LVIII
«Quell'increato eccelso e ardente foco
la cui fiamma d'amor già il cielo aperse
allor che offerse — a noi tutta sua luce,
in tenebre tal lume star sofferse;
non la compreson, né gli dieron loco.
Uom fu, che poco — innanzi a tanto duce,
dal suo padre s'induce
in testimonio, acciò che ognun credesse;
per la prefata somma claritade
luce non era, ma perché rendesse
testimonianze espresse
del Sol, che prodotta ha me Caritade.
Pare ad alcun per sé gloria acquistare,
altri per speme, e qual con ambe quelle
sopra le stelle — il ciel toccar con mano.
Con quanta fé le cerimonie felle
ne i casi avversi sopra idolatre are,
quando imolar — volea, il popol romano,
facea, sperando invano!
Socrate e Plato ed Aristotil, quando
nell'ultimo partir di questa vita
alla prima cagion l'anima dando,
sol questi han del ciel bando,
per non aver di me l'alma vestita.
L'infelice giudeo, che si millanta
d'aver fede e speranza, e pur sé inganna,
perché s'affanna — indarno di me privo?
Così all'inferno se stesso condanna
chi, senza me, le due aver si vanta.
Ferma la pianta, — e guarda or dov'io arrivo:
per me si fece uom vivo
di Dio il Figlio, ed io tra l'uomo ed esso
fui mediatrice, tal che in su la croce
di vostra dannazion tolse il processo.
Vedi se mi tien presso:
diss' al Padre: «Perdona», e io fui la voce.
Perch' alcun nel mio dir non prenda errore,
spianar lo voglio pria che innanzi passi.
Allenta i passi, — e guarda un poco a retro:
Fede e Speranza ognuna di me trassi,
da Dio create, e me, di lor maggiore,
luce d'amore — al vostro cammin tetro,
allor che col mio metro
in un punto parlâr tutti i linguaggi
de i dodici la turba eletta e giusta.
Per li santi profeti umili e saggi
mostrai tutti i vïaggi,
che fan beato ciascun che li gusta.
Inde un dolce liquor nel cor distilla
da un superno intelletto, che l'infonde;
qui viene onde — l'uom spera ciò che crede.
Io sono il frutto, ed esse due le fronde
splendide e illustre; com la mia favilla
in voi scintilla — a lor ch'è Spem' e Fede.
Così chiaro si vede
noi tre annodate d'un medesmo groppo,
da Dio tessuto nel cor delli eletti;
profererci a ciascuno e dar d'intoppo
c'è comandato, e troppo
erra chi non ci alberga ne' suoi effetti.
Gran gente rossa mi dissegna e pinge,
alcun vergine, altri olio in mia natura;
qual m'affigura — amor, ch'è nome e verbo.
Amor son io, ed è senza misura;
né di color l'essenzia mia si tinge.
Altri mi finge — una fiamma lucente:
io son fiamma, e sì ardente
che 'l mio calor la terra e 'l cielo avampa.
E chi di vivo sangue m'assimiglia.
Ma qual gir vuol col lume di mia lampa,
dal baratro lo scampa
verbo, foco, olio, virgo; e son vermiglia.
Verbo son pria che l'uomo avesse forma;
per me lo formò Idio a sua sembianza,
poi in rimembranza — fui di foco, allora
che al gran seme d'Abram, fuor di sua usanza,
s'aperse il mare, onde seguîr mia norma.
Certo conforma — all'olio io sono ancora.
Chi d'umiltà s'infiora
vedrà me nel risponder di Maria:
«Ecco l'ancilla», e ciò fu contra l'angue;
in lei virginil faccia fu la mia,
e nella croce pia
del Sommo Atleta sono il sparto sangue.
D'altre significanti cose assai
costruzïon m'è data pe i dottori
oltra i color, — riducendoli al vero;
ed in remissïon de i vostri errori
qual calice son io che trovato hai
fonder, né mai — stagnare. É il lor pensiero,
in qual m'ha in desidero,
a cui è dato
farsi figlio di Dio, che non è nato
per voluttà di carne né d'uom mesta,
ma da Dio nasce; e questa
è la cagion, ch'io solo il fo beato.
Fé non sarà nell'uom, poi che fia certo
del creder suo, e Speme preterisce
come apparisce — pieno il suo desio:
la virtù d'este due in Dio finisce.
Allor che a ciascun fia col corpo aperto
al buono il merto — e gravi pene al rio,
ferma starò sempr' io,
col Fattor la fattura sua stringendo,
con sirpo che non è uom che 'l dicerna,
d'uno amoroso gaudio ognora ardendo.
Così, sempre crescendo
nella divina essenzia, io sono eterna».
— Canzone, or scorgo tue sorelle appieno
nel sottil specular, pel qual m'induce
questa superna luce
penetrante a guardar di Dio nel seno,
per quel lasciando ogn'altro amor sereno.