L'OTTAVO LIBRO

By Gian Giorgio Trissino

Come divisa fu l'immensa preda,

Costanzo se n'andò verso l'albergo

del sommo capitanio de le genti

per dirli tutto quel che s'era fatto;

e quivi lo trovò con Aldigieri

che discorrea le cose de la guerra:

onde Costanzo a lui parlando disse:

- Invitto capitanio de i romani,

avem divisa l'onorata preda

come voi comandaste, e fuor di quella

è stato scelto un padiglione eletto,

per darvi, e dieci nobili corsieri

e mille marche di finissim'oro

con una leggiadrissima donzella:

e queste cose qui saranno or ora,

perché possiate voi con gli occhi vostri

veder la bella parte che vi tocca - .

Così disse Costanzo, a cui rispose

il buon rettor de l'ordinate squadre:

- Or mi ritruovo inviluppato tanto

ne i gran negozi che la guerra adduce,

ch'io farei male a consumare il tempo

in queste cose deboli e leggiere;

però date a Procopio la mia parte,

che me la serberà fin ch'io la prenda - .

Questo diss'egli, e poi Costanzo a lui:

- Gentil signor, voi non sapete forse

chi sia la bella donna che v'han scelta?

Ella è Cillennia, figlia di Tebaldo,

che fu staman da Corsamonte ucciso;

ed è moglier del valoroso Agrippa,

ch'ora ne la Dalmazia si ritruova

con molti Gotti, e già presso a Salona

Maurizio e Mondo fé venire a morte.

Questa Cillennia è giovinetta d'anni,

ma di senno è matura e di valore,

e grande e dritta e di regale aspetto:

e le sue carne paion latte e rose,

con le più belle man, co i più begli occhi

che mai vedesse alcun mortale in terra,

e poi dal crin fino a l'estreme piante

par tutta adorna di beltà divina.

Appresso, il suo parlar tanto è soave,

ed ha sì mansueti e bei costumi,

che induceno le genti ad adorarla;

onde senza alcun dubbio ognun la tiene

la più leggiadra e la più bella donna

che la natura abbia produtta al mondo.

Fate adunque, signor, che gli occhi vostri

non sian privati di sì caro oggetto - .

Rispose Belisario: - Or tanto meno

voglio vederla, poscia ch'ella è tale

come 'l vostro parlar me l'ha dipinta:

perciò che s'or ch'io son senz'ozio, udendo solamente narrar la sua bellezza,

fosse tratto da quella a contemplarla,

temo che molto più la bella vista

non m'inducesse a rivederla spesso;

onde forse fariami i gran negozi

scordare, e star nel suo bel viso intento - .

Sorrise il fier Costanzo udendo questo,

e poi gli disse: - O capitanio eccelso,

credete voi che la bellezza umana

possa sforzare alcun mortale, e farlo

a mal suo grado far cosa non giusta?

Se questo fosse, parimente ognuno

saria da lei constretto a seguitarla,

e faria come il fuoco, il quale abbrugia

o scalda ogni persona a cui s'accosta,

perché la fiamma di natura incende.

Ma noi veggiamo ch'una bella donna

non è da tutti parimente amata:

anzi un l'adora, un altro la dispregia;

perché l'amore è volontaria cosa,

e s'inamora ognun di ciò che vuole

e di ciò che non vuol non si riscalda.

Già non s'accende alcun di sua sorella

né di sua figlia, se ben queste sono

degne per lor beltà d'esser amate;

e questo avvien perché la legge vieta

sì fatti amori, e la ragione i caccia.

Ma chi volesse porre un'altra legge,

che chi non mangia non avesse fame

o sete chi non beve, o non sentisse

la state caldo o non gelasse il verno,

mai non si poria far che si facesse:

che ciò non sta ne la possanza umana.

Ma ben si poria far che non s'amasse:

che ciascun ama ciò che vuole amare,

e ciò ch'amar non vuol lascia da canto - .

Così parlò Costanzo, onde rispose

il capitan de l'adunate genti:

- Se questo amore è volontaria cosa

e se si può lasciar quando si vuole,

onde avvien poi che questi afflitti amanti

piangon sovente, e si lamentan forte

per la gran doglia che gli ingombra il cuore

e non lassian però ciò che gli offende,

ma fansi servi de la donna amata,

cosa che prima arian tenuta amara,

e si dispoglian de le lor sustanze

e de gli alberghi loro, e danli altrui,

senz'aver cura de la propria vita?

Questo vien pur da l'amorosa forza

ch'a lor mal grado gli costringe a fare

quel che gli annoia e quel che gli è molesto.

Onde avvien poi che un infelice amante

cerca sottrarsi a l'amoroso incarco

e liberarsen per le mani altrui, se questo è posto ne la sua possanza,

e quando poi non può disciorre i nodi

né le catene che gli sono intorno

si dà tutto a servir la donna amata;

né per fatiche molte o per affanni

cerca fuggire, anzi con gli occhi d'Argo

l'osserva sempre, acciò ch'ella non fugga

e da la vista sua non si dilegui? - .

Allor disse Costanzo: - Almo signore,

questo si fa da gli uomini non buoni,

i quali ancor, da le miserie vinti,

soglion chiamare e disiar la morte,

ma non la voglion poi, perché hanno al mondo

mille modi gentil da uscir di vita.

Questi mal nati ancor si danno al furto,

e son puniti pur de i furti loro:

perché la robba non constringe alcuno

che l'ami o che la tolga o la nasconda.

Così una bella e graziosa donna

non sforza alcun che l'ami, o da lei cerchi

ciò che non piace a le ben poste leggi;

ma i scelerati corpi, che son vinti

da desideri pessimi ed ingordi,

dicono poi che gli ha sforzati amore,

e volgon sopra quel tutta la colpa.

Non soglion anco disiare i buoni

oro e cavalli e dilicate donne?

Ma agevolmente poi da queste cose

tengono in dietro le bramose mani,

per non far quel che la giustizia vieta

e l'umana ragion non gli conciede.

Io fui pur un di quei che vider prima

questa leggiadra giovine ch'io dico,

e che stimò la sua beltà divina;

ma nondimeno sciolto indi partimmi,

senza esser arso d'amorosa fiamma:

onde cavalco e fo quell'altre cose

ch'io deggio fare in questa grave impresa - .

A cui rispose Belisario il grande:

- Forse che tanto tosto inde partiste

ch'amor non pòte penetrarvi al cuore:

per ciò che quella man che tocca il fuoco

e subito lo lascia non s'abbrugia,

né subito s'accende un verde legno.

Ed io però non vuo' toccar la fiamma,

per ciò che ho gran timor ch'ella non m'arda:

né m'assicuro a tener gli occhi fisi

ne l'umana beltà, ch'io non m'accenda.

E consiglio ancor voi, gentil Costanzo,

che non tegnate lungamente intenta

la vista mai ne i dilicati aspetti:

ché sempre gli occhi de le donne belle

sogliono accender bei pensier d'amore

in quel che fisamente le risguarda - .

Dapoi Costanzo a Belisario disse: - Non dubitate, o capitanio eccelso,

che per mirar bellissime donzelle

continuamente io non sarò mai preso

dal loro amore, e non sarò constretto

a far cosa già mai contra 'l devere.

Soggiunse Belisario: - Assai mi piace

l'animo invitto e la costanzia grande

che dite aver contra 'l furor d'amore;

e però voglio arditamente porre

la donna, che è da voi tanto lodata,

nel vostro prudentissimo governo,

che me la serberà con molta cura.

Piglieretela adunque, e le farete

onore e pregio, come voi fareste

s'ella fosse Antonina mia consorte:

perciò che forse da costei potrebbe

nascer qualche buon frutto a questa impresa - .

Così detto e risposto, il fier Costanzo

partissi, e fece l'onorata donna,

che piangea forte, andar con le sue serve

dentro al novello a lui dicato albergo.

Ma voi, figliuole de l'eterno Giove,

eterne Muse, or mi donate aiuto

a dire il moto de la gente Gotta

quando udì che Partenope fu presa

e che fu posta crudelmente a sacco.

Teodato re de' Gotti, avendo inteso

il parlar di Tarsilogo in Ancona

e sapendo Brandizio esser perduto,

partissi quindi, e se ne venne a Roma

per congregar la disunita gente

e far la massa là presso a Priverno,

e d'indi poscia andar contra 'l nimico;

ma, disioso di sapere il fine

de la di nuovo cominciata guerra,

fece chiamare un suo famoso Ebreo

ch'era nomato l'indivino Elia,

e disse a lui queste parole tali:

- Elia, se 'l Re de le celesti ruote

t'annunzie tutto il ver d'ogni opra umana

com'Ei sin qui t'ha dimostrato sempre;

deh, grave non ti sia predirmi il fine

che debbia aver la cominciata guerra

che contra me con gran furrore ha mosso

il correttor de le romane leggi - .

Così parlò Teodato, a cui rispose

accortamente l'indivino Elia:

- Signor, io so che voi sapete come

sempre son cieche le terrene menti

circa l'intelligenza del futuro:

perciò che 'l gran Motor de l'universo

l'intende solo, e non conciede a molti

l'aver da i segni suoi chiarezza alcuna;

pur io per ubidir la vostra altezza

m'ingegnerò di farla a voi palese per quella via che m'ha concesso il cielo.

Farete adunque che mi sian recati

trenta bei porci giovani e robusti:

ch'io vuo' serrarli in tre diverse stanze,

e con alcuni miei divini incanti

farovvi in lor veder tutto l'evento

di questa acerba e perigliosa guerra - .

Così disse l'Ebreo, né disse indarno,

ché fur condotti subito quei porci,

per mandato del re, dentr'al su' albergo:

e poi, serrati in tre diverse stanze,

impose i nomi de i signor de i Gotti

a la metà di lor, con certi segni;

ed a l'altra metà con altre note

impose parimente i veri nomi

de gli onorati principi romani:

poi star lasciolli infino al terzo sole,

ed egli digiunò tutti quei giorni

in pane e in acqua, e con le piante scalze

tre volte circondò quei chiusi alberghi

guardando il cielo e murmurando versi

di salmi e caballistici secreti.

Ma come venne fuor la quarta aurora

a rimenare il dì sopra la terra,

tornò col re ne le serrate mandre,

e trovor morti tutti quanti i porci

che aveano i nomi de i signor de i Gotti:

e quei che aveano il segno de i romani

più che mezzi eran vivi, ed essi ancora

erano tutti dipelati e stanchi;

onde il solenne incantator gli disse:

- Voi vedete, signor, con gli occhi vostri

l'alta ruina de la gente Gotta:

ma quella al vincitor sarà sì amara,

che non sarà di ciò troppo contento.

Così disse il Giudeo; ma il re de' Gotti

non poteo ritener le guance asciutte,

e pianse l'amarissima sua sorte.

Quindi partissi, e poi con gran lentezza

si stava in casa, e non sapea che farsi;

e per desperazion quasi confuso

non mandò in tempo a Napoli l'aiuto

che gli avea dimandato il fier Tebaldo:

onde restò quella infelice terra

da i suoi nimici crudelmente oppressa.

Ma i Gotti allor che si trovor nel campo

sotto Priverno appresso a Teracina,

e stavan quivi ad aspettar Teodato

per andar seco a liberar Tebaldo

e la città da quello assedio amaro:

come sentiron la novella orrenda

che gli narraro alcuni lor compagni

fuggiti di Partenope nel tempo

che se n'andava crudelmente a sacco;

s'acceser tanto di vergogna e d'ira, che bestemiando si mordean le mani,

e dannavan l'ignavia del signore

che gli recava tanta infamia adosso.

Dapoi ridotti tutti quanti insieme

ne la gran piazza, il principe Aldibaldo

governatore e duca di Verona

da tal occasion prese argumento,

e cominciò parlare in questa forma:

- Signori e cavalieri in cui riposa

la gloria e 'l nome de la nostra gente,

la qual si getta ne le vostre braccia,

perché, se voi non le donate aiuto,

è poco lunge da lo essizio estremo;

non vuo' commemorare a quanta gloria

alzolla e tenne Teodorico il grande,

ché la Francia e la Spagna allora il vide,

e l'infelice Italia ancora il sente,

che liberata per le nostre mani

vive sicura ne l'antiche leggi;

ma dirò solo che in miseria posta

l'ha il nostro re, s'una sì fatta fiera

si dee nomar con sì notabil nome.

Esso, vivendo Amalasunta, volse

dare a l'imperador Toscana tutta,

acciò che quivi pria firmasse il piede

e poscia agevolmente ci togliesse

tutto il resto de Italia, che venduta

gli avea quel tristo e scelerato corpo:

e ciò facea per odio ch'e' portava

a quella Amalasunta sua cugina

o, per dir meglio, a tutto 'l nostro sangue,

sperando empier la sua profunda gola

troppo bramosa di ricchezze e d'oro

con la ruina de la nostra gente.

E dapoi, morto Atalarico, e posto

da noi, per opra di costei, nel regno,

questo ribaldo sopra ogni altro ingrato

subito rilegò quella meschina

che l'avea fatto re ne l'isoletta

che 'n mezzo il lago di Bolsiena è posta;

e quivi poscia strangolar la fece,

per non avere impedimento alcuno

da poter ben tradir la gente Gotta.

Né stette guari, che si pose a farlo,

cedendo prima la Sicilia tutta

al successor del fortunato Augusto:

ed or vuol che l'Italia ancor si prenda,

onde ha mandato il genero e la figlia

a far gli accordi suoi dentro a Durazzo,

sotto pretesto che si sian fuggiti.

E noi siam tanto miseri e dapoco,

che si vedem tradire, e non facemo

al tradimento suo contrasto alcuno;

anzi lasciam menarci in servitute

come si fan le pecore e gli armenti. Oh se 'n noi fosse ancor qualche scintilla

de l'antico valore, e se vivesse

ne i nostri petti alcun disio d'onore,

tosto provederiasi a tanti mali:

noi siam pur quei medesmi, o siam figliuoli

di quei che ci acquistar col proprio sangue

il bell'imperio che ci vien rubbato;

e siam più che mai forti, e possiam porre

dugento millia in arme a la campagna:

ma il nostro capo è debole ed infermo,

e trade ancora tutte l'altre membra.

Adunque provediam d'un altro capo

che generosamente ci governi:

ché forse acquisterem quel che ha perduto

quest'uom sì vile, e col favor del cielo

ritorneremo in su 'l primiero onore.

Molti son qui di generoso sangue

e di mirabil fede e gran governo

che porian esser capitani e regi

d'ogni ben forte e valorosa gente;

ma nullo, al parer mio, puote agguagliarsi

d'esperienza d'arme e di virtute

a Vitige, che fu da Teodorico

ne la Sirimia già preposto a tutti,

e quindi rapportò vittoria grande:

tal che d'alora in qua ciascun l'estima

il maggior uom ch'abbia la gente Gotta.

Diamoli adunque l'onorato scettro:

ch'e' ci governerà con molto ardire

e con molta prudenza e molta fede - .

Così disse Aldibaldo, e 'l popol tutto

subitamente alzò la destra mano,

e, disioso di mutar signore,

gridando confermò quella proposta.

Poi come l'ocche, dopo il tempo asciutto,

quando veggion dal ciel cader la pioggia

alzano il becco in su, battendo l'ale

per l'allegrezza del cangiar del tempo;

così feceno allor tutti e' soldati

per l'allegrezza del cangiato impero:

onde Asinario corse al padiglione

del deposto Teodato, che non v'era,

e quivi prese una purpurea vesta,

con la qual circondò le larghe spalle

del re ch'avean novellamente eletto;

poscia le diero la corona e 'l scettro,

pur tolte fuor di quel medesmo albergo.

D'indi s'assise in una sedia d'oro,

la qual fu poi su gli umeri levata

di otto soldati, di persona grandi;

e fu sovr'essa da costor portato

per lo steccato con letizia immensa:

e 'l popol tutto con cridori e canti

faceali onore, ed ei con volto allegro

rendea salute umanamente a tutti; e poi facea gettar denari intorno

per dar diletto a l'adunata plebe,

che i raccogliea correndo or quinci or quindi,

e brancolavan chini per la terra:

come fanno i polami in un cortile

quando la villanella appresso l'uscio

vi getta il grano in terra, e gli dimanda,

che corron quivi tutti quanti a pruova

e gli ultimi s'addossano a i primieri

per dar di becco al disiato cibo;

cotal parea quel populazzo allegro,

che correa dietro a la moneta sparsa.

In questo tempo un gran falcon venendo

da man sinistra fin giù da le stelle

prese sopra il steccato un bel sparvieri

il qual teneva un passerino in piedi

che poco avanti quindi avea rapito:

e ben che si torcesse assai, facendo

e col becco e co i piè molta diffesa,

pur seco nel portò per forza d'ale

sopra il gran monte ove abitò già Circe.

Il che vedendo, il provido Unigasto

parlò verso Aldibaldo in tal maniera:

- Aldibaldo gentil, che foste il primo

ch'ha mosso i Gotti a tòrre altro signore;

se ben talora i fidi miei ricordi

non sono a voi, come devrian, giocondi,

perciò che quel voler ch'è troppo ardente

non ode volentieri buon consigli

quando non son conformi a i suoi desiri:

pur vi dirò ciò che mi pare il meglio,

e voi farete poi quel che vorrete.

Io cercherei d'avere onesto accordo

dal vicimperador de l'occidente,

ché non può contrastare ingegno umano

a quel che vuole e che destina il cielo;

il cui volere or ci dimostra chiaro

con questo augurio che veduto abbiamo:

ché, come quel sparvier che tien in piedi

il passerino è via condotto a forza

dal gran falcone, il qual da man sinistra

venendo il porta a l'isola di Circe;

così anco il nuovo re, che sotto i piedi

tien or Teodato, fia legato e preso

dal capitan del correttor del mondo

e condotto per mar fin a Durazzo;

e tutti noi che rimarremo vivi

ne la gran guerra sarem posti in preda

de i vincitori, o gli saremo servi.

Questo diravvi parimente ogni altro

buon indivino, e de gli auguri esperto - .

Così disse Unigasto, a cui rispose

il superbo Aldibaldo in questo modo:

- Sempre, Unigasto, la tua lingua parla

cose contrarie al bel disir de gli altri. So che sapresti dir miglior sentenze

se non avessi l'intelletto offeso

da qualche altro pensier che ti confonde.

Tu vuoi che si dia fede a vani auguri

che vengan da man destra o da sinistra

e non si guardi al gran Motor del cielo,

per la cui volontade abbiam possesso

tutta l'Italia omai presso a cent'anni.

Certo il migliore augurio che 'l ciel mostri

è il diffender la patria, e 'l mantenerla

ne la sua libertà col proprio sangue.

Di che hai paura, se la gente nostra

sarà con teco ne l'orribil guerra

e ti diffenderà da l'altrui mani?

Sì che sta cheto, e più parole tali

non ti lasciare uscir fuor de le labbra:

noi siam disposti fare ogni diffesa

fin che sia spirto ne le nostre membra;

e s'alcun pensa di restar da canto,

non pensi già però fuggir la morte,

perch'ucciso sarà da tutto 'l stuolo - .

Il parlar di Aldibaldo ebbe gran loda

quasi da tutti quei che l'ascoltaro;

e poco stando poi fu riportato

Vitige re nel preparato albergo

e quivi egli si diede a le facende:

e chiamò prima in un secreto loco

Ottario, e poscia a lui parlando disse:

- Penso che a te non sia di mente uscita,

Ottario, l'amicizia che tra noi

cominciò fin da la puerizia nostra;

né la grande ingiustizia di Teodato,

il qual ti tolse la gentil Lucilla,

giovine bella e ricca, che per moglie

ti fu promessa, e diella a Rodorico,

facendo a te quella sì grave offesa.

Or che ha voluto il ciel ch'e' sia deposto

del regno, e ch'io salisca a quella altezza,

sarà venuto il tempo che tu mostri

quanto tu m'ami, e quanto io ti sia caro:

ché come il foco fa conoscer l'oro

così l'occasion mostra l'amico;

la quale esser ti dee tanto più cara,

quanto ch'offenderà chi ti fé torto.

Mosso adunque da questo, e da molt'altre

virtù che sempre in te conobbi e vidi,

i' t'aggio eletto per fedel ministro

al primo assicurar de la mia sede.

Va truova dunque il vil Teodato in Roma,

che forse vorrà gir verso Ravenna

com'abbia inteso il mio sublime onore,

per far qualche disconcio al nostr'impero:

fa che tu 'l meni a la presenza nostra

vivo, se puoi; se non, porta il suo capo;

ch'io ti ristorerò d'un premio tale, che sempre 'l goderai mentre che vivi,

e dopo morte i tuoi ne fien contenti - .

Vitige disse questo, e 'l fiero Gotto

spinto da la speranza e dal disire

di vendicar la sua passata offesa

lieto accettò quel periglioso incarco;

e poi si pose in via con sei compagni,

e tanto cavalcò che giunse a Roma.

Quivi non ritrovando esser Teodato,

partissi, e ratto se gli messe dietro;

e giunto su la strada appresso Terni,

pria ch'arrivasse al ponte de la Nera

lo vide che con pochi suoi famigli

incognito fuggia verso Ravenna.

Onde spronò il cavallo, e con furore

gli corse dietro, che pareva un veltro

a cui si scopra un capriolo avanti.

Sentendo il re deposto quei cavalli

corrersi dietro, rivoltò la testa

vèr loro, e riconobbe Ottario Gotto;

e subito pensò che a lui corresse,

come certo correa, per darli morte,

onde si fece di color di terra,

e tremebonde avea tutte le membra:

poi fuggito saria, ma sì vicino

si vide il ferro, che gli parve il meglio

scendere al piano e co 'l destrier schermirsi,

che i pochi servi suoi s'eran fuggiti

a l'apparir di quella armata gente.

Così gettossi del cavallo in terra

quel infelice re, tanto smarrito

ch'era già quasi per paura morto;

e fece come l'anitra, che vede

il falcon ch'è nel ciel con larghi giri

scender veloce per voler colpirla:

onde si getta con paura a l'acque,

credendo a far così fuggir la morte,

ma non la fugge, che 'l falcon la fiede

avanti che da l'onde sia coperta.

Così fece Teodato in quel periglio,

né però prima del caval discese

ch'Ottario lo toccò nel destro fianco

con l'asta acuta, e gli passò il costato

di picciol colpo e di leggier ferita,

che l'aiutò più tosto a uscir di sella.

Come l'afflitto re fu sceso al piano,

ingenocchiossi umilemente e disse:

- Ottario, se 'l Fattor de l'universo

doni riposo eterno a' tuoi parenti;

deh, non mi tòr questa mia fragil vita,

ch'io te la chieggio per estremo dono:

e darotti per lei tal summa d'oro,

che 'l più ricco sarai ch'Italia alberghi.

E se la piaga poi che tu m'hai fatto

sarà piaga mortal, ben ch'io nol credo, i' tel perdono, ché maggior peccato

fa chi ti manda a questo officio orrendo

di te che t'apparecchi ad essequirlo.

Lasciami ir vivo a la mia cara moglie

e morir ne le man d'i miei figliuoli,

che ti daran per questo assai tesoro;

e tu poi fuggirai l'infamia grande

d'aver tolta la vita al tuo signore:

perché colui che 'l suo signore uccide

acquista eterno biasmo apo le genti,

sì come ha chi lo salva, eterna laude - .

Così disse Teodato: a cui rispose

Ottario, ch'era già disceso al piano

e giva contra lui per darli morte:

- Tu non dicevi allor tante parole,

né sì soavi, quando mi togliesti

Lucilla, e poi la desti a Rodorico.

Or mi vendicherò di tanta offesa,

e lieto goderò de la tua morte - .

Questo diss'egli, e trasse fuor la spada

e prese il re per la canuta chioma,

che gli basciava i piedi, e su rizzollo

e disse: - Or mori - ; e gli spiccò la testa

dal busto, che rimase ne la strada

resupinato su la polve e 'l sangue.

Tal fu la fin del misero Teodato

che fu gran re d'Italia, ed oltre a quella

tenne Sicilia, Illirico e Provenza.

Poi fatto questo il fiero Ottario Gotto

salì sopra il destrier col teschio in mano

e drizzò il suo camin verso Priverno:

né si ritenne mai per fin che giunse

avanti al nuovo re, che l'aspettava;

d'indi smontato del cavallo in terra

gli fece don de l'infelice testa.

Il re con gli occhi lacrimosi e bassi,

ma col cuor lieto, simulando disse:

- O misero Teodato, io ti bramava

vivo, e non morto, a la presenzia nostra:

ma poi che questo a la tua sorte piacque,

pazienza - ; e volto a quella turba disse:

- Date sepulcro al miserabil capo

che sì mal governò la nostra gente - .

E detto questo entrò dentr'al su' albergo,

e fece a quell'Ottario immensi doni:

al quale, oltre a le robbe che donolli,

diede un castello nominato Argenta

su la riva del Po, presso a Ferrara;

poi, ripensando che sarebbe meglio

ire a Ravenna e stabilire il regno

e poi tornar con più fiorita gente

e maggior sforzo contra i suoi nimici,

chiamar fece al consiglio ogni persona,

e sciolse la sua lingua in tai parole:

- Fratelli miei, poi che m'avete eletto a così degna e gloriosa altezza

per ch'io governi voi con molta cura

e vi conservi ne la gloria antica;

pensando meco che i negozi grandi

piglian strada miglior da buon consiglio

che da celerità troppo veemente,

e che spesso il tardar ci apporta bene

e l'affrettar ci fa qualche disconzo:

mi par che 'l gir maturo a questa impresa

sarà prudente ed ottimo consiglio.

Veduto ho spesso che la poca gente

che si ritruova proveduta e cauta

vince la molta inordinata e sparsa:

ché, come il mezzo è posto fra gli estremi

e da lor parimente si diparte,

così nel mezzo la virtù dimora

e da i vizi egualmente si dilunga.

Dunque il soverchio ardir saria un estremo,

e 'l soverchio timor sarebbe l'altro:

però pigliamo la virtù, ch'è il mezzo,

il quale ha in sé non men ardir che tema;

e differiamo questa impresa alquanto,

fin che noi siamo a l'ordine e parati:

ché meglio è avere un poco di rossezza

per ritirarsi, e conservarsi illesi

e poi tornare a racquistar l'onore,

che, per fuggir brevissima vergogna,

aver un danno e un vituperio eterno.

Appresso, ancor sapete che le nostre

forze maggiori e la fiorita gente

tutta si sta fra l'Apennino e l'Alpe

nel pian che da Turin fin a Ravenna

divide il Po, signor de gli altri fiumi:

ancora abbiamo una terribil guerra

col re di Francia, e non minor di questa;

tal che non sendo ben disposta quella

saria sciocchezza ad assalir quest'altra:

ché rare volte avvien che non sia vinto

colui c'ha in dui negozi il cuor diviso.

Dunque a me par che andiam verso Ravenna

e che assettiam la guerra co i francesi,

poi ritorniam con tutto il nostro sforzo

e combattiam con Belisario il grande:

ch'allora aver potrem vittoria certa.

Pur, se gli è alcun di voi che forse pensi

d'appellar questa providenzia fuga

e dir ch'ella si faccia per timore,

pensi ancor fra se stesso che la tema

conserva alcuna volta assai negozi,

e che quel che non teme con ragione

incorre spesso in gran vergogna e danno:

ché il cominciare arditamente un'opra

non mostra la virtù, ma il ben finirla;

e non vince il nimico chi l'affronta

con molto ardire, ma chi ben diffende se stesso al fine il suo contrario atterra.

Non pensi ancora alcun di voi che Roma

per lo nostro partir dapoi si perda:

perché, se 'l popol ci sarà fedele,

non è da dubitar d'alcun sinistro.

Poi lascierovvi un capitanio dentro

con molta buona e valorosa gente,

che la diffenderà fin che vegniamo,

se ben avesse tutta l'Asia contra - .

Così Vitige disse: e gli altri Gotti,

lieti di ritornare a i loro alberghi,

confirmaro il parlar ch'egli avea fatto.

Ma come apparve fuor la bella aurora

con le palme di rose e co i piè d'oro,

i Gotti allegri si levor del letto,

e poi s'incominciaro a vestir d'arme;

e, caricati carriaggi e salme,

sempre cridando, s'accozzaro insieme

per gir col nuovo re verso Priverno:

il qual si stava armato d'arme bianche

ne la gran piazza sopra un suo corsiero

ed aspettava il resto de la gente;

ma come vide ragunato ognuno

spronò il cavallo ed avviossi avanti,

e tutto 'l popol suo gli tenne dietro

con vari gridi, che pareano agnelle

ch'escan del chiuso e sieguano il pastore.

Dapoi lasciar Priverno e Sermonetta

e Linfa, e se n'andar fin a Belletri,

e quivi riposor tutta la notte;

poi la mattina, come il sole apparve,

quindi partirsi, e giunsero a Marino,

e d'indi in brieve si trovaro a Roma.

Come i Romani inteser la venuta

del re novello, andarono a incontrarlo

fuor de la porta con solenne pompa;

e poi l'accompagnaro al gran palazzo

ch'era vicino al tempio de la Pace,

tempio ch'allora si trovava intiero,

ma non molto dipoi fu visto a terra

cader con profondissima ruina.

Vitige riposò fin a l'aurora

su 'l Palatin ne gli onorati alberghi;

dapoi levato, fece che gli araldi

chiamaro il Papa e i senatori ed anco

i consuli e i pretori entr'al palazzo;

e poi che furon ragunati quivi

incominciò parlarli in questa forma:

- Voi sapete, signori, il molto amore

che dimostrovvi Teodorico il grande

nel governarvi con le vostre leggi;

e come sempre Amalasunta e gli altri

re nostri dopo lui v'hanno tenuti

non per sudditi lor, ma per compagni:

ed io, che son salito a quella altezza dietro a costor, v'arò per miei fratelli.

E però, volend'ir verso Ravenna

per ordinare il stato e le mie genti

e poscia ritornar con tante forze

e tanto ardir, che i miei nimici atterri;

voluto ho primamente esser con voi

e farvi nota la partenza nostra,

e parimente il presto mio ritorno:

e poi pregarvi in questo tempo a stare

col cuor sicuro, e non temer di nulla,

ché essendo saldi arete saldi amici.

Ancor vi lascio un capitanio eletto

con molte buone e valorose squadre

che vi diffenderà con grande ardire,

se Belisario sen venisse a Roma,

com'io non credo, avanti il mio ritorno;

né vuo' da voi di questo altra risposta

che i buoni effetti, perché i veri amici

denno aver fede salda, e non parole:

ma ben però ciascun sarà contento

di giurar fedeltà ne le mie mani,

acciò che più giocondo mi diparta - .

Questo Vitige disse, e poscia il Papa

e gli altri ad un ad un furono astretti

a giurar fedeltà ne le sue mani;

e fatto questo ognun tornossi a casa,

fuor che Lucullo ed Antonino e Marco

e Lentulo e Pompilio e Probo e Calvo,

ch'eran potenti, e capi del senato:

questi ritenne tutti a mangiar seco,

e anco Ovilio fé restar con essi,

fratel di Flavian, ch'era censore;

e poi menolli tutti per ostaggi,

sotto specie d'onor, fino a Ravenna.

Mangiato ch'ebbe, il re chiamò Liodoro,

e poscia disse a lui queste parole:

- Liodoro, i' voglio andar verso Ravenna,

e lascierovvi la città di Roma

in guardia, e molta de la nostra gente:

conservatela ben per fin ch'io torni,

ché tosto tornerò, piacendo a Dio.

In questo mezzo non lasciate a dietro

alcuna cosa per la sua diffesa,

se Belisario gli venisse intorno:

ché conservando a noi questa cittade

acquisterete laude appresso i Gotti,

e poscia arete tutto il nostro amore,

ch'assai vi valerà: ché 'l guadagnarsi

un buono amico è un prezioso acquisto - .

Così disse il re nuovo, e restar fece

le miglior squadre a guardia de la terra:

poi si partì col suon de gli oricalchi,

ed alloggiò la sera a Castelnuovo;

quindi passando il Tebro, e poi la Nera,

c'ha l'acque bianche e di color di solfo, e la val di Strettura e val Topina,

Nucera, Gualdo, Fossambruno e Fano,

il sesto giorno in Pesaro alloggiossi

ed il settimo a Rimino, e l'ottavo

si volse ritrovar dentr'a Ravenna,

e dismontò nel suo regale albergo.

Quivi ebbe prima tutti i suoi tesori

e tutti i contrasegni de le rocche

ch'eran serbati dentr'al gran palagio;

dapoi, volendo stabilire il regno,

pensò di tòr per moglie Matasunta,

la qual da tutti si nomava Amata,

vergine saggia e di beltà suprema.

Questa figliuola fu di Amalasunta,

madre d'Atalarico, che nel regno

successe a l'avo Teodorico il grande;

volendo adunque aver costei per moglie,

fece chiamare Euterpo, ch'era un vecchio

la cui donna nutrì questa fanciulla,

ed in tal modo a lui parlando disse:

- Euterpo, i' vuo' che tu ritruovi Amata

e che tu dica a lei queste parole:

che per amor di Teodorico il grande

ch'er'avo suo materno e mio signore,

e per sua madre e suo fratel, ch'amai

vivi ed onoro ancora essendo morti,

voglio onorarla molto, e voglio farla

regina e donna de la gente Gotta;

però le dì ch'io la torrò per moglie,

e priega lei che voglia esser contenta

d'accettar questa altissima ventura:

perché 'l sangue regal non dee star basso,

ch'e' non s'acqueta mai s'e' non governa.

Tu poscia le sarai sempre compagno

con grande autoritade e grande onore,

e donerotti amplissime richezze - .

Così parlò il signore, e 'l buon Euterpo

da l'altra parte a lui così rispose:

- Signore eccelso e pien d'ogni valore,

se si puon far queste onorate nozze,

voi prenderete una mirabil moglie:

dico, se si puon far, perch'ella fue

già promessa per moglie a Teodesello,

figliuol primier del misero Teodato;

ond'ella è sua, se ben non l'ha toccata,

perché la fede avanza ogni legame - .

Questo rispose Euterpo, e 'l re gli disse:

- Fa pur, Euterpo mio, quel ch'io t'ho detto,

che ben troverò modo a la dispensa.

Stima pur l'amor mio, che tu sai quanto

beato è quel che ha un generoso amico - .

Euterpo, udito questo, indi partissi;

poi ritrovò la sua diletta moglie

e raccontolle il tutto, onde mandolla

dentr'a la stanza de la bella Amata, che leggea la cagion ch'uccise Dido

e con le Muse dispensava il tempo.

Quivi poco dipoi venendo anch'egli

trovò quella lettura esser finita,

e cominciò parlarli in questa forma:

- Signora mia, voi siete e la speranza

e 'l ben ch'io posso avere in questa vita:

però convien che sempre mi rallegri

d'ogni vostra grandezza e vostr'onore.

Vitige re che è pien d'ogni bontade

per l'amor ch'ei portava a Teodorico

padre d'Amalasunta vostra madre

vuole onorarvi molto, e vuol ch'abbiate

seco il governo de la gente Gotta,

perché 'l sangue regal non dee star basso;

onde è disposto prendervi per moglie,

ed hammi qui mandato a farvi nota

questa vostra novella alta ventura - .

Al ragionar del vecchio la donzella

si cangiò molte volte di colore,

e poco vi mancò che non piangesse:

pur si ritenne, e disse in questa forma:

- Euterpo, io vi credea mio vero amico,

avendo fatto a voi grazie infinite:

ma il beneficio non acquista amici,

se in animo gentil non si ripone.

Or perché come il ben che si riceve

non si dee mai scordar, così sta bene

le grazie che si fan porre in oblio;

però non vuo' commemorarne alcuna:

ma solo io vi dirò che quell'amico

che per sua volontà m'offende e nòce

non mi par differente dal nimico.

A voi par dirmi una ventura estrema

ch'io possa avere il re per mio consorte;

ed a me par disgrazia tòrre un uomo

mezzo canuto e posto in quella sede

non per sangue o virtù, ma per sciagura:

e più dirovvi che se voi m'amassi

com'io credeva e come voi dovreste

non mi direste mai ch'io lo pigliasse;

anzi, s'un altro m'essortasse a farlo,

devreste contradirli, e darmi ardire

a mantener la mia promessa fede:

perché la fede mai non dee mutarsi,

se ben si muta il corso a la fortuna.

Direte adunque al re che si proveggia

d'un'altra moglie, a cui sarà più grata

e più gioconda assai questa ventura:

ch'io son promessa e destinata ad altri - .

Così disse la donna: e quei buon vecchi

rimaser muti, e risguardando in alto

stavan del suo parlar quasi confusi,

che rifiutava il re con tanto ardire.

Al fin rispose la moglier d'Euterpo, nomata Emilia, e disse in tal maniera:

- Signora mia gentil, voi dite il vero,

che si dee sempre mantener la fede:

così v'essorto a far, se voi potete.

Ma chi può contrastare a la fortuna?

chi può disdire a i prieghi de i signori?

ché 'l priego del suo re sempre comanda.

I' vidi molti ne le forze altrui

gir co i suoi piè là 've devean morire,

e pur v'andavan senza far contrasto,

ché la necessità troppo è possente.

Considerate oimé quel che voi fate,

ché l'intelletto è 'l fren d'ogni desire.

Se voi volete il ben del primo sposo,

il quale è in prigionia dentr'a Bologna,

pigliate il re per vostro almo consorte:

ché se nol piglierete, ei sarà ucciso

per causa vostra, e voi sarete priva

d'ello e di libertà, ch'è il maggior bene

che possa avere alcun sopra la terra,

e tutti noi saremo in gran ruina.

Voi pur sapete ancor che non si deve

né si può amare altrui più che se stesso - .

A quel parlar d'Emilia la fanciulla

non assentitte, e solamente disse:

- Chi troppo ama se stesso ha pochi amici - ;

e poi bassò la testa, e mandò fuori

dal cuor profondo altissimi sospiri.

Il buon Euterpo riferir non volse

quell'acerba risposta al suo signore,

ma stette ad aspettare a l'altro giorno,

perché potria di quel voler mutarsi.

Ed ella, come fur partiti quindi,

cominciò seco a volger per la mente

le lor parole e la sua dura sorte;

e non prese alcun cibo in quella sera,

ma tutta afflitta si corcò nel letto:

e si volgea per esso, avendo al sonno

chiusa la via da intrar ne i suoi begli occhi.

Poi gli parea la piuma esser più dura

che viva selce o mal polito marmo,

e sospirava e lacrimava forte:

sì gli increscea lasciar quel primo sposo,

giovine, bello e di costumi eletti,

al quale avea tanto disposta l'alma,

che senza lui non gli aggradia la vita.

Pur la stanchezza de i pensieri amari

porse quiete a le sue luci afflitte

un poco avanti l'apparir de l'alba;

onde l'angel Venerio, il quale avea

pietà di quella giovinetta amante,

gli apparve in sogno in forma di sua madre

Amalasunta, che 'l terz'anno avanti

priva di vita fu presso a Bolsiena:

e fattosi vicino a la sua testa sciolse la dolce e mansueta voce:

- Cara figliuola mia, perché t'affligi?

Perché tanto ti duol d'esser constretta

a tòrre il nuovo re per tuo consorte?

s'egli non è sì giovane e sì bello

come vorresti, egli ha pur il più degno

grado che possa dar la gente Gotta:

ed è colui che la vendetta feo

di quel tiranno che mi diè la morte.

Deh, non stimar la giovinezza tanto,

ch'arrechi un danno eterno a la vecchiezza:

e se ben la beltà che 'l ciel ti diede

con onesta ragion ti face altera,

per ch'ella è un privilegio di natura

ed è un bel don che suol donare Iddio

a chi vuol egli, e non s'acquista altronde;

pur déi pensare ancor fra te medesma

che i vaghi giorni e la fiorita etade

de i miseri mortai fuggon com'ombra:

poi vengon dietro a quei diversi mali,

dolori e febbre e la vecchiezza amara

e 'l colpo irreparabil de la morte.

Però non rifiutar per tuo marito

il nuovo re, che tanto ti dispiace:

ch'egli è pur bella cosa esser regina,

e 'l primo loco aver fra le sue genti.

Non sperar, no, di riveder più mai

il caro sposo a cui promessa fosti

e che t'avea così commosso il cuore:

perché tosto egli andrà dov'è suo padre.

Poi, se 'l corso del ciel che porta ognuno

porta ancor te, supporta, e lascia ch'ello

ti porti; e se di ciò forse t'adiri,

te stessa offendi, e pur ti porta il corso;

sì che, se vuoi seguire il mio consiglio,

fa di tua volontà quel c'hai da fare,

s'el tuo signor vorrà, per viva forza - .

E detto questo, ella disparve e 'l sonno:

onde la damigella in piè levossi,

e si vestì de i consueti panni;

poi visitò molti divoti altari

e porse prieghi a la divina Altezza

per la sua cara e sventurata madre:

d'indi tornò ne l'onorata stanza

e chiamar fece Euterpo, e così disse:

- Euterpo mio, perché la notte oscura

suol esser madre de i pensieri umani,

però pensando sopra il parlar vostro

m'apparve in sogno l'infelice donna

che queste membra mie portò nel ventre;

e m'ha commesso a non dover far niego

di tòrre il nuovo re per mio marito.

Andate adunque a ritrovarlo a corte,

e dite a lui com'io sarò disposta

di far ciò che comandi il mio signore - . Così parlò la giovane modesta;

ma non poteo nel fin de le parole

ritenere i suspiri, accompagnati

da la rugiada de le belle luci.

Euterpo, come intese la risposta

che disiava aver da la donzella,

se n'andò lieto al re che l'aspettava,

e quasi gli increscea tanta dimora;

or quivi giunto ingenocchiossi e disse:

- Altissimo signor, la bella Amata

sarà disposta a far ciò che vi piace,

e pronta ad ubidir la vostra altezza - .

Il re, di questo oltra misura allegro,

deputò il giorno a le future nozze.