LVIII
Già si vedea ormai d'Aurora il fronte
coronato di gemme in ogni parte,
e la venusta stella render lume,
quando per lungo affanno insieme agionte
ebi le voglie mie ch'eran disparte
per l'amorose fiamme e per le brume,
e di nuovo costume
feci gli spirti, che mai queti fonno,
però che volto in sul diritto fianco,
come fanciullo stanco,
mi prese un dolce inusitato sonno.
Così suavemente adormentato,
me apparve quella Bianca mia nemica,
che sola al mundo servo, adoro e colo,
dicendo: per aver remunerato
anco ante con mio onor tua gran fatica,
ne verrai meco sollicito e solo.
Ond'io levato a volo
me vidi, né so come o con qual ale,
senza posser mai dir cosa nisciuna.
E senza posa alcuna
giunsemo ad un giardin bello e regale.
E come a quello onestamente intrati
ambo nui fummo, io vidi un giovenetto
in mezzo a tre, ciascun per sé ben degno;
e l'un, ch'avia di ferro i membri armati,
porse la spada a quel signor perfetto,
dicendo: prendi il don ch'io te disegno.
El qual pronto e benegno
mostrosse a ricever l'alta milizia,
debita alla sua man, secundo parme.
Né credo alcun vesta arme,
come costui con forza e con justizia.
L'altro di ricca purpura coverto
e de allor coronato e con due ale,
in man traendo una sonora lira,
quella gli porse e disse: egli è per certo
ben degno ch'abi sopr'ogn'uom mortale
l'alma virtù, che dal mio ciel rispira;
e come quel, che spira
grazie altrui, in man se l'ebe accolta,
e lì presente senza altro indugiare
incominciò a sonare
un suon sì dolce, che mai tal s'ascolta.
L'altra, ch'era una donna bella e pronta,
de mirto avolte avia le chiome d'oro;
con la feretra al fianco e l'arco in mano,
e con parola mansüeta e conta
da fare transformar più volte in toro
Jove, e da far gentile un cor villano,
li disse, umile e piano:
togli quest'arco e quest'aurata frezza,
tu chi sei solo al mondo altro Narciso;
onde con lieto viso
e' 'l tolse, raddoppiando sua bellezza.
Quivi la donna mia mi disse: aspetta,
ch'a me non lice dimorar più teco
e so che l'indugiar te fia ben caro.
E senz'altro più dir tutta soletta
se n'andò via, et io qual uom ch'è cieco
rimasi, e fredo e più ch'assenzo amaro.
Allora in passo raro
ver' me si mosse quel signor divino,
insieme con la sua caterva sagra,
e con voce non agra
giunto, mi disse: o tu qui peregrino,
godi però ch'io son quel Federico
ch'adori et ami, figlio del gran rege,
sopr'ogni re per sua virtù exaltato,
el qual te parlo, e nota quel ch'io dico:
se 'l cielo a mio dominio stato elege,
serrai nell'ombra mia ben collocato.
E ciò ditto, voltato
fu in altra parte, ond'io dal sonno tolto
trovaimi sì felice e sì giocondo,
che fin che vivo al mondo
arò contento il core e lieto el volto.
Canzon, che 'l sonno assai volte sia vero
de chiari exempli te faria adornata,
se 'l prolixo parlar non mi impedesse;
or, come el tempo elesse,
non con voce fittiva né adulata
va, truova el mio signor dove che sia,
e digli com'io spero in altre carte
mostrar, scrivendo, in parte
la sua bontà ch'ogn'uom cantar dovria.