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Quanta fatica, messer Alessandro,
hanno certi filosofi durata,
come dir, verbigrazia, Anassimandro
e Cleombroto e quell'altra brigata,
per dichiararci qual sia 'l sommo bene
e la vita felice alma e beata!
Chi vuol di scudi aver le casse piene;
chi stare allegro sempre e far gran cera,
pigliando questo mondo com'e' viene:
andar a letto com'e' si fa sera,
non far da cosa a cosa differenzia,
non guardar più la bianca che la nera.
Questa hanno certi chiamata indolenzia,
ch'è, messer Alessandro, una faccenda,
che l'auditor non v'ha data sentenzia:
vo' dir ch'io credo che la non s'intenda;
voi chiamatela vita alla carlona,
qua è un che n'ha fatto una leggenda.
Un'altra opinion, che non è buona,
tien che l'imperador e 'l prete Ianni
sien maggior del torrazzo di Cremona,
perché veston di seta e non di panni,
son spettabili viri, ogniun gli guarda,
son come fra gli uccelli i barbagianni.
E fu un tratto una vecchia lombarda
che credeva che 'l papa non fuss'uomo,
ma un drago, una montagna, una bombarda;
e, vedendolo andare a vespro in duomo,
si fece croce per la maraviglia:
questo scrive uno istorico da Como.
Dell'altra filosofica famiglia
sono intricati più, dico, gli errori,
ch'una matassa quando si scompiglia.
Vergilio disse che i lavoratori
starebbon ben, s'egli avessin cervello,
se fussin del lor ben conoscitori;
ma questo alla sentenzia è stran suggello:
è come dare inanzi intero un pane
a chi non abbia denti né coltello.
Chi vuol che le persone sien mal sane
dice che lo studiar ci fa beati
e la scienzia delle cose strane;
e qui gridan le regole de' frati,
che danno l'ignoranzia per precetto
e non voglion che mai libro si guati.
Non è mancato ancor chi abbi detto
gran ben del matrimonio e de' contenti
che son nel marital pudico letto.
Questo amo io più che tutti i miei parenti
e dico che lo starvi è cosa santa,
ma senza compagnia, non altrimenti.
Son queste opinion più di novanta;
son tante, quanti gli uomini, le vite
e sempre ogniun l'altrui celebra e canta;
ma fra le più stimate e reverite
è, per detto d'ogniun, quella de' preti,
perch'egli han grandi entrate e poche uscite.
Or tacete, filosofi e poeti;
voi, Svetonio e Platina e Plutarco,
che scriveste le vite, state cheti:
lasciate dir a me, che non imbarco
e son in questo così buono autore,
stato per dir, come san Marco.
Più bella vita al mondo un debitore,
fallito, rovinato e disperato,
ha che 'l gran turco e che l'imperatore.
Questo è colui che si può dir beato:
in tutto l'universo ove noi stiamo
non è più lieto e più tranquillo stato.
E perché paia che noi procediamo
con le misure in mano e con le seste,
prima quel che sia debito vediamo.
Debito è far altrui le cose oneste,
come dir ch'a' più vecchi si conviene
trar le berette et abbassar le teste;
adunque far il debito è far bene
e quanto è fatto il debito più spesso,
tanto questa ragion più lega e tiene.
Or fatto il presupposito e concesso
che 'l debito sia opra virtuosa,
le consequenzie sue vengon appresso.
Ha l'anima gentile e generosa
un uom ch'affronti e faccia stocchi assai:
è uom da fargli fare ogni gran cosa.
Non ebbe tanto cuore Ercole mai,
né que' che vanno in piazza a dare al toro,
sbricchi, sgherri, barbon, bravi, sbisai.
O teste degne d'immortale alloro,
ma più delle carezze e de' rispetti
e delle feste che son fatte loro!
Non è tal carità fra' più diletti
figliuoli e padri, e fra moglie e marito,
e s'altri son fra sé di sangue stretti.
È più accarezzato e più servito
un debitor da chi ha aver da lui
che se del corpo fuor gli fusse uscito:
non par che tenga memoria d'altrui.
Andate a dir ch'un avaraccio boia
abbia le belle grazie c'ha costui:
anzi non è chi non brami che muoia,
tanto è perseguitato e mal voluto,
tanto l'han proprio i suoi figliuoli a noia.
Un debitore è volentier veduto,
mai non si truova che nulla gli manchi,
sempre alle spese d'altri è mantenuto.
Guardate un prete, quando va per Banchi,
che sberettate egli ha da ogni canto,
quanta gente gli è sempre intorno a' fianchi.
Questo è colui che si può dare il vanto
di vera fama e di solida gloria,
quel ch'è canonizzato come un santo.
Non ha proporzione annale o istoria
con gli autentichi libri de' mercanti,
che son la vera idea della memoria;
e costor vi son drento tutti quanti,
e quindi tratti a farsi più immortali.
E' son dipinti su per tutti i canti:
voi vedete certi abiti ducali,
fatti con orpimento e zafferano,
con lettere patenti di speziali.
E sarà tal che prima era un cristiano,
che si farà più noto a questo modo
che non è Lancilotto né Tristano.
Un debitor, ch'è savio, dorme sodo;
fa sonni che così gli facess'io!
Par che bea papaveri nel brodo.
Disse un tratto Alcibiade a suo zio,
ch'avea di certi conti dispiacere:
“Voi sète pazzo, per lo vero Dio!
Lasciatevi pensare a chi ha avere,
o qualche modo più presto trovate,
ch'i creditor non gli abbino a vedere”.
Vo' dir per questo, se ben voi notate,
che se i debiti ad un metton pensiero,
si vorria dargli cento bastonate.
Vedete, Caccia mio, s'io dico il vero,
ché il peggio che gli possa intervenire
è l'esserne portato com'un cero.
Voi vedete il bargello a voi venire
con una certa grazia e leggiadria,
che par che voglia menarvi a dormire;
né so, quand'io veggo un che vada via
con tanta gente da lato e d'intorno,
che differenzia a lui dal papa sia.
Poi, forse che lo menano in un forno?
Sèrronlo a chiave in una forte rocca,
com'un gioiel di molte perle adorno.
Come egli è giunto, ogniun la man gli tocca,
ogniun gli fa carezze e accoglienze,
ogniun per carità lo bacia in bocca.
O gloriose Stinche di Firenze,
luogo celestial, luogo divino,
degno di centomila riverenze:
a voi ne vien la gente a capo chino,
e prima che la vostra scala saglia,
s'abbassa in su l'entrar dell'usciolino;
a voi nessuna fabbrica s'agguaglia:
sète più belle assai che 'l culiseo,
o s'altra a Roma è più degna anticaglia;
voi sète quel famoso Pritaneo,
dove teneva in grasso i suoi baroni
el popol che discese da Teseo;
voi gli tenete in stia come i capponi,
mandate il piatto lor publicamente,
non altrimenti che si fa a' lioni.
Com'uno è quivi, è giunto finalmente
a quello stato ch'Aristotel pose,
che 'l senso cessa e sol opra la mente.
Voi fate anche le genti industriose:
chi cuce palle, chi lavora fusa,
chi stecchi e chi mille altre belle cose;
non vi ha né l'ozio né 'l negozio scusa,
l'uno e l'altro ricapito vi truova,
di tutti duoi v'è la scienzia infusa.
S'alla città vien qualche buona nuova,
voi sète quasi le prime a sapella:
par che corrieri addosso il ciel vi piova.
E qui si sente un romor di martella,
di picconi e di travi, per mandare
libero ogniun in questa parte e 'n quella.
Ma s'io vi son, lasciàtemivi stare;
di questa pietà vostra io non mi curo,
a pena morto me ne voglio andare.
Non so più bel che star drento ad un muro,
quieto, agiato, dormendo a chiusi occhi,
e del corpo e dell'anima sicuro.
Fate, parente mio, pur de gli stocchi;
pigliate spesso a credenza, a 'nteresse,
e lasciate ch'a gli altri il pensier tocchi,
ché la tela ordisce un, l'altro la tesse.