LV
Impallidisca il sole, Espero il giorno
In fosca chiuda e tenebrosa sera,
E sia conforme alla mia doglia il cielo;
Venite, Muse, e per pietà d'intorno
Cingete al fronte la funesta e nera
Benda, e lasciate d'allegrezza il velo;
E mentre i miei lamenti
Spargo in dogliosi accenti,
Della mia cetra, in ch'io piango e ragiono,
Amaramente accompagnate il suono.
Del picciol Ren, che con ragion si duole
Di cui dolersi e giustamente deve,
L'immensa doglia accompagnate meco;
Udite in che sospiri, in che parole
Del viver nostro e periglioso e breve,
Chiamando il figlio suo, si dolga seco;
Vedete ancor le rive
Del verde manto prive
Ch'ornarsi più di perle e d'ostro e d'oro
Non san; ché chi sapea non è con loro.
Morte, a cui sol dell'aspra legge e cruda,
Che natura a' mortali e 'l ciel prescrisse,
L'armi, la forza, e l'empio scettro è dato,
Come ella suol d'ogni pietade ignuda,
La falce, ond'ella miete il mondo, fisse
Ove appena dal tronco avea spuntato
La prima erbetta il verde:
Perché l'infame perde
Ove è virtute; e la sua invidia incolpo,
La fortezza, l'ardir, la gloria, e 'l colpo.
Ben fu crudele e dispietata allora,
Ch'al mondo, a noi, nel bel fiorir degli anni
Così bel fiore, e lume, e spense e sciolse;
E da quel corpo che più bello ancora
Forse non formò il ciel (de' nostri danni
Ingorda troppo) alma sì illustre sciolse:
Né la piegaro i tanti
Voti al ciel sparsi, e ' pianti,
Che dagli occhi versar co' santi Amori
Queste Ninfe, quest'erbe, e questi fiori.
Ma che piango io ch'a le belle alme pare
Si goda il quinto ciel con Marte accolto,
Mercé di quel valor che qui tra noi
L'ornò di mille palme illustri e chiare,
E dal nodo terren libero e sciolto
Non sia cosa mortal che più l'annoi,
Anzi se stesso in quello
Sol vero eterno e bello
Rimiri, e sprezzi noi, che così forte
Per non viver la sù fuggiam qui morte?
Vivi felice sempre:
Né ti sdegnar, se nel ciel sei, ch'io t'ami,
E nella mia canzon ti pianga e chiami.