LVII
Non sperai altro che periglio o morte,
mentre che al van desio lo tempo spesi;
lasso, ché sol me offesi,
quando adempieva la impudica voglia!
Quanti lunghi pensier di cose corte,
quanti guai già e quanti grievi pesi,
quanti aspri affanni presi
per cosa ferma men che al vento foglia!
S'io vi giugnea, mi s'addoppiava doglia,
tal che più volte stordito rimasi
a piè della sperata cosa rea.
Ahi, quanto eran soventi questi casi,
per vane mutazion che 'l core avea!
Se non che questa idea,
che com'è il ciel seren tal m'è apparita,
pria mi riprende e poi mi da' baldanza,
con tanto amor m'invita
al ciel, ch'io la conosco esser Speranza.
«Se non fusse mia madre, che va innanzi,
nulla sarei», e simil per converso
con un sì dolce verso
cominciò il canto suo, che dir nol posso.
Seguì: - Né creder mi formasse dianzi,
ma dal principio siam. Tu, nel diverso
mondo fallace e perso,
di c'hai speranza, ben se' rozzo e grosso.
L'ardente Carità, la qual ci ha mosso,
nostra maggior, vedrai che dietro viene,
anzi c'è dietro e innanzi ad ogni passo.
Ma perché sol di me dir mi conviene,
più sottilmente a lei di lei dir lasso.
Leva su il sperar basso!
Vedrai il popol di Ninive, che veste
sacchi, sperando venia, e star nel bosco;
e via maggior che queste
cose dirò, se il parlar non fia fosco.
Non creda il basso ingegno ch'io sia quella
che l'ignorante vulgo, intra i mondani
desiri iniqui e vani
chiama Speranza, falsando il mio nome.
Perché in me raggia ogni lucente stella
di vera promission ne i santi fani
a i veraci cristiani,
che, ben vivendo, speran gustar come
renda sapor del ciel il dolce pome,
tal ch'io fei disprezzar gli aspri tormenti
del gran martirio a Stefan e a Laurenzio,
e in su la grata e al lapidar contenti;
quel fu lor dolce e 'l mondo il tiene assenzio.
Margarita e Vincenzio,
Caterina, Lucia e tanti armati
di me, de' quali ancor la Chiesa canta,
vinsono incoronati,
del ciel scandendo la spera più santa.
Che cosa io sia, assai e in molti modi
hanno mostrata la mia propria essenzia;
e tutti a una sentenzia
concludon, né esser posson discrepanti.
Gli animi pasco, s'io gli truovo sodi
di buon proponimento a penitenzia,
di divina clemenzia,
qual, impressando, gli fa venir santi;
gloria par lor, sperando, aver davanti,
maravigliosa, incognita e non vista,
per premio de i lor giusti e degni frutti;
e tanta amenità a lor core acquista
questo desio, che gai tra i vostri lutti
chieggono esser distrutti
co' 'l Vas d'elezïone e star con Cristo:
e questo è il Sommo Bene, il qual mi manda
a prometter lor Cristo,
ed io son, mentre vivon, lor vivanda.
E poi che d'esto secol son migrati,
non mi parto da lor fin ch'io gli ho offerti,
merzé delli lor merti,
all'eterno riposo, il qual gli aspetta.
Quivi stan nella gloria de i beati,
quivi del ben sperato gli fo certi,
quivi son chiari e aperti
del Spirto Santo i razzi, i quai saetta
in ciascun'alma che in Lui si diletta.
Incominciando dal primo parente,
fino al fin d'ogni età mio stato cerno:
per migliaia d'anni al popolo ubidente
mi diei nel centro, e stetti al suo governo,
fin che ruppe l'inferno
Quel che nel ben sperato cor m'infonde,
e fuor del cui voler nulla è mia opra.
Così quelle gioconde
ombre menò con seco e son di sopra.
Né però il ben sperar vostro vi tolgo
di cose umane, morali e decenti,
che paion differenti
da le spiritüali in alcun caso.
Io son quella medesma, e in voi mi volgo,
quando vovete voi, figli e parenti,
grazia sperando attenti
da Quel che sempre dà né scema il vaso.
Colui, che trenta otto anni era rimaso
alla piscina a sperar sanitade,
prese il grabato suo ed andò via,
come gli disse la Somma Bontade.
Simil la flussüosa a lui dicìa:
«Signor mio, s'i' ho bailia
pur di toccar la fimbria de i tuoi panni,
libera sono». Or qui comprender pòi
che in voi son li miei scanni,
ne i giusti uman pria, ne i divin poi».
— Canzon, tu puoi ben dire a tua sorella
che tu, non men che lei, mi se' gradita,
sperando miglior vita
che esta caduca, tal che, a gira a quella,
già sento al cor di carità fiammella.