LXII – Baldi

By Giacomo Leopardi

La luna e 'l Sol miarsti: or volgi il guardo

A' più minuti lumi, e i segni impara

Che ti mostra fedel l'amica notte;

La notte, in cui pietate allor si desta

Che gl'infelici naviganti scorge

Fra l'onde errar dispersi, e il mesto suono

Le fere il cor de'lagrimosi accenti.

Se dunque osserverai ch'ella ti scopra

Il suo stellato Altar di nubi scarco

Ove l'altro seren d'acquoso velo

Sia ricoperto, affretta al fido porto,

Mentre cede al governo ancor la vela,

Riedi; ché se nol fai, del mar, che a scherno

Avesti, andrai misera preda, e 'ndarno

Dirai felice e fortunato a pieno

Quel cauto marinar che allor non sciolse,

Né por si volle a sì palese risco.

Ma se mentre è il Centauro in mezzo al cielo,

L'omero avrà di breve nube carco,

E fia l'Altar, come già dissi, ardente;

D'Austro non s'abbia tema; anzi da' regni

De la lucida aurora Euro s'attenda.

Fie ancor d'irato ciel non dubio segno

Quando le chiare stelle a poco a poco

Perdendo andranno i luminosi rai:

E se quando la terra abbraccian l'ombre,

Cadere altra di lor vedrassi, seco

Lungo traendo e sfavillante solco,

Da fieri venti intempestivo assalto

Da quella parte moverassi dove

Segnò, cadendo, il lucido sentiero.

Anzi il soffiar de' furiosi venti

Si commuove Nettuno, e col muggito

Fa lunge rimbombar le curve sponde:

Fugge dal mar, che minacciar già sembra

Tempesta, l'airone; e più che puote,

Procacciando si va tranquilla parte,

Per lo sereno ciel ratto volando:

Veggionsi incontro al vento ir le palustri

Foliche a schiera, e per l'eccelse cime

De gli altissimi monti in lungo filo

Distendersi le nubi; e frondi e piume

Volar per l'aere errando. Il vento acquoso

Destasi allor che 'l ciel lucidi lampi

Ver gli alberghi di Borea o d'Euro o d'Ostro

Subiti accende; e quando a' laghi intorno

Progne veloce vola; e mormorando

Le loquaci anitrelle in su le sponde

De gli stagni e de' fiumi in strana guisa

Braman lavarsi, e van tuffando il capo

Entro le gelid'acque. In secca arena

Spazia allor la cornice, e l'onda chiede

Dal ciel con roca voce: i bassi fondi

Del mar lasciando il polpo, in su le rive

A le rotonde e picciolette pietre

Co' suoi tenaci piè saldo s'attiene:

Le pietose alcioni in su gli scogli,

Coi pargoletti lor, distesi i vanni,

Del Sol godonsi i rai tepidi e chiari:

Mostrano ad or ad or, guizzando, il curvo

Dorso i lievi delfin; perché presago

Di tempesta il nocchiero, o fugga, o s'armi

Contra il marino orgoglio. Or chi potrebbe

Narrar i segni ad un ad un, che il cielo

Ne mostra pria che 'l mar si turbi? ed anco

Dopo ch'egli è turbato; a fin che surga

Del bramato seren ne' petti altrui

Verde la speme? Di tranquillo e piano

Aver segni possiam quando le nubi

Struggendo vansi a poco a poco, e chiare

Scopronsi in ciel le più minute stelle:

Quando la grave ed importuna nebbia

Ne le valli si posa e 'ntorno al mare

Giacendosene umil, lascia serene

De gli alti monti le selvose cime.

Né men lucido e chiaro il tempo adduce

La figlia di Taumante, il ricco lembo

D'ardenti ornata e coloriti fregi.

Son altro indizio ancor di certa pace

In mezzo a le tempeste orride e nere

I due figli di Leda, amiche stelle.

Sì che se quanto a te mostran cortesi

La luna, il Sol, le stelle, il mar e 'l cielo,

Contemplerai; rare fiate incerto

Sarai di quel ch'Eolo e Giunon prepari.