LX – Baldi

By Giacomo Leopardi

Entrato nel tugurio, e giù deposte

Le lucid'arme sue, tutto si diede

A prepararsi il consueto cibo.

E prima col fucil la dura selce

Spesso ripercotendo, il seme ardente

De la fiamma ne trasse; e lo raccolse

In arido fomento; e perché pigro

Gli pareva e languente il proprio fiato

Oprò per eccitarlo; e di frondosi

Nudrillo aridi rami. E quando vide

Che in tutto appreso avvalorossi ed arse,

Cinto d'un bianco lino, ambe le braccia

Spogliossi fino al cubito; e lavato

Che dal sudore ei s'ebbe e da la polve

Le dure mani entro stagnato vaso,

Che terso, di splendor vincea l'argento,

Alquanto d'onda infuse, ed a la fiamma

Sovra a un punto locollo ove tre piedi

Di ferro sostenean di ferro un cerchio.

Gittovvi poi, quando l'umor gli parve

Tepido, tanto sal, quanto a condirlo

Fosse bastante: e per non stare indarno

Mentre l'onda bollia, per fissa tela

Fece passar, di setole contesta,

Di Cerere il tesor, che in bianca polve

Ridotto avea sotto il pesante giro

De la volubil pietra; indi partendo

Con tagliente coltel rotonda forma

Di grasso cacio, che da' topi ingordi

Ei difendea dentro fiscella appesa

Al negro colmo, col forato ed aspro

Ferro tirollo. E cominciando omai

L'acqua d'intorno a l'infiammato foco

Del vaso a gorgogliare, a poco a poco

S'adattò con la destra a spargervi entro

La purgata farina, non cessando

Con la sinistra intanto a mescer sempre

La farina e l'umor con saldo legno.

Quando poi tutta di sudor la fronte

Aspersa egli ebbe, e 'l bianco e molle corpo

Cominciò a diventar pallido e duro;

Aggiunse forza a l'opra, e con la destra

A la sinistra man porgendo aita,

Per lo fondo del vaso il legno intorno

Fece volar con più veloci giri:

Fin che vedendo omai quella mistura

Nulla bisogno aver più di Vulcano,

Preso un bianco taglier di bianco faggio,

Fecene sovra quel rotonda massa:

E ratto corso là dov'egli avea

Molti vasi disposti in lunghe schiere,

Un piatto sovra tutti ampio e capace

Indi tolse, ed il terse; e con un filo

Ritroncando la massa in molte parti,

Il piatto ne colmò, di trito cacio

Aspargendola sempre a suolo a suolo.

E per non tralasciar cosa che d'uopo

Fosse per farla delicata e cara;

Mentre fumava ancor, sovra v'infuse

Di butirro gran copia; che dal caldo

Liquefatto, stillante, a poco a poco

Penetrò tutto il penetrabil corpo.

Condotta al fin quest'opra, e posto il vaso,

Così caldo com'era, appresso al foco;

Provido ad altro attese. E volto il piede

Là v'egli larga pietra eretta avea

Sotto una grande e tortuosa vite,

Che copria con le fronde un vicin fonte,

D'un panno la coperse, in guisa bianco,

Che l'odor del bucato ancor serbava.

Quinci il picciol vasel sovra vi pose.

Ove il sal si conserva, e 'l pan, che dolce

Gli era e soave, ancor che negro e vile.

Di molte erbe odorate e molti frutti

Carcolla al fin: che l'orticel cortese

Ognor dispensa: e da l'armario tolse

La ciotola capace, e 'l vaso antico

Del vin, cui logro avea l'uso frequente

Il manico rotondo, e rotto in parte

Le somme labra onde il liquor si versa.

Preparato già il tutto, ed omai stanco

Del lungo faticar; poi che le mani

Tornato fu di nuovo a rilavarsi,

Accostossi a la mensa; e tutto lieto,

Cominciò con gran gusto a scacciarlunge

Da se l'ingorda fame, el'importuna

Sete, spesso temprando il vin con l'onda

Che dal fonte scorrea, gelida e pura.