LXI

By Giovanni Della Casa

Di là, dove per ostro e pompa e oro

fra genti inermi ha perigliosa guerra,

fuggo io mendico e solo, e di quella esca

ch'i' bramai tanto, sazio, a queste querce

ricorro, vago omai di miglior cibo,

per aver posa almen questi ultimi anni.

Ricca gente e beata ne' primi anni

del mondo, or ferro fatto, che senz'oro

men di noi macra in suo selvaggio cibo

si visse, e senza Marte armato in guerra;

quando tra l'elci e le frondose querce

ancor non si prendea l'amo entro a l'esca.

Io, come vile augel scende a poca esca

dal cielo in ima valle, i miei dolci anni

vissi in palustre limo; or fonti e querce

mi son quel che ostro fummi e vasel d'oro:

così l'anima purgo, e cangio guerra

con pace, e con digiun soverchio cibo.

Fallace mondo, che d'amaro cibo

sì dolce mensa ingombri! Or di quella esca

foss'io digiun, ch'ancor mi grava, e 'n guerra

tenne l'alma co' i sensi ha già tanti anni!

ché più pregiate che le gemme e l'oro

renderei l'ombre ancor de le mie querce.

O rivi, o fonti, o fiumi, o faggi, o querce,

onde il mondo novello ebbe suo cibo,

in quei tranquilli secoli de l'oro!

Deh come ha il folle poi cangiando l'esca

cangiato il gusto, e come son questi anni

da quei diversi in povertate e 'n guerra!

Già vincitor di gloriosa guerra

prendea suo pregio da l'ombrose querce:

ma d'ora in or più duri volgon gli anni,

ond'io ritorno a quello antico cibo

che pur di fere è fatto e d'augelli esca,

per arricchire ancor di quel primo oro.

Già in prezioso cibo o 'n gonna d'oro

non crebbe, anzi tra querce e 'n povera esca,

virtù, che con questi anni ha sdegno e guerra.