LV. IL RITRATTO.
Lo san Febo e le dive
Delle castalie rive
Quante volte giurai
Di non amar più mai.
Ecco il mio giuramento
Ir ludibrio del vento;
Ecco in preda d'amore
Un'altra volta il core.
Amo ed ardo per cosa
Sì vaga e graziosa,
Che vederla e trafitto
Non sentirsi è delitto.
Io ritrarla vorrei
In colori febei:
Ma di Febo il colore
Troppo langue, e minore
Del soggetto gentile
Si smarrisce lo stile.
Pur su l'aonie carte
Adombreronne in parte
La sembianza divina.
Non sdegnarti, e perdona,
O beltà peregrina,
Se di te parla e suona
Presontuosa e frale
Una lingua mortale.
Ma qual da' vanti tuoi
Dirò prima e qual poi?
Di mie semplici rime
Abbia il bel crin le prime.
Ben fu maligno e stolto
Chi de' neri men belli
Disse i biondi capelli.
Solo all'adusto volto
Dell'irte spose alpine
Nero conviensi il crine,
O alla fronte di cruda
Vergine americana
Che cacciatrice ignuda
Sul barbaro Parana
Coll'arco nelle selve
Affatica le belve.
Quanto al raggio diurno
Cede l'orror notturno,
Tanto i neri men belli
Son dei biondi capelli.
Bionde del sol fiammeggiano
E degli astri vaganti
Le chiome tremolanti:
Bionde le trecce ondeggiano
Sul collo dell'Aurora
Di Citeréa di Flora:
Biondi i ricciuti crini
Dei giocosi Amorini:
E biondo più dell'oro
Il crin del mio tesoro.
Bello quando è raccolto,
Più bel quando è disciolto
E scherza errante e lieve
Su la fronte di neve;
Come striscia leggiera
Di vapore, che a sera
Va serpeggiando, e splende
Davanti al sol cadente,
O su la faccia pende
Della luna sorgente.
Ardon dolci e tranquille
Le cerulee pupille.
Oh pupille beate!
Stolto è ben chi vi mira
E d'amor non sospira.
Benchè brune non siate,
Fra mille brune e mille
Chi v'eguaglia, o pupille?
Dal color non dipende
Degli occhi la bellezza,
Ma sol dalla dolcezza
Che da lor piove e scende.
I lor fasti e le glorie
Son dei cuor le vittorie,
Ed è il color migliore
Quel che più parla al core.
Quante pupille brune
Passano disprezzate
Senza palme e fortune,
Perchè mute insensate
Non san piegarsi in giro
Nè destare un sospiro?
Ma voi, pupille amabili,
Pupille incomparabili,
Se uno sguardo volgete,
Già il cor rapito avete.
Un trionfo non tardo
Non vi costa che un guardo,
O cerulee tranquille
Vincitrici pupille.
E son puri innocenti
Questi sguardi possenti,
Come innocente e pura
È nella notte oscura
La modesta fiammella
Di solitaria stella.
Chi mirar mai puote
Il valor d'un sorriso
Che ravviva le gote
D'un delicato viso?
Egli è d'amor foriero
E interprete sincero;
Ei nell'alma raccende
La languente speranza;
Degli affanni sospende
La cruda rimembranza,
E prepara la via
Al ben che si desía.
Caro labbro cortese
Di colei che m'accese,
Tu rapisci e conquidi
Quando parli e sorridi.
La gioia allor germoglia
Nell'alma innamorata;
Fuggesi allor la doglia
Dal cuor, che si dilata
Combattuto da dolce
Palpito che lo molce,
Al respiro simìle
D'un'auretta gentile
Che sotto il capo vola
D'una fresca viola.
Oh peregrin sorriso
Degno di paradiso!
Oh sorriso che al mare
Potría l'onde placare,
E pel campo celeste
Serenar le tempeste,
E le globe ritrose
Vestir d'erbe e di rose!
Ma di beltà mortale
A che, Musa, si loda
L'onor fugace e frale?
Ne insuperbisca e goda
Chi poca in sen racchiude
Ricchezza di virtude.
So che immago è del core
La forma esteriore:
Ma l'immago sovente
È fallace o languente.
Dunque di questa eletta
Bellissima angioletta
Cantiam gli aurei costumi,
Maraviglia de' numi.
Santa Onestà; che, schiva
Del fallir nostro immondo,
Sbandita e fuggitiva
Passasti ai boschi in fondo
Fra i giunchi e fra le canne
Di palustri capanne
A governar gli amori
D'innocenti pastori,
E di là pur talora
Furtive e mal sicure
Volgi le luci ancora
Alle cittadi impure,
Di rintracciar bramosa
Qualch'alma avventurosa
Che fra pudichi affetti
Nel suo seno t'accetti;
Santa Onestà, trovasti
Fra cittadine mura
L'alma bennata e pura,
Che tanto ricercasti.
Io parlo, o dea, tu il vedi,
Del bell'idol mio:
E conosco ben io
Che al suo fianco tu siedi
Dolce maestra e madre
Di virtudi leggiadre,
Che teco lo corteggiano,
Ed in amor gareggiano.
V'è quel sì raro al mondo
Bel Pudor verecondo;
V'è l'Amistà soave
Che tien del cor la chiave;
V'è l'Umiltà che l'opre
Esalta e i pregi altrui,
E non conosce o copre
D'un vel modesto i sui.
Dove te lascio, o saggio
Difficile Contegno
Che d'amore il linguaggio
Mal soffri e il prendi a sdegno,
E l'anime innamori
Cogli stessi rigori?
Crescono contrastate
D'amor le fiamme, e mancano
Per soverchia pietate:
Presto l'alme si stancano
D'un posseduto bene
Che non costa più pene.
Dunque, o luci vezzose,
Siate in amar ritrose.
Quante belle, che il core
Non armâr di rigore,
Finalmente schernite
Disprezzate tradite
Piansero una dannosa
Tenerezza pietosa!
Pianse fra i traci orrori
Le funeste faville
Dei mal concessi amori
L'abbandonata Fille;
E per egual cagione
Empiè la selva idea
D'inutil pianto Enone.
Ahi! questa si dovea
Inumana mercede,
Misere, a tanta fede?
Dunque, o luci vezzose,
Siate in amor ritrose.
Un amor senza stento
Invita al tradimento:
E una rosa d'aprile
Quattro volte odorata
Perde il suo bello, e vile
Se 'n muore al suol gittata.