LXII – Baldi
La luna e 'l Sol miarsti: or volgi il guardo
A' più minuti lumi, e i segni impara
Che ti mostra fedel l'amica notte;
La notte, in cui pietate allor si desta
Che gl'infelici naviganti scorge
Fra l'onde errar dispersi, e il mesto suono
Le fere il cor de'lagrimosi accenti.
Se dunque osserverai ch'ella ti scopra
Il suo stellato Altar di nubi scarco
Ove l'altro seren d'acquoso velo
Sia ricoperto, affretta al fido porto,
Mentre cede al governo ancor la vela,
Riedi; ché se nol fai, del mar, che a scherno
Avesti, andrai misera preda, e 'ndarno
Dirai felice e fortunato a pieno
Quel cauto marinar che allor non sciolse,
Né por si volle a sì palese risco.
Ma se mentre è il Centauro in mezzo al cielo,
L'omero avrà di breve nube carco,
E fia l'Altar, come già dissi, ardente;
D'Austro non s'abbia tema; anzi da' regni
De la lucida aurora Euro s'attenda.
Fie ancor d'irato ciel non dubio segno
Quando le chiare stelle a poco a poco
Perdendo andranno i luminosi rai:
E se quando la terra abbraccian l'ombre,
Cadere altra di lor vedrassi, seco
Lungo traendo e sfavillante solco,
Da fieri venti intempestivo assalto
Da quella parte moverassi dove
Segnò, cadendo, il lucido sentiero.
Anzi il soffiar de' furiosi venti
Si commuove Nettuno, e col muggito
Fa lunge rimbombar le curve sponde:
Fugge dal mar, che minacciar già sembra
Tempesta, l'airone; e più che puote,
Procacciando si va tranquilla parte,
Per lo sereno ciel ratto volando:
Veggionsi incontro al vento ir le palustri
Foliche a schiera, e per l'eccelse cime
De gli altissimi monti in lungo filo
Distendersi le nubi; e frondi e piume
Volar per l'aere errando. Il vento acquoso
Destasi allor che 'l ciel lucidi lampi
Ver gli alberghi di Borea o d'Euro o d'Ostro
Subiti accende; e quando a' laghi intorno
Progne veloce vola; e mormorando
Le loquaci anitrelle in su le sponde
De gli stagni e de' fiumi in strana guisa
Braman lavarsi, e van tuffando il capo
Entro le gelid'acque. In secca arena
Spazia allor la cornice, e l'onda chiede
Dal ciel con roca voce: i bassi fondi
Del mar lasciando il polpo, in su le rive
A le rotonde e picciolette pietre
Co' suoi tenaci piè saldo s'attiene:
Le pietose alcioni in su gli scogli,
Coi pargoletti lor, distesi i vanni,
Del Sol godonsi i rai tepidi e chiari:
Mostrano ad or ad or, guizzando, il curvo
Dorso i lievi delfin; perché presago
Di tempesta il nocchiero, o fugga, o s'armi
Contra il marino orgoglio. Or chi potrebbe
Narrar i segni ad un ad un, che il cielo
Ne mostra pria che 'l mar si turbi? ed anco
Dopo ch'egli è turbato; a fin che surga
Del bramato seren ne' petti altrui
Verde la speme? Di tranquillo e piano
Aver segni possiam quando le nubi
Struggendo vansi a poco a poco, e chiare
Scopronsi in ciel le più minute stelle:
Quando la grave ed importuna nebbia
Ne le valli si posa e 'ntorno al mare
Giacendosene umil, lascia serene
De gli alti monti le selvose cime.
Né men lucido e chiaro il tempo adduce
La figlia di Taumante, il ricco lembo
D'ardenti ornata e coloriti fregi.
Son altro indizio ancor di certa pace
In mezzo a le tempeste orride e nere
I due figli di Leda, amiche stelle.
Sì che se quanto a te mostran cortesi
La luna, il Sol, le stelle, il mar e 'l cielo,
Contemplerai; rare fiate incerto
Sarai di quel ch'Eolo e Giunon prepari.