LV

By Pietro Bembo

Ben ho da maledir l´empio signore,

che d´ogni mio penser vi fece obietto,

e quante voci in procurarvi onore

m´uscir da indi in qua giamai del petto,

e i passi, sparti voi seguendo, e l´ore,

spese a vostr´uso più che a mio diletto,

e ´l laccio, ond´io fui stretto,

quando ´l ciel non potea d´altro legarme:

poi che di tanta e così lunga fede

ognior più grave oltraggio è la mercede.

Ahi quanto aven di quello, onde si dice:

chi solca in lito, perde l´opra e ´l tempo.

Ogni frutto si trae da la radice,

ma non aprono i fior tutti ad un tempo.

Già fu, ch´io m´ebbi caro e gir felice

sperai solo per voi tutto ´l mio tempo;

né giamai sì per tempo

a ripensar di voi seppi destarme,

né Febo i suoi destrier sì lento mosse,

che ´l giorno al desir mio corto non fosse.

Or veggo e dirol chiaro in ciascun loco:

oro non ogni cosa è, che risplende.

Un parlar finto, un guardo, un riso, un gioco

spesso senz´altro molti cori accende.

Mal fa, chi tra duo parte onesto foco

e me del vezzo suo nota e riprende,

e chi l´amico offende

coprendo sé con l´altrui scudo et arme,

e chi, per inalzar falso e protervo,

mette al fondo cortese e leal servo.

Alcun è che de´ suoi più colti campi

non miete altro che pruni, assenzo e tosco

e gente armata, ond´a gran pena scampi;

altri si perde in raro e picciol bosco;

ad altrui ven ch´ad ogni tempo avampi,

e altri ha sempre il ciel turbato e fosco.

Non sia del tutto losco,

chi d´esser Argo a diveder vol darme.

Mal si conosce non provato amico,

e mal si cura morbo interno antico.

Ma sia che pò: dopo ´l gelo ritorna

la rondinetta e i brevi dì sen´ vanno;

in ogni selva egualmente soggiorna

libero augello, e tal par grave danno,

che poi via maggiormente a pro ne torna.

È gran parte di gioia uscir d´affanno.

Più che dorato scanno,

può la stanchezza un bel cespo levarme;

né di diletto i poggi e la verd´ombra

men che logge e teatro il cor m´ingombra.

Poi che ´l suon tace, è tolto a gran vergogna

per breve spazio ancora essere in danza.

Ebbi già per ben dire agra rampogna;

or altri in mal oprar se stesso avanza.

Odesi di lontano alta sampogna,

e nulla teme, chi non ha speranza.

Fuggir è buona usanza,

s´uom non è mago o non sa il forte carme,

fera, ch´a rimirar dolce e soave

lo spirto e ´l dente ha venenoso e grave.

Di nessun danno mio molto mi doglio:

godo la buona sorte, e se la ria

m´assale, i desir miei sparsi raccoglio

e me ricovro a la virtute mia.

Né vostra pace più, né vostro orgoglio

dal suo dritto camin l´alma desvia.

Chi vòle in mar si stia,

e ´l legno suo di speme non disarme;

ch´io, del mal posto tempo e studio accorto,

fuggo da l´onde ingrate e prendo il porto.