LV. IL RITRATTO.

By Vincenzo Monti

Lo san Febo e le dive

Delle castalie rive

Quante volte giurai

Di non amar più mai.

Ecco il mio giuramento

Ir ludibrio del vento;

Ecco in preda d'amore

Un'altra volta il core.

Amo ed ardo per cosa

Sì vaga e graziosa,

Che vederla e trafitto

Non sentirsi è delitto.

Io ritrarla vorrei

In colori febei:

Ma di Febo il colore

Troppo langue, e minore

Del soggetto gentile

Si smarrisce lo stile.

Pur su l'aonie carte

Adombreronne in parte

La sembianza divina.

Non sdegnarti, e perdona,

O beltà peregrina,

Se di te parla e suona

Presontuosa e frale

Una lingua mortale.

Ma qual da' vanti tuoi

Dirò prima e qual poi?

Di mie semplici rime

Abbia il bel crin le prime.

Ben fu maligno e stolto

Chi de' neri men belli

Disse i biondi capelli.

Solo all'adusto volto

Dell'irte spose alpine

Nero conviensi il crine,

O alla fronte di cruda

Vergine americana

Che cacciatrice ignuda

Sul barbaro Parana

Coll'arco nelle selve

Affatica le belve.

Quanto al raggio diurno

Cede l'orror notturno,

Tanto i neri men belli

Son dei biondi capelli.

Bionde del sol fiammeggiano

E degli astri vaganti

Le chiome tremolanti:

Bionde le trecce ondeggiano

Sul collo dell'Aurora

Di Citeréa di Flora:

Biondi i ricciuti crini

Dei giocosi Amorini:

E biondo più dell'oro

Il crin del mio tesoro.

Bello quando è raccolto,

Più bel quando è disciolto

E scherza errante e lieve

Su la fronte di neve;

Come striscia leggiera

Di vapore, che a sera

Va serpeggiando, e splende

Davanti al sol cadente,

O su la faccia pende

Della luna sorgente.

Ardon dolci e tranquille

Le cerulee pupille.

Oh pupille beate!

Stolto è ben chi vi mira

E d'amor non sospira.

Benchè brune non siate,

Fra mille brune e mille

Chi v'eguaglia, o pupille?

Dal color non dipende

Degli occhi la bellezza,

Ma sol dalla dolcezza

Che da lor piove e scende.

I lor fasti e le glorie

Son dei cuor le vittorie,

Ed è il color migliore

Quel che più parla al core.

Quante pupille brune

Passano disprezzate

Senza palme e fortune,

Perchè mute insensate

Non san piegarsi in giro

Nè destare un sospiro?

Ma voi, pupille amabili,

Pupille incomparabili,

Se uno sguardo volgete,

Già il cor rapito avete.

Un trionfo non tardo

Non vi costa che un guardo,

O cerulee tranquille

Vincitrici pupille.

E son puri innocenti

Questi sguardi possenti,

Come innocente e pura

È nella notte oscura

La modesta fiammella

Di solitaria stella.

Chi mirar mai puote

Il valor d'un sorriso

Che ravviva le gote

D'un delicato viso?

Egli è d'amor foriero

E interprete sincero;

Ei nell'alma raccende

La languente speranza;

Degli affanni sospende

La cruda rimembranza,

E prepara la via

Al ben che si desía.

Caro labbro cortese

Di colei che m'accese,

Tu rapisci e conquidi

Quando parli e sorridi.

La gioia allor germoglia

Nell'alma innamorata;

Fuggesi allor la doglia

Dal cuor, che si dilata

Combattuto da dolce

Palpito che lo molce,

Al respiro simìle

D'un'auretta gentile

Che sotto il capo vola

D'una fresca viola.

Oh peregrin sorriso

Degno di paradiso!

Oh sorriso che al mare

Potría l'onde placare,

E pel campo celeste

Serenar le tempeste,

E le globe ritrose

Vestir d'erbe e di rose!

Ma di beltà mortale

A che, Musa, si loda

L'onor fugace e frale?

Ne insuperbisca e goda

Chi poca in sen racchiude

Ricchezza di virtude.

So che immago è del core

La forma esteriore:

Ma l'immago sovente

È fallace o languente.

Dunque di questa eletta

Bellissima angioletta

Cantiam gli aurei costumi,

Maraviglia de' numi.

Santa Onestà; che, schiva

Del fallir nostro immondo,

Sbandita e fuggitiva

Passasti ai boschi in fondo

Fra i giunchi e fra le canne

Di palustri capanne

A governar gli amori

D'innocenti pastori,

E di là pur talora

Furtive e mal sicure

Volgi le luci ancora

Alle cittadi impure,

Di rintracciar bramosa

Qualch'alma avventurosa

Che fra pudichi affetti

Nel suo seno t'accetti;

Santa Onestà, trovasti

Fra cittadine mura

L'alma bennata e pura,

Che tanto ricercasti.

Io parlo, o dea, tu il vedi,

Del bell'idol mio:

E conosco ben io

Che al suo fianco tu siedi

Dolce maestra e madre

Di virtudi leggiadre,

Che teco lo corteggiano,

Ed in amor gareggiano.

V'è quel sì raro al mondo

Bel Pudor verecondo;

V'è l'Amistà soave

Che tien del cor la chiave;

V'è l'Umiltà che l'opre

Esalta e i pregi altrui,

E non conosce o copre

D'un vel modesto i sui.

Dove te lascio, o saggio

Difficile Contegno

Che d'amore il linguaggio

Mal soffri e il prendi a sdegno,

E l'anime innamori

Cogli stessi rigori?

Crescono contrastate

D'amor le fiamme, e mancano

Per soverchia pietate:

Presto l'alme si stancano

D'un posseduto bene

Che non costa più pene.

Dunque, o luci vezzose,

Siate in amar ritrose.

Quante belle, che il core

Non armâr di rigore,

Finalmente schernite

Disprezzate tradite

Piansero una dannosa

Tenerezza pietosa!

Pianse fra i traci orrori

Le funeste faville

Dei mal concessi amori

L'abbandonata Fille;

E per egual cagione

Empiè la selva idea

D'inutil pianto Enone.

Ahi! questa si dovea

Inumana mercede,

Misere, a tanta fede?

Dunque, o luci vezzose,

Siate in amor ritrose.

Un amor senza stento

Invita al tradimento:

E una rosa d'aprile

Quattro volte odorata

Perde il suo bello, e vile

Se 'n muore al suol gittata.