LVII
Fece già Roma triunfando festa,
quando sommessa e vinta
de' Vegetani fu l'ardita possa;
e quando Erbonio e la sbandita gesta
sul monte fu dicinta
da l'arator, che diede a lor percossa;
e più ancor, quando la bella mossa
Furio Camillo fece contro a Brenno,
vendicator di quel che' Galli fenno,
e le' mettendo nel primiero stato;
e quando, Pirro con sua gente grossa
stando in Italia a guereggiar con senno,
che Currio e le romane schiere denno
negli elefanti, e 'n fuga fu cacciato;
e quando Anibal vecchio e chi 'l soccorse
dinanzi a Claudio ciascun vinto corse.
E poi nel tempo ch'Asdrubal, disceso
di Spagna, giunse ove ello
finì sua vita, tra cotante ancisa,
di gloria ogni spirito ebbe acceso;
quando quel'aspro bello
d'Africa 'l buon Scipion recò in tal guisa;
e quando al re Fillippo fu conquisa
la forza, per Flamineo soggiogata;
e quando Asia fu segnoreggiata,
che Atilio vinse Antioco per terra;
e quando la città che Dido Elisa
già anni settecento avea fondata,
vinta la vide, arsa e profondata
pel secondo African, che là fe' guerra;
e quando Aristonico ebbe doglia
dove Porpenna saziò sua voglia.
Sentì tal dono, quando il re Birnito,
che 'ncontro a lei venìa,
sul Rodano da Flavio fu sconfitto;
e quando Mario mise a tal partito
Giugurta e sua folia,
Numidia recando a suo diritto.
Di Cesar, di Pompeo, sì com'è scritto,
quant'ebbe gioia non si può contare,
le 'nsegne, le milizie e 'l triunfare
di molti assai, che fama le portaro
infino al tempo d'Ottavian, ch'aflitto
non ebbe il cor nel primo incoronare.
Ma lunga tema mi fa abandonare,
tanti fur quelli che la consolaro;
ed essa, quante più vittorie avea,
con amor e vertù sempre crescea.
E tu, Fiorenza, or che se' sì alta
non già, credo, per opra
de' figli tuo', ma dell'etterno Sire,
non par che tu conoschi chi t'esalta,
né qual ventura aopra
che tanto tempo ha pieno il tuo disire:
sanza di spada o d'altr'arma fedire,
veduto ha' quasi ogni nimico in fondo.
E tu, che fai di tal tempo giocondo?
Quanto più vinci, a te più fai offesa,
e qual stagion, non pensi, può venire,
né qual fortuna può donar il mondo,
né qual è lieve né qual grave pondo;
ma stai ne' vizi, ov'è tua voglia attesa,
la qual ti mena sì ne' tuo' consigli,
che 'l ben tu fuggi, e 'l mal par che tu pigli.
Folle mi par, e cieco, il tuo pensero,
se esser tu puo' grande
sanza fatica, e la tua mente il fugge:
chi vince suol montar in stato altèro;
in te alor si spande
division, ch'ognor t'abassa e strugge,
che, dove posa, sempre ogni mal sugge.
Mira a la discordia, che fu tanta
tra Mario e Silla, e pestilenza quanta
ne' cittadin de la lor terra nacque:
fuggi, per Dio, adunque, cotal ugge,
che surgon fuori di maligna pianta;
e guarda ben che chi le muove, e canta,
è quelli a cui sempre tua morte piacque;
e pensa ben, se tu perdi vincendo,
quel che farai se tu verrai perdendo.
Volgiti atorno e con la mente guarda
le terre a te da presso,
che son diserte, e perché così stanno;
mira la gente suggetta lombarda,
e caso quale è desso,
ch'oggi ciascun fa star sotto tiranno.
Raguarda ancora che viaggio fanno
que' del paese, dove se', toscano:
or cerca un poco che polso ha la mano
per parte de la 'nferma tua nimica;
guarda se Lucca per ciò sente danno;
guarda per che Arezzo è sì malsano,
e quella che t'è incontro nel tuo piano,
ed altre assai, ch'al dir mi vien fatica,
che van di male in peggio sol per questo.
Ma, se ben senti, assai t'ho manifesto.
Canzon mia, va o sta, qual vuo' sì piglia,
ché gir quasi non puoi
dove non truovi figli di costei;
se d'amor vedi o di vertù famiglia,
acosta i versi tuoi
fra lor con quella voce che tu déi;
a ciascun di' che fugga setta o parte,
ché, poi ch'è nata, tardi si diparte.