LVII
Quella che il dì ch'io vi concessi il core
in voi mi parse una bontà sincera,
or accorger mi fa ch'ero in errore;
perché la trovo asinitade vera,
che inimico m'ha fatto il cielo pio:
va, giudica tu gli uomini a la cera.
Cera benigna ed animo sì rio
e poca discrezion, che non ha manco,
vi giuro a Carlomanno, il caval mio.
Da le malignità vostre già stanco,
vorrei ritrarmi, ma da l'altro lato
quell'altro asin d'Amor m'è sempre al fianco;
ma faccia quanto vuol, lo sciagurato,
che io mi voglio sfogare questa volta,
poi, s'io v'amo mai più, ch'io sia ammazzato.
Non vo' tener la doglia mia sepolta:
che diavol mi potreste voi mai fare?
ho ben veduto anch'io nebbia più folta.
Or prima l'arte de l'indovinare
bisogna aver con voi, perché bugia
è quasi tutto il vostro ragionare;
poi sempre dite a la presenza mia:
— Mi faà vuol farà m'ha fatto il tal presenteà
il signore o 'l don — mal che 'l ciel vi dia;
e in questo avete sì de l'eccellente,
che par che lo diciate in mio dispetto,
come s'io vi donassi sempre niente.
D'un altro gentilissimo difetto
egualmente biasmar vi sento e veggio,
d'esser d'ingratitudine ricetto
e d'arroganza anfiteatro e seggio,
da le quai nasce questa consonanza
c'ha chi meglio vi fa voi fate peggio.
Che se voi non avete altra creanza
né altri costumi né altre gentilezze,
canchero venga a chi vi vuol per manza.
Coi galantuomin star su le grandezze
e poi lasciar godere insino ai cani
le vostre sforzatissime bellezze,
tanto sforzate che, se non son vani
quei che di voi si fan ragionamenti,
vi fate sbellettar sino a le mani;
il far solo accoglienza a certe genti
che vi fanno e vi dicono in palese
cose disonestissime e pungenti;
star cogli amici ognor su le contese,
finger di lor dolersi e fare a loro
ogni dì mille ingiurie e mille offese;
star sur un goffo femminil decoro
e far la donzelletta e persuadersi
di pisciare acqua nanfa e far de l'oro;
sopra l'uso mortal bella tenersi,
quasi nuova dal ciel discesa luce,
il che fa rider altri, altri dolersi,
e, quel che l'uomo a disperar conduce,
il mostrar sempre il nero per il giallo
e non esser tutt'òr quel che riluce;
l'aver nel mal oprar già fatto il callo,
star su lo schifo e poi chinarsi altrui
forse per men che non si china il gallo,
dico chinar senza guardare a cui,
fuss'io sì re come uomin dozzinali
mille e più punte false han date a vui,
gente avvezza a pignatte ed a boccali
(può far la madre mia che voi lasciate
che vi venga a pisciar negli orinali ?);
con chi più v'ama usar parole ingrate,
l'esser l'animo vostro ed il cervello
seren di verno e nuvolo di state;
il non guardar gentil né buon né bello,
ma stare intenta sempre in tutti i lochi
per veder di tirar sino a un fringuello
il mescolar velen nei vostri giuochi,
l'esser la vostra una bellezza tale
che, da voi stessa in poi, astio fa a pochi;
l'esser insomma voi, signora, quale
forse simil non è nei tempi nostri,
un unguento da cancar naturale,
ed altri simil vizi e simil mostri
mi faranno da voi pigliar licenza,
per non m'impacciar più coi fatti vostri.
E molti altri faran meco partenza,
chi servo vostro dopo me, chi prima,
da questa vostra singolar presenza;
perché ciascun, com'io, giudica e stima
esser, come un proverbio antico dice,
meglio cader dal piè che da la cima.
Io fui pure un castrone, un infelice
a creder che potesse nascer mai
buon frutto d'una pessima radice.
Or su, come si sia, basta ch'entrai
nel vostro laberinto in la mal'ora,
onde s'incominciâr tutti i miei guai;
facil v'entrai, ma facilmente ancòra
per vostra grazia e per favor del cielo
ho trovata la via d'uscirne fuora.
Vedete se con causa io mi querelo
di voi, che, a dirlo apertamente e forte,
quando vi veggio, mi s'arriccia il pelo.
e di qui è che prego la mia sorte
che mi conceda questa grazia sola
che mi faccia incontrar prima la morte.
Faccisi innanzi e dica una parola
un che coi versi suoi tanto vi loda,
ché vo' dir ch'ei si mente per la gola.
Soglion conoscer gli asini la coda
quando non l'hanno; e per dir vero 'l dico,
non che 'l duolo o 'l martel mi scaldi o roda.
Potreste dir che non curate un fico
ch'io vi sia per voler né mal né bene
o ch'amico vi sia più che nimico;
che non vi mancheran le stanze piene,
senza me, di molti uomini galanti
che sostengan per voi travagli e pene;
e che s'io vo' donarvi un par di guanti,
e senza ancor, mi manderete a spasso
né pur vorrete ch'io vi venga avanti;
e che s'io vo' voltar, ch'io volga il passo
ove mi piace, perché a voi ben resta
altro falcon che 'l mio da prender spasso.
Ed io rispondo, per finir la festa,
ch'egli è ben giusto che da voi s'aspette
risposta anche peggior che non è questa;
ch'inteso ho de le volte più di sette
ch'avete l'intelletto ed il giudizio
ove hanno il gozzo appunto le civette;
tal che al costume vostro e a l'esercizio,
a me facendo una risposta umìle,
areste fatto troppo pregiudizio.
Vero è ben ch'una macchia o brutta o vile
giammai non si considera o si vede
in chi suol star nel fango o nel porcile.
La gente ch'aver dite sotto il piede,
forse che la non è 'n riga né in spazio;
agli altri vanti poi non si dà fede.
Quanto al venirvi innante, son sì sazio
di voi, che, se mai più ci fo ritorno,
mandatemi in malor, ch'io ven disgrazio.
S'a voi non manca chi vi stia d'intorno
a fare e a dir, sappiate ch'anco io posso
adoprar la mia pala in altro forno;
s'altro falcon che 'l mio vi pasce addosso,
siasi; so che non pasce in conclusione
de l'altre più gentil carni senz'osso:
non però manca il mondo a le persone;
crediate certo pur ch'anch'io ho da darne,
senza le vostre quaglie, al mio falcone;
per pascer lo sparvier non manca carne,
ov'altri voglia, e ve ne son le squadre
ch'appresso i vostri storni paion starne.
Arpie crudeli, infide, inique e ladre
da venire in fastidio a mille Rome
voi, la vostra fantesca e vostra madre.
Per modestia ora taccio il vostro nome,
ma ben lo scoprirò con altro inchiostro,
se accrescerete il peso a le mie some:
e se sia finto o ver quanto dimostro,
mirate che s'io fossi ne l'inferno
e ne potessi uscir col favor vostro,
più tosto ci vorrei stare in eterno.