LVII – C. Magno

By Giacomo Leopardi

Vago augellin gradito,

Ch'a me dinanzi uscendo,

Di ramo in ramo ti ricovri e passi,

E, quasi in dolce invito,

Cari accenti movendo,

Per questo bel sentier mi scorgi i passi;

Felice te, cui dassi

Menar i giorni e l'ore

In così bel soggiorno,

Che spira d'ogn'intorno,

Con meraviglia altrui gioia ed amore.

Or qual albergo al mondo

Potresti aver più dolce e più giocondo?

Folti boschetti e lieti,

Cui dolce aura ognor fiede,

Dal Sol ti prestan refrigerio ed ombra;

E dentro a' lor secreti

Ciascun t'invidia e chiede

Allor che 'l sonno ogni animal ingombra.

Il digiun poi si sgombra

Per campagne feconde,

Di qual cibo più curi:

E se di ber procuri,

Con man cava lor fresche e lucid'onde

Ti porgon liete e pronte

Le vaghe nionfe ognor del vicin fonte.

Deh l'ali avessi anch'io,

Qual tu, da girne a volo,

Librando in aria il mio terrestre peso:

Ch'appagherei 'l desio

Quasi d'un guardo solo,

Di tutto quel ch'a gli occhi or m'è conteso.

Poi me n'andrei giù sceso

Per la propinqua valle,

E per questo e quel colle,

E colà dove estolle

Quel monte al ciel le sue frondose spalle;

Dietro a cui, mentre scende,

Già 'l Sol, mezzo si cela e mezzo splende.

Rimanti pur, Canzon, con questo augello,

Qui, fra letizia e gioco:

Ché men dolce ti fora ogni altro loco.

Non fuggir, vago augello; affrena il volo.

Ch'io non tendo a' tuoi danni o visco o rete:

Ché s'a me libertà cerco e quiete,

Por te non deggio in servitute e 'n duolo.

Ben io fuggo a ragion nemico stuolo

Di gravi cure in queste ombre secrete;

Ove sol per goder sicure e liete

Poch'ore teco, a la città m'involo.

Qui più sereno è 'l ciel, più l'aria pura,

Più dolci l'acque, e più cortese e bella

L'alte ricchezze sue scopre Natura.

O mente umana al propio ben rubella!

Vede tanta sua pace, e non la cura;

E stima porto ov'ha flutto e procella.