LVII – C. Magno
Vago augellin gradito,
Ch'a me dinanzi uscendo,
Di ramo in ramo ti ricovri e passi,
E, quasi in dolce invito,
Cari accenti movendo,
Per questo bel sentier mi scorgi i passi;
Felice te, cui dassi
Menar i giorni e l'ore
In così bel soggiorno,
Che spira d'ogn'intorno,
Con meraviglia altrui gioia ed amore.
Or qual albergo al mondo
Potresti aver più dolce e più giocondo?
Folti boschetti e lieti,
Cui dolce aura ognor fiede,
Dal Sol ti prestan refrigerio ed ombra;
E dentro a' lor secreti
Ciascun t'invidia e chiede
Allor che 'l sonno ogni animal ingombra.
Il digiun poi si sgombra
Per campagne feconde,
Di qual cibo più curi:
E se di ber procuri,
Con man cava lor fresche e lucid'onde
Ti porgon liete e pronte
Le vaghe nionfe ognor del vicin fonte.
Deh l'ali avessi anch'io,
Qual tu, da girne a volo,
Librando in aria il mio terrestre peso:
Ch'appagherei 'l desio
Quasi d'un guardo solo,
Di tutto quel ch'a gli occhi or m'è conteso.
Poi me n'andrei giù sceso
Per la propinqua valle,
E per questo e quel colle,
E colà dove estolle
Quel monte al ciel le sue frondose spalle;
Dietro a cui, mentre scende,
Già 'l Sol, mezzo si cela e mezzo splende.
Rimanti pur, Canzon, con questo augello,
Qui, fra letizia e gioco:
Ché men dolce ti fora ogni altro loco.
Non fuggir, vago augello; affrena il volo.
Ch'io non tendo a' tuoi danni o visco o rete:
Ché s'a me libertà cerco e quiete,
Por te non deggio in servitute e 'n duolo.
Ben io fuggo a ragion nemico stuolo
Di gravi cure in queste ombre secrete;
Ove sol per goder sicure e liete
Poch'ore teco, a la città m'involo.
Qui più sereno è 'l ciel, più l'aria pura,
Più dolci l'acque, e più cortese e bella
L'alte ricchezze sue scopre Natura.
O mente umana al propio ben rubella!
Vede tanta sua pace, e non la cura;
E stima porto ov'ha flutto e procella.