LVI
O leggiadre e vaghe spose,
deh, non siate sí sdegnose!
Fatt’abbiam nostro concetto
di tenervi molto ornate;
gran piacere e gran diletto
dona a noi vostra biltade;
e vo’ sempre disprezzate
noi e tutte nostre cose.
Perché non debbe il signore
dal suo servo esser amato
d’un perfetto e buon amore,
se non è un còr ingrato,
tanto piú sendo legato,
più che gemme preziose.
Meschinelle isventurate,
guard’un po’ come no’ stiano:
po’ che serve siàn chiamate,
e a chi suggette siàno
il piacer che noi abbiàno
son le veste sí pompose!
Se ciascuna tien a vile
le ricchezze e le persone,
ogni cosa il suo simìle
appetisce, ed è ragione:
sendo spose d’un garzone,
tutte saremo gioiose.
Or siàn noi sicuri e certi
del sospetto dentr’al core,
de’ lor falsi amor coperti
d’alcun giovane amadore:
riprendiàno il nostr’errore
di tôr donne sí vezzose.
Fu per certo l’error grande
dar a noi simil mariti:
per la notte altre vivande
ci bisogna che vestiti:
non si pascon gli appititi
pur di veste esser copiose.