LXI
Di là, dove per ostro e pompa e oro
fra genti inermi ha perigliosa guerra,
fuggo io mendico e solo, e di quella esca
ch'i' bramai tanto, sazio, a queste querce
ricorro, vago omai di miglior cibo,
per aver posa almen questi ultimi anni.
Ricca gente e beata ne' primi anni
del mondo, or ferro fatto, che senz'oro
men di noi macra in suo selvaggio cibo
si visse, e senza Marte armato in guerra;
quando tra l'elci e le frondose querce
ancor non si prendea l'amo entro a l'esca.
Io, come vile augel scende a poca esca
dal cielo in ima valle, i miei dolci anni
vissi in palustre limo; or fonti e querce
mi son quel che ostro fummi e vasel d'oro:
così l'anima purgo, e cangio guerra
con pace, e con digiun soverchio cibo.
Fallace mondo, che d'amaro cibo
sì dolce mensa ingombri! Or di quella esca
foss'io digiun, ch'ancor mi grava, e 'n guerra
tenne l'alma co' i sensi ha già tanti anni!
ché più pregiate che le gemme e l'oro
renderei l'ombre ancor de le mie querce.
O rivi, o fonti, o fiumi, o faggi, o querce,
onde il mondo novello ebbe suo cibo,
in quei tranquilli secoli de l'oro!
Deh come ha il folle poi cangiando l'esca
cangiato il gusto, e come son questi anni
da quei diversi in povertate e 'n guerra!
Già vincitor di gloriosa guerra
prendea suo pregio da l'ombrose querce:
ma d'ora in or più duri volgon gli anni,
ond'io ritorno a quello antico cibo
che pur di fere è fatto e d'augelli esca,
per arricchire ancor di quel primo oro.
Già in prezioso cibo o 'n gonna d'oro
non crebbe, anzi tra querce e 'n povera esca,
virtù, che con questi anni ha sdegno e guerra.