LX – Baldi
Entrato nel tugurio, e giù deposte
Le lucid'arme sue, tutto si diede
A prepararsi il consueto cibo.
E prima col fucil la dura selce
Spesso ripercotendo, il seme ardente
De la fiamma ne trasse; e lo raccolse
In arido fomento; e perché pigro
Gli pareva e languente il proprio fiato
Oprò per eccitarlo; e di frondosi
Nudrillo aridi rami. E quando vide
Che in tutto appreso avvalorossi ed arse,
Cinto d'un bianco lino, ambe le braccia
Spogliossi fino al cubito; e lavato
Che dal sudore ei s'ebbe e da la polve
Le dure mani entro stagnato vaso,
Che terso, di splendor vincea l'argento,
Alquanto d'onda infuse, ed a la fiamma
Sovra a un punto locollo ove tre piedi
Di ferro sostenean di ferro un cerchio.
Gittovvi poi, quando l'umor gli parve
Tepido, tanto sal, quanto a condirlo
Fosse bastante: e per non stare indarno
Mentre l'onda bollia, per fissa tela
Fece passar, di setole contesta,
Di Cerere il tesor, che in bianca polve
Ridotto avea sotto il pesante giro
De la volubil pietra; indi partendo
Con tagliente coltel rotonda forma
Di grasso cacio, che da' topi ingordi
Ei difendea dentro fiscella appesa
Al negro colmo, col forato ed aspro
Ferro tirollo. E cominciando omai
L'acqua d'intorno a l'infiammato foco
Del vaso a gorgogliare, a poco a poco
S'adattò con la destra a spargervi entro
La purgata farina, non cessando
Con la sinistra intanto a mescer sempre
La farina e l'umor con saldo legno.
Quando poi tutta di sudor la fronte
Aspersa egli ebbe, e 'l bianco e molle corpo
Cominciò a diventar pallido e duro;
Aggiunse forza a l'opra, e con la destra
A la sinistra man porgendo aita,
Per lo fondo del vaso il legno intorno
Fece volar con più veloci giri:
Fin che vedendo omai quella mistura
Nulla bisogno aver più di Vulcano,
Preso un bianco taglier di bianco faggio,
Fecene sovra quel rotonda massa:
E ratto corso là dov'egli avea
Molti vasi disposti in lunghe schiere,
Un piatto sovra tutti ampio e capace
Indi tolse, ed il terse; e con un filo
Ritroncando la massa in molte parti,
Il piatto ne colmò, di trito cacio
Aspargendola sempre a suolo a suolo.
E per non tralasciar cosa che d'uopo
Fosse per farla delicata e cara;
Mentre fumava ancor, sovra v'infuse
Di butirro gran copia; che dal caldo
Liquefatto, stillante, a poco a poco
Penetrò tutto il penetrabil corpo.
Condotta al fin quest'opra, e posto il vaso,
Così caldo com'era, appresso al foco;
Provido ad altro attese. E volto il piede
Là v'egli larga pietra eretta avea
Sotto una grande e tortuosa vite,
Che copria con le fronde un vicin fonte,
D'un panno la coperse, in guisa bianco,
Che l'odor del bucato ancor serbava.
Quinci il picciol vasel sovra vi pose.
Ove il sal si conserva, e 'l pan, che dolce
Gli era e soave, ancor che negro e vile.
Di molte erbe odorate e molti frutti
Carcolla al fin: che l'orticel cortese
Ognor dispensa: e da l'armario tolse
La ciotola capace, e 'l vaso antico
Del vin, cui logro avea l'uso frequente
Il manico rotondo, e rotto in parte
Le somme labra onde il liquor si versa.
Preparato già il tutto, ed omai stanco
Del lungo faticar; poi che le mani
Tornato fu di nuovo a rilavarsi,
Accostossi a la mensa; e tutto lieto,
Cominciò con gran gusto a scacciarlunge
Da se l'ingorda fame, el'importuna
Sete, spesso temprando il vin con l'onda
Che dal fonte scorrea, gelida e pura.