Lo sdegno

By Agnolo Bronzino

Nuovo capriccio mio, che dello sdegno

chiedi or ch'io dica e sai pur ch'egl'è molto

precipitoso e di bizzarro ingegno!

Chi sa che se' a cantar di lui mi volto,

sopra questa zampogna di contado,

e' non si sdegni e mi dia dello stolto?

Che mal si può con persone di grado

e massime sdegnose andar burlando,

ch'almen almen non te ne sanno grado.

Muse, che fo? s'io mi vi raccomando

basteramm'egli il vostro aiuto? o pure

mi converrà da altri irlo cercando?

Venite, Muse, pur, ch'esser sicure

v'ho conosciute e fatemi dir cose,

vi prego, oneste e piacevoli e pure.

Lo sdegno è una delle maggior cose,

che sia stata o possa essere o sia

fra l'umane, terrene e mortal cose.

Faretevi poi dir da chichessia

altri, che cosa sia lo sdegno e come

e dove e' nasca e quando e per qual via;

ch'io, che pur troppo gravi e sconce some

mi reco addosso, non posso badare

a diffinirli o analogarli il nome.

Quando lo sdegno è generoso, stare

può con ogni virtute a paragone

e non si lascia a gnuna sopraffare;

ma quando egl'è di nimico e fellone

animo verso te, va largo a' canti,

ch'e' non riguarda gradi, né persone.

Adunque è forza darli doppii vanti,

s'e' può fare a suo posta bene e male

e praticar co' diavoli e co' santi.

Non si lodi del mal, ma quanto e' vale,

— dico in possanza — poi s'e' giova o nuoce,

piglisi o lasci da questo o quel tale.

Servitevi del fuoco, ma s'e' cuoce,

non lo toccate; e' non è già per questo,

ch'e' segli debba dar cattiva boce.

Lo sdegno è ragionevole e onesto,

ma io sto troppo a farvelo con mano

toccare, ov'è bisogno di far presto.

Natura dette a tutti e non invano,

poi ch'ella ci ebbe fatti, un certo amore

di conservarci il più che noi possiano.

E perché sanità, roba e onore,

piaceri e vita e buona grazia e quanto

si trova altro di buono o di migliore,

tutto a chi si vuol ben si brama tanto,

volendone a noi stessi, è forza a noi

bramarlo sempre e non lo por da canto,

che tutte queste cose dette e poi

dell'altre sono acconce a conservarci,

par a me — dico — s'e' pare anch'a voi.

Or quando e' venga qualcuno a privarci

di questi benefizi, in tutto o in parte,

e 'n quello scambio i lor contrari darci,

ha ordinato — o che mirabil arte! —

natura il padre sdegno, che sozzopra

trabocca il desco e getta via le carte.

E, secondo ch'è il giuoco, or forza adopra,

or preghi ed ora industria ed ora inganno,

pur che da chi l'offende si ricuopra.

Né vi pensate che color che hanno

in lor vergogna di qualche difetto,

potessin mai pigliar pel verso il panno,

se non fusse lo sdegno, ch'io v'ho detto,

che per quella vergogna ricevuta

gl'abbrucia dentro e sbucchia e monda il petto.

E se ben un più tardi si rimuta

ch'un altro e poi, secondo la vergogna,

che con lo sdegno nel viso gli sputa,

basta che teco sdegnarsi bisogna

e, senza questo, la vergogna, poco

ti gioverebbe a guarir la tua rogna.

Anzi più importa a conservarti, il giuoco

dello sdegnarti teco stesso, ch'egli,

quando e' si venga di qual si sia loco.

Quante volte l'avaro pe' capegli

tira lo sdegno e mostra ch'egli stenta,

perch'e' figliuoli sguazzino e' frategli!

E 'l viver corto e l'error gli rammenta,

dello stremarlo e dell'esser beffato,

finch'e' si sdegna e di sé si rammenta.

Un altro, che si vede diventato

per sua sciagurataggine un furfante,

senza virtù, danari, amici o fiato,

truova lo sdegno, che gli dice tante

villanie, che lo pungano e sì spesso,

ch'e' lo fa diventar buono e galante.

Guai a colui che non si sdegna e presso

non lo tien sempre, ch'e' sare' per lui

me' ch'e' s'andasse a 'nnegare egli stesso!

Tutti i peccati spenti son da lui,

tutti i costumi o maliziosi o sciocchi

si lascion ir da noi, mercé di lui.

Questo ci fa tenere aperti gl'occhi,

perché qualche ignorante o qualche tristo

l'onor, la roba o 'l piacer non ci tocchi.

Questo t'insegna a mantener l'acquisto

degl'amici e 'ngegnarti esser da loro

da ben tenuto e con buon occhio visto.

Né ti farebbe, per tutto il tesoro

del mondo, sopportar cosa che punto

ti scemasse d'onore o di decoro.

Vuol che 'l tuo grado ti mantenga appunto

o più tosto l'accresca e s'a scemarsi

ha, che tu stesso ne pigli l'assunto.

Per amore e virtù suole obligarsi,

non per timore o utile e gl'onori

giudica ai buoni, non men ch'ai ricchi darsi.

Ama con fede e gl'amici e i maggiori

e per lor tempo, stato, avere e vita

pone e tutt'altro, dall'onore in fuori.

Con la vera virtù gli animi invita

amarsi e non con ciancie o ciurmerie,

ma pura mente e non doppia e scaltrita,

e 'nsomma sdegna tutte quelle vie,

che possano altrui dar calunnia a torto,

nimico capital delle bugie.

E com'ei s'è d'un doppio e falso accorto,

d'un vantatore o d'un prosuntuoso,

esser non può ch'e' non lo guardi torto.

Bene sta qualche volta anco nascoso

dentro, lo sdegno, e fuor non si dimostra

per non parer villano o dispettoso.

Ma questa alfana in troppo ardita giostra

mi vorre' trasportare a forza e ch'io

facessi troppo suntuosa mostra;

non fu da prima, e meno è ora, il mio

pensier d'entrar nello sdegno talmente,

che facesse sdegnare il buono e 'l rio.

E chi non sa che ridurre alla mente,

ch'e' rompe e spezza il tutto, apre e rovina,

sarebbe cosa vana e inpertinente?

E che, 'nfino allo sdegno, si cammina

con pacienza e con rispetto e cura

s'aspetta e pate, e le spalle si china?

E che poi giunto, non s'apprezza e cura

nulla e, tolgasi onore, amore e fede,

cosa non è che con lui sia sicura?

Non è nuovo ad alcun, che sdegno diede

già pregando a' nimici e mura e porte

per man di tal, ch'appena esser si crede.

Cose queste non son di quella sorte,

ch'io volea dir di lui, come s'ei mette

talor se stesso, non ch'altri, alla morte,

e ch'e' non guardi a far le sue vendette

a figli, a mogli, a parenti o a compagni

o a qual si voglia, quand'ei vi si mette.

Co' libri e con gl'essempi s'accompagni

chi 'l vuol saper, ch'a dirvel'io sarebbe

come dir che 'l fuoco arda e l'acqua bagni.

E anco forse, contrario parrebbe

a quel ch'io dissi di sopra, che mai

contr'all'onore o la fé non farebbe.

Questo intervien che gli sdegni d'assai

maniere sono e però fanno effetti

diversi e molti più ch'io non contai.

Non mi fate andar, Muse, su pe' tetti,

s'io posso ir per la via, né dir mi fate,

che già ve ne pregai, noie e dispetti.

Entra lo sdegno in tutte le create

cose, intendendo giù sotto la luna,

e per lui son corrotte e generate.

Se non fusse egli, ogni cosa tutt'una

sarebbe stata in poche settimane,

né ci sarebbe varietà nessuna.

Stan gl'elementi come gatta e cane

verso l'un l'altro; l'acqua ha a sdegno il fuoco,

l'aria la terra e son nimiche e strane.

E se le stelle mescolargli un poco,

vaghe di cose nuove, fan talvolta,

cercon di tornar tosto al proprio loco.

Vedete l'aria, che talor sepolta

si ritruova sotterra, che tremuoti

genera e 'l mondo sottosopra volta.

Sdegna la terra ancor l'aria e quei noti

manda fuori, com'avesse il mal del fianco,

e 'n sé si strigne e sdegna i luoghi voti.

Talvolta il sol, che vuol la baia, e anco

i suoi compagni, tiran su nell'aria

fummi terrosi e umidi non manco;

e stanno poi a veder quella contraria

natura loro e quegli sdegni e quelle

battaglie e furia stravagante e varia.

Sdegnansi l'una con l'altra le stelle,

ma son come i notai, ch'i lor contrasti

foran sempre a' clientoli la pelle;

e se ben par ch'e' si rodino i basti,

son d'accordo fra lor di far le viste;

e questo sol di lor, senza più, basti.

Quasi ogni cosa si sdegna e resiste

di barattarsi o di far mescolanza,

se ben mai barattar non se n'è viste,

ch'a natura non piace questa usanza

di tramutar le spezie e 'l segno ha posto,

perché non fusse infinita la danza.

Però color che voglion far l'arrosto

lesso, lo stagno argento o 'l ferro rame

son più ch'un luteran dal ver discosto.

Deh, venite un po' qua voi, ch'allo strame

serbate il riposarvi e allo stento

la carne e l'ossa, e la bocca alla fame,

non ho io già sentito dirvi cento

volte ch'ogni metallo ha la sua stella

e nasce e vive dal suo reggimento?

Tanto sarebbe a dir che questa in quella

materia, di metallo si scambiasse,

quanto alle stelle dar forma novella

e che Saturno, Giove diventasse,

Venere, il Sole e Mercurio, Diana

over la luna in Marte si mutasse.

Cosa non meno impossibil che vana

dir ch'un subbietto e una cagion sola

facesse cosa a sé diversa e strana.

Ben l'archimista i metalli consola,

separa e purga e affina e sublima,

mescola e tigne e consolida e cola,

ma trarli mai di quella spezie prima,

non può, che l'arte sostanza non muta

e solo in superficie oprar si stima.

Lo sdegno è quel che sol gl'amanti aiuta

e faccia ognun l'archimia quant'e' vuole,

ch'omai doverrebb'esser conosciuta,

perché quelle speranze uniche e sole

e quelle fedi pure e 'nviolate,

si vede infatti ch'amor non le vuole:

e però prima che vi disperiate,

semplici, essendo traditi o ingannati,

bisogna ch'allo sdegno ricorriate.

Sdegnano i membri netti gl'imbrattati,

come fan de' tintori bocca, occhi e braccia,

le mani o i diti arrobbiati o inguadati.

Né par ch'il rosso acceso al verde piaccia,

anzi si sdegnan sì, ch'a porli insieme,

offendan gl'occhi e fanno una cosaccia.

Sdegnansi il nero e 'l bianco e fan l'estreme

prove di contraddirsi, ancor che questi

non sien colori, ma d'ombra e lume il seme.

Sonci poi sdegni chiari e manifesti,

fra gl'animali e fra le piante ancora,

come veder da te stesso potresti.

Chi non sa che di sdegno si divora

la vite a veder cavoli e che i ceci

sdegnan di far tra le fave dimora?

Hanno avuto i Latini a sdegno i Greci

sempre e certi altri i Toscani e dimostro

l'hanno tra lor, non ch'una volta, dieci.

Non vo', se non quand'e' voglion, che 'l nostro

parlar sia loro e 'mparandol fil filo

da noi, no 'l sanno, ancor ch'e' sia lor mostro.

Credon ch'a ber del Petrarca nel pilo

basti loro, o di Dante o del Boccaccio,

e non san che fra noi ci è il Gange e 'l Nilo.

Sarà ferito una gamba o un braccio

o altra parte o cadravvi una scesa

e chi ti cura non ne saprà straccio;

doppo molto dolore e tempo e spesa,

si sdegnerà quel male e 'nfistolisce,

né lo guarre' poi 'l secolo e la Chiesa.

Sapete che lo stomaco smaltisce

poco o non punto anch'ei, quando si sdegna,

e 'ncrudisce e 'npigrisce e 'nacetisce.

Lo sdegno insomma entra per tutto e regna

e quel ch'appena in cent'anni s'impara,

agevolmente in men d'un'ora insegna.

Alla possanza sua non si ripara,

come sapete, e non è chi lo spunti,

s'e' ponta i piedi o ch'e' la pigli in gara.

Noi siamo in parte con lo sdegno giunti,

ch'e' non sarebbe mal s'a voi paresse

chiarir sopra 'l suo nome alquanti punti.

Par ch'in Fiorenza questa lettera “S”,

quando al nome o al verbo innanzi è posta,

gli spogli e spezzi quanto prima avesse;

come dir, verbigrazia, accosta e scosta,

mutata la prim'“A” nell'“S”, il senso

rende contrario alla prima proposta.

Direte dunque, per quel ch'io mi penso,

ch'essendo degno un nobile agghiettivo,

gli dia l'“S” un indegno ricompenso.

E se 'l cattivo buono e 'l buon cattivo

fa l'“S”, adunque sdegno il degno guasta,

ond'io chi spoglia il ben celebro e scrivo!

A questa vostra obbiezzion mi basta

risponder, credo, che m'avete porta,

sol con d'Acchille ricordarvi l'asta,

che spesso avvien che quel mal che ti porta

una cosa, ella sola te 'l guarisca:

così lo sdegno sconsola e conforta.

Suolsi dar ch'ogni regola patisca

eccezzione e chi sa s'in tal caso

lo sdegno il degno megliori e aggrandisca?

Né vo' mancar, per non cedere a ccaso,

dir che sforzarsi arroge forza a forza,

non che l'“S” alla forza abbia un pel raso.

Non ci è egli anco spenzolarsi e smorza,

ch'a penzolo ed ammorza gl'essi posti,

ciascuno il suo, anzi che no, rinforza?

Così gli sdegni che dentro riposti

son, posson crescer dignitade e pregio,

massime allor ch'alla virtù gli accosti.

Par che lo sdegno abbia quant'ha di egregio

e di degno raccolto e fuor lo mandi,

come si sceglie il primo d'un collegio,

e chi qui l'“S” serva come a spandi,

così lo sdegno si sdegna, allor che spigne

il degno in campo a far que' fatti grandi.

Sdegnerassi un pennel con chi dipigne

tal volte e fa col dipintore in modo,

ch'a metterlo in riposo lo costrigne.

Sdegnasi contro al maniscalco un chiodo

e 'nchioderà la bestia o si ripiega,

né vorrà ir pel verso a nessun modo.

Sdegnasi un ago, un succhiello, una sega

e appunto in sul buon d'adoperarlo

e che tu non hai altro, te la frega.

Sdegnasi un legno e lasciasi dal tarlo

roder, che dell'ingiuria si ricorda,

che gli fu fatta del bosco a levarlo.

Sdegnansi gli oriuoli e non s'accorda

mai l'un con l'altro a sonar l'ore al pari

e d'un liuto o d'altro qualche corda.

Sdegnasi il cervel d'uno e ch'egli impari

non patisce per nulla cosa buona

e molte borse sdegnano i danari.

Sdegnasi un frutto con qualche persona

e 'nticchisce e dà indietro s'ella il tocca

e i pomi conti a sdegnarsi cagiona.

Sdegnasi il cuore spesso con la bocca,

che favellando senza sua licenza,

le sente spesso dir qualcosa sciocca.

Né men con gli occhi, che, senza avvertenza,

a veder certe immagini gli danno,

che li fa rinnegar la pacienza.

Sdegnansi i dotti con que' che non sanno,

sdegnansi i comprator co' contadini,

ch'un fico sol per un quattrin ti danno.

Sdegnansi i pié talor, quando cammini,

né potranno patir vivi, né morti

stivali o calze o scarpette o scappini.

Sdegnerassi un ch'un altro lo conforti

e un che sarà scalzo, a ppiedi e zoppo,

si sdegnerà che bestia o uomo il porti.

Direi cent'anni e me ne sarei doppo

come da prima e sapete che certe

volte anco noia il ben, quand'egl'è troppo.

Or, s'io non v'ho tutte le forze aperte

— ma che tutte dich'io? l'una di mille —

di questo sdegno, ch'io n'avea proferte,

sdegnatevi con meco e di faville

mi ricoprite, sì di lui, ch'io spenda

il tempo in altro e sonando or le squille,

meco mi sdegni e a dormir attenda.