

Per me soccorso a l'innocente etade:

Ond'ei securo da' miei colpi acerbi

Viva, e de l'ossa mie memoria serbi.